Steve Roach
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Now, 6/10
Traveler, 6.5/10
Structures From Silence, 8/10
Empetus, 6/10
Quiet Music, 6/10
Western Spaces, 6/10
Dreamtime Return, 8.5/10
Leaving Time, 6/10
Desert Solitaire, 6/10
Stormwarning, 6/10
Strata, 7.5/10
Australia, 7.5/10
World's Edge, 8/10
Soma, 6.5/10
Origins, 6/10
Lost Pieces, 5/10
Forgotten Gods, 7.5/10
Earth Island, 6/10
Artifacts, 5/10
Dream Circle, 7.5/10
Well Of Souls, 7.5/10
Kiva, 6.5/10
Magnificent Void, 8/10
Dreamer Descends, 6.5/10
Halcyon Days, 6.5/10
Cavern Of Sirens, 6/10
On This Planet, 6/10
Dust To Dust, 6.5/10
Ascension Of Shadow , 5/10
Body Electric , 6/10
Light Fantastic, 6.5/10
Atmospheric Conditions , 6.5/10
Truth & Beauty: Lost Pieces vol 2 , 5/10
Slow Heat , 6.5/10
Vine - Bark & Spore , 6.5/10
Midnight Moon, 6.5/10
Prayers To The Protector , 5/10
The Serpent's Lair , 6/10
Early Man , 6.5/10
Core , 6/10
Streams & Currents , 5.5/10
Trance Spirits , 6/10
Darkest Before Dawn (2002), 6/10
Day Out of Time (2002), 5/10
All Is Now (2002), 4/10
Mystic Chords and Sacred Spaces (2003), 6/10
Immersion - One (2006), 5/10
Immersion - Two (2006), 5/10
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By far the most prolific and successful artist of the original Los Angeles electronic school was Steve Roach. He began as a shy disciple of Schulze's cosmic music with electronic suites such as Traveler (1983), but became more and more introspective via the monumental Structures From Silence (1984). His masterpiece, Dreamtime Return (1988), established the archaic, oneiric, shamanic and psychological coordinates that would ground of all his subsequent work. Strata (1990), a collaboration with Robert Rich, Australia - Sound Of The Earth (1991), the Suspended Memories's Forgotten Gods (1993), a collaboration with flutist Jorge Reyes and guitarist Suso Saiz, and Well Of Souls (1995), a collaboration with Vidna Obmana, were journeys to the collective subconscious. Their soundscapes were alive with the heat of the desert and the darkness of the cosmos. The titanic and terrifying World's Edge (1992), Dream Circle (1994) and The Magnificent Void (1996) increased the doses of angst and unknown, and crowned Roach as the most metaphysical of the cosmic couriers.
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Steve Roach e` uno degli uomini che puo` ambire al titolo di massimo musicista vivente. Structures From Silence, Dreamtime Return e World's Edge, nonche' i dischi in coppia con Robert Rich, nonche' quelli con i Suspended Memories, sono capolavori due spanne sopra il resto della mischia (rock, jazz o quello che

e`). L'opera di Roach, emancipatasi progressivamente dallo stereotipo "spaziale" e avvicinatasi sempre più alla world-music, si presenta sempre più come una delle esperienze fondamentali della nostra epoca. Accanto a quella di Jon Hassell e pochi altri, ha saputo coniare un nuovo genere pan-etnico di "musica da camera elettronica" dagli accenti fortemente psicanalitici, centrata attorno alla triade di "antico, mistico e subconscio", e il cui linguaggio scaturisce dalla dialettica fra ritualismo primitivo e tecnologia futurista, ed esprimere in quel genere momenti di arte altissima, degna dei maggiori compositori del nostro secolo. Roach è uno dei massimi musicisti della new age e della musica del fine Novecento in generale.

Steve Roach, nato il 16 Febbraio 1955 a La Mesa, nei dintorni di San Diego, figlio unico di una famiglia operaia, crebbe in uno scenario naturale schiacciato fra il deserto e l'oceano. Trascurando la scuola, il giovane Roach, alla ricerca di sensazioni forti, si diede al motocross. Le morti di due suoi amici motociclisti e un incidente in cui rischiò di fare la loro fine lo convinsero a cambiare drasticamente vita: nel 1975 adottò la filosofia yoga, la dieta macrobiotica e la musica "cosmica" dei Tangerine Dream.

Roach si buttò a capofitto nella musica con la stessa energia e determinazione con cui prima aveva rischiato la pelle in motocicletta. Impegnò tutti i suoi averi per acquistare una strumentazione allo stato dell'arte, sbarcando il lunario con ogni sorta di mestieri, dall'operaio in una fabbrica di antenne al commesso in negozi di dischi.

Fu proprio in un negozio di dischi, il celebre "Liquorice & Pizza", nel 1978, che Roach tenne il suo primo concerto, che gli valse l'ingresso nella comunità dei musicisti elettronici di Los Angeles, quella del Cal Arts, di Harold Budd e di Morton Subotnick. Roach fu così protagonista della stagione dei primi concerti elettronici, insieme con Kevin Braheny e Michael Stearns.

Due concerti registrati dal vivo nel 1985 e 1987 videro la luce anni dopo su Stormwarning (Soundquest, 1989). Le due jam (la prima di ventun minuti e la seconda di trentuno) sono lunghe cavalcate al sequencer in uno stile esuberante ed estroso.

Nel 1978 Roach aveva registrato la sua prima cassetta (mai distribuita), di cui aveva inviato copia a pochi intimi. Soltanto qualche anno dopo uscì Now (Fortuna, 1982), un disco ancora nel solco di Klaus Schulze (il free-jazz "acquatico" di Comeback), Kraftwerk (i poliritmi robotici di Growth Sequence) e Tangerine Dream (l'ode solenne di Inquest).

L'anno seguente sarebbe stata la volta di Traveler (Domino, 1983), una raccolta di nove bozzetti impressionisti.
Per lo più il sequencer incalza ipnotico e martellante, come nella title-track (che ha un finale drammatico e imponente) e in TBC (che ha una cadenza meccanica quasi "industriale"). Reflector può invece essere considerato il primo tentativo di sfruttare maggiormente le qualità melodiche dell'elettronica per costruire un'armonia più serena e contemplativa.

Apice di questo periodo è Empetus (Fortuna, 1986), uno dei capolavori della musica cosmica tutta, che si avvale per la prima volta di un vero studio di registrazione, e pertanto della possibilità di meditare la musica a tavolino, di comporla poco alla volta, di potare e limare il materiale (i primi due dischi erano stati praticamente registrati dal vivo come le cassette che li avevano preceduti).
La suite che dà titolo al disco si apre (con una cadenza travolgente del sequencer) e si chiude (con un'apoteosi assordante di tutte le tastiere) in un clima tragico. Ai bozzetti dei primi dischi è subentrata una struttura narrativa più solida, che tenta di riflettere la filosofia esistenziale dell'artista, forse meglio espressa nel terzo movimento, laddove un ritmo incessante viene sublimato da un canto malinconico ed eroico al tempo stesso. Come quasi tutti i dischi che seguiranno, Empetus è innanzitutto un album "a tesi", in cui Roach esplora un tema metafisico.
La seconda facciata del disco ritorna alla forma del poema elettronico, peraltro con una maggiore consapevolezza delle tecniche minimaliste (Merge) e uno spirito più "industriale" (Urge).

Nel frattempo Roach aveva iniziato a comporre e registrare due opere fondamentali: la serie delle tre Quiet Music, originariamente pubblicate nel 1986 e poi raccolte in Quiet Music (Fortuna, 1988), e le Structures From Silence (Fortuna, 1984), registrate dal 1982 al 1984. Queste opere abbandonano l'approccio drammatico, guidato dal sequencer, l'energia vitale dell'esperienza fuori del proprio corpo, a favore di una maggiore introspezione, di un'analisi della vita interiore. Nonostante le affinità con la musica ambientale di Brian Eno, Roach perviene a un linguaggio unico, futurista e primitivo, estroverso e introverso, fantasioso e austero.
La prima "struttura", Reflections In Suspension, non fa altro che rigenerare di continuo uno schema armonico di riferimento. Per sedici minuti non si sente altro che una serie di variazioni puntilliste (più ancora che minimaliste) su due figure melodiche sovrapposte, una fluida e l'altra tintinnante. Quiet Friend è ancor più statica: i sintetizzatori "nuotano" al rallentatore in uno spazio immenso e si spengono a poco a poco in una dissolvenza di riflessi elettronici. Questa tecnica di cartilagini melodiche lasciate fluttuare e riverberare in un tempo lunghissimo culmina nella title-track, che occupa per intero la seconda facciata del disco. Il contrasto con la musica per sequencer dei dischi precedenti non potrebbe essere più forte.
Il limite di Quiet Music è lo svolgimento lentissimo, appena bisbigliato, di Dreaming And Sleep, costruita attorno a tre suoni fondamentali (un trillo, un riverbero, una melodia) che si intrecciano e sovrappongono in maniera ripetitiva. A Few More Moments è ancor più spartana, benché un volume sonoro più elevato e un filo di melodia le conferiscano un tono allucinato.
Nei trentadue minuti di Air And Light si compie forse la maturazione definitiva dell'artista "cosmico". Roach dà il massimo nei grandi spazi aperti, libero da limiti di tempo, solo con la sua strumentazione elettronica a costruire mondi sonori che riflettono il suo stato mentale in maniera tanto più fedele quanto più hanno tempo di focalizzarsi, e che dopo un po' sembrano vivere di vita propria.

Con Western Spaces (Innovative Communications, 1987) (Fortuna, 1988) tre guru elettronici di Los Angeles dedicarono un disco al deserto. Per Roach fu quello il primo tributo all'ambiente che avrebbe segnato tutta la sua opera successiva. I due brani che firma, Breathing Stone e In The Heat Of Venus, prosciugati, anemici, spolpati, sono ancora improntati alla "quiet music".

In quel periodo Roach stava anche registrando Leaving Time (RCA, 1988) con Michael Shrieve a New York: lì conobbe Jon Hassell, che esercitò su di lui una forte influenza.

Dreamtime Return (Fortuna, 1988) è l'opera con cui culmina la fase "losangelesiana" di Roach. Qui Roach mette in luce una qualità onirica che mancava ai dischi precedenti. Roach, senza esservi mai stato, rimane così suggestionato dall'Australia vista al cinema da tentare di mettere in relazione il proprio stato di trance con quello degli aborigeni. E' fondamentale il contributo di Robert Rich, che si occupa dei ritmi "organici": questi ritmi relegano definitivamente il sequencer nello scaffale dei ricordi e aprono le porte alla world-music. Altrettanto preziosa risulta la collaborazione di David Hudson e Percy Trezise, da anni impegnati a studiare le musiche primitive dell'Australia.
Dreamtime Return è innanzitutto un album concept, un "concept" elettronico che ha come tema portante quello dei rituali magici delle popolazioni primitive. E' anche, a suo modo, un colossal elettronico, e non tanto per la durata (più di due ore), quanto per lo spiegamento di mezzi (dal computer al didgeridu di Hudson, dalle percussioni di Rich al pianoforte di Braheny), di stili (dal synth-pop alla world-music) e di emozioni (dal magico al tragico, dall'estatico all'eroico).
La sequenza dei brani è quella di un viaggio, che ha inizio con il sequencer incalzante di Towards The Dream e termina nel gorgo di sintetizzatori di Return (entrambe metafore: dell'uomo alla ricerca della verità prima e dell'uomo divenuto saggio dopo, della transizione dallo stato di crisi allo stato di aver superato quella crisi).
Durante questo viaggio metafisico Roach si addentra in luoghi misteriosi dello spazio e della mente, che vengono resi attraverso suspence oniriche punteggiate da ritmi primitivi ed effetti elettronici (Airtribe Meets The Dream Ghost), per immergersi nei cerimoniali pagani, resi da una rumoristica subliminale e da cori intermittenti (A Circular Ceremony), e giungere sull'"altra sponda" di questo mondo che è innanzitutto un mondo interiore. Qui Roach si lascia andare a un'estasi più metafisica, con languide melodie elettroniche alla Kitaro (The Other Side) e fluttuazioni di sibili cosmici (Magnificent Gallery).
Penetrando sempre più in profondità questa dimensione arcaica e arcana, Roach perviene a una musica di classica austerità, quasi una sonata per pianoforte ed elettronica con la qualità immanente della musica ambientale (Truth In Passing).
E' un viaggio che ha inizio sulla Terra attraverso paesaggi naturali, e che poi si sposta nel mondo dell'esperienza, nel subconscio, nella memoria, nei meandri più ancestrali e reconditi della mente.
Il pezzo forte del disco è lo sterminato psicodramma di Looking For Safety, oltre mezz'ora di figure melodiche fluttuanti in lentissima evoluzione su un cupo rombo di sottofondo, in cui un senso di tragedia incombente si stempera piano piano in un addolorato mantra cosmico. Qui prende forma una liturgia del subconscio che si riappropria della dimensione più autentica dell'animo umano, quella che può emergere soltanto a contatto con civiltà ancestrali e che, proprio per questa ragione, non potrebbe essere più universale.
Prendendo spunto dal programma antropo-musicale di Jon Hassell, di esplorare il subconscio collettivo che trascende le specifiche culture, Roach impiega il mezzo sciamanico di recuperare una voce antica, primordiale, ma attraverso la tecnologia elettronica.
Da un clima più tragico, segnalato dalle dissonanze elettroniche di Through A Strong Eye (l'occhio attraverso cui lo sciamano degli aborigeni può leggere il futuro), Roach perviene al crescendo ritmato di Ancient Day, e infine a Red Twilight, in cui una base elettronica piuttosto scheletrica viene attraversata da suoni alieni e canti rituali. I singhiozzi soffocati del suo sintetizzatore accarezzano i fragili luccichii delle percussioni in arcani excursus emozionali.
E' forse il disco più personale della sua carriera; né filtrato attraverso una cultura aliena come quelli del periodo australiano, né influenzato da un genere occidentale come quelli del periodo cosmico. Ne risulta un'opera tragica, pregna dello spirito del guerriero metafisico, che deve fronteggiare le proprie paure e vincerle per affermarsi, pregna del senso di pericolo che domina tutta la vita di Roach.
Con Dreamtime Return Roach realizza quello che è sempre stato il suo sogno, quello di riuscire a comunicare al livello fondamentale del subconscio collettivo, in uno spazio e un tempo che trascendono le specifiche culture.
Questo lavoro monumentale (più di due ore di musica) influenza i lavori successivi, in tutti i quali Roach perviene a una sintesi suggestiva di moderno e di primordiale. Affascinato dai rituali delle popolazioni aborigene dell'Australia, dai paesaggi desolati e immensi del deserto, dai cicli vitali della natura, Roach tenta di renderli musicalmente usando una pasta elettronica ricca di effetti eterei e surreali (è quasi impossibile riconoscere lo strumento che dà origine a un certo suono), ciascuno calcolato per evocare una scena o uno stato d'animo, per provocare nell'ascoltatore una sensazione di ipnosi e di immedesimazione. Il suo è, come quello di Hassell, un altro arduo esercizio di astrazione sia dei suoni del Terzo Mondo sia del subconscio del viandante occidentale. Con lui la sinfonia elettronica diventa folklore popolare.

Desert Solitaire (Fortuna, 1989), composto con Braheny e Stearns e ispirato all'omonimo libro di Edward Abbey, e` dedicato nuovamente al deserto. I brani di Roach, come Specter (con un altro suggestivo contributo di Rich alle percussioni) e soprattutto quel concerto di ronzii che è Highnoon sono allucinazioni elettroniche senza capo né coda che indulgono in un sensazionalismo quasi horror. Con questo disco Roach scopre un nuove filone espressivo, più contemplativo.

Strata (Hearts Of Space, 1990), una raccolta di poemi tonali di un "quarto mondo" (nell'accezione di Jon Hassell) popolato di suoni che sono al tempo stesso inintelleggibili e universali, è di fatto la continuazione del lavoro sui ritmi "organici" iniziato con Dreamtime Return e completa l'assimilazione della cultura musicale aborigena. I ritmi di Robert Rich conferiscono alla "quiet music" di Roach una qualità più corporale e in definitiva umana, consentendo alle piece di Roach di collocarsi in uno spazio più documentario e meno metafisico.
C'è qualcosa della suspence di Rich nell'ouverture di Fearless. E' questa, benché temperata dai tintinnii paradisiaci di Forever, la struttura portante dei grandi murali impressionisti di Grotto Of Time Lost, Iguana e Magma, nei quali un'immagine viene diffratta fino a diventare macchia, vapore, sogno. Un uso dosato e suggestivo degli effetti sonori rende più drammatica la musica, senza che la perdita di consonanza risulti benché minimamente ostile.
Quest'arte psico-ambientale culmina nei brani dedicati ad oggetti privi di suono naturale, come Persistence Of Memory, Ceremony Of Shadows e La Luna, che infatti sono composti di suoni lugubri, di echi deformi, di lentissime evanescenze.

Una seconda visita in Australia è alla base di Australia: Sound Of The Earth (Fortuna, 1991), la testimonianza più profonda del suo rapporto con la civiltà degli aborigeni.
Il nuovo viaggio nel subconscio collettivo ha inizio con Red Dust And Sweat, un lungo brano le cui cupe vibrazioni al confine fra subliminale e cosmico vengono squarciate di quando in quando da tribalismi primitivi, da versi di animali, da rumori naturali; e continua attraverso l'impasto onirico di Atmosphere For Dreaming, nel quale vortici senza forma di musica elettronica vengono solcati da voci di uccelli e da onde sonore inquietanti; per affondare nella tempesta di Darktime/Initiation, il movimento più tenebroso e aggressivo, sostenuto da una pulsazione martellante di legni e con tutto un carnevale di effetti sonori di sottofondo che allude a un ritualismo occulto.
Come nei capolavori precedenti, il registro scelto da Roach è un registro tragico, ma al tempo stesso privato di svolgimento drammatico, come se l'Amleto venisse ridotto a un'apparizione sul palco di un attore che emette un gemito viscerale e si rivolge al pubblico con uno sguardo terrorizzato. Roach dà fondo alle sue risorse elettroniche, mentre Hudson accorda il suo didgeridu alle sonorità più misteriose e Sarah Hopkins (compositrice australiana d'avanguardia) si alterna al violoncello, ai campanelli e allo "spirit catcher", uno strumento tradizionale che si fa vorticare in aria.
Hopkins contribuisce ad Awakening The Earth, quattordici minuti di pura follia all'elettronica e al violoncello. Il disco è completato dalle composizioni per didgeridu di Hudson, che echeggiano la musica degli aborigeni in maniera più fedele (per esempio la trascinante Call To Kuranda).
Ritiratosi a vivere nel deserto dell'Arizona, a pochi minuti da Tucson, Roach rimane soggiogato da quel paesaggio lunare di cactus e sabbia, dalle grandi distese spopolate, dai versi di coyote e avvoltoi, dal caldo soffocante.

Il doppio World's Edge (Fortuna, 1992) riflette proprio quella virata esistenziale, cattura l'essenza di vivere nel deserto e di dover re-inventare se stesso.

La title-track è l'ultima cosa registrata a Los Angeles, e presenta subito la novità più importante dell'album: i ritmi. Roach assimila nel suo tetro habitat di suoni elettronici in libertà anche i ritmi convenzionali della musica di consumo, i quali, accoppiati alle lunghe frasi melodiche della scuola tedesca, definiscono atmosfere di quiete astrale. La title-track risuona però di dissonanze lancinanti che esprimono le lacerazioni del subconscio, e al tempo stesso di lampi e tuoni. Il tema preferito di Roach, quello di correre a testa bassa verso il "limite", senza paura di cosa possa nascondersi "al di là", viene qui esplorato in maniera quasi maniacale.
World's Edge è un concept sull'esperienza di vivere in uno stato di crisi, di evoluzione e di rinnovamento. La metafora scelta da Roach è quella di chi precipita in un abisso, ma prima di sfracellarsi al suolo riesce a costruirsi delle ali e a spiccare il volo.
A quel trauma psichico sono improntate le composizioni più ossessive, come Undershadow e Beat Of Desire, apoteosi di un horror/eros tutto interiore che spesso raggiungono un'intensità quasi sinfonica; mentre poemi astratti di dissonanze più flebili, ma non meno angoscianti, come When Souls Roam, riprendono il suggestivo viaggio nei recessi più oscuri del subconscio collettivo che prosegue ormai da dieci anni.
Atmosfere ancor più oniriche e rilassate cullano Drift e Falling Flying Dreaming, come se l'artista fosse caduto in uno stato di trance mentre contemplava le meraviglie del deserto. Forte di un'armonia più ordinata, Thunderground risulta l'omaggio più commosso a questo paesaggio "del limite" (edge). Tutto il primo disco è comunque sostenuto da arrangiamenti forti e virili, che portano il pathos a livelli snervanti.

Approfittando del carisma ormai acquisito, Roach indulge poi in un'ora intera di improvvisazione elettronica, To The Threshold Of Silence. Ed è un'ora fitta di stereotipi del genere: dai colpi di gong ai sibili intergalattici, dai cori gregoriani ai ronzii mantra, passando per innumerevoli stasi trascendenti e fluttuazioni melodiose. Languido fino allo svenimento (vedi il buco nero del finale in cui scompare l'intero magma sonoro), diluito fino ad annullare qualunque qualità drammatica o cinematica, To The Threshold Of Silence sublima una tradizione venticinquennale che parte da Saucerful Of Secrets dei Pink Floyd e Irrlicht di Klaus Schulze.

Dopo quella titanica impresa Roach torna a collaborare con Robert Rich, ma Soma (Hearts of Space, 1992) risulta assai diverso da Strata: i due compositori si sono ormai lasciati alle spalle il retaggio delle suite elettroniche e sperimentano sugli aspetti più subdoli del suono e del ritmo. Ogni brano è innanzitutto il proprio ritmo, un ritmo sempre carico di significati primordiali e di valenze psicanalitiche. Su quel ritmo Roach distende le sue magiche atmosfere "alle soglie del silenzio" immerse in strati e strati di mistero.

La prima facciata è un excursus in queste possibili forme del silenzio, con picchi di smarrimento in Nightshade e ancor più in Silk Ridge; e gran finale nella "danse macabre" della title-track. I due tentano persino di eseguire una Blood Music, una musica che si ispira alla forma, alla dinamica, alla sostanza del sangue.

Origins (Hearts Of Space, 1993) è un'opera solista in quanto rinuncia al potere suggestionante dei ritmi (salvo The Face In The Fire) e indugia invece nei suoni ipnotici del didgeridu. L'ispirazione di Roach trova sbocco in due formati quasi ortogonali: un raffinato modo di spargere rumori sibillini per lasciar intendere presenze animali, umane e soprannaturali (Connected Underground e In The Eyes Of The Spirit); e un tenebroso impasto di borboglii e battiti, un magma primordiale da cui emergono poco a poco forme e voci (Artifacts). Dalla fusione fra le due maniere ha origine quella specie di cortometraggio surrealista che è Dreaming Now Then.
Il secondo formato razionalizza una delle prassi che sottende molti dei suoi lavori: la presenza dell'essere umano causa un "warp" sonoro nel mondo, l'analogo della distorsione spazio-temporale provocata in relatività generale dalle masse. Esplorando questo warp sonoro, il musicista sonda le proprietà più segrete della condizione umana.

Approfittando dei tributi che gli vengono conferiti da ogni lato dello spettro musicale (rock, jazz, classico e new age), Roach dà alle stampe una raccolta di Lost Pieces (Rubicon, 1993), composti fra il 1988 e il 1992. Molto più semplici in spirito e arrangiamento, questi frammenti ci collocano in diversi filoni: l'elettronica melodica (Since We Are Away), la world- music di Hassell (Full Moon Prophecy), il poema ambientale dei Cluster (Closer). L'unica composizione con la complessità delle opere contemporanee è Three Reptiles Wait At The Opening Of The Underworld, l'incubo surrealista di turno.

Roach vara poi il progetto dei Suspended Memories, reclutando il flautista messicano Jorge Reyes e il chitarrista spagnolo Suso Saiz, una sorta di supergruppo della musica new age. Forgotten Gods (Hearts Of Space, 1993) e` il loro primo disco.
La suggestione maggiore dell'opera sta nell'accostamento dei due timbri soprannaturali di Reyes e Saiz (i quali rimandano sempre in ultima analisi a un qualche stato di trance) con l'elettronica atemporale di Roach. Con il flauto di argilla di Reyes al posto della tromba di Hassell e gli "om" chitarristici di Saiz al posto dei "droni" elettronici il trio ha creato un nuovo standard di world-music d'autore, che si sublima quando i flauti di Reyes creano un vortice sovrumano in Mutual Tribes o quando la chitarra di Saiz intona i riverberi della Night Devotion. E Snake Song sembra voler aggiungere alla ricetta anche la voce, con un registro-cantilena che discende dal folklore dei pellerossa.
L'elemento più visibile è però il ritmo. Progredendo nel suo processo di impersonificazione quasi maniacale della civiltà aborigena, Roach perviene a una forma musicale sempre più aggressiva, sempre più tribale, di cui il delirio febbrile di Different Deserts rappresenta il manifesto.
Roach è ormai maestro nel rendere musicalmente ed emotivamente tutta la suspence che regna nel mondo naturale. Lo fa attraverso un cospicuo e capillare ricorso a piccoli rumori da camera, piccole dissonanze che si susseguono con discrezione, come ticchettii di percussioni. Lo spartito delle sue allucinazioni comprende così i suoni del deserto che perturbano tutta Different Deserts e prendono il sopravvento alla fine, i rumori sinistri al buio di Saguaro (che simulano coyote, avvoltoi, serpenti e insetti) e quelli metafisici della title-track (in cui i lunghi maestosi "droni" delle tastiere sembrano indicare la presenza ultraterrena), per finire nello Shaman's Dream, lasciato intuire tramite un tripudio di percussioni e dissonanze.
Il deserto è forse il vero protagonista di questa musica, imbevuta di atmosfere magico-astrali, di pause sinistre, di cadenze preistoriche, di armonie organiche, plasmate sulle forme dei cactus e dei serpenti.

Lo spartito di Earth Island è fatto di allucinazioni del sole, tramite le quali si passa in un universo parallelo di echi e rumori naturali. La world-music futurista e primitivista di Jon Hassell prevale invece in Melting World, un catalogo di suoni del subconscio mixato in un vento gelido di sibili elettronici.
Le fosche e torpide movenze di First Man e Places Inbetween insinuano visioni di altri tempi e altri luoghi, con Roach ancora alla scoperta di nuove vie della world-music, nel tentativo sempre più ambizioso di coniare una musica del soprannaturale. Ogni singolo suono di questi brani ha un suo ruolo psicologico (ma forse anche antropologico, archeologico ed epistemologico).

Earth Island (Hearts Of Space, 1994) e` il secondo disco dei Suspended Memories. La novità di questo lavoro, da Curandera a First Blessing, è in realtà il canto, strumento ormai alla pari con gli altri e deformato in maniera altrettanto arcaica.

Roach partecipa anche a Ritual Ground (Silent, 1994 - Projekt, 2000), in collaborazione con il tedesco Elmar Schulte.

Roach è più prolifico che mai. E' già pronto infatti Artifacts (Fortuna, 1994), che segna un perentorio ritorno al mondo dei ritmi tribali (Groundswell), accanto alle solite esasperazioni del timbro del didgeridu (Thunder Brother), ma anche una certa stanchezza creativa. Diversi brani riciclano idee di World Edge senza apportare sostanziali novità.
Roach non approfondisce l'intuizione più profonda degli ultimi tempi, quel modo subdolo di coreografare con i rumori le sue metafisiche passeggiate nel deserto. Il pezzo forte del disco è in effetti la title-track, nella quale per venticinque minuti Roach scatena il suo arsenale di rumori, ma, invece che tenerli discretamente in sottofondo, li scaraventa in primo piano, a tutto volume. L'effetto è disorientante, come se la musica cosmica fosse finalmente arrivata dentro un buco nero e venisse bombardata di materia aliena risucchiata a velocità folli.

Con i settantatre minuti di Dream Circle (Soundquest, 1994) Roach sferra un altro memorabile colpo alle convenzioni musicali, dopo quello di To The Threshold Of Silence. In questo bagno catartico al confine fra musica cosmica (stile descrittivo, cinematico e fortemente cromatico) e musica ambientale (figure melodiche in lentissima evoluzione, stasi, derive infinite, timbri iridescenti) Roach sfodera le sue doti di regista di documentari sonori privi di svolgimento drammatico. La musica trasmette sensazioni pacate, di contatto con la natura, di risonanza con le frequenze fondamentali degli animali e dei fenomeni naturali, di simbiosi mentale con l'inizio dei tempi, di rassegnata costernazione al cospetto dell'effimera avventura umana nel contesto grandioso dell'universo. Roach realizza il sogno di Brian Eno (una musica che non deve essere ascoltata, pura muzak di sottofondo) ma la carica di un potere subliminale.
Si tratta comunque di un altro ripensamento sulla strada della world-music. Nel sottofondo del suo animo Roach rimane innanzitutto un "corriere cosmico". I ritmi primordiali, il didgeridu, i rumori psicologici hanno scalfito soltanto in superficie quella che rimane la sua vocazione più autentica: l'esplorazione dello spazio, sia quello interiore sia quello esteriore.

Nel 1995 vedono la luce anche due collaborazioni di spicco: il monumentale Well Of Souls (Projekt, 1995), con il belga Vidna Obmana, e Kiva (Hearts Of Space, 1995), con Michael Stearns e Ron Sunsinger, ispirato ad antichi cerimoniali dei pellerossa.

Il primo è un festival dei "droni" più subliminali, dalla trance dolcissima di In The Presence Of Something al mix di tribalismo equatoriale e musica cosmica di In The Realm Of Twilight. The Secret Arrival spiega come creare atmosfere di mistero da un coacervo di suoni non legati fra di loro, privi di sviluppo tematico, facendo leva su icone sonore ataviche.

La lunga e avvolgente suite The Gathering rende omaggio al primitivismo futurista di Jon Hassell: ogni suono è calibrato millimetricamente per risvegliare dal torpore millenario gli istinti primordiali. Il difetto di questi brani è una certa staticità, la mancanza di sviluppo. La trama di Deep Hours è banale: un frastuono di dissonanze intergalattiche crea uno spessore tragico che impiega venti minuti a dissolversi in uno stormo di droni lunghissimi. In chiave minore invece Well Of Souls, concerto per spiriti e nebulose che si protrae di nuovo per oltre venti minuti.

Nel complesso i brani di questo album sembrano note e appunti rimasti nel cassetto di Steve Roach, ripresi e adeguati alla moda "ambientale" dal valente partner.

Le quattro suite di Kiva sono intervallate da campionamenti di canti cerimoniali dei pellerossa. Il vero protagonista dei quattro "kiva" è il pellerossa Ron Sunsinger, che vi infonde l'autentico spirito delle sue tribù. Soltanto in West Kiva si riconosce la mano del maestro elettronico, quando un folle tribalismo viene piano piano filtrato e raffinato fino a lasciare soltanto scorie e detriti cosmici. Roach continua a oscillare fra il labirinto metaforico e il saggio antropologico.

Al tempo stesso l'amicizia contratta con Stephen Kent e Kenneth Newby dei Trance Mission si concretizza nell'album Halcyon Days (Hearts Of Space, 1996). Sembrera` banale, ma il sound e` precisamente una fusione fra i climi da deserto di Roach e il futurismo primitivista dei Trance Mission. I subdoli rumori elettronici del primo si sposano alle cadenze ritualistiche di Kent e alle tenebrose fantasie di Newby.
Le promesse vengono mantenute negli affreschi imponenti di Halcyon Days (lunga danza tribale che s'inalbera lentamente in un delirio di sintetizzatori, didgeridu e percussioni. Le visioni da incubo di First Day sono affidate a rumori inquietanti di giungla (soffi di flauto, gracchiare di didgeridu, sonagliere, sibili elettronici) su un magmatico ritmo da palude. Le percussioni solenne e leggere, su cui ciclano i ronzii di didgeridu e si distendono le calme preghiere del flauto, conferiscono invece a Rainfrog Dreaming un'atmosfera quasi zen.
Si piomba in un incubo allucinogeno con gli echi e le vertigini di Slow Walk At Stone Wash, il pezzo piu` psicologico della raccolta, tutto suspence interiore e droni subliminali, con il ritmo che scompare e lascia il campo a uno stormo di meteoriti di elettronica e di didgeridu. Da li` ai silenzi astrali di Calyx Revelation il passo e` breve: le dissonanze dell'elettronica vengono lasciate fluttuare in grandi spazi armonici, lontano da ogni perdizione etnica. I brevi acquerelli del deserto Snake Brothers e Riding The Atlas, dalla cadenza briosa e dalla ricca polifonia, spezzano la tensione dei brani maggiori e Kingfisher Flight sigilla il viaggio con un sinfonismo trionfale.
Architettato ed eseguito in maniera splendida, questo disco segna il ritorno di Roach alla sua arte maggiore.

The Dreamer Descends (Amplexus, 1996) contiene due composizioni per un totale di venti minuti. Senso di paura, angoscia, mistero.

The unlimited discographic production of maestro Steve Roach (by general consensus one of the most influential musicians of our age) has displayed a consistent average quality, although he has rarely matched the level of inspiration of his landmark recording Dreamtime Return. With promising belgian talent Dirk Serries (Vidna Obmana), Roach had already recorded Well Of Souls, a work which, in retrospect, was a little too episodic and casual. The new chapter of their collaboration displays precisely the same virtues and the same vices: an impeccable manipulation of timbres countered by a lack of interesting plots. A rule of thumb in music is "the longer the piece, the more ambitious it must be". Tracks such as Middle World Passage (24 minutes) do not satisfy that rule. The warped kaleidoscope of melodic textures, the simering percussive patterns, the suspence that hides behind each note, are the quintessence of Roach's style: what is missing is his soul. We are entitled to expect a more thorough musical experience than this from our electronica's Bach.

Il nuovo capitolo della collaborazione con il belga Dirk Serries (Vidna Obmana), Cavern Of Sirens (Projekt, 1997), presenta gli stessi pregi e gli stessi difetti di Well Of Souls: l'impeccabile manipolazione timbrica del duo contrapposta a una certa carenza di soggetti da esplorare. Quella di Middle World Passage (24 minuti) e` una musica che si suona da sola: basta programmare il crescendo di tribalismo e l'andirivieni delle folate elettroniche.
Nel mondo della new age/ambientale/elettronica/etnica questi dischi hanno una concorrenza spietata.

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The Magnificent Void (Hearts Of Space, 1996), un concept dedicato al vuoto, segna la definitiva conversione di Roach alla musica ambientale. Il girovago del "quarto" mondo salpa per un quinto mondo, quello della pura astrazione sonora. Il suo (ideale) compagno di viaggio non e` piu` Jon Hassell, che viene sostituito dal Klaus Schulze piu` pittorico. Il viaggio comincia con Between The Gray And The Purple, che vagisce droni al rallentatore per rendere "domestico", intimo, vicino, il senso del nulla. Infinite Shore e` un movimento sinfonico impostato invece sui timbri piu` cupi, per passare a un registro imponente e melodrammatico: frammenti melodici vengono lasciati fluttuare come sospiri di fantasmi. Se la stasi tenera e malinconica di Cloud Of Unknowing rasenta la musica ambientale, The Magnificent Void si apre con rumori sinistri di percussioni e prosegue fra rimbombi sempre piu` inquietanti: e` uno dei pezzi piu` foschi e meno musicali della carriera di Roach.
Il tour de force di Altus (venti minuti) non aggiunge nulla che gli altri brani non avessero gia` detto, ma riprende lo stile "totale", "assoluto", di World's Edge, quel delirare dentro il delirio universale e giocare ad essere piu` grande dell'universo intero. I blocchi armonici di Altus, solenni e glaciali, si spingono semplicemente "al di la`", s'inoltrano in territori sempre piu` terribili fra misteri indecifrabili. Roach e` il piu` grande affabulatore elettronico di sempre, l'equivalente moderno dei cantastorie di un tempo: invece di raccontare le epiche imprese di qualche eroe del passato, racconta quelle, piu` paniche che epiche, di se stesso a caccia dei segreti del nostro universo.
Il sensazionalismo di questi brani e` "raccontato" da un Roach all'apice dei suoi mezzi musicali. Ogni brano e` un certosino assemblaggio di "gesti" minuti, ciascuno dei quali ha pero` una forza prodigiosa. Il timbro dell'elettronica e` piu` che cristallino, e` quasi emozione pura. La classe del compositore si riconosce nella moltitudine di dettagli che sono nascosti dentro l'apparente semplicita` del gioco. Il limite del disco e` invece il manierismo: Roach, questo intrepido viaggiatore cosmico, potrebbe continuare a suonare praticamente all'infinito.
E` questo il disco che lo impone anche fra i critici di musica jazz.

On This Planet (Fathom, 1997) e` tratto dal suo programma di performance dal vivo e, per i suoi standard, queste sono composizioni concise (la piu` lunga non arriva a un quarto d'ora) e sono composizioni astratte, lontane dalle sue tradizionali influenze etniche. Nell'era dell'ambientale Roach sta forse cercando di farsi riconoscere il ruolo di pioniere che in effetti gioco`, ma a scapito di una netta regressione artistica. Questi pezzi hanno un appeal che e` puramente tecnologico: lo sforzo del compositore sta nello scovare sonorita` sempre piu` suadenti e suggestive, nell'arrotolarle magicamente in droni e loop e cosaltro, nel mischiarle con grazia soave (e un po' lisergica), nello smussare la polifonia di qualchesia asprezza o spigolosita`, nel servire in tavola con leggiadra e solenne eleganza. Ne risulta uno spartito piu` subdolo e psicologico, rispetto agli studi elettro-acustici del passato, ma anche un'armonia ridotta a gesti (per lui) scontati. Roach ha un modo di mandare in loop una percussivita` frenetica e leggera che si ascolta e riascolta fino alla nausea in Journey Of One e Ecstasy Of Travel. Brani come Nexus Place e A Darker Star sono privi di trama e di messaggio, sono semplicemente collage di stereotipi di Steve Roach. Alla fine la musica si fa snervante, stucchevole e auto-indulgente.
I momenti migliori potrebbero far parte di una colonna sonora per un planetarium: la nuvola minacciosa di Void Memory, da cui fanno capolino volute di droni e dissonanze, i suoni naturali e l'elettronica alla deriva in orbite remote di Heart Of The Tempest, i toni lunghi e il tribalismo della title-track.

A sorpresa, Roach fa amicizia con un chitarrista folk e compone Dust To Dust (Projekt, 1998), un disco di musica radicata nella tradizione americana che non potrebbe essere piu` lontano dal suo stile elettronico. Gone West e` un country del deserto per chitarra e armonica, un qualcosa di onirico che ricorda il Neil Young della colonna sonora di Dead Man. A Daze Wage va alla deriva al confine fra gli acquerelli di Leo Kottke e il minimalismo: un riff affilato incalza su un substrato di rumori percussivi e su uno sfondo di languida elettronica. A Bigger Sky e` un solenne inno per pellerossa allucinato, Snake Eyes e` musica cerimoniale per tribu` sotterranee, Rain And Creosote e` una ballad romantica e desolata.
L'oscuro gregario King fonde in maniera esemplare e quasi miracolosa la sensibilita` del blues all'afflato metafisico di Roach.
La tecnica michelangiolesca di Roach prende il sopravvento soltanto in The Ribbon Rails Of Promise, undici minuti di ritmo frenetico e di fluttuazioni mistiche (il Riley della Rainbow In Curved Air accompagnato da un'armonica) e il Lost And Forgotten, musica per pause e silenzi memore della sua stagione "australiana". A chiudere l'opera e` Ghost Train, il brano piu` difficile, un accumulo disordinato di accordi e discordi, in cui e` possibile riconoscere l'ideale anello di congiunzione con l'inizio, di nuovo all'insegna di una musica country rarefatta e allucinogena.
Indefinibile e probabilmente irripetibile, questo disco ha il fascino della musica che viene dal cuore. Roach (residente nel deserto dell'Arizona) ha finalmente aperto il suo animo al suo ambiente naturale e, per la prima volta da quando scrive musica, e` diventato parte del proprio ecosistema.

The Ambient Expanse (Mirage, 1998) e` condiviso con Patrick O'Hearn, Vidna Obmana, Stephen Bacchus e Vir Unis. Roach vi contribuisce Eternal Expanse, una composizione di diciotto minuti che si riallaccia alla musica cosmica dei suoi primi anni, alle onde galattiche, ai droni minacciosi, ai trilli colorati, alla metafisica dell'infinito e dell'ignoto. Impostata sui timbri piu` colorati delle sue tastiere elettroniche, e`, proprio questa umile appendice a una compilation, una delle sue suite piu` riuscite.

Ascension Of Shadow (Projekt, 1999) is the third collaboration with Vidna Obmana.

Body Electric (Projekt, 1999) continua la collaborazione con Vir Unis, elevando quest'ultimo a coautore del disco. Il disco, fosse anche solo per l'uso delle rhythm machine, e` molto piu` leggero dei precedenti: Born Of Fire e` un incrocio fra gli esperimenti percussivi di Ummagumma, la world-music da discoteca e il jazz-rock piu` soffice; Pure Expansion vorrebbe emulare il fuoco spirituale dei rituali primitivi, ma i poliritmi sono gelidamente artificiali; Cave of The Heart cincischia con l'elettronica su un ritmo apatico. A redimere il disco sono brani piu` umili come Gene Pool, Homunculus Within e Solar Tribe, nei quali si sentono soltanto i suoni della giungla, della palude, della savannah. Il disco rappresenta certamente una svolta nella carriera di Roach, perche' il musicista non era mai stato cosi` aggressivo.

Vir Unis e` co-protagonista anche di Light Fantastic (Hearts of Space, 1999), benche' il disco sia accreditato soltanto a Roach. I ritmi frenetici e sincopati di queste collaborazioni lasciano sempre l'amaro in bocca. L'idea e` che ritmi e melodie si scambino i ruoli: i ritmi fungono da melodia e i toni ambientali di Roach battono il tempo. In realta` brani come Trip The Light sembrano semplicemente un tentativo di speculare sulla moda del drum'n'bass. Per il resto, uno puo` scegliere fra il compositore stanco e pigro di The Reflecting Chamber o quello auto-indulgente di Touch The Pearl (di fatto un lungo loop di un pattern elementare) o quello che usa stereotipi della musica di Steve Roach per comporre la "musica leggera" di Realm Of Refraction. E The Luminous Return sembra uno scarto da Magnificent Void. Rispetto al disco precedente manca persino l'appeal dei cerimoniali primitivi.

La sterminata produzione discografica di Steve Roach (senz'altro uno dei nomi piu` importanti della musica dell'ultimo Novecento) si accompagna a una qualita` media di tutto rispetto, anche se raramente e` tornato ai livelli di Dreamtime Return.

Steve Roach's already prolific career has shifted gear with the founding of his own Timeroom label.

Slow Heat (Timeroom, 1999), a 71 minute composition, appears to be the most ambitious work. The long-dreaming-suite structure recalls Dream Circle (Soundquest, 1994), and his "cosmic" recordings in general. Roach's has often veered towards world-music for the sake of experimenting with new timbres and new rhythms, but at the bottom he has remained the same philosopher he was at the beginning. Prove is that, when he lets his electronic keyboards roam the universe, he produces the most conceptual and original works. Slow Heat is very much a soundtrack of his favorite environment, the Arizona desert, but also a natural bridge between that arid, hostile, inorganic landscape and the crowded horizons of the skies. The suite begins with sounds of nature and soon develops into a psalm or mantra to the nebulae and the cosmic winds. We are sitting in the desert and, as we start contemplating the galaxies, we are slowly drawn away from the surroundings and led to a fantastic voyage. Then time takes over space: instead of traveling to distant places, we travel to distant times. Drones dissolve into ghostly noises and echoes, as if we entered an ancient grotto. The music, less grandiose and ever thinner, loses its descriptive quality and acquires a psychologic quality. We are searching our souls, not the universe, for life. The music comes to a standstill, to silence, to the sounds of nature. We are back in the desert. Then the cycle resumes and we are flying one more time in stratosphere. We land, one last time, amongst sounds of water and smoke. The desert has turned into the primeval eden.
Decades from now Steve Roach will judged on the merits of symphonies like Slow Heat.

(Translation by/ Tradotto da Marina Troiani)

La gia` prolifica carriera di Steve Roach ha cambiato decisamente marcia da quando egli ha fondato una propria casa discografica: la Timeroom.

Slow Heat (Timeroom, 1999), una composizione di 71 minuti, e` il suo lavoro piu` ambizioso. La struttura della fantasiosa suite richiama alla nostra memoria sia Dream Circle (Soundquest, 1994) che le sue incisioni "cosmiche" in generale. Sebbene spesso Roach abbia cambiato orientamento rispetto al rimanente mondo musicale per poter sperimentare nuovi timbri e nuovi ritmi, tuttavia nel profondo egli e` rimasto pur sempre il filosofo degli esordi. Prova ne sia il fatto che, quando lascia vagare le sue tastiere elettriche per l'universo, produce i lavori piu' concettuali ed originali. Slow Heat e` senz'altro la colonna sonora del suo ambiente preferito, il deserto dell'Arizona, ma anche un ponte naturale fra l'arido, ostile , inorganico paesaggio e i luminosi, vitali orizzonti celesti. La suite si apre con suoni della natura e subito si trasforma in un salmo o un mantra alle nubi e al vento cosmico. Seduti nel deserto, mentre contempliamo le galassie, veniamo dolcemente rapiti dai suoni e dall'atmosfera che ci circonda e guidati in un fantastico viaggio. Il tempo sorpassa lo spazio: piuttosto che viaggiare attraverso luoghi lontani, viaggiamo attraverso tempi lontani. I drones sono assorbiti da echi e suoni ultraterreni, come se stessimo entrando in una antica grotta. La musica, meno possente e sempre piu` sfumata, perde le sue caratteristiche descrittive per acquisire una qualita` psicologica: siamo alla ricerca del nostro stesso spirito, non piu` dell'universo, per vivere. La musica approda al punto di arresto, al silenzio, ai suoni della natura. Siamo tornati nel deserto. Il ciclo poi riprende e voliamo nuovamente nella stratosfera. Atterriamo, per l'ultima volta, fra suoni di acqua e nebbia. Il deserto e` tornato all'eden primordiale.
Fra qualche decennio Steve Roach sara` valutato per i meriti di sinfonie come Slow Heat.

Atmospheric Conditions (Timeroom, 1999) groups three ambient/trance compositions that are not quite thematically related.
Underground Clouds Over a Secret Grotto is truly impressionistic music: the piece, thanks to a sophisticated by understated array of slowly dissolving loops and deeply resonating echoes, is virtually a painting of a grotto and clouds, the way a late Monet would have done it, sketchy and lyrical. Only towards the end, the descriptive, cinematic soul of Roach prevails and leads us through a more literal tour of the grotto's magical habitat. It wouldn't be surprising if Roach, given his mastery of tones, became the Debussy of cosmic music.
In The Heart of Distant Horizons is a very subdued piece of slowly evolving drones. While the effect recalls dreaming, there is almost no action: images drown in the metaphisical semiosphere.
One perceives a new mood in Roach's music: the youthful exuberance and exploration (that lasted well beyond his chronological youth) are rapidly fading into a form of inward-looking wisdom. The dramatic symphonic poems that crowned his career (and sometimes led to repetitions) are being replaced by slow-motion sonatas that express deeply felt emotions. The center of his music has shifted from the anthropological to the philosophical.

Atmospheric Conditions (Timeroom, 1999) e` un gruppo di tre composizioni non correlate tematicamente.
Underground Clouds Over a Secret Grotto puo` definirsi musica impressionista: il brano, grazie a sofisticati e soffusi insiemi di nodi che si sciolgono dolcemente ed echi risonanti in lontananza, e` virtualmente un dipinto con grotta e nubi, alla maniera di Monet, lirico e impreciso. Solo verso la fine, l'animo cinematico e descrittivo di Roach prevale e ci guida attraverso una visita piu` letterale del magico ambiente della grotta. Non ci sorprenderebbe che Roach, per la sua padronanza di accordi, diventasse il Debussy della musica cosmica.
In The Heart of Distant Horizons e` un brano molto sommesso eseguito da drones progressivamente incalzanti. Non c'e` quasi movimento mentre alla nostra mente giungono sensazioni oniriche: le immagini creano una semiosfera metafisica.
Si nota una nuova inclinazione nella musica di Roach: l'esuberanza giovanile e il gusto per l'esplorazione (durati ben oltre la sua giovinezza anagrafica) sono rapidamente evoluti in una saggezza introspettiva. I drammatici poemi sinfonici che coronarono la sua carriera (e che qualche volta lo portarono a ripetersi) vengono sostituiti da lente sonate che esprimono piu` profonde emozioni. Il centro della sua musica si e` evoluto dall'antropologico al filosofico.

Rocco Stilo scrive:

Trovo che il "nostro", dopo le recenti esperienze che risultavano un po' disimpegnate, rialza la testa per recuperare uno standard piu` consono alle sue capacita` compositive. Il primo brano fa un po' da manifesto programmatico: Roach proietta verso l'ascoltatore interi sprazzi di musica squassante, che non dà tregua, ipnotica più che minimalistica, ma che ad ogni modo solo superficialmente palesa lo scopo di rievocare le immensità siderali, quanto invece un viaggio più interiore, all’interno dell’animo. Tale sarebbe allora il senso del titolo che rimanda provvisoriamente alle nuvole, che presto ci accorgiamo però ricoprire non già il cielo, ma un chiuso anfratto situato dentro noi stessi. Talune sensazioni richiameranno probabilmente alla mente l’esperienza di Magnificient Void, con cui sarei abbastanza d’accordo nel ravvisare certe analogie sonore, e questo, oltre che un punto di riferimento, sembra costituire la limitazione di questa opera. Il secondo parametro di richiamo potrebbe essere Structures from Silence, ma allora l’andirivieni tematico degli accordi non è più fatto di silenzi, ma delle risposte emotive dell’ascoltatore; forse è proprio su questo che punta ora maggiormente Roach. Egli non appare più come lo scrittore e descrittore di una volta, ma si affida principalmente alle sensazioni diverse che la sua musica può ridestare in chi la ascolta. Insensibile appare la transizione da un brano all’altro, e il picco qualitativo viene forse raggiunto quando, dentro la cappa lacerante della musica, all’inizio della seconda parte del secondo brano, si fanno udire anche le percussioni.
The collection of rarities Truth & Beauty: Lost Pieces vol 2 (Timeroom, 1999) is a "must" only for the completist. It does contain a few gems, notably Aftermath (1992) and one tracks with Suso Saiz that did not find space on Forgotten Gods (Hearts Of Space, 1993): Earthman, but overall it is truly meant to fill a void in the critic's discography. These pieces are made a little insignificant by so much important music that Roach has produced since they were recorded. La raccolta di introvabili Truth & Beauty: Lost Pieces vol 2 (Timeroom, 1999) e` un "dovere" solo per collezionisti. Contiene un paio di gemme, segnaliamo Aftermath (1992) e un pezzo con Suso Saiz che non aveva trovato spazio all'interno di Forgotten Gods (Hearts Of Space, 1993): Earthman, che nell'insieme merita di riempire un vuoto nella discografia critica. Questi brani risultano pressoche' insignificanti di fronte alla ben piu` importante musica a cui Roach ci ha abituati sin dagli esordi.
Vine - Bark & Spore (Timeroom, 2000) is shared with electronic comrade Jorge Reyes. The exotic vignette Sorcerer's Temple warms up the duo for the supernatural vortex of The Holy Dirt. The dense texture of percussions and keyboards manages to be uplifting instead of threatening while the hypnotic repetition acquires a tribal quality. The exorcism leads the duo to the vast, peaceful ocean of Night Journey, floating with drones of didjeridoo over the jungle, a music not of sounds but of shadows of sounds, and not multidimensional but monodimensional; in a word, a music of silhouettes. Compared with those psychological nightmares, Spore And Bark is a pastoral symphony, its thick carpet of natural sounds and its otherworldly voices pointing to some inner understanding of the human and the earthly. The album is also helped by a somewhat psychedelic feeling. All tracks are played like in a stupor, in a trance, in a loss of reference frame.
There are two Steve Roach. One is the cosmic courier, the protagonist, the wild and heroic electronic soloist who rides on tumultous melodies towards the unknown. The other Steve Roach is merely supporting cast: he can fill the stage with fantastic elegance and nonchalance, but what he does is "background". Over the last three years (after Magnificent Void ), Roach has rarely been the protagonist and sometimes a mere "background" (no matter how wonderful) and a mere background for music without a protagonist. In this collaboration Roach is not the protagonist, he is only the background, but Reyes' fascination with primitive and magic cultures fills the part. In a sense, the closing track, Gone From Here, doesn't seem to belong here, because it is a (20-minute) cosmic symphony of epic proportions, where sound is used in a visual manner reminiscent of early Klaus Schulze, and with a prominent organ aria that recalls Constance Demby's Novus Magnificat. Melodic lines drift and orbit in galactic spaces. Michelangelo's hand can be recognized in how a sculpture evokes mortality: Roach's hand can be recognized in how the music evokes eternity.
(Translation by/ Tradotto da Walter Consonni)

Vine - Bark & Spore (Timeroom, 2000) è condiviso con il compagno dedito all'elettronica Jorge Reyes. La vignetta esotica Sorcerer's Temple scalda il duo per il turbine divino di The Holy Dirt. Il denso impasto di percussioni e tastiere manovra in modo tale da innalzare lo spirito piuttosto che per suonare minaccioso, mentre la ripetizione ipnotica acquisisce caratteristiche tribali. L'esorcismo guida il duo all'esteso e tranquillo oceano di Night Journey, fluttuando con ronzii di didjeridoo sopra la giungla, una musica non fatta di suoni ma di ombre di suoni, e non pluridimensionale ma monodimensionale; in una parola, una musica di silhouettes. Paragonato a questi incubi psicologici, Spore And Bark è una sinfonia pastorale, con il suo fitto tappeto di suoni naturali e con le sue voci spirituali che indicano qualcosa di interiore comprendendo l'umano ed il terrestre. L'album è anche assistito da un'atmosfera psichedelica. Tutti i brani sono eseguiti come in stato d'incoscienza, in uno stato estatico, in una condizione di perdita del proprio corpo.
Ci sono due Steve Roach. Uno è il messaggero cosmico, il protagonista, lo sfrenato ed eroico solista elettronico che cavalca su tumultuose melodie verso l'ignoto. L'altro Steve Roach è semplicemente una figura di supporto: lui può occupare la scena con una fantasica eleganza e con nonchalance, ma quello che fa è "background". Durante gli ultimi tre anni (dopo Magnificent Void ), Roach è stato raramente protagonista e talvolta un semplice "background" (non importa quanto meraviglioso) ed un semplice sottofondo per una musica senza protagonista. In questa collaborazione Roach non è il protagonista, è solo il sottofondo, ma la fascinazione di Reyes per le culture primitive e magiche riempie completamente l'ambiente. In un certo senso, il brano che chiude l'album, Gone From Here, sembra essere fuori luogo, perchè si tratta di una sinfonia cosmica di proporzioni epiche (20 minuti), dove il suono è utilizzato in una maniera visuale che richiama alla mente il primo Klaus Schulze, e con un'aria di organo prominente che ricorda Novus Magnificat di Constance Demby. Le linee melodiche vanno alla deriva e descrivono orbite negli spazi galattici. La mano di Michelangelo può essere riconosciuta per come la sua scultura evochi la mortalità: la mano di Roach può essere riconosciuta per come la sua musica evochi l'eternità.

Midnight Moon (Projekt, 2000) marks the first time that Roach played the guitar, and actually built the entire album around it. But make no mistake: the guitar is hardly recognizable. Its sound has been metabolized by Roach's electronic periphrases. Furthermore, the guitar is only a device. The soul of the album is the soul of the artist, that was caught at time of minimal activity, late at night or early in the morning. That moment fostered psychological introspection, rather than cosmic wandering, and the result is as dark and unsettling as it could be. Roach the psychologist has analyzed Roach the patient and the findings are not pretty. The static tones of Ancestor Circles evoke a deadly chillingness. A multitude of spectral voices rises in Deadwood. Broken Town reverberates like a chamber orchestra playing acid-rock. Later Phase is 12 minutes of pure cinematic suspense: sonic blocks move but we only perceive the shadows, we are encircled and we can't escape, and we can't see who is cornering us. Nature's deepest secrets engage the mind's most obscure recesses in a dreadful dialogue.
The somnambulant 22-minute suite Midnight Loom weaves cascading guitar strums around the softest electronic background Roach has ever conceived, the musical equivalent of slow-motion breathing, almost a tribute to zen meditation. This is not music of hypnosis, it is music of hibernation.
Very few Roach recordings show so little dramatic development. This is almost an alter-Roach, a musician who shuns grand gestures in favor of humble self-examination. Stubbornly personal even when he disavows himself.
(Translation by/ Tradotto da Walter Consonni)

Su Midnight Moon (Projekt, 2000) Roach ha imbracciato per la prima volta la chitarra, ed alla fine ha costruito l'intero album attorno a questo strumento. Ma non ha sbagliato: la chitarra è a malapena riconoscibile. Il suo suono è stato metabolizzato dalle perifrasi elettroniche di Roach. Per di più, la chitarra è solo una trovata. L'anima dell'album è l'anima dell'artista, che è stata catturata al tempo dell'attività minimale, alla notte tardi o presto al mattino. Quel momento ha incoraggiato l'introspezione psicologica, piuttosto che il vagare cosmico, ed il risultato è tanto oscuro ed instabile quanto potrebbe esserlo. Roach lo psicologo ha analizzato Roach il paziente e ciò che ha scoperto non è piacevole. I toni statici di Ancestor Circles evocano una freddezza mortale. Una moltitudine di voci spettrali si leva in Deadwood. Broken Town suona come un'orchestra da camera che si cimenti con l'acid-rock. Later Phase rappresenta 12 minuti di pura suspense cinematografica: blocchi sonori si spostano ma noi ne percepiamo solo le ombre, siamo circondati e non possiamo scappare, e non possiamo vedere chi ci sta mettendo con le spalle al muro. I più profondi segreti della natura impegnano i più oscuri recessi della mente in un terrificante dialogo.
La suite sonnambula di 22 minuti Midnight Loom intreccia strimpellii di chitarra torrenziali attorno ai più delicati sottofondi elettronici che Roach abbia mai concepito, l'equivalente musicale della respirazione rallentata, quasi un tributo alla meditazione zen. Questa non è musica da ipnosi, è musica da ibernazione.
Pochissime registrazioni di Roach evidenziano un così esiguo svilu ppo drammatico. Questo è quasi un Roach alternativo, un musicista che sfugge le gesta imponenti a favore di una dimessa introspezione. Osti natamente personale anche quando Roach sconfessa se stesso.

Prayers To The Protector (Celestial Harmonies, 2000) is a collaboration with Buddhist monk Thupten Pema Lama. A more appropriate title would be "mass", because the album contains five prayers and one instrumental. Roach's accompaniment is too obvious. Roach gets drawn into the mystical atmosphere created by the monk's chanting but, alas, forgets to add his own mythological vision of the world. A mere soundtrack to some religious event is not as exciting as incorporating that event's soul into the artist's soul.

Early Man (Projekt, 2000) is a very ambitious work (and a very lengthy one at about 140 minutes), and, in many ways, it constitutes the culmination of Roach's ethno-ambient research, its evolution into a new genre of musical anthropology. The two discs are complementary. Disc one is a musical documentary: it follows a day in the life of an early man through six different natural environments (Early Dawn, the 25-minute colossus Early Man, Begins Looking Skyward, Walking Upright, Hunting & Gathering, Flow Stone). Roach's electronic chemistry can indulge in manufacturing cryptic, slow-moving and magic soundscapes. The rhythm and the electronics follow the primordial human through his dreams, fears and rituals. The tracks on disc one have a fairy-tale quality, whereas disk two is a far more subliminal affair.
The second set of tracks, which technically are produced by a process of decomposition and recomposition of disc one (i.e., they are remixes), hint at the early man's states of mind, at their inner life. Trance is the medium to communicate back in time million of years: Slow Dissolve, Walking Upright II, Fossil And Fern, Mastodon, Elemental, Late Dawn, Timeline, Carbondate, Below Always. Here, Roach's soundsculpting is both subtle and visionary.

Roach gives everything he has gotten in terms of atmospherics for the double-CD The Serpent's Lair (Projekt, 2001), a collaboration with percussionist Byron Metcalf (also featuring Dirk Serries, Jorge Reyes, Vir Unis). Technically, the key ingredient of all tracks is the studio manipulation of "shamanic" percussions (shakers, clay pots, toms, etc). This is the main feature and the main limit of the entire work (if you don't like the sound of "shamanic percussions", you won't like anything here). But the album is, above all, a tribute to his life's main obsession: shamanism. Throughout his career and his travels, Roach has merely been repeating the same shamanic act. The opening track, The Lair, is a metaphor for Roach's artistic persona and the archetype for the rest of the album: ghostly symphonic drones (the superhuman, cosmic, desire) lull a tribal beat (the ancestral. ritual, earthly element). Since the early years, Roach's art has arisen from the merging of these two elements.
The same pattern is exhibited in Rite Of Passage (filtered strains of voice and didjeridoo enhance the driving tom-toms).
The music tends to be a little too diluted. Very little happens in these sprawling tracks. Where Roach's epic soundtracks used to pack emotions to the limit, these slowly rotating mirages have totally been emptied of feelings. The liquid and relaxed shuffle of Big Medicine would even appeal to chill rooms.
Sometimes, the guests determine the sound. Jorge Reyes adds an arsenal of odd flute sounds to Birthright and Osmosis. Jim Cole colors Serpent Clan and Beating Heart Of The Dragon Mother with his mantra droning. While intriguing, these collaborations do not sound completely in sync with the rest of the album.
Mostly, the music is like whispered, barely audible. Roach employs the weakest tones and toys with the most fragile harmonics. Egg Chamber Dreaming, an abstract sound sculpture that slowly coalesces in a tidal drone, is a solo Roach, and dwarfs anything else that preceded it. Things get truly eerie on the second disc, when the subsonic, subaquatic, subliminal variations of Offering In Waves, the unfocused echoes and fluctuations of Impending Sense of Calm, the dilated thunder of Primal Passage (all solo Roach compositions) force a new pace that basically dispenses with rhythm. The composer seems to test his audience's ability to "listen" (as in the "deep listening" experiences of Pauline Oliveros). The mostly vocal invocation of Ochua (with the instruments barely alive, resembling distant breezes in slow motion rather than orchestrated sounds) enhance the feeling of languid, anemic, stoned. These tracks may mark a transition in Roach's career from ambient/cosmic trance to deeply interior and abstract music.
The 23-minute Cave Dwellers achieves the ultimate synthesis of voices, electronics and processed percussions, a cloud of psychedelic chanting, muted beats and amorphous drones, an organic sludge of improvised studio effects adrift in primordial dreams and decomposing psyches. Here, Roach gets terribly close to reenacting Stockhausen's experiments with electronic music.
Not everything shines on this double disc, but Roach has probably opened up new horizons (yet again) for electronic music.

In Steve Roach's vocabulary, the word "rhythm" has always meant "tribal beats" (as in "primitive civilizations") and mainly performed with Australian/African/Native American percussions. Core (Timeroom, 2001) is an experiment on rhythm that transcends those origins (literal and figurative origins). In a sense, it takes the tribal beat of The Lair and turns it into a frantic, syncopated beat that, at times, sounds like a snippet of the rhythm of Miles Davis' jazz-funk processed through a loop machine (Wings Of Icarus), and at times an accelerated version of Pan Sonic's glitch music (Resonation Revelation). Too much of the album is filler, though, and, while in itself intriguing, the Terry Riley-ian minimalism of Endorphin Dreamtime hardly fits in this project.

Streams & Currents (Projekt, 2002) returns to the concept of Midnight Moon: guitar-based ambient music. The music, mostly improvised, has the "unfinished" and "trivial" quality of Robert Rich's Somnium: it never develops into anything. But where Rich's "triviality" ends up sounding magic and otherworldly, Roach's album sounds merely... unfinished and trivial.

Continuing Core's experiment, Trance Spirits (Projekt, 2002) contains seven tracks of percussive music, vaguely inspired by Roach's favorite themes of primitive trance and cosmic journey. The most powerful is Taking Flight, in which the tribal drums of Jeffrey Fayman and Momodou Kah set an apocalyptic pace that Robert Fripp's guitar and Steve Roach's keyboards tame with an eerily shifting melodic soundscape. (Fayman is actually a synthesist on his own, as proved by A Temple In the Clouds, 2000, which was a previous collaboration with Robert Fripp). The remarkable energy of the opening track is, alas, diluted in the 16-minute meditation/reportage Trance Spirits, and the album never truly recovers, not even when the energy resurfaces in The Calling and In The Same Deep Water. The introspective vein is no less attractive than the tribal one: the keyboards-only Seekers is actually one of Roach's most subliminally disturbing pieces in recent times, and the Fripp-Roach collaboration in Year Of The Horse is soundpainting at its most metaphysical (it could do without the "hybrid groove"). The problem is the same as on previous Roach albums: some ideas are stretched for far too long, without adding much to the first few minutes.

Day Out of Time (2002) is a soundtrack. All Is Now (2002) is a double-disc of live performances.

Darkest Before Dawn (Timeroom, 2002) is another disc-long (74 minutes) composition.

Mystic Chords and Sacred Spaces (Projekt, 2003) is a four-CD set, each containing a disc-long composition: Mystic Chords & Sacred Spaces, Labyrinth, Recent Future, Piece of Infinity.

Texture Maps - The Lost Pieces Vol 3 (2003) and Places Beyond - The Lost Pieces vol 4 (2004) racked up a few more of Roach's "lost pieces".

Fever Dreams (Projekt, 2004), featuring Patrick O'Hearn on bass and Byron Metcalf on percussion (and mostly taken up by the colossal Tantra Mantra), opened a trilogy, continued by Fever Dreams 2 - Holding The Space (2004).

Mantram (Projekt, 2004) is a collaboration with Byron Metcalf on percussion and Mark Seelig on bansuri flute in eight untitled parts.

Half way between Pauline Oliveros' "deep listening" and Robert Rich's "sleep concerts", Immersion - One (Projekt, 2006) and Immersion - Two (Projekt, 2006) are colossal "tone meditations for the living space", i.e. largely improvised hour-long pieces of floating electronica. Deliberately missing from this project is the fire of Roach's cosmic journeys.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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