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Abel Gance, visionario, disordinato, impetuoso, idealista, concepì lo
spettacolo come un mezzo per diffondere sentimenti, e realizzò grandi spettacoli per diffondere
grandi ideali: l'eroismo, la fraternità, l'amore. Gance, autodidatta, era tutt'altro che colto; fu
influenzato perciò dalla letteratura popolare, agiografica, avventurosa e sentimentale, mentre nel
cinema tentava di superare Griffith, sia nella scenografia sia nel montaggio. L'incongruenza, la
sproporzione, fra i mezzi (retrogradi) e il fine (audace), ovvero il mediocre soggettista e il geniale regista,
fece dei suoi film tanti capolavori falliti.
J'accuse (1919), il miglior film di guerra francese, è un'epopea
antimilitarista; ben diverso dalle oleografie nazionaliste del tempo, prende lo spunto dalla vicenda di una
donna violentata dai tedeschi mentre il marito è al fronte per lanciare una violenta accusa contro
la follia della guerra: alla fine i soldati morti in battaglia resuscitano e chiedono conto del proprio
sacrificio agli uomini e alle donne per cui hanno combattuto; per tutto il film l'azione al fronte e quella a
casa procedono in parallelo, e la prima è subordinata alla seconda.
La Roue (1923), mosaico di poemi visivi, segna l'adesione di Gance
all'impressionismo e il trionfo al montaggio rapido (immagini drammatiche che si succedono a ritmo
sostenuto). La vita dei ferrovieri prima e quella dei paesaggi innevati delle Alpi poi forniscono al regista
diverse occasioni per splendidi quadretti umani, mentre le rotaie, il vapore, le gallerie, sfociavano in un
dramma meccanico di energie brutali. Il melodramma (incentrato intorno a un'orfanella, che un
macchinista raccoglie e adotta dopo un disastro ferroviario, e che, diventata adulta, è contesa fra
l'amore del macchinista stesso, del figlio e del marito, dei quali gli ultimi due si uccidono a vicenda,
precipitando in un burrone mentre lottano, mentre il primo finisce i suoi giorni, cieco, sulle Alpi, assistito
da lei) disegnava il protagonista servendosi della mitologia, della condanna di Prometeo al Calvario di
Gesù.
Napoléon (1927) fu il kolossal storico che consacrò i
suoi fallimenti, una sinfonia d'immagini liriche potenti e frenetiche.
Il film seguiva Napoleone
dall'infanzia alla gloria, presentando le vicende pubbliche della Rivoluzione e del Terrore, e quelle private
del giovane ufficiale e di Josephine.
Tecnicamente fu impiegato un arsenale impressionante di espedienti; in
particolare Gance fece fare i salti mortali alla macchina da presa: sulla groppa di un cavallo al galoppo, o
scagliata in mare, o su un'altalena, per riprendere i punti di vista più oggettivi. Impiegò
inoltre uno schermo triplo di immagini simultanee (split screen)
per le scene di battaglia.
Piccolo genio del cinema monumentale, dello splendore delle immagini, degli
effetti spettacolari, del ritmo travolgente, Gance peccò sempre di retorica e banalità, ma la
sua influenza sul cinema francese (e sovietico) fu enorme.
Il suo robusto cinema eroico non fu altro in realtà che una
manifestazione di compromesso (fra cinema commerciale e cinema d'avanguardia) della romantica
grandeur di cui era pregno l'animo dei francesi negli anni venti.
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