Constance Demby
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Skies Above Skies , 6.5/10
Sunborne , 6/10
Sacred Space Music , 7.5/10
Live At Alaron , 6/10
Novus Magnificat , 8.5/10
Light Of This World , 6/10
Illumination , 5/10
Set Free , 6/10
Polar Shift , 6/10
Live In Tokyo , 5/10
Aeterna , 6.5/10
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Constance Demby, nata a Oakland (dall'altra parte della Baia di San Francisco) nel 1939, diede a dodici anni il suo primo recital per pianoforte, quando la famiglia si era spostata a Greenwich, nel Connecticut, sulla costa opposta. A diciott'anni scelse di iscriversi al corso di scultura e pittura dell'Università del Michigan. Seguì anche alcune classi di musica, ma il suo interesse principale era nelle arti visive. Nel 1960 si sposò e, interrotti gli studi, si trasferì a New York, dove rimase per sette anni. Al Greenwich Village erano anni di intenso fervore creativo. Demby visse di ideali (e di sussidi di disoccupazione) fino al 1967, quando si spostò nel Maine.

Nel 1968 tenne a New York, nel negozio dell'amico Robert Rutman (musicista e scultore d'avanguardia), uno spettacolo di scultura e pittura, Con Rutman lavorò poi alla realizzazione dello "space bass", il quale (come il successivo "whale sail") è uno strumento costruito interamente in acciaio.

Una grande lamiera piegata ad arco, che funge da cassa di risonanza, è saldata con una sbarra orizzontale sulla quale sono inchiodati a distanze fisse una serie di bastoni metallici verticali di lunghezza diversa. Ogni bastone è fissato in modo tale che parte del bastone rimanga sotto la sbarra e una parte rimanga sopra. A seconda della posizione, della dimensione e del punto di aggancio, il bastone, una volta percosso con degli appositi martelletti o sfregato con un apposito archetto, produce delle vibrazioni diverse nella lamiera. I suoni emessi dallo "space bass" sono spettacolari in potenza e risonanza: percuotendo o sfregando alcune "canne" (per usare una similitudine con l'organo) si ottengono risonanze che continuano a crescere da sole per diversi secondi. In alcuni casi il suono, invece che affievolirsi, tende addirittura ad aumentare di volume. (Robert Rutman formerà in seguito un ensemble che suona unicamente strumenti di acciaio).

Nel 1970 (stessa città, stesso negozio, stesso proprietario) Demby tenne uno spettacolo multimediale che ebbe grande risonanza: utilizzando sculture ambientali, sculture in movimento, persone che si muovevano all'interno delle sculture, e luci che venivano proiettate sulle sculture e sulle persone, Demby riuscì ad ipnotizzare un pubblico composto per lo più da amici della sua comunità artistica.

Quello spettacolo segnò in effetti la nascita formale del gruppo multimediale Central Maine Power Sound And Light Company, che formalizzò semplicemente l'esistenza di quella comunità di artisti, una comunità che adottava la filosofia di vita hippie e che contò da un minimo di sei a un massimo di venti membri (quasi tutti auto-didatti nelle rispettive arti). E che tenne numerosi spettacoli in luoghi prestigiosi come il Museum of Modern Art, il giardino delle sculture delle Nazioni Unite e il Planetarium. Ogni spettacolo fondeva gli strumenti d'acciaio di Demby con strumenti elettronici, strumenti orientali ed effetti visivi.

Nel 1976 l'esperienza terminò e Constance si spostò a Boston. Lì conobbe il maestro indiano Sant Ajaib Singh Ji, che la avviò al surat shabda e allo yoga. Come tanti reduci dal grande party collettivo che erano stati gli anni '60, Demby sentì il bisogno di abbandonare uno stile di vita molto esteriore e ripiegare su uno stile di vita radicalmente opposto, molto disciplinato e tutto orientato alla vita interiore. Nel 1978 formò un duo di tabla e dulcimer a tastiera, Gandharva, con cui si esibì nei club e per le strade della cittadella universitaria di Cambridge.

Demby compose Skies Above Skies (Sound Currents, 1978), un disco di musica devozionale, di preghiere messe in musica, sulla base di salmi tratti dai libri sacri (indiani, inglesi, biblici), in cui l'iniziata volle esprimere la spiritualità che le era stata comunicata dal maestro. Demby suona da sola tutti gli strumenti, dall'organo al dulcimer, dal cheng al violoncello, e canta emettendo frasi melodiche assai semplici. Ogni brano è una liturgia criptica e intensa, accompagnata per lo più da lunghi accordi d'organo e da iterazioni dimesse di pianoforte. Nell'insieme questa sequenza di spartani "om" al cosmo infinito acquista la valenza drammatica di una messa funebre, e almeno il finale, God Is riesce a eguagliare il pathos dell'Hosianna Mantra dei Popol Vuh.

Nel 1979 Demby compì il suo primo viaggio in India (ci sarebbe tornata quattro volte nei sette anni successivi), in ritiro spirituale in un villaggio al confine con il Pakistan, circondato dal deserto e dalle montagne, privo della corrente elettrica e di qualsiasi mezzo di comunicazione.

Al ritorno nacque Sunborne (Sound Currents, 1980), un "poema sinfonico" in cinque movimenti. Il primo, The Dawning, è un brano puramente strumentale di fasce elettroniche in movimento, che raggiunge momenti di grande suggestione; rifuggendo dall'effettismo della musica "cosmica" dei complessi tedeschi, "nuota" invece nel subconscio, lambendo stati di paura e di allucinazione. L'evanescente misticismo del primo disco si stempera ulteriormente nella lentissima, languida nenia di Darkness Of Space, il salmo centrale, una melodia semplicissima che oscilla in continuazione fra due note, e le cui liriche sono tratte dalle "Chiavi alla libertà dello spazio" (capitolo 9 delle "Tavole di Smeraldo").

Sunborne è il pezzo chiave della raccolta, aperto da arpeggi celestiali di cetra e da un gioviale tintinnio di percussioni, con un canto innodico in sottofondo. One With The Light è una dimostrazione pratica del potere espressivo delle sua sculture d'acciaio (space bass e whale sail) e Lift Thine Eyes è un brano di raga-rock convenzionale. In pratica in questa cassetta Demby aveva stipato tutto il suo repertorio di stili, dagli strumenti d'acciaio al gamelan, dal dulcimer al sintetizzatore, dal canto al pianoforte, ma aveva anche tentato una prima sintesi filosofica, imbastendo l'idea di una musica che esplori lo spazio misterioso delle nostre origini: i cinque movimenti rappresentano un viaggio dal buio alla luce.

La sua arte del contrappunto elettronico era già matura, e si stava emancipando dagli angusti schemi indiani,

Demby abbandonò del tutto la pittura, si trasferì da Boston a Santa Cruz, in California, e si concentrò sulla musica. Grazie a mecenati del calibro di Stephen Hill e Anna Turner, conduttori del programma radiofonico "Hearts Of Space", che le misero a disposizione uno studio di registrazione allo stato dell'arte, potè iniziare una carriera più professionale. Si manteneva esibendosi ai dulcimer (che cominciò a costruire da sé, fino a realizzarne uno che copre quattro ottave e mezzo) e il gradimento del pubblico la incoraggiò a registrare una cassetta con due lunghe composizioni, la Sacred Space Music (Sound Currents, 1982 - Hearts Of Space, 1988).

All'insegna di un'elettronica tutt'altro che celebrativa, anzi tetra e inquietante, Demby coniò il verbo di una "musica spaziale sacra" della quale sono esempi luminosi e terribili le due suite The Longing e Radiance.

La prima è strutturata come un brano di musica da camera: all'assolo iniziale, vorticoso e quasi tzigano, del dulcimer, la viola di Toni Marcus e il piano di Demby imbastiscono un timido duetto da camera. Dopo un assolo patetico del pianoforte, si va alla deriva in un finale anemico di improvvisazione fra i tre strumenti.

In Radiance l'assolo iniziale di dulcimer è più festoso e rilassato, con un vago feeling mediterraneo. Ad esso questa volta si sovrappongono le solenni maree del sintetizzatore e il canto etereo e dolcissimo di Demby. La suite culmina in un festoso scampanio, nel tripudio di tutti gli strumenti.

The Longing esprime una sensazione di angoscia, Radiance una di speranza. La prima si svolge tutta in una tonalità minore, la seconda in quella maggiore. La prima pone una domanda a cui la seconda risponde.

Nell'accezione di Demby il termine "spaziale" non è riferito al cosmo, ma allo spazio interno al nostro animo. La musica "spaziale" è quella che affronta misteri quali l'origine dell'umanità o il rapporto dell'uomo con dio.

In questo disco emerge soprattutto il suo retroterra classico: Demby riscopre la cultura occidentale e la sposa allo spiritualismo orientale.

Il carattere cerimoniale e magico delle sue opere venne alla luce nel Live At Alaron (Sound Currents, 1984), una performance spettacolare durante la quale si alterna a un sintetizzatore che suona come un organo a canne, a un gamelan e al canto (come nel lento e melodioso madrigale di The Chakoor Bird). Il pezzo per organo è il seme che darà origine al Magnificat.

Demby mise a frutto tutto ciò nel Novus Magnificat (Hearts Of Space, 1986), nel quale l'accorato spiritualismo delle opere precedenti viene convogliato in un formato sinfonico, che ne aumenta l'impatto emotivo.

L'opera, interamente suonata alle tastiere elettroniche (con l'aiuto di Michael Stearns) simulando un organo a canne, un'orchestra sinfonica e un coro, è soprattutto un esercizio sopraffino di montaggio sonoro, in quanto nasce dalla composizione minuziosa sulle sedici piste dello studio di centinaia di frammenti eseguiti separatamente alle tastiere elettroniche. La sinfonia cresce a partire da una terza minore e sfrutta in continuazione lo stile di Bach (magistralmente replicato con l'arpeggiatore).

L'inizio è proprio del coro, in un tipico inno scandito da campanelli, ma poi gli strumenti dell'orchestra (pianoforte, violoncello, oboe) intessono una musica da camera improvvisata che porta fuori dalla liturgia tradizionale, e il coro si solleva nuovamente, questa volta in un tripudio di squilli e tintinnii elettronici, di soffi di vento e di sibili cosmici, lontanissimo dalla cattedrale in cui era partito. Sulle note della sezione d'archi e dell'oboe il tenue leitmotiv assume tonalità addolorate e funeree da requiem. Ma il violoncello e il coro rilanciano presto la sinfonia verso le immensità celesti. In uno dei momenti più panici dell'opera l'orchestra e il coro vengono letteralmente disintegrati in un buco nero di dissonanze elettroniche, ma ne riemergono più forti e orgogliosi di prima, irrobustiti da quella immane visione della fine.

La seconda parte si apre con un superbo intreccio di progressioni bachiane all'organo e di passaggi vivaldiani agli archi. Dall'armonia sincopata che ne risulta si libra un leggiadro tema barocco, ricco di contrappunti e di variazioni, incalzato dal coro con vigore wagneriano. Nel girotondo di voci strumentali, una più solenne e toccante dell'altra, si torna alle cupe atmosfere da messa, con l'organo che ora domina la profusione di frasi melodiche e che lancia il commosso sanctus. Una vertiginosa immersione in sonorità rinascimentali e barocche, fra acrobazie orchestrali e corali maestosi, conclude trionfalmente l'opera.

Angoscia ed estasi, paura e speranza si alternano così senza discontinuità in un luminoso flusso di coscienza che ha come tema ultimo e unitario la condizione umana. Il capolavoro di Demby (e di tutta la musica elettronica) è anche un capolavoro di montaggio poiché la sinfonia nasce dalla composizione minuziosa sulle sedici piste dello studio di centinaia di frammenti eseguiti separatamente alle tastiere elettroniche. Da Scarlatti a Boccherini, dai requiem romantici alla liturgia gregoriana Demby compie una spettacolare sutura di stereotipi armonici.

Quest'opera monumentale è praticamente l'esatto opposto di Sacred Space Music: laddove questa era tenue ed austera, quello è tumultuoso e barocco; laddove la seconda era timidamente acustica, questo è spavaldamente elettronico. Mai, forse, l'elettronica era stata sfruttata in maniera così viscerale, intensa e magniloquente.

Il salmo mediorientale che da` titolo alla compilation Light Of This World (Sound Currents, 1987), prodotto con le tecniche della musica da discoteca, segnala invece una svolta commerciale.

Con gli aforismi più banali di Set Free (Hearts Of Space, 1989) Demby si avvicina alla new age d'ispirazione "ambientale". Con spirito più leggero, dopo il bagno di sangue del Magnificat, Demby passa metà del disco a divertirsi senza pudore (il Waltz Of Joy, la world-music di Tribal Gregorian, la marziale I Set Myself Free, la toccante Mother Of The World), l'ambientale Into The Center. La seconda metà (da Lotus Opening a Celestial Communion) è invece una specie di sinfonia in più movimenti.

Dopo un anno passato in tour attorno al mondo (Brasile, Egitto, Indonesia ed Europa), e un concerto alle Canarie, dentro una caverna vulcanica, con Pauline Oliveros, Paul Horn e David Hykes, Demby ha abbracciato la composizione tramite computer, sperimentandola nei brani che ha regalato alla compilation Polar Shift, Into Forever e Polar Flight, arrangiati a distanza da Paul Sutin e Steve Howe.

A parte la collaborazione con Iasos su Illumination (Immediate Future, 1989), Demby tace per parecchi anni. Aeterna (Hearts Of Space, 1995), segna il ritorno in grande stile di Demby alle composizioni di grande respiro. Aeterna è un lavoro tanto di new age quanto di musica classica, che riverbera di Schubert e di Cajkovsky. A parte due brani corti, il disco contiene quattro "concerti" in tre movimenti. The Dawning stabilisce le coordinate con il suo tema romantico di pianoforte, attorno al quale danzano i violini e l'oboe, fino al rullo di timpani e al coro che aprono l'apoteosi finale. Eternal Return è il concerto più complesso e quello in cui la dimensione sinfonica è prevalente. Innocence è invece il concerto più umile, dal tintinnio di campanelli del primo movimento passando per l'assolo di pianoforte del secondo fino al duetto paradisiaco di arpa e flauto del terzo.

In Rites Of Passage viene a galla il "suo" Cajkovsky, come nel "Magnificat" era venuto a galla il suo Bach. Il primo movimento si apre negli spazi siderali, fra masse di suoni orchestrali in minaccioso movimento, tra i quali per pochi secondi pare di intravedere l'"Adagio" di Albinoni. Il secondo movimento piomba su quella desolazione con sonorità da uragano, fra rimbombi cupissimi e un apocalittico miscuglio di trombe e cori: il pianoforte riporta ordine intonando la sua tenerissima melodia, subito doppiata dai violini.

Demby è rappresentativa di una generazione di artisti che crebbe nel terrore della tecnologia, accusata di alienare lo spirito e schiavizzare l'umanità, e che adesso hanno superato quella paura. Dalla cultura naif degli hippie è nata anzi la cultura new age, in cui uno spiritualismo molto simile si avvale invece della tecnologia più avanzata, e ne fa addirittura lo strumento principale per esprimere il proprio misticismo.

La sua opera ha la statura morale di un totem della nuova spiritualità.

Demby fu la prima musicista elettronica della new age a tentare di dare dignità e statura al genere. Con le sue titaniche architetture può essere considerata il Bach della musica spaziale. Il confronto è avvalorato dalla qualità intrinsecamente e strutturalmente religiosa di tutte le sue opere.

Attunement (1999)

Rocco Stilo scrive:

Riproponendo la strumentazione (space bass e while sail) che la rese già celebre coi suoi capolavori, Constance si ripresenta dopo un lungo silenzio ufficiale con risultati che lasciano alquanto perplessi. Il disco, frutto di un concerto registrato dal vivo nell'arco di due giornate alla fine del 1998, inizia maluccio, con il languore di una «voce» stranita nei 15 minuti incerti di Bringing Down the Silence, che non riescono ad approdare a una meta precisa, e che ritroviamo più avanti in Eyes in the Mirror, in pratica una replica ridotta dello stesso sbiadito sentiero, sulla falsariga di uno Steve Roach nei suoi momenti più pigri. Nel frattempo, se non altro, Constance ha modo di recuperare un po’ di credibilità in una dimensione a lei più congeniale, incorporando tintinnii d'arpa nel tessuto classico-romantico dei sintetizzatori (String of My Heart), ovvero inseguendo atmosfere natalizie all'insegna di flauti e zampogne (Out of the Mist). Interessante l'esperimento allo space bass di Fathoms, che si cala nelle profondità di abissi marini o stellari, con effetti ipnotici in un minimalismo «al nero». Deep Mother, ancora una volta, accarezza soltanto un'idea, permettendo di misurare quello che Constance sembra aver perso in questi anni: l'essenzialità e l'intuizione profonda, qui sostituite da un contesto ossessivo su cui plana una voce che sembra esprimere una volontà priva di adeguato riscontro nell'ispirazione attuale. Meglio Gabriel’s Dragon, pur senza grande originalità, e soprattutto Absolution, il momento migliore, espressione, con estro bachiano, di una religiosità più eroica e virginale, quella stessa che ha segnato i momenti più commoventi del Novus Magnificat. The Light of All, per contro, tenta di «vivacchiare» intrattenendo un tema alla fin fine privo di sostanza. La breve Ringing in the New sigla infine il tutto con un tema fragile e delicato. Un disco in chiaroscuro, con un alternarsi di luci e ombre che lascia aperti molti interrogativi sulle attuali capacità della Demby di ritornare sui livelli dei capolavori del passato.

Attunement

Faces of the Christ

Sonic Immersion

Ambrosial Waves Healing Waters (2011)

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