Laurie Anderson
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Big Science (1982), 7/10
Mister Heartbreak (1984), 6/10
United States Live (1984), 6/10
Home Of The Brave (1986), 5/10
Strange Angels (1989), 6/10
Bright Red (1994), 5/10
The Ugly One With The Jewels (1994), 4/10
Life On A String (2001), 4/10
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Laurie Anderson è una delle artiste che ha definito il termine "avanguardia" per la fine del secolo: una posa fredda, distaccata, astratta, raffinatamente volgare, sottesa da una paura irrazionale del presente e da premonizioni inquietanti del futuro, e masochisticamente succube della tecnologia moderna.

Anderson ha coniugato musica elettronica, minimalismo, gestualismo e ha immesso nel vocalismo sperimentale la maniera del music-hall. Saliente come punto di fusione e compromesso, il suo stile di canto ha importanza soprattutto per aver nobilitato il recitato. La sua arte compositiva è comunque soprattutto un fatto di arrangiamenti, di integrazione di eventi (sonori e non) fra loro culturalmente distanti, in un nuovo genere sofisticato e leggero, futurista e pan-etnico, di forma-canzone. Anderson eccelle soprattutto nell'aspetto multimediale. Le musiche, in sè, sono spesso inferiori all'assunto.

Il suo limite di fondo è quello di non essere capace di interiorizzare le sue esperienze, di limitarsi a fotografarle e poi esibirle, perdendo tutto ciò di umano che le distingueva da una semplice immagine immobile.

Nata nel 1947 a Chicago e appassionata fin da giovanissima di arte, Laurie Anderson si trasferisce nel 1965 a San Francisco per studiare al Mills College e poi nel 1967 a Manhattan per studiare scultura ed insegnare arte egizia. Esegue la sua prima performance nel 1972, e da allora pendola fra Boston e New York. La sua crescita artistica procede di pari passo con le collaborazioni multimediali a cui partecipa (a fianco di scrittori come John Giorno e William Burroughs, di musicisti come John Cage e soprattutto Philip Glass).

Uno dei suoi primi spettacoli multimediali consiste in una complessa scultura stereofonica dalla quale il suono si può propagare soltanto per conduzione ossea (ovverosia l'ascoltatore deve stare appoggiato al mobile); in un'altra suona il violino su un cubo di ghiaccio finché si scioglie. Ma le sue performance puntano molto, oltre che sull'apparato tecnologico, sulle melodie ripetitive, sui brani-conferenza alla Cage e sui vocalizzi "assurdi" che attraversano da parte a parte lo spettacolo.

Così le sue esibizioni (per esempio New York Social Life del 1977, una delle sue prime vignette umoristiche, o il reggae It's Not The Bullet That Kills You It's The Hole, dedicato all'artista Chris Burden che usava spararsi nel braccio e rotolarsi su pezzi di vetro), si possono accostare al teatrino off e al cabaret elettronico, via Cage (padre del gestualismo e della recitazione musicale) e via Varese (alla cui memoria potrebbe dedicare il "tape bow violin", un violino che va suonato con nastri pre-registrati infilati nel classico archetto). Le voci che popolano questi sketch dell'assurdo sono eteree e cosmiche, improntate a una magica miscela di ironia e pathos.

La litania di Time To Go (composta nel 1977) è la prima trance ad ottenere un ascolto di massa. Basta poi una lieve deviazione verso il paganesimo delle discoteche per imporre le sue graziose armonie elettro-vocali all'attenzione dei disc-jockey. Dall'opera multimediale United States (sedici ore di parole, suoni e immagini) estrae il materiale per Big Science (Warner, 1982), frammenti diafani e arcani di sotto-cultura pop eseguiti con l'accompagnamento di Brian Eno, David Van Tieghem, Peter Gordon e George Lewis.

E' un sottile esercizio di umorismo elettro-ballabile con graziose melodie a ritmo di respiro e un senso acuto della malinconia universale, a cominciare dal recitato ammaliante della sirena "orientale" di Big Science e dalle fanfare goliardiche di From The Air, passando per la danza medievale di Born Not Asked e la sarabanda caraibica di Example 22, per finire con le pulsazioni organiche, ma a struttura innodica, di Oh Superman, bisbigliata in un tono dimesso da night club, e con la soffice ballata robotica Let X=X (i due hit).

Le sue canzoni-sketch si svolgono lente, ripetitive e colloquiali, in un'atmosfera dimessa ed irreale fatta di ritmi etnici e di soffici tappeti elettronici, a metà fra l'ipnosi e l'onirismo. Strati di vocalizzi filtrati, più recitati che cantati (secondo la tecnica del Sprechgesang, della canzone-discorso), danno luogo a melodie ben riconoscibili. I testi sono a loro volta ispirati ad una comica filosofia del quotidiano.

L'opera United States comprende anche balletti futuristi (Talkshow, Odd Objects), sonate e assoli di violino elettrico (la romantica Pictures Of It e il surreale Duet), esilaranti fanfare-gag da music-hall (Cartoon Song, Yankee See, Dog Show, Sweater) ed epiche sarabande funky (Language Is The Virus, City Song, We've Got Four Big Blocks).

Mister Heartbreak racconta la storia della psiche di un commesso di drogheria mentre viaggia attraverso le macerie del sogno americano, ora spettatore ed ora spettacolo egli stesso. Al falsetto psicotico e al synclavier psichedelico della Anderson si aggiunge una folla eterogenea di personaggi illustri: Peter Gabriel, Adrian Belew, Arto Lindsay, Anton Fier, Bill Laswell, Van Tieghem e persino William Burroughs. Una ragnatela in espansione di trivia sonori e di simboli obliqui origina i brani. Un ordinato accumulo di world-music, cacofonie, riff di hard-rock, musichette da fiera, passi di danza, tribalismi sudamericani, cori e fanfare compone per esempio la filastrocca in crescendo di Sharkey's Day.
Nel tumulto di arrangiamenti si protende il languido e verboso, fatale e anemico recitar (o bisbigliar...) cantando di Anderson, che cesella la suspence marziale di Gravity's Angel (scampanio ossessivo, dissonanze casuali, percussioni africane), l'atmosfera zen di Kokoku (organo liturgico, rumori e versi di jungla, coro giapponese), l'impressionismo magico di Blue Lagoon (cadenza da music-hall, pullulare rarefatto di percussioni, brezze melodiche di synth), per chiudere nella sarcastica fanfara caraibica di Sharkey's Night.

The arrangements on Home Of The Brave (Warner, 1986) are still precious and evocative, but the "songs" are "spoken" more often than "sung", and the sound effects are far from revolutionary. Smoke Rings is typical of Anderson's poignant narration over popular rhythms (in this case, Latin-tinged syncopation) and accompanied with disorienting stylistic quotations (in this case a doo-wop choir). Her smooth talk recites Language Is A Virus over a strong funk beat and amid a profusion of female backup vocals and horn fanfares. Late Show uses a distorted male voice (and no lyrics) over a medieval pace and next to a middle-eastern trumpet. Talk Normal focuses on the music but ends up sounding like one of Frank Zappa's novelties that parodied the 1950s. Sharkey's Night is awash in Afro-Caribbean polyrhythms a` la Talking Heads. The overall effect is one of a collection of cute songs but certainly not avantgarde music. (Translation by/ Tradotto da xxx)

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Strange Angels (Columbia, 1989), the first Anderson album that was not a theatrical soundtrack, is basically only a collection of songs. Her stream of consciousness is bent to the format of the pop song. Catchy and witty, the songs rely on discretely eccentric arrangements (and dance rhythms), and largely abandon any avantgarde ambition. At best, the eerie atmosphere and exotic overtones of Coolsville echo Enya, and the vocals seem to mimick Sinead O'Connor. The romantic Strange Angels, punctuated by evocative accordion, the falsetto hymn Ramon, the Celtic progression of My Eyes offer the equivalent of the folk-rock canon revisited by the deviant intelligence of a Brian Eno. And Beautiful Red Dress sounds like Philly soul interpreted by Young Americans-era David Bowie. The album has even lighter moments: the reggae novelty Monkey's Paw is sprightly, infectious and childish, and Babydoll is a festive calypso-funk hybrid. She is no Jim Steinman, and a gospel choir is not enough to lift The Day The Devil into the epic exorcism that she aimed for. The lyrics take snapshots of ordinary lives. But Anderson's hyper-realist fresco of America is now as compelling as the Beach Boys'. This cycle of songs makes for a pleasant (not harrowing) experience.

Strange Angels (Columbia, 1989), primo lavoro di Anderson a non essere la colonna sonora di una piece teatrale, ritorna ai flussi di coscienza e ai canti di sirena degli esordi con la cantabilità più fresca e serena di Beautiful Red Dress e con l'afro-pop di Monkey's Paw, affresco iper-realista dell'America moderna. The romantic, folkish Strange Angels, punctuated by evocative accordion

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Dopo uno iato di cinque anni, durante i quali ha allestito spettacoli in tutto il mondo (Empty Places, Voices From The Beyond, The Nerve Bible), ha scritto le musiche per uno spettacolo di Arto Lindsay (Ossuary), per un balletto (Bridge Of Dreams) e per un monologo del poeta John Ashbery (House Of Blues), ha scritto un libro e diretto un film, il nuovo album Bright Red si avvale di un cast d'eccezione, ma non riesce ad andare oltre il pop minimale di questi lavori. Con Brian Eno in regia Anderson offre più che altro un recital di versi apocalittici (Speak My Language), di sketch umoristici (The Puppet Motel) e di duetti d'alta classe (Bright Red con Arto Lindsay e In Our Sleep con Lou Reed). Di musicale c'è il tango di Beautiful Pea Green Boat e poco altro.

L'aneddotica autobiografica di The Ugly One With The Jewels, disco molto parlato e poco suonato, svela qualcosa della psiche contorta di questa collezionista di vite altrui, capace di recarsi in processione in Tibet o al Polo Nord pur di ricavare materiale per i suoi monologhi.

Anderson's brilliant pieces of theatre, such as The Speed of Darkness, The Nerve Bible and Songs And Stories From Moby Dick (1999), became less and less interesting at the musical level. Despite the wealth of distinguished guests, Life On A String (Nonesuch, 2001) only proves her limited compositional skills.

Talk Normal (Rhino) is an anthology.

(Translation by/ Tradotto da Antonio Buono)

Gli arrangiamenti su Home Of The Brave (Warner, 1986) sono ancora ricercati ed evocativi, ma le canzoni sono più "parlate" che "cantate" e gli artefici sonori sono tutt’altro che rivoluzionari. Smoke Rings è tipica della straziante narrazione di Anderson su ritmi popolari (in questo caso, sincopi latineggianti) accompagnata a disorientanti citazioni stilistiche (in questo caso un coro doo-woop). Il suo colloquiale armonioso declama Language Is A Virus su un forte battito funk e in una profusione di voci femminili sullo sfondo e fanfare di trombe. Late Show utilizza invece una voce maschile distorta (senza testo) su un’andatura medievale. Talk Normal si focalizza sulla musica ma finisce col suonare come una di quelle novelty di Frank Zappa che parodizzano gli anni ’50. Sharkey's Night trabocca di poliritmi afro-caraibici à la Talking Heads. Nel complesso si può parlare di una collezione di canzoni graziose, ma non di certo di musica d’avanguardia.

Strange Angels (Columbia, 1989), il primo album di Anderson a non essere la colonna sonora di una piece teatrale, è in sostanza un’altra raccolta di canzoni. Il suo flusso di coscienza è sottomesso al formato pop. Orecchiabili e arguti, i pezzi fanno affidamento ad arrangiamenti discretamente eccentrici (e ritmiche dance) e abbandona ampiamente ogni ambizione avanguardistica. Nella migliore delle ipotesi l’atmosfera celestiale e i sovratoni esotici di Coolsville echeggiano Enya, e le vocals sembrano imitare Sinead O’Connor. La romantica Strange Angels, enfatizzata da una fisarmonica evocativa, l’inno in falsetto Ramon, la progressione celtica My Eyes offrono l’equivalente dei canoni folk-rock rivisitati dall’intelligenza deviante di Brian Eno. E Beautiful Red Dress sembra un soul di Philadelphia interpretato dal David Bowie dell’era Young Americans. L’album ha persino momenti più leggeri: la novelty reggae Monkey's Paw è vivace, contagiosa e bambinesca e Babydoll è un ibrido calypso-funk. Anderson non è Jim Steinman e il coro gospel non basta ad elevare The Day The Devil nell’esorcismo epico che si era prefissata di raggiungere. Le liriche scattano istantanee di vite ordinarie. Ma il suo affresco iper-realista dell’America è adesso convincente quanto quello tracciato dai Beach Boys. Questo ciclo di canzone erige una piacevole (ma non intensa) esperienza.

Le brillanti pieces teatrali di Anderson The Speed of Darkness, The Nerve Bible e Songs And Stories From Moby Dick (1999), si rivelano sempre meno interessanti a livello musicale. Nonostante il cast di ospiti illustri, Life On A String (Nonesuch, 2001) prova unicamente le sue limitate capacità compositive.

Talk Normal (Rhino) è un’antologia.

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