White reed player Paul Horn (1930), who cut his teeth with Chico Hamilton Quintet (1956-58) in Los Angeles, went through three stages of velopment. At first, on House of Horn (september 1957), he was a sophisticated
improviser alternating on flute, clarinet and alto saxophone in different
configurations of chamber jazz.
Later he formed a quintet with vibraphone and piano that mimicked Miles Davis' quintet, playing an original hybrid of cool jazz, hard bop and third stream on Something Blue (march 1960).
His quintet recorded one of the first jazz masses, Jazz Suite on the Mass Texts (november 1964) composed by Lalo Schifrin in eight movements for orchestra, choir and jazz quintet.
After accompanying Ravi Shankar (1965) and after a sojourn in India (1966), Horn changed personality and style. Instead of the cool-jazz altoist,
In India (may 1967), a set of classical ragas performed with students of Shankar on vina, sitar, tabla and tambura, and In Kashmir (1967), another collaboration with Indian musicians, revealed a flute mannerist imbued with Eastern spirituality and bent on replicating Indian drones.
That mood peaked with his most influential invention, the
solo improvisations/meditations "inside" spectacular buildings, in which
the acoustics of the place becomes part of the music. The first one was
Inside The Taj Mahal (april 1968), and the best one was probably
Inside The Great Pyramid (may 1977).
His vocabulary of fragile mummy-like whispers that exuded millenary silence and zen ecstasy was instrumental in creating the ultimate new-age ambience.
Horn also delved into the tribal, shamanic, oneiric music of Nexus (1975) with the Nexus percussion ensemble,
collaborated with a Chinese multi-instrumentalist for China (1982),
returned to the solo flute concept for Inside The Cathedral (1983),
and explored both the chamber and the electronic realms on Traveler (1987).
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Il flautista Paul Horn (1930), attivo dai tardi anni '50 nel mondo
del cool jazz di Los Angeles,
fu uno dei primi musicisti jazz a cadere vittima dell'incantesimo dei raga indiani, popolarizzati in
America dal sitarista Ravi Shankar. Dopo averlo accompagnato nel 1962 e di nuovo nel 1965, un anno dopo la pubblicazione
del disco di Tony Scott, Horn andò a visitare l'India, e lì rimase abbastanza suggestionato
da registrare due dischi di musica sacra, In India. I raga gli ispirarono in seguito una musica
trascendentale votata alla più radicale ascesi armonica ed eseguita per lo più in assoluta
solitudine. In Kashmir è suonato con musicisti indiani.
Per circa vent'anni Horn avrebbe continuato a produrre suggestivi album
solisti registrati in luoghi come la Cattedrale di Kazamieras (Inside The Cathedral) o il tempio
Taj Mahal (Inside The Taj Mahal) senza che la critica ufficiale gli degnasse la minima
attenzione. Grazie a quelle ardue esplorazioni di ambienti chiusi, che ben si prestano a recuperare lo
spirito panico dei mantra (vedi le lentissime variazioni di Mumtaz Mahal, Unity e Shah
Jahan), Horn venne invece eletto a precursore della new age.
Trasudano spiritualismo ed esotismo anche i due dischi registrati con
l'ensemble di percussionisti Nexus: brani come Nexus e Somba sono avvolti in atmosfere
tribali, magiche, oniriche, con richiami alle tribù della jungla e ai loro cerimoniali atavici, mentre
le volute ineffabili di Crystals sprofondano in rumori di fantasmi, in silenzi depressi e irreali, e le
stanche digressioni cool-jazz di Dharma lambiscono territori di atonalità iper-cerebrali.
Danze incalzanti e stasi solenni riportano invece alle predilette religiosità indiane.
Le monumentali Initiation, Meditation, Enlightment, Fulfillment
registrate nella Piramide di Cheope (sul doppio Inside The Great Pyramid), rappresentano il
punto di massima rarefazione e misticismo raggiunto dalla sua arte, ormai lontanissima dal jazz e da
qualunque altro genere occidentale, con il suono del flauto scarnificato e mummificato a volte fino a
diventare versi gutturali, respiri asmatici, sibili impercettibili, alternati a lente e solitarie cantilene
mantriche nella vastità dell'opprimente ambiente.
Riscoperto dalla new age, divenne un tipico rappresentante dello stile
"ambientale". Le sue solitarie meditazioni, ispirate dalla musica minimalista e dalla trance buddista,
risuonano di silenzi millenari, di ombre ed echi senza tempo, di cantilene funebri e di aneliti cosmici.
Sono fatte di frasi lente, plastiche, vellutate, misteriose, che si dipanano nell'imponenza dell'ambiente. Il
flauto è voce, richiamo, ora tenue ora titanica, ora profetica ora armoniosa, ora catacombale ora
celestiale.
Le opere pubblicate in era new age rendono più melodiose e meno
austere le sue musiche (il salmo Riding On The Wind da China, le dediche di Inside
Russia come Song For Edward e Song For Marina), sposando spesso il timbro
"dorato" del suo flauto a strumenti dal timbro altrettanto suggestivo come l'arpa, il sintetizzatore, il sitar,
la chitarra (la serie di bozzetti intitolati ai Voyager su Jupiter 8), aggiungendo talvolta
un accompagnamento ritmico da jazz-rock salottiero (Transitions, sempre su Jupiter 8),
immergendosi nei climi del "quarto mondo" di Hassell (Ancient Kings da Heart To
Heart) e finendo per lambire anche i toni gaiamente francescani dell'hare krishna (Earth
Sings da Inside The Magic Of Findhorn).
La sintesi delle due fasi di Horn culmina in Traveller, forse
l'opera più importante del periodo, nella quale Horn orchestra atmosfere drammatiche con
ensemble da camera (la title-track), incalza con melodie cicliche a ritmo indiano (A Journey) ,
compie viaggi interplanetari (Astral Travel) ed esplora civiltà esotiche
(Metropolis), sfruttando un ampio spettro di suggestioni sonore. Le tecniche minimaliste, indiane,
improvvisazionali ed elettroniche confluiscono nel Soul Travel, che sublima un po' questi
vent'anni di ricerca.
I dischi successivi non hanno aggiunto molto all'opera di un veterano che
aveva già intuito il potere evocativo del flauto quando il rock era appena nato.
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