Jon Hassell, a student of both Karlheinz Stockhausen and Pandit Pran Nath,
created a deadly combination
that would resonate for decades in world-music compositions: the
ghostly sound of his trumpet lost in nightmarish electronic background.
His trumpet was both a call of the wild and a wail of grief, both as
ancestral as possible in a modernist setting. The quasi-ambient
Vernal Equinox (1977) and the jazzier (and less successful)
Earthquake Island (1978) led to his masterpiece,
Dream Theory In Malaya (1981), one of the fundamental recordings
of the decade, that pushed electronic music back into the primordial swamps
and jungles of Africa. After the equally eerie
Aka-Darbari-Java Magic Realism (1983), Hassell abandoned
the supernatural tension of those works and contented himself with
impressionistic works such as Power Spot (1986).
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Jon Hassell ha inventato uno degli stili musicali al tempo stesso
piu` originali e piu` influenti del Ventesimo secolo. La world-music nacque
negli anni '50, ma e` soltanto con Jon Hassell che e` diventata un genere
"maggiore", paragonabile in complessita` e ambizioni alla musica classica.
La tromba era da decenni uno degli strumenti guida della musica improvvisata,
ma Hassell le ha dato una voce profondamente psicologica e sociologica, una
voce che rievoca l'intera storia dell'umanita`. L'intera musica di Hassell
e` tutto sommato una ricerca di quel "timbro", misterioso e arcaico, che da
solo vale piu` di qualsiasi sinfonia, un timbro capace di risuonare con
la condizione umana.
Jon Hassell e` uno dei grandi maestri della world-music elettronica.
I suoi dischi, fra gli anni '70 e gli anni '80, fortemente influenzati dalle ricerche "ambientali" di Brian Eno
ma anche da una visione allucinata del Terzo Mondo, hanno coniato un linguaggio a cui si e`
ispirata un'intera generazione.
Nato (1937) e cresciuto a Memphis, nel Tennessee, una delle zone storiche del
blues, Hassell venne folgorato dal sound latino e caraibico di Stan Kenton e dagli arrangiamenti esotici di
Miles Davis. Laureatosi in composizione e tromba all'Eastman School Of Music di Rochester, e poi in
Musicologia all'Università Cattolica di Washington, si formò fra piece d'avanguardia e
canti gregoriani. Nel 1965 si recò a Cologne, allievo di Stockhausen e Berio, compagno di scuola
di Holger Czukay e Irmi Schmidt (i futuri Can).
Rientrato in patria nel 1967, si stabilì al Buffalo Center, dove fece
amicizia con Terry Riley (suona sulla In C, la prima registrazione in assoluto di un lavoro
minimalista) e compose i primi brani per collage di nastri (Time-Sculptured Dense-Spectrum
Music, Solid State, Ocean/Desert). Nel frattempo militava nel gruppo del compositore e guru
minimalista LaMonte Young, che aiutò a mettere a punto la sua "Dream House" (Hassell suona
sulla storica registrazione del 1973). Durante una tourneé con Young a Roma conobbe il Pandit
Pran Naht, dal quale prese lezioni di canto indiano (nel 1972 in India, sempre in compagnia di Young).
Sulla loro scia cominciò a vagheggiare una confluenza fra le culture classiche e popolari, sulla
falsariga della musica indiana.
Hassell pervenne così alla nozione di un "quarto mondo", un
mondo che accomuna gli impulsi istintivi del Terzo Mondo e le istanze razionali del Primo Mondo (tre
più uno uguale quattro). Fu lo stesso Pandit Pran Nath a insegnargli a usare la voce come uno
strumento e a ispirargli uno stile quanto meno insolito alla tromba: cercando di suonare i raga con la
tromba (ovvero senza le pause della musica occidentale), capì come usare le valvole dello
strumento per un tale flusso continuo e pervenne in tal modo a sonorità simili a quando si soffia
dentro una conchiglia. Come gli altri della scuola minimalista, Hassell aggiunse l'elettronica al suo
repertorio con il fine di far ulteriormente esaltare la qualità spirituale della sua musica.
Dalla moltitudine e dalla diversità delle influenze è
scaturita una musica del "quarto mondo", un suono primitivo-futurista etno-elettronico tecno-esotico che,
nel catalogo delle "musiche possibili", sta con le "orientali visionarie orientate all'ascolto". A rendere
suggestiva la musica è il timbro del suo strumento: la "snake trumpet" di Hassell, sottile e cupa,
umida e molle, torbida e malata, entra di diritto fra i più audaci virtuosismi del decennio.
Vernal Equinox (Lovely, 1977)
è uno struggente delirio di paura e di
speranza. Pur fra i rumori elettronici e le percussioni esotiche (di Nana Vasconcelos) è il timbro
della tromba il protagonista assoluto del disco: un timbro fatto di vento, di echi, di versi animaleschi, di
melma, di sabbie mobili, di canne di bambù, di bruma densa e lattiginosa. La tromba dipinge un
affresco desolato di un altro mondo (in cui risuonano echi di Africa, Asia, Sudamerica) che è
più vicino dell'Occidente al suono primordiale. La tromba evoca civiltà primitive con quel
suo canto spezzato e sinuoso, filtrato da un sintetizzatore o raddoppiato da un echoplex; un lamento senza
fine, lento e dimesso, che continua a mormorare la stessa apatica stanca nenia.
Hassell si ispira all'umanesimo di Don Cherry e ai raga del Pandit, ma
anche al minimalismo e al jazz-rock, dei quali assimila le tecniche in un vocabolario più ampio.
Ne risulta una babelica confusione di patrimoni tradizionali (congas, tamburi, sonagli) e tecniche
elettroniche. Il viaggio transpirituale inizia con il suono dell'oceano e i gorgheggi striduli della tromba in
Toucan Ocean e s'inoltra nella jungla arcana di Viva Shona (per tromba, mbira,
campanelli e uccelli tropicali) in cui la tromba fa il verso al verso degli animali su un tappeto percussivo
scarno, aritmico, dissonante, afono, che trasuda umidità di palude e di foresta. Il ronzio da mosca
tse-tse e il ritmo tribale di Hex completano il viaggio nei meandri del misterioso paesaggio
esotico. Il solenne mantra di Blues Nile, una sinfonia di echi per limo, sabbia, argilla e polvere
che accompagna il maestoso incedere del fiume, va invece oltre il puro descrittivismo.
La suite Vernal Equinox è un primo capolavoro della sua
musica da camera per tromba, elettronica e percussioni: il sintetizzatore non fa altro che tenere lunghi
accordi indianeggianti, le percussioni picchiettano in sottofondo e la tromba, anemica e tisica, butta
sangue e geme senza forze, delira fino all'ultimo, logorroica ma fatalisticamente rassegnata. E', in effetti,
un raga dei poveri, un raga delle popolazioni della jungla, un raga dei coltivatori di riso, delle mangrovie,
dei giaguari e dei boa.
Earthquake Island (Tomato, 1978),
con un combo di jazz-rock, mette insieme altri
sette tasselli del suo mosaico poliglotta, affresco magico e lussureggiante di un paesaggio immaginario, e
il risultato è appena meno suggestivo; colpa di un nervoso ritmo sudamericano (ancora
Vasconcelos) che prevale sugli equilibrismi spiritati della tromba, occludendo parte della sua
espressività. Voodoo Wind è la danza più stralunata, dominio dei tornadi
percussivi di Vasconcelos e di un canto femminile fatto di soli vagiti e sillabe ritmiche, ma i più
seducenti sono Cobra Moon, nel suo sinistro incedere, fra i guaiti delle percussioni e la melodia
ispida della tromba, e Tribal Secret, con un tono minaccioso di sintetizzatore e ritmi arcaici di
palude. Se Sundance si scatena in un delirio di clapping, Earthquake Island annega in un
mare di dissonanze anemiche.
Possible Musics Fourth World (EG, 1980)
la collaborazione con Brian Eno che lo
portò alla ribalta, è invece un'opera minore, composta da due suite, Charm e
Chemistry, rallentate dal gioco "ambientale" di Eno. Fu a questo punto che Hassell si rese conto di
essere soggiogato dalla personalità (e dalla pubblicità) del suo patron, a quei tempi ras
della new wave di New York. Quando Eno e David Byrne gli rubarono l'idea di My Life In The Bush
Of Ghosts, e proprio da quel furto ebbe origine uno degli eventi musicali dell'epoca, che fece scalpore
sulla stampa di tutto il mondo, Hassell decise di ritornare nell'oscurità dell'avanguardia.
Fu forse proprio il risentimento per la scarsa riconoscenza dell'ambiente nei
confronti della sua opera preveggente a motivare Hassell a formulare una teoria antropo-musicale
più ampia e ambiziosa, che staccava nuovamente il plotone degli imitatori (celebri e potenti o
meno).
Dream Theory In Malaya (EG, 1981)
e Magic Realism sono infatti le prime opere che
riflettono il suo programma "cosmologico", in cui convergono tutte le sue influenze spirituali e filosofiche,
dal modello "futuro/primitivo" del quarto mondo al multi-culturalismo sociologico. Per esprimere le
dicotomie "antico/moderno", "religioso/secolare", "nord/sud", "naturale/tecnologico", "piacere/dolore"
Hassell inventa l'analogo musicale della realtà virtuale, una tecnica sonora per ricreare mondi
reali o immaginari dentro il proprio mondo.
Non stupisce pertanto che Dream Theory, per tromba, elettronica
e percussioni, si presenti come un lavoro più scientifico, austero e compassato. Hassell,
l'antropologo visionario, si focalizza sulla civiltà degli aborigeni della Malesia, ma il trattamento
elettronico e i pattern discreti della tromba producono lussureggianti affreschi della giungla e delle isole
dell'Estremo Oriente che incorporano ben poco del folklore locale, mentre scaturiscono proprio
dall'acustica arcana della foresta, attingendo suoni e sensazioni dai battelli a vapore, dai monsoni, dai
cicloni, dal fiume.
Il soffio della tromba di Hassell ha il valore di un fiero richiamo della
natura selvaggia, la quale le si raccoglie attorno con un pullulare di percussioni e di effetti elettronici,
come nella tumultuosa fanfara minimalista di Dream Theory, una In C della giungla,
dove a ripetersi e stratificarsi sono proprio quelle imitazioni elettroniche e la tromba emette soltanto
lunghi soffi sgolati, o nella più ermetica Gift Of Fire di analoga fattura, ma con le
percussioni nel ruolo dei rumori iterati e la tromba a smaniare goffa e petulante, o soprattutto nella lunga
Malay, viaggio dentro i ritmi naturali della foresta equatoriale, in particolare quello fluviale e
quello tribale, fino a lasciare il verso animale della tromba solo nel silenzio abnorme di un villaggio di
spettri.
Più complesso e ardito il gioco di Datu Bintong At Jelong,
dove quella tromba afona penetra con le sue gelide improvvisazioni a più livelli nelle ondulazioni
minimaliste delle tastiere e dei gamelan, duplicata e incrociata dall'echoplex. E alla stasi dello zen
rimanda il fluttuare impercettibile di campanelli, uccelli e canto di These Times. Il suo
primitivismo allucinato scolpisce scenari mitologici in un'atmosfera di sogno.
Ma l'operazione si spinge più in profondità: Hassell tenta
in pratica di ricostruire un moderno folk del Terzo Mondo, non usando il materiale folklorico già
esistente bensì i suoni naturali da cui esso ha avuto origine, i suoni con cui quelle popolazioni
sono in risonanza da millenni. Ad essi applica le tecniche del minimalismo, le quali meglio ne esaltano le
qualità timbriche e, in definitiva, il potere di suggestione psicologica. E' l'ambiente naturale il
vero spartito delle sue suite.
Dream Theory venne salutato trionfalmente in tutto il mondo.
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La forma base della sua musica, l'improvvisazione della tromba su un
substrato di rumori ciclici (naturali o elettronici), trova compiuta definizione
nel Aka-Darbari-Java: Magic Realism (Eg, 1983),
dov'è di nuovo accompagnato soltanto dalle percussioni. Per quest'opera
Hassell conia il termine "coffee-colored classical music", che vorrebbe forse dare l'idea di una musica seria
ma al tempo stesso di facile ascolto. Si tratta in realtà di un collage futuristico che accentua la
calligrafia allucinata dei suoi geroglifici. Ma soprattutto espande ulteriormente il suo vocabolario
musicale, assimilando spunti da civiltà ed epoche diverse e organizzando il materiale in maniera
ancor più rigorosa, fino a servirsi del computer.
Così in Empire I-IV il suono della tromba si perde in una
nebulosa di vibrazioni glacialmente artificiali, in un continuum minimalista che filtra e distorce tutti i
suoni in una struttura più omogenea, sorta di "concerto d'ambiente" in più movimenti che
può raffinare gli elementi costitutivi fino a renderli irriconoscibili (vedi i gorgheggi cosmici del
secondo movimento o le dissonanze ossessive del quarto). Le due Darbari Extensions sono ancor
più futuribili e meccanizzate, indecifrabili nel movimento ad onde del sintetizzatore e quello a
respiri della tromba, fino a lambire (nella seconda) i tornado dadaisti di Subotnick.
La sua composizione più austera e rigorosa è forse Pano
Da Costa, scritta nel 1985 per il quartetto Kronos, una sonata di venti minuti con un lungo assolo di
violoncello. I temi sono due: una cantillazione arabica e una berimbau brasiliana.
La conclusione della trilogia etnica,
Power Spot (ECM, 1986), è una
raccolta di frammenti spirituali scritti con la collaborazione di Eno, alcuni retti da un tribalismo
minimalista (Wing Melodies, Power Spot, Solaire), altri affidati ai suggestivi continuum
(Passage DE) o agli arcani richiami (Elephant And The Orchid) della sua tromba e
ambientati in paesaggi intensamente onirici. E' tutto sommato un'opera deludente, che sembra rinunciare
allo spirito soprannaturale dei lavori precedenti.
Dopo le meditazioni dal vivo di
Surgeon Of The Nightsky (Capitol, 1987),
raccolte nell'arco di due anni (soprattutto la spettrale Ravinia e la galattica Paris 2),
Hassell approda a un sound più esuberante con
Flash Of The Spirit (Capitol, 1989), una collaborazione
con una troupe africana di percussionisti e ballerini, i Farafina. La fanfara della title-track e la danza
tribale di Masque esprimono al meglio le sue doti di "arrangiatore" del folk etnico, mentre nel
tema di Dreamworld si fa largo un approccio meno austero alla musica. La sua tromba
improvvisa, acerba e afona come sempre, sulle feste delle percussioni, ma non ha più il tono
"malato" e desolato degli inizi. Questi album segnano, però, una lenta ma inesorabile
decadenza.
Nel frattempo si è trasferito da New York a Los Angeles,
originariamente per lavorare con il regista d'opera Peter Sellars. In realtà Hassell sente di aver
esaurito il tema della world-music. Familiarizza con computer e campionatore e ripensa alla sua missione
nel mondo. Il primo disco di questa fase "californiana" è
City: Works Of Fiction (Opal, 1990),
un disco ispirato dalla
fusione di alcuni temi apparentemente slegati ma in realtà sincretici: "Le città invisibili"
di Calvino, la visione di Jean Baudrillard dell'America come "la società primitiva del futuro", la
Reggiolo di Fellini, la Londra mitica di Rushdie, la Los Angeles fantacatastrofica di "Blade Runner", la
"psicogeografia" dei Situazionisti. Sono tutte icone che si integrano in un concetto unico, quello della
"città del futuro", di cui Los Angeles rappresenta l'archetipo.
Il fuoco della sua lente deformante si sposta sul folklore urbano, ovvero
sull'hip-hop (Voiceprint), sul fusion-jazz (Pagan), sul funk (In The City Of Red
Dust), sull'afro-pop (Mombasa), in una coreografia lussureggiante di stecche, dissonanze e
beatbox (Rain). Il brano più disgregato (Ba-Ya) e quello più eclettico
(Warriors) sono anche quelli che meglio approfittano delle nuove tecnologie.
Hassell si rende conto che la world-music non è soltanto quella che
il viaggiatore occidentale trova nei paesi lontani, ma è anche quella che nasce e cresce nel proprio
isolato. L'hip-hop rappresenta per Hassell l'atto di nascita di una nuova cultura popolare, le cui radici non
sono meno "terzomondiste" di quelle di Giava e dell'Africa. Forse anche per reazione al successo
commerciale della world-music che aveva contribuito ad inventare, Hassell ritrova nel genere dei neri
emarginati la voce primordiale che va inseguendo fin dall'inizio, la voce della simbiosi fra un ecosistema e
i suoi abitanti, una simbiosi che produce strumenti capaci di imitare i suoni naturali (in questo caso la
beatbox, che imita i nevrotici ritmi urbani).
Rivisto nella chiave di "world-music contemporanea", l'hip-hop e le sue
prassi fungono da spina dorsale per lo scheletro sinuoso di Dressing For Pleasure
(Warner Bros, 1994), registrato con
il complesso Bluescreen. A redimere il disco non sono però il pasticcio multi-etnico di Club
Zombie o la cantilena arabica di Destination Bakiff, e tanto meno il funk strumentale alla
Miles Davis di G-Spot, ma i sette minuti finali di Blue Night, in cui Hassell ritorna ai
climi misteriosi e inquietanti del suo "realismo magico".
Hassell è indubbiamente, all'interno della world-music, uno dei
musicisti più succubi dell'avanguardia occidentale, in particolare del minimalismo. Proprio per
questo, forse, risulta anche uno dei meno calligrafici, uno dei più originali e personali interpreti
delle civiltà musicali del Terzo Mondo.
Il suo "quarto mondo" è la proiezione dei fantasmi del primo nello
scenario inquietante del terzo. La tecnologia e il primitivismo si rimandano di continuo nell'opera del
trombettista, l'una doppelganger dell'altro. E' come un gioco di specchi che si riflettano l'un l'altro, per i
quali la tromba onomatopeica e i ritmi naturali di Hassell costituiscono un tramite medianico. E' grazie
alla tecnologia che Hassell riesce a ricostruire nell'animo dell'ascoltatore le atmosfere da incubo della
giungla.
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Sulla Strada (MaSo, 1995) is the
the soundtrack for a sort of a spoken opera inspired by Jack Kerouac's
"On The Road" that was staged in Italy in 1982. Therefore in Hassell's
discography this score comes just one year after Dream Theory In Malaya,
of his career's peaks.
Accompanied by Michael Brook on guitar and Nana Vasconcelos on percussions,
Hassell devised a burst of fourth-world polirhythms from a different angle:
the sheer loudness and savagery of the sound sets it apart from
the rest of Hassell's repertory, particularly
the distorted keyboard drone and frantic pounding of Passaggio a Nordovest and the orgy-like atmosphere of Temperature Variabili.
But Sulla Strada is mostly a waste of his talent:
Tenera e` la Notte merely repeats the same rhythmic loop for six
minutes before the keyboards introduce some change;
Frontiera a Sudest indulges for 11 minutes in its busy texture of insect-like noises.
The eerie, archaic, psychedelic, hallucinated soundscape of his fourth world
reappears only in the 22-minute vision of Tramonto Caldo Umido, where
the trumpet intones his aphonic chant in a dusty cloud of electronics and
percussion. After twelve minutes is becomes a breathing that mixes with the
forces of nature and murmurs an exoteric prayer.
But even this tour de force is ten minutes too long.
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Hassell venne persino invitato a comporre le musiche per l'opera
Sulla Strada (MaSo, 1995) alla Biennale di Venezia.
(Translation by/ Tradotto da xxx)
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Sull'album acustico Fascinoma (Water Lily Acoustics, 1999) Hassell
interpreta
classici del repertorio jazz
nella sua maniera onirica e trascendente, carica di riferimenti alle
culture del Terzo Mondo.
Accompagnano la sua tromba un flauto (Ronu Majumdar, musicista classico
indiano), un piano (il jazzista Jacky Terrasson) e una chitarra (il leggendario
bluesman e produttore blues-rock Ry Cooder) che insieme non potrebbero essere
meno ortodossi.
The originals are a mixed bag. The cool jazz of Wide Sky is hardly
Hassell's bread and butter, and, despite the careful chamber orchestration,
comes off as pretentious and sterile.
Secretely Happy is way too slow, minimal and subdued.
The exotic noir of Mevlana Duke is neurotic enough to hint at a
different side of the fourth world, but doesn't go anywhere.
This album is very much sound for the sake of sound.
La musica di Hassell è musica viva nel senso che riproduce non
solo il clima del paesaggio, ma anche i suoi suoni, i suoi colori, i suoi odori, in un tentativo titanico di
trasformare il disco in un medium multi-dimensionale. Ma il suo intento è più che
"fotografico". L'obiettivo del musicista è di riconciliare il tecnocrate con la natura, il futuro con il
passato. Lo spiritualismo pan-etnico di Hassell ha radici ben più profonde, e ben più
attuali, dei misticismi indianeggianti degli anni '60.
Come trombettista Hassell ha coniato uno stile e un timbro che sono fra i
risultati più spettacolari di un secolo di evoluzione dello strumento.
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Maarifa Street - Magic Realism 2 (Bleu, 2005), Hassell's most profound
work in ages, adapted his fourth-world aesthetic to Arab music (or viceversa),
exploiting three improvised performances that may have or may have not been
united by the same philosophy: the digital studio allows the artist to smooth
out differences and conflicts, to highlight the common path and the underlying
soul.
The process yields the evanescent drones and swirls of Maarifa Street
as well as
echoes of his fourth-world music upgraded to digital arrangements (Darbari Bridge).
There is a stronger jazz feeling, like when a
plaintive trumpet theme duets with wordlessing chanting in Open Secret (Paris),
or in the double strande of trumpet soliloquy in
Open Secret (Milano) (one reflecting the other i a ghostly atmosphere).
Unfortunately, Hassell retains his passion for funk
(notably in Peter Freeman's lively Divine S.O.S.)
and dub (the launching pad for the
digital-tribal propulsion of New Gods),
two ingredients
that never mixed quite well with his primitive futurism.
The brief
Warm Shift boasts a radio-friendly melody over lounge shuffle rhythm.
The jazz world suddenly discovered Hassell's trumpet thanks to
Last Night the Moon Came Dropping Its Clothes in the Street (ECM, 2009),
featuring keyboardist Jamie Muhoberac, violinist Kheir Eddine M'Kacich,
Norwegian guitarist Eivind Aarset, guitarist Rick Cox,
Jan Bang on live sampling, bassist Peter Freeman,
drummer Helge Norbakken and percussionist Steve Shehan.
Hassell's best moments always balanced Brian Eno and Miles Davis, with
the Brian Eno-esque side removing the drums (and therefore the funky beat) from
the Miles Davis-ian side. Later in his career Hassell leaned more towards
Davis than towards Eno, and in the process lost quite a bit of depth. Some
of it came back in the 13-minute Abu Gil
(exotic trumpet laments fluctuating over a tapestry of alien dissonance
and Afro-funk rhythm)
and in the eleven-minute
Last Night the Moon Came Dropping Its Clothes in the Street
(with its waves of strings and electronics evoking
a soundtrack for vast open landscapes).
Despite the fragile electronic ambient watercolor that opens the album (Aurora),
the combo opts for the mellow somnolent fusion of Time and Place and
Light On Water,
which gets even mellower in the barely whispered and drum-less Courtrais
and in the feathery (and equally drum-less) Blue Period.
The interplay is as superb as it is subdued in Northline, but the
music remains blurred and indecisive.
In a sense, Hassell had returned to his original aesthetic,
the delicate fragrance of liquid tones, from a jazz perspective.
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(Translation by/ Tradotto da xxx)
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