Robert Flaherty
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Robert Flaherty era un cartografo, esploratore, cacciatore e ricercatore di minerali nella Baia di Hudson, abituato a filmare le terre che attraversava nei suoi viaggi, quando nel 1920 fu ingaggiato da una società franco- canadese di pellicce che gli commissionò a scopo pubblicitario un documentario sulla vita quotidiana degli esquimesi.

Il film, Nanook of the North, ottenne un eccezionale successo in tutto il mondo. Ricavato da due anni di pellegrinaggio sulle punte estreme del Circolo Polare Artico a temperature proibitive, rivelò un poeta della natura e un etnologo appassionato, ma anche un genuino talento cinematografico, dato che si trattò soprattutto di un paziente lavoro di montaggio. Piuttosto che insistere su particolari esotici o comunque inconsueti per il pubblico "civile", Flaherty si propose di descrivere la vita di uomini che vivono in un ambiente diverso secondo costumi diversi, ma che condividono gli stessi sentimenti dei civilizzati e devono affrontare un'esistenza più dura. Flaherty non fotografa delle bestie rare, ma rappresentanti di una civiltà parallela; una civiltà che vanta una propria tecnica (la costruzione dell'igloo), che provvede con ingegno ai propri bisogni (la caccia alla foca), che affronta con coraggio le proprie catastrofi (la tempesta di neve); Flaherty esplora la vita semplice dell'esquimese, attratto da quel nido di sentimenti sperduto nel deserto di ghiaccio che è l'igloo.

Il confronto/scontro fra l'uomo e la natura è un'esaltazione continua delle rispettive dignità. Flaherty canta la condizione dell'uomo qualsiasi, solitario in un ambiente che lo sovrasta; i suoi ideali supremi sono il coraggio e la generosità, che soli possono consentire di superare gli ostacoli e sopportare le sofferenze; nei riti segreti di una popolazione primitiva ritrovava l'essenza della vita di ogni uomo.

Partito nel 1923 alla volta delle Samoa, girò fra i maori Moana, altro documentario anti-esotico sugli indigeni lasciando che fossero loro a recitare la propria vita di tutti i giorni. Caduto in disgrazia presso i produttori, si vide affiancare alla regia di White shadows of the south seas l'esperto di esotismi Van Dyke e a quella di Tabu il fantasista tragico Murnan, con entrambi i quali litigò al punto da abbandonare il set. Il primo, girato presso i maori di Tahiti, era un banale melodramma a lieto fine, il secondo, girato invece a Bora-Bora, conservò di Flaherty soltanto l'idea originale. Nemico della commercializzazionee della drammatizzazione, Flaherty ripudiò entrambi i film. Terminato burrascosamente il periodo polinesiano, Flaherty riparò in Inghilterra alla corte del maggior teorico del documentario, Grierson, e poi diresse nella patria dei soui avi, l'Irlanda, The man of Aran (1934), un lirico affresco della vita umile e tenace dei pescatori realizzato con la solita paziente tecnica di osservazione, studio e montaggio e con il solito umanissimo afflato.

Anche i soui rapporti con i cineasti inglesi si deteriorarono quando Elephant boy viene trasformato in un colossal esotico. Alla vigilia della guerra fece ritorno in patria e girò per conto del governo The Land, nella "dust-bowl" fra i contadini che emigrano, film in parte di denuncia sociale che non venne mai proiettato.

Dopo cinque anni di inattività una compagnia petrolifera gli commissionò Louisiana story (1947); Flaherty girò 100000 metri di pellicola, spartiti fra un derrick e la palude; il protagonista è un ragazzo nato e cresciuto in mezzo ai coccodrilli; l'arrivo dei petrolieri viola la natura incontaminata e selvaggia. Tanto la palude quanto il derrick, tanto i coccodrilli quanto gli operai, sono visti attraverso gli occhi di un ragazzo (per il quale rappresentano o meraviglia o avventura).

Il rapporto fra l'uomo e la natura è invertito nella società industriale: è l'uomo che aggredisce la natura.

Flaherty, amante della verità, oscillò fra intimismo e naturalismo; artista

integerrimo, scrupoloso, entusiasta, usò il documentario non per freddi reportage antropologici, ma per sondare i più sottili moti dell'animo, le emozioni primigenie che regolano il flusso degli eventi umani.

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