Julien Duvivier
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Julien Duvivier cominciò influenzato dalla letteratura western gangster romanzesca come regista di film d'intrattenimento, ma una costante progressione lo portò ai vertici del realismo poetico nel periodo del Fronte Popolare. Da David Gelder (1930) a Poil de Carotte (1932, vivida trasposizione della commovente vicenda di incomprensione e solitudine puerili romanzata da Jules Renard), da La Bandera (1935, sceneggiato da Charles Spaak, Jean Gabin è un ricercato che si arruola nella Legione Straniera e s'innamora di una ballerina araba, ma muore eroicamente durante un attacco dei ribelli) a La belle équipe (1936, ancora di Spaak, la favola di cinque disoccupati che vincono una fortuna, aprono un'osteria in campagna e la conducono come se formassero una famiglia, ma finiscono per odiarsi e due si uccidono addirittura per una donna), l'opera di Duvivier è un continuo crescendo, mentre si va delineando il suo mondo di uomini destinati alla tragedia, il tono medio di amarezza e di rimpianto per un'epoca felice che non sarà più, il suo stile romanzesco, dinamico e colorito.

Pepé le Moko (1937) è Jean Gabin, un bandito parigino che ha fatto della casbah di Algeri il suo bunker personale; la polizia non riesce a stanarlo e la popolazione lo rispetta; una turista francese incuriosita dalla leggenda finisce per innamorarsi seriamente di lui; le storie parallele del bandito braccato e dell'amante odiato dalla sua gelosissima ragazza algerina sfociano nel dramma finale: l'ispettore usa la francese come esca (la fa partire convincendola che Pepé sia morto) e l'algerina come spia e Pepé cade nella trappola; mentre corre al porto viene arrestato, fa in tempo a gettare un ultimo sguardo verso la nave che si allontana e si suicida. Il film segna una pietra miliare nell'evoluzione del genere, poiché introduce uno dei suoi canovacci più tipici: l'uomo dal passato avventuroso che vive senza uno scopo e, quando trova uno scopo per cui vivere, si rende conto di non poterlo fare suo e quindi si toglie la vita; canovaccio titanico e disperato, patetico e crudele. La nostalgia per Parigi divora tutti i derelitti che sopravvivono a se stessi in quell'isola sperduta che è la casbah. Volti da criminale e rumore di popolino fanno da sottofondo infernale al tentativo di redenzione di Pepé. La retorica populista di La Belle Équipe è qui sovrastata dal mito popolare. Un Carnet de bal (1937) risente del clima pessimistico che si veniva creando nella Francia pre-bellica è una apologia del rimpianto per il tempo spensierato della gioventù: una vedova vuole rintracciare i giovani con cui ballò in una indimenticabile serata di tanti anni prima, ma scopre che uno si suicidò per amore di lei, uno è avvocato al servizio della delinquenza (Jouvet), uno si è fatto frate, uno è un medico fallito che provoca aborti, uno (Fernandel) è diventato parrucchiere, un altro è morto ... una galleria di giovani pieni d'entusiasmo che l'età ha inesorabilmente condannato al fallimento. Alla ricerca del tempo perduto il Duvivier proustiano accantona l'avventura e la suspance per concentrare tutto il film unicamente sulla tragedia del destino.

Ancora la nostalgia domina La Fin du Jour (1939) Spaak, quadro malinconico della vita in una casa di riposo per attori anziani, il cui protagonista cerca di convincere se stesso e gli altri di essere ancora qualcuno spedendosi da solo lettere di ammirazione e convincendo una ragazza a tentare di suicidarsi, a parte la parentesi di Panique (1946),con M. Simon nei panni di un conturbante collezionista di atrocità (fotografie di ubriachi, mendicanti e incidenti) innamorato di una donna che scoprirà assassina.

Nel 1941 si trasferisce negli Stati Uniti e abbandona di colpo i due filoni preferiti del destino e del ricordo (e in definitiva dell'impossibilità di tornare indietro), per darsi alla commedia bonaria, nella quale otterrà con Don Camillo (1952, storia comica dell'amicizia/rivalità fra un parroco cattolico e un sindaco comunista nell'Italia del dopoguerra) un eccezionale successo di pubblico.

La Fete a Henriette / Henriette's Holiday (1952) e` un meta-film, una meditazione sull'arte di creare un film. Il film racconta la storia di un paio di sceneggiatori che stanno imbastendo la trama di un nuovo film. Il film che vediamo e` precisamente il film che loro stanno creando, con tutti i rocamboleschi cambiamenti di trama causati dai loro cambiamenti d'idee. Per complicare le cose, uno preferisce la tragedia, l'altro la commedia. Alla fine pero` uno degli attori del loro film rivela loro che la storia e` gia` stata filmata.

See Quine's "In Paris When It Sizzles"

Duvivier ricalca sovente gli schemi di un genere hollywoodiano: il western della colonizzazione con La Belle Èquipe (la fattoria, il duello), il western indiano con La Bandera, il gangster con Pepé le Moko (Pepé il boss, gli inseguimenti nella casbah, gli omicidi, il poliziotto), la commedia leggera con Don Camillo, senza dimenticare tratti come l'erotismo / esotismo sternberghiani di La Bandera e Pepé le Moko.

Duvivier aveva assimilato lo stile realista americano e lo rivestì del suo personale pessimismo. L'idealismo giovanile (il sentimento dell'amicizia, il grande amore) in contrasto con una realtà spietata.

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