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Il tirocinio negli anni '30 di Henri Clouzot,
ex-studente di scienze politiche, fu lungo e vario: sceneggiatore, soggettista per registi minori, assistente
di Dupont, direttore di produzione per i rifacimenti francesi dei film tedeschi. Esordì come regista
nel 1942 con un poliziesco, l'assassin habite au 21 (1942), ma sfondò veramente
con il successivo Le Corbeau (1943), un altro thriller che però descriveva a tinte
fosche l'ambiente della provincia francese durante l'occupazione:
gli abitanti di un paesotto sono terrorizzati dalle missive anonime di un misterioso personaggio che è al corrente dei loro intrighi; la disperazione spinge alcuni al crimine o al suicidio, mentre altri cercano di identificare il colpevole, e fra questi il medico, accusato di essere stato l'amante della moglie dello psichiatra e amante adesso di una zitella zoppa; si sospettano un'infermiera pettegola, la moglie infedele, la zoppa passionale; ma alla fine si scopre che l'oscuro persecutore è lo psichiatra, un vecchio psicopatico che vuole vendicarsi del tradimento ordito ai suoi danni ed è quasi riuscito a far internare la moglie in manicomio; quando il medico corre a casa del vecchio lo trova però cadavere, ucciso dalla madre di un malato di cancro a cui era sempre stata tenuta nascosta la verità e che si era suicidato nell'apprenderla da una delle lettere anonime spedite dal maniaco. Da questo giallo langhiano sul tema della colpa Clouzot torna al poliziesco con Quai des Orfeires (1947), interpretato da un ineccepibile Jouvet nella parte di un commissario che deve risolvere un caso di omicidio: un mediocre che vive sulle spalle della moglie, attraente canzonettista di un caffè, medita di uccidere un libertino colpevole di aver allungato le mani sulla donna, ma lo trova già morto e Jouvet scopre che ad ucciderlo era stata lei. Più che l'intreccio, banale, conta il quadro d'ambiente, cupo miscuglio di eros passionale, vile gelosia e feroce crudeltà, e il ritratto umano del commissario, un poliziotto antiretorico, acuto e comprensivo, impotente e malinconico testimone del male. Con Manon (1949) Clouzot professa il suo polemico interesse per la società francese, già foriero di fastidi con la censura nell'allusivo e deprimente Corbeau. Anche in questo film ciò che conta è il quadro d'ambiente, la denuncia dell'opportunismo e dell'ipocrisia che covano nel grembo del gollismo. Lo stile semplice e immediato di Clouzot si concede una tenue divagazione con Miquette et sa mére (1950), commedia confezionata su misura per Jouvet. Le Salaire De La Peur/ Wages of Fear (1953) ritorna alla forma del thriller, alla situazione crudele, alla tensione narrativa, alla suspence, acuendo il senso dello spettacolo e il gusto per l'esotico che trapelavano da Manon, mentre allenta la pressione sul quadro d'ambiente, peraltro concentrando l'azione nel microcosmo di due camion in mezzo al deserto. In una zona pressochè incontaminata dell'America Latina quattro avventurieri europei, per un motivo o per l'altro bisognosi di denaro, accettano di trasportare due carichi di nitroglicerina a un pozzo di petrolio in fiamme; il viaggio è lungo e sfibrante, lungo un percorso impossibile e con il pericolo continuo che una brusca manovra faccia saltare in aria i due camion; ciò che capita al primo, senza che i due del secondo possano capire come s19è verificato; dopo una serie estenuante di peripezie, Montand, l'unico superstite (l'altro è morto in seguito alle ferite riportate in un incidente) giunge a destinazione; ma sulla via del ritorno sarà anche lui vittima di un incidente stradale. La crudeltà fa capolino in diversi punti e soprattutto nell'episodio in cui Montand passa con il camion sulle gambe del compagno per non far arenare il camion in una pozza di petrolio. Epico ed antiretorico nello stile limpido e plastico del regista, Le salaire de la peur è un film disperato, ambientato fra disperati che tentano un'impresa disperata (un'illusoria spedizione verso la libertà). È un incubo mozzafiato, un viaggio onirico, una perlustrazione morbosa dell'inconscio della paura, un'amara meditazione sull'irreversibilità del destino umano. Les Diaboliques/ The Devils (1956) è il giallo in cui culmina la brama di suspense e crudeltà del regista: Later the boy of a dry cleaner delivers the suit of the man, claiming that it was the man himself who asked for the suit to be delivered at home. The two women, puzzled, visit the dry cleaner and learn that there was a key in the suit: the key of a hotel room, a very expensive hotel. Christina takes the key and enters into the room, but there is nothing. The staff tells her that they have never seen anyone. Christina is now nervous. She accuses Nicole of being the one who planned it and carried it out. One accuses the other one of having killed him out of jealousy. After the fight, however, they read in the newspaper that a naked body has been found in the nearby river. They think it's him. Christina goes to the morgue to identify him but it's not him. An elderly man introduces himself as a retired inspector who volunteers to help find the missing person. He starts asking questions around and promises to check with the police (not exactly what the two women wanted). The another mysterious event takes place: a child claims to have broken a window with his slingshot and to have been punished by the director. The women yell at him that he is lying, but he keeps saying that he saw the director. Now Christina fears that the man might be alive and torturing them. In fact, Christina is getting sicker and sicker, her heart weaker and weaker. The doctor who comes to visit doesn't tell her the truth: he doesn't want to take her into his clinic because he's afraid she will die there (bad publicity). While the doctor is inside, a photographer takes a picture of the children. When the picture is developed, they can see someone staring at one of the windows, and it looks like the director. Now both women are afraid. Nicole decides to flee. Christina is too sick to follow her and in any case she is torn by sense of guilt. The inspector shows up in the middle of the night. Christina confesses everything, but the inspector does not believe her. At night Christina sees and hears someone walk around the house while everybody is asleep. She even hears the noise of the typewriter that only her husband used. The typewritten has written his name over and over again, but there is nobody in the room. Christina runs back to her room terrified. She walks into her bathroom and finds... her husband's corpse in the tub! The dead man starts rising slowly from the tub. Christina dies of a heart attack. Michel walks out of the tub, checks her pulse to make sure she is dead, and then calls... Nicole. They planned it together: to kill Christina so they could get married. But their plan fails because the inspector is there to arrest them. It is not finished though. The day after the "murder" the same child who had seen teh director claims that he has just seen Christina alive... Dopo Le Mistère Picasso (1956), omaggio al grande pittore, e lo spionistico Les espions (1957), ambientato in una clinica dove si tessono intrighi ai danni di uno scienziato atomico, Clouzot scolpisce un altro thriller di grande effetto con La veritè (1960), impostato secondo l'approccio giudiziario di Cayatte e secondo un'analisi psicologica dell'imputata con l'obiettivo di denunciare bigotti e conservatori ottusi e malvagi: Brigitte Bardot è una ragazza disinvolta e istintiva giunta da una cittadina di provincia dove si muore di noia che, innamoratasi del fidanzato della sorella modello (sempre la favorita della famiglia), non esita a portarglielo via e a instaurare una relazione; il suo carattere volubile e impulsivo provoca però diversi litigi, sempre conclusi da appassionati e reciproci perdoni; ma quel controverso amore sfocia nel dramma quando lei, per difendersi da un impeto rabbioso, lo uccide; al processo, inchiodata dalle sue scandalose abitudini (ozio, amicizie equivoche, sfacciataggine, promiscuità) più ancora che dalle prove, non riesce a spiegarsi, tanto più che giudici e avvocati sono esseri amorfi e privi di umanità, pieni soltanto di codici e di cavilli; scoppia in una crisi isterica e grida: Siete morti! Siete tutti morti!; tenta anche il suicidio, ma l'accusa sostiene che si tratta di una messa in scena; soltanto la morte della disgraziata, per un altro tentativo, questa volta riuscito, chiarirà la disperata sincerità della ragazza. Ancora una digressione sul significato della colpa, una narrazione ad effetto e una vicenda straziante di falliti condannati da un destino inesorabile . E un piccante ritratto di adolescente inquieta e insoddisfatta, alla disperata ricerca di qualcosa ma senza sapere cosa. Dopo l'incompiuto l'enfer (1964), La prisonière (1968) amplifica lo stile plastico di Clouzot e la figura del fallito (il marito tradito, il conducente del camion, la ragazza amorale); la moglie di un pittore pop è attratta morbosamente da un voyeur impotente, un mercante d'arte che la fotografa in pose pornografiche; il marito scopre la tresca e medita la vendetta, ma la donna corre ad avvertire l'amante che ormai ama sinceramente, ma viene travolta da un treno e spira mormorando il suo nome. l'eros passionale e la redenzione attraverso l'amore rimandano a Manon. È l'ultimo film di Clouzot, che si spegne nel 1977, e contiene al massimo grado la componente stroheimiana del cinema di Clouzot: la noia e l'avvilimento che portano alla crudeltà. |
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