Aleksandr Dovzenko
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Aleksandr Dovzenko nacque in un villaggio ucraino; lavorò come contadino e al ritorno dalla Grande Guerra come insegnante finchè completati gli studi universitari a Kiev, ottenne un posto di diplomatico a Varsavia; ne approfittò per iniziare gli studi di pittura a Berlino, e al ritorno in patria sbarcava il lunario facendo il caricaturista; introdotto negli ambienti della rivista Sef, scrisse per il cinema alcune sceneggiature per il cinema. Soltanto a trentadue anni scelse la strada della regia. Sposò l'attrice Julia Solnceva.

Zvenigora (1928), il complesso film che lo rese famoso, era un omaggio alla sua patria, un riassunto della storia millenaria della nazione ucraina e un affettuoso ritratto del suo popolo:

 

un vecchio, custode di un antico tesoro, racconta le leggende lontane e recenti della sua terra al nipote controrivoluzionario, mentre l'altro nipote, un cosacco, è consapevole della ricchezza del suolo ucraino in termini agricoli e minerari; istigato dal primo nipote, il vecchio tenta di far deragliare il treno su cui viaggia il secondo, ma all'ultimo momento si ravvede, capisce che il vero tesoro sono la sua terra e la sua gente e si unisce ai rivoluzionari, mentre il reazionario si suicida.

 

Il tema principale, la contrapposizione fra superstizione e materialismo, passa in secondo piano davanti alla perizia tecnica del regista, che sfrutta flashback, sovrimpressioni, montaggi paralleli, con grande disinvoltura, attingendo a Meliès, Griffith e Lang.

Arsenal (1929) narra della miseria nel periodo della Grande Guerra; inizia mostrando scene atroci di un campo di battaglia, di un villaggio miserabile di vecchi, dello zar pasciuto, dei reduci provati dalle sofferenze;

 

un contadino ucraino ritorna in treno dal fronte e, dopo essere scampato ai russi e a un deragliamento, trova un posto di lavoro all'arsenale di Kiev; l'ansia dei borghesi e le provocazioni dei nazionalisti creano un'atmosfera tesa e, quando gli operai dell'arsenale dichiarano lo sciopero, scoppiano incidenti nelle strade; gli scioperanti, assediati, attendono invano gli aiuti dei rivoluzionari; vengono massacrati brutalmente dalla milizia, ma dal cadavere dell'excontadino prende vita un gigante invincibile che avanza implacabile verso il capo dei nazionalisti e lo uccide.

La metafora dell'ideale rivoluzionario, che si cimenta col sacrificio di eroi umili ma fedeli fino in fondo, non solo ha toni romanticamente lirici, ma rifiuta anche il facile ottimismo di tanti film rivoluzionari. L'esistenzialismo di Dovzenko è centrato soprattutto sulla morte, vista nel suo aspetto grottesco e nel suo aspetto terribile. Dovzenko cita anche in questo film motivi ottenuti da generi contemporanei: dal futurismo (il deragliamento del treno) al western (l'assedio) e all'espressionismo (il gigante soprannaturale e il mostro capo nazionalista). Dovzenko si serve anche di una curiosa tecnica semifotografica, che consiste nel fissare un'immagine ferma (dei vecchi, una madre) in un atteggiamento, esprimendo con quell'immagine lo stato di tutto un ambiente (la miseria, il lutto).

Zemlija/ Earth (1930) è ambientato in un piccolo villaggio ucraino.

Un vecchio contadino sta morendo placidamente, adagiato su un mucchio di mele e circondato dai suoi cari. Si spegne dopo aver mangiato un'ultima mela. Nel frattempo nel villaggio sta succedendo qualcosa di rivoluzionario, che mette in crisi la vecchia società dominata dai kulak e dal pope: un giovane comunista organizza il kolchoz, e ottiene dalle autorità un trattore. È il tempo della mietitura, e le contadine sono nei campi: il giovane è innamorato di una di esse, ma viene ucciso dal figlio di un kulak. Il pope viene scacciato, la fidanzata è affranta nella sua isba, l'assassino impazzito grida la sua colpa; ma la gente si raccoglie attorno al cadavere, i giovani cantano festanti, e la sepoltura ha luogo in una splendida giornata di primavera. Mentre il giovane viene portato al cimitero, una contadina mette al mondo una bambina. Commovente affresco umano e naturale, il film è il capolavoro del realismo lirico di Dovzenko. Il regista prende lo spunto da un fatto d'attualità (la formazione dei primi kolchoz e la resistenza dei kulak) ma si concentra su temi universali: l'alternarsi della vita e della morte, il significato naturale della morte, il significato naturale della morte, la gioia e il dolore che provoca l'amore, la natura benigna che presiede a tutte le vicende umane (pianure sterminate sotto un cielo immenso, cascate di fiori e di frutti). Immagini di morte e immagini di vita si fondono armoniosamente in un poema lento e poderoso che trascende il futurismo e il realismo, di una religiosità atea, che supera i naturalisti svedesi nella fusione di uomo e natura.

Il film e` pero` guastato da una generale esagerazione dei sentimenti e dall'esplicito intento agit-prop. Per esempio, il trattore viene presentato come se si trattasse di una specie di divinita`.

Il film segnò l'inizio di una crisi di rapporti fra Davzenko e Stalin, che non vedeva di buon occhio il suo cinema umanistico e panteistico (che a volte degenerava in folkloristico e impressionistico, a causa e del suo amore per la madrepatria e per il suo spirito di pittore).

Le opere sonore (a partire da Svan, sulla costruzione di una diga sul Dnepr) portarono sempre i connotati di una nobile e partecipe visione dell'uomo di tutti i giorni e di un fresco amorevole disegno della natura (la taiga siberiana di Aerograd), anche quando si lasciò influenzare dalle direttive del regime (in Aerograd, 1935, descrive la costruzione di una città in una regione selvaggia, mito staliniano degli anni '30, contrapponendo partigiani rurali e sostenitori del vecchio ordine, e scagliando invettive razziste contro un Giapponese che vive nei boschi).

 

Scors (1939) canta le gesta di due bolscevichi, un exufficiale e un vecchio mastodontico contadino, che combattono contro i menscevichi; grazie alle loro imprese le città cadono ad una ad una; il rozzo e coraggioso contadino viene ucciso in battaglia, ma Scors non si può fermare, deve continuare a combattere.

 

Il vero protagonista non è l'impettito eroe staliniano Scors (una specie di Capaev ucraino), bensì il contadino leone e indisciplinato, carico di umanità, che rappresenta una forza della natura.

L'ira di Stalin si abbattè su Dovzenko, che, mentre girava documentari di guerra, fu oggetto di una violenta campagna diffamatoria.

Nel 1949 diresse il suo ultimo film, Michurin, ed ebbe la soddisfazione di poter dipingere a colori il suo cinema lirico; la biografia dell'omonimo biologo che creò nuove specie di alberi da frutta, è un pretesto per comporre un appassionato canto alla giovinezza, evocata in flashback dal vecchio ricercatore

Alla morte di Dovzenko la moglie, che aveva collaborato a tutti i suoi capolavori, prese in mano i suoi appunti e continuò la sua opera con una fedeltà impressionante, avvalendosi dei nuovi strumenti (dal colore alla stereofonia) che ben si adattavano alle epopee di Dovzenko: Poema o more (1958), Povest plamennic let (1961) e Zacarovannaja Desna (1965).

Poema o more è dolorosamente legato al tema della terra: un villaggio deve essere smantellato perché sarà sommerso dal bacino di una diga. Si scontrano due sentimenti radicati nell'animo di Dovzenko: l'amore per la terra e la fede nel comunismo. I contadini sono colti con tenerezza nel loro dramma sentimentale, messi a confronto con una realtà crudele seppure giusta che non si può combattere; ma il film pullula anche di una strana fauna umana: un presidente di kolchoz che vive le proprie vendette in sogno, un generale fiero del suo passato che rievoca le battaglie contro i nazisti, il suo cinico e brutto figlio che vuol studiare legge per poter condannare la gente, un arrivista senza scrupoli che seduce la figlia del presidente e davanti al suo suicidio si giustifica perché in fondo è un costruttore del comunismo.

Questo groviglio di meschinità ufficiali fa da contrasto al dolore puro e sincero dei contadini, che per il comunismo rinunciano alla terra in cui sono nati e cresciuti.

Povest plamennich lit fu un film monumentale sull'invasione nazista, in cui, fra inumane battaglie di eserciti giganteschi, emergevano le speranze di un soldato semplice.

La tattica di Dovzenko era sempre la stessa: trovare un pretesto impegnato per poter svolgere la sua lode estatica all'amore, alla terra, alla vita; nell'epopea collettiva vedeva una manifestazione d'amore di massa per un ideale, e un fenomeno naturale. Il tipo su cui si concentrava l'attenzione era il campione di una comunità, i suoi problemi erano scelti in rappresentanza anche di quelli degli altri.

Non a caso nei suoi film compaiono spesso dei frutti, simbolo di fecondità, di amore, di vita che si ripete all'infinito.

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