Akira Kurosawa
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )

, /10
Links:

If English is your first language and you could translate this text, please contact me.


1. Noraimi

Akira Kurosawa è figlio di un militare, che tentò invano di avviarlo all'accademia; a diciassette anni comincia invece gli studi di pittura che ne fanno in breve un avviato pittore. Il suo interesse principale, dopo la pittura, è a quel tempo la letteratura russa, della quale l'entusiasma la possanza drammatica.

Al cinema giunge per caso, un po19 grazie al fratello che fa il benshi nelle sale di proiezione, un po19 per effetto di un'inchiesta indetta da una casa di produzione. Nel 1938, ventottenne, inizia l'apprendistato, che durerà cinque anni. I primi film sono degli jidai- geki influenzati dallo stile fisso di Mizoguchi [Sugata Sanshiro (1943), un campione di judo che per diventare tale deve innanzitutto migliorare le sue qualità morali; Tora no o fumu otokotachi (1945), la storia comica e thriller di un generale in disgrazia che cerca di espatriare travestito da monaco e ci riesce grazie a un astuto portiere; Waga Seishumni kuinashi (1946) descrive l'attività rivoluzionaria di una giovane, innamorata di uno studente che morirà in prigione, un film insolito perché con protagonista femminile e teso ad esaltare l'individualismo], parodistici del militarismo, ma con Jubarashiki nichigobi [(1947), commedia populista di due innamorati poveri che riescono dopo una serie di traversie a soddisfare il desiderio di assistere a un concerto; osservazione della vita ordinaria], Yoidore Tenshi [(1948) imitazione dovstoevskiana del gangster film e consacrazione della stella Mifune, delinquente tubertolotico che un dottore alcoolizzato cerca invano di salvare] e Noraimi [(1949) un caso poliziesco condotto e risolto da un Mifune travagliato da crisi esistenziali che si aggira fra le rovine morali e materiali di un Giappone desolato, ancora stordito dalla catastrofe bellica] Kurosawa paga il proprio contributo alla causa del film realista. Fra le righe affiora già qualche tema base: la disfatta è inevitabile ma non bisogna mai arrendersi; misto di esistenzialismo e senso della dignità umana.

Nel 1950 Kurosawa dirige Rashomon, ambientato nel Medioevo feudale, ma animato da problematiche culturali moderne quali la relatività pirandelliana e la psicanalisi freudiana.

Durante un temporale tre persone (un taglialegna, un bonzo e un servitore) si riparano sotto un portico e parlano del processo che si è appena svolto. Il taglialegna ha trovato nel bosco il cadavere di un samurai, e al processo si è invano tentato di chiarire come siano andate le cose: l'unico fatto certo è che si sono incontrati nello stesso posto il samurai, sua moglie e un brigante (Mifune).
Secondo il bandito egli ha prima violentato la donna e poi ucciso in duello il samurai; secondo la donna invece è stata invece lei stessa a pugnalare il marito, per il disprezzo ostentato da questi nei suoi confronti dopo l'atto di violenza subito; lo spirito del morto, evocato da una strega, racconta altresì di essersi suicidato dalla disperazione, avendogli la donna confessato di voler fuggire con il bandito; infine il taglialegna confessa di aver assistito al misfatto, che secondo lui è stato compiuto in un duello per il possesso della donna, un duello bandito dalla donna stessa dopo essere stata violentata e chiesta in moglie dal bandito. Il film finisce con un breve apologo: sotto il portico è stato abbandonato un neonato, e, mentre il servitore gli ruba la biancheria e lo abbandona al suo destino, il taglialegna lo raccoglie e lo porta a casa.

Lo stile violento di Kurosawa tratteggia l'assunto, la fatiscenza della società giapponese, e il suo opposto, la redenzione morale dell'individuo; il regista non esita a distruggere il mito del samurai, mettendo in scena tre personaggi meschini, corrotti, bugiardi, vili e assassini. I simboli del tempio dinanzi al quale si svolge il processo (il soprannaturale), della foresta nella quale si è compiuto il delitto (l'animalesco) e del portico in rovina sotto il quale trovano riparo dalla pioggia i tre mandanti e il piccolo bastardo nonchè il ricorrente numero magico del tre (l'umano), enfatizzano oltre misura l'ambientazione fantastica (la misteriosa amazzone sul cavallo bianco, l'intrico sfavillante delle spade, i fiotti di sangue, il fantasma), ma sono anche funzionali all'assunto col suo opposto. La crisi di identità collettiva del dopoguerra è fedelmente rispecchiata in questo film storico, che getta una luce ambigua non soltanto sul mondo dei samurai ma, di riflesso, anche su quello dei soldati giapponesi che commisero atrocità peggiori durante la guerra, atrocità che pesavano ancora sul subconscio collettivo.

Dopo aver soddisfatto una sua adolescenziale brama portando sugli schermi in un film-trance molto stilizzato il più feroce dei capolavori di Dostoevskij, "L'idiota", Kurosawa affrontò con Ikiru (1954) temi più vicini al neorealismo italiano che non al nuovo realismo giapponese.

È la storia di un piccolo burocrate cittadino, che da quando è rimasto vedovo trascina un'esistenza monotona e solitaria, nonostante conviva con il figlio e la nuora; un giorno il medico gli prognostica un male incurabile, e l'uomo, devastato dall'idea di dover morire, decide di passare il tempo che gli rimane a divertirsi, e comincia con lo sperperare i risparmi in compagnia di una ragazza frivola. Ma una crisi di coscienza lo pone di fronte alla propria vita, una vita inutile, alla propria totale mediocrità; conscio di non essere nessuno e di non essere servito a nulla, si ributta nel lavoro con raddoppiate energie, dedicandosi anima e corpo alla costruzione di un parco giochi per i bambini di un sobborgo poveri. Morirà sereno nel parco terminato, pur avendo vissuto fino alla morte la stessa monotona e solitaria vita; ma al banchetto funebre i colleghi ubriachi lo rievocheranno in tono sarcastico, dando a intendere che non seguiranno certo il suo, ai loro occhi, ridicolo esempio.

Il film è nettamente spaccato in due: prima l'esposizione della personalità del burocrate, poi la rievocazione da parte degli amici.

Il de Sica di Umberto D (per quanto concerne la ricerca di uno scopo nella vita, e la scoperta che lo scopo più nobile sta proprio nella vita umile di tutti i giorni), il Pirandello alla Rashomon (nelle rievocazioni postume) e la tragedia dovstoevskiana (nell'oltraggioso banchetto funebre e nella lucida disperazione del condannato a morte) concorrono a plasmare un solenne omaggio alla forza morale, alla dignità, dell'uomo, sempre in grado di aggirare la bieca desolazione della società.

Martina scrive:

Quella che a una prima lettura appare una "ragazza frivola" a me è parsa, più che altro, l'incarnazione della gioia di vivere, se non della vita stessa: solare, sorridente... da quello che ricordo è grazie a lei che il protagonista capisce che lo scopo della sua esistenza non può esaurirsi nella ricerca del piacere, nel godere sfrenato fine a se stesso... quando lei gli mostra i pupazzi che confeziona per i bambini, dei conigli bianchi, mi pare, ricordi? Penso sia questo che gli fa capire che l'unico vero modo di vivere è rendersi utili a chi soffre, "fare del bene", se vuoi... lasciare qualcosa dietro di sè..
Non sono d'accordo su quanto dici a proposito della << ricerca di uno scopo nella vita, e la scoperta che lo scopo più nobile sta proprio nella vita umile di tutti i giorni >> nè sul fatto che lui viva fino all'ultimo "una vita monotona e solitaria" , se non in apparenza: in realtà quel che fa ha solo adesso un vero senso.
Mi sembra quindi che secondo il film lo scopo più nobile della vita sia lasciare dietro di sè qualcosa di buono e utile per gli altri, cosa che può fare anche un modesto impiegato...(come a dire che per vivere veramente non c'è bisogno di essere o poter fare chissà chi, ma tutti, nel loro piccolo, possono farlo...)
A mio parere il percorso interno del protagonista si riassume in: 1) Watanabi cerca di "vivere" il più possibile dandosi al piacere sfrenato e alla ricerca del godimento 2) conosce una ragazza piena di gioia di vivere e cerca, frequantandola, di "carpire il suo segreto" 3) capisce grazie a lei che la vita ha uno scopo nell'altruismo, nel rendersi utile agli altri, nel lasciare qualcosa dietro di sè 4) realizza un parco bonificando una zona malsana proprio grazie a quello che era il suo lavoro monotono e disumanizzante, che finalmente ha trovato un senso
E' vero poi che al banchetto funebre i colleghi e il sindaco cercano di ridicolizzarlo, ma a un certo punto entrano le donne dei quartieri poveri che rendono in silenzio omaggio alla lapide di Watanabi, dopodichè i colleghi, vergognandosi e ormai ubriachi, giurano di imitarlo e lavorare "seriamente" per il bene pubblico... cosa a cui non riusciranno a tener fede (la burocrazia sembra vincere, alla fine, almeno così sembra dalla scena finale in cui un impiegato, dopo un istante di indignazione dovuto al rifiuto dato a un cittadino bisognoso, si alza e guarda in faccia i colleghi e il superiore, che pur vergognandosi restano fermi nella loro decisione di "fregarsene"...e si risiede)
La burocrazia sembra sì vincere sui buoni propositi, ma l'ultimissima sequenza mostra i bambini che giocano mentre un impiegato (l'unico che dava apertamente ragione a Watanabi, ammirandolo e invidiandolo per il suo coraggio) li osserva. Come a dire che la burocrazia esisterà sempre ma che il gesto di un uomo - che abbia il coraggio di andare a fondo nelle cose - lascia il segno e dà la speranza. In questo caso la speranza è raffigurata nei bambini che giocano.

La splendida padronanza di mezzi messa in luce in Ikiru sfiora il titanismo nelle tre ore e mezzo del "jidai-sheki" Shichinin No Samurai/ The Seven Samurai (1954), un lungo delirio tecnico che saccheggia un repertorio di trucchi senza confini, dalla deformazione espressionista al montaggio futurista, e che sottende un compendio tematico: moderno cinema d'azione americano (bellico, western, gangster) e arcaico teatro in costume giapponese, ironia e spettacolo, violenza e meditazione, conflitti sociali e sfrenato individualismo, realtà e allegoria, divertimento e lirismo. Tutto filtrato attraverso la lente distaccata di un regista tanto minuzioso nel descrivere calamità, orrori e combattimenti quanto avulso dai momentanei sentimenti di entusiasmo o di dolore, partecipe soltanto, in maniera efficacemente naif, nella morale finale.

Nel medioevo giapponese regna l'anarchia e i villaggi sono inermi di fronte alle scorrerie dei banditi. Un gruppo di quaranta banditi attacca un villaggio idilliaco di contadini, lasciando dietro di se` soltanto sofferenza e morte. I contadini sono gia` tartassati da tasse e guerre e non possono continuare cosi`. Non c'e` nessuno che li possa difendere e i ladroni hanno gia` detto che torneranno. Disperati, e divisi in due fazioni, una che vuole combattere e una che vuole fuggire, si rivolgono al vecchio saggio. Il saggio decide di combattere... ma assumendo i samurai.
Convinto un anziano maestro dei samurai, questi convince a sua volta altri sei samurai a lavorare per il villaggio e a rischiare la vita per difendere il raccolto, nonostante i contadini non possano offrire un grande compenso. Il processo di arruolamento e` lungo e costellato di episodi minori. Il figlio di un contadino si prostra davanti al amestro e chiede di essere allenato a diventare un samurai. Il maestro lo addestra, ma rifiuta di prenderlo come samurai: e` troppo giovane. Gli altri samurai lo convincono pero` a prenderlo, anche perche' sono soltanto in sei e l'obiettivo era di arrivare a sette. Il maestro e i sette samurai si mettono in marcia verso il villaggio. Un ubriacone (Mifune) che pretende di essere un samurai tenta invano di farsi accettare da loro e, respinto, li segue a distanza.
Un contadino paranoico taglia i capelli di sua figlia perche' e` convinto che i samurai, appena arriveranno, violenteranno tutte le ragazze attraenti. Gli altri contadini vengono presi dal panico ma l'anziano li invita alla calma e da` il benvenuto ai samurai. Il giullare ubriacone scatena il panico semmai facendo credere che i banditi stiano arrivando e poi si prende gioco delle paure dei contadini.
I samurai cominciano ad addestrare gli uomini validi e a costruire una difesa per il villaggio. Il giovane intanto incappa nella ragazza dai capelli corti e se ne innamora.
Quando Mifune porta loro uniformi di samurai morti, i sette samurai sono sconvolti, perche' quelle uniformi ricordano loro il destino che li attende. Ma Mifune tiene invece loro un'arringa in cui ricorda loro come in tutti quegli anni i samurai abbiano ucciso, rubato e violentato, e i contadini, stremati dalla fama e dalla miseria, si siano semplicemente difesi. Il maestro capisce che Mifune dev'essere in realta` il figlio di un contadino.
I samurai convincono i contadini che subito dopo il raccolto bisognera` distruggere parte del villaggio per renderlo piu` difendibile. Assistono al raccolto e giocano con i bambini e Mifune fa divertire i contadini con le sue buffe trovate (si e` anche procurato un cavallo, ma il cavallo e` piu` bizzarro di lui). Il giovane e la ragazza dai capelli corti si sono appartati nel bosco e e sono i primi ad avvistare i banditi. Si tratta soltanto di tre vedette e un samurai, aiutato da Mifune, si incarica di eliminarne due e di catturarne uno vivo. I contadini vorrebbero linciarlo, i samurai lo vogliono vivo: ma alla fine lasciano che una vecchia si prenda la sua vendetta per la moglie del figlio. Il maestro decide che e` venuta l'ora di attaccare e sceglie due samurai, una guida e Mifune. I quattro compiono un massacro nell'accampamento dei banditi, sorpresi nel sonno. Ma la guida riconosce in una delle schiave sua moglie, la moglie si getta fra le fiamme della casa, l'uomo tenta di salvarla, un samurai tenta di salvare lui, e il samurai rimane ucciso. Tornati al villaggio e date le estreme esequie al morto, Mifune da` coraggio a tutti issando la bandiera del villaggio. I banditi attaccano, ma grazie alle fortificazioni costruite dai samurai, sono costretti ad esporsi. Il maestro dirige la battaglia come un generale. Mifune compie atti di grande coraggio impone disciplina carica ai contadini, perche' riesce a parlare loro come i nobili samurai non riescono. Mifune riesce persino a rubare uno dei tre temibili fucili dei banditi, anche se viene poi rimproverato dal maestro per aver abbandonato il suo posto. La tattica del maestro (di catturare i nemici poco alla volta) funziona, ma costa cara in vite umane, e anche un altro samurai perde la vita. Il giovane e la ragazza fanno l'amore, consci che potrebbero morire in qualsiasi momento, ma il padre della ragazza li sorprende e va su tutte le furie. Il giovane viene comunque perdonato dagli altri samurai. Il giorno dopo si tiene la battaglia campale: i banditi sopravvissuti attaccano con decisione. Uno di loro riesce a barricarsi in una casa con un fucile e spara prima al samurai piu` coraggioso, l'idolo del giovane, e poi a Mifune. Entrambi muoiono, ma prima di morire il secondo riesce a trafiggere a sua volta l'intruso. Tutti i banditi sono morti.
Il villaggio festeggia e torna alle sue incombenze agricole, osservato dai tre sopravvissuti: il maestro, un samurai e il giovane. Il maestro proclama saggiamente che la vittoria è dei contadini, non dei samurai.
Il film lunghissimo (tre ore e mezza) e` un'epopea lenta e maestosa, ma al tempo stessa vicina alla vita dell'uomo comune. Kurosawa mostra compassione e comprensione per la vita umile dei contadini, nel momento stesso in cui esalta i valori della civilta` dei samurai.
I sette kamikaze scoprono una vocazione che è soprattutto un tentativo di dare uno scopo alla loro vita.
Il testimone più sincero di quell'arcaico mondo è Mifune. Egli è un po' il giullare di corte che può dire sempre la verità. È l'unico personaggio libero. L'ironia con cui commenta il comportamento delle tre parti (contadini, samurai e banditi) è una denuncia delle loro contraddizioni e delle loro viltà, e allo stesso tempo un tentativo di abolire le differenze di casta.

Ikimono no kiroku (1955) è un dramma contemporaneo che affronta un caso di pazzia patriarcale affine a figure shakespeariane e dovstoevskiane.

 

Un vecchio industriale, ossessionato dalla paura della bomba atomica, fa distruggere la propria fabbrica affinchè nessuno si opponga più al suo desiderio di espatriare.

 

Analisi psicologica e denuncia sociale (gli operai rimasti senza lavoro) tracciano un vivido quadro della depressione post-Hiroshima del Giappone.

Kumonosu-jo/ Throne of Blood (1957) è la tragedia disperata del potere di Macbeth trasferita nel Medioevo cavalleresco dei samurai, rivista secondo l'ottica del teatro no, dando particolare risalto a particolari estranei alla tragedia, come l'atroce morte del regicida o certe scene concitate secondo lo stile "no". Questo film segna una tappa fondamentale nel processo di maturazione dello stile distaccato di Kurosawa (raramente la macchina da presa si avvicina ai personaggi). Ne risulta una violenza grandiosa e disumana, un caos animalesco allegorico.

A messenger arrives at the castle to report to the king that the enemy is laying siege to his fortresses. Everything seems lost, but instead the messengers keep coming and they bring good news. The battle turns to the king's favor. The king summons the two heroes to the castle in order to thank them personally, but the two get lost in the forest, which is famous for being a tricky labirynth, and have the vision of an oracle in a hut, who foretells that they will both receive a promotion, plus Washizu will become the new king and then Miki's son will also become the king. The vision disappears and a thick fog descends on the forest. When the knights finally find their way through the fog and reach the castle, they receive indeed the promotion that the oracle foretold.
Washizu installs himself comfortably in the fortress that has been assigned to him, but his scheming wife convinces him that the oracle's prophecy leaves him no choice: either wait for the lord to hear of it and kill him, or kill the lord before he hears of it. His wife tells him that his very friend Miki could betray him. This creates jealousy, fear, distrust.
When the lord comes to visit, Washizu strikes. Then he chases the prince back to the castle, which is guarded by Miki. Surprisingly, Miki refuses to let the prince in, and Washizu senses a conspiracy against him. So he uses a trick (a funeral procession for the dead king) to get Miki to open the gates of the castle. It turns out Miki is a trustworthy ally, and gladly accepts Washizu's rule. Washizu, who does not have children of his own, returns the favor by appointing Miki's son as his own heir. It sounds like the second prophecy will also come true, some day. But Washizu's wife disagrees. When she cannot convince Washizu otherwise, she tells him that she is pregnant. Thus Washizu orders the murder of Miki and his son. Miki dies, but the son runs away. Washizu's wife gives birth to a stillborn baby, and Washizu goes mad.
Now the enemy attacks again, but this time the prince is with him, set to avenge his father's assassination. Washizu roams the forest to find the spirit and get a new prophecy: the spirit tells him that he will win the battle as long as the trees of the forest do not rise against him. But that's precisely the trick used by the enemy army. Washizu is struck by countless arrows.

Donzoko (1958) è una versione allucinante e onirica dei Bassifondi di Gorkij, ambientata nel settecento giapponese e ispirata da Le bas- fonds di Renoir; il film fu girato in presa diretta, in due uniche scene, e, grazie a una magistrale direzione degli attori, riuscì a comunicare un forte senso di angoscia e di delirio.

 

 

6. Kakushi toride no san Akunin

 

 

La truculenza, l'ironia e l'avventura che caratterizzano i jidai-sheki di Kurosawa sono sguinzagliati in Kakushi toride no san Akunin/ Hidden Fortress (1958), film cavalleresco, picaresco ed eroicomico, estroso compromesso fra il don Qujiote e l'Orlando furioso.

 

Quattro personaggi (una principessa detronizzata, un samurai e due vagabondi) trasportano un tesoro attraverso un territorio senza legge; non mancano le avventure, risolte gloriosamente dai samurai, i lazzi, delegati ai due pavidi accompagnatori, e le considerazioni, a cui è soggetta la provata fibra della principessa che rischia di morire di fame e di morte violenta dopo essere vissuta per anni nell'agio spensierato. Il duello fra il samurai e il generale segna la loro vittoria.

 

Il possente e vario affresco storico, che abbraccia tutte le classi sociali, riporta tutti i personaggi, umili e potenti, alla dimensione umana.

 

 

 

7. Sanjuro

 

 

All'inizio degli anni Sessanta Kurosawa diresse un paio di western alla giapponese, Yojimbo (1961) e Sanjuro (1962), che l'humor del regista trasfigura parodisticamente (anticipando il western all'italiana e che mettono ancora in luce lo sdoppiamento della personalità Kurosawa in angelo e bestia.

l'individuo animalesco, rappresentato generalmente dalla maschera di Mifune, è l'altra faccia di una forza morale capace di qualsiasi impresa per il bene della comunità (una fusione psicanalitica di eroe western e antieroe zavattiniano, fra cinema degli impulsi primordiali e cinema dei buoni sentimenti).

In Yojimbo Mifune è un samurai che capita in un villaggio afflitto da una faida fra due clan rivali. Caduta la dinastia, i samurai sono rimasti senza lavoro. Temuti da tutti, vivono un'esistenza isolata. Al tempo stesso regna l'anarchia perche' il potere centrale si e` disintegrato. I giovani rifiutano la vita noiosa del contadino e preferiscono l'eccitazione del "gambling". In questo paese il solitario samurai viene accolto con la stessa diffidenza. In paese tutte le porte sono chiuse, non c'e` nessuno per strada. A confrontarsi sono le gang di Seibei e Ushi-Tora, entrambi soggetti da forca disposti a tutto per conquistare il potere. I gangster vivono in gabbie, da cui hanno paura di uscire per non morire. Ciascun campo ha anche una gabbia di concubine, schiave rapite o comprate e tenute come galline e fatte esibire davanti agli ospiti. Mancano pochi giorni alla fiera della seta da cui dipende la prosperita` degli onesti abitanti della regione.
Il samurai si offre a Seibei che accetta di pagargli una cifra enorme. Ma poi il samurai ode la moglie di Seibei incitare il figlio a ucciderlo dopo la vittoria (il figlio e` in realta` un bambinone pacifico che e` molto riluttante ad accettare il ruolo di erede), e, per vendicarsi, il samurai si tira indietro proprio quando Seibei ordina l'attacco. I due schieramenti di sgherri rimangono nella strada sotto il sole del mezzogiorno a fronteggiarsi in maniera un po' comica, ma senza toccarsi, osservati dal compiaciuto samurai dall'alto di una scala. Arriva un emissario del governo a controllare la situazione in paese e le due gang devono fingere che tutto proceda normalmente. Per dieci giorni il paese riapre e il gambling scompare. Ma Ushi-Tora e` stanco di perdere soldi e fa uccidere un poliziotto in un paese vicino, in modo che l'emissario se ne vada a indagare altrove.
La pace sta per finire e i due campi tentano in ogni modo di comprare i servigi del samurai. Il samurai sta in realta` continuando a fare il doppio gioco, sperando che i due schieramenti si annichilino a vicenda per il bene del paese. La guerra ricomincia, attizzata proprio dal samurai che cattura due sgherri e li offre a una delle parti, causando la rappresaglia degli altri. Con l'arrivo del vile Nosuke, fratello minore di Ushi-Tora, le ostilita` "escalate" rapidamente: i due gruppi rapiscono membri delle rispettive famiglie (il figlio pauroso di Seibei e la moglie vinta da Ushi-Tora al gioco) e Nosuke fa uso di una pistola. La moglie schiava di Ushi-Tora per poco non manda in fumo lo scambio lo scambio di ostaggi quando corre dal figlioletto che la invoca. Il samurai e` disgustato nell'apprende che quella giovane e bella donna e` stata vinta con una scommessa e ha dovuto lasciare la sua casa e la sua famiglia per andare a servire un vecchio orrendo.
Il samurai decide di offrirsi a Ushi-Tora ma lo fa soltanto per liberare la donna sgominando in pochi secondi tutti i sei uomini che le fanno la guardia. Poi la restituisce al marito, Kuemon, e offre loro persino il denaro che ha ricevuto da Ushi-Tora. Poi fa credere a Ushi-Tora che sia stato Seibei. Ushi-Tora scatena la vendetta, dando fuoco ai magazzini della seta e aprendo i sacchi del sake. Il paese viene semi-distrutto. Nosuke ha pero` scoperto la verita` e va a saldare i conti il samurai. Lo portano nel loro covo e lo fanno torturare da un gigante: Ushi-Tora vuole riprendere la donna e crede che il samurai sappia dove si nasconde.
Il samurai riesce a fuggire con un trucco e poi, aiutato dal vecchio che lo aveva ospitato, riesce a uscire dal paese. Nel giro di pochi giorni e` pronto ad attaccare il paese, ridotto in macerie. Nella strada battuta dal vento si confrontano il samurai e gli sgherri sopravvissuti di Ushi-Tora, che hanno sgominato la banda di Seibei. Il samurai disarma Nosuke e poi in pochi secondi uccide o mette in fuga gli altri. Nosuke, morente, lo supplica di lasciargli toccare ancora una volta la pistola. Era un trucco per ucciderlo a tradimento, ma la morte lo coglie prima che riesca a premere il grilletto. Il pusillanime poliziotto del paese esce a segnalare con il tamburo che tutto va bene, ma cammina in mezzo ai cadaveri e alle rovine. Il Samurai si gira e se ne va.
Il film riprende i motivi del gangster film e del western Americani, ma ambientati in un Giappone medievale. Questo samurai non ha nulla del samurai tradizionale del cinema giapponese: si limita a difendere gli innocenti e a disarmare i vigliacchi (in particolare colui che si è armato di un'arma blasfema, la pistola). Le stragi sono funzionali a riportare la pace. Compiuta la sua missione riconciliatrice, riparte verso nuove avventure.

Janjuro è un samurai astuto e straccione che accorre in aiuto di nove colleghi perseguitati dai prepotenti e disonesti tiranni della zona che sono stati da essi smascherati; è un film tutto basato sugli scontri, sui duelli e sugli inseguimenti, come al solito miscele di truculenza e comicità (nell'ultimo duello, o parodia di duello, dal corpo della vittima il sangue zampilla letteralmente).

 

 

8. Tengoku to jigoku

 

 

Nel continuo alternarsi di jidai-sheki e gendai- sheki Kurosawa torna al genere contemporaneo con Tengoku To Jigoku/ High and Low (1963), un poliziesco a sfondo morale.

Uno studente di medicina, che vive in uno squallido tugurio, affamato di successo e di denaro, trafficante di droga, scruta con un binocolo giorno e notte la fastosa villa che domina dall'alto di una collina; prepara con cura il rapimento del figlio, ma al momento di mettere in atto il piano sbaglia bambino, e rapisce il figlio dell'autista. Alla violenza gratuita del demone dovstoevskiano (simile al Raskolnikov della prima parte di Delitto e castigo), il quale oltre a ossessionare il bambino uccide con la droga i due complici, si contrappone la lucida morale del ricco che paga il riscatto anche se il rapito non è suo figlio e anche se quella somma gli serve per un affare della massima importanza. l'industriale fallisce, e deve ricominciare da zero, mentre la polizia dà la caccia al bandito nei sovraffollati quartieri popolari di Tokyo. Quando, arrestato, il giovane riceve la visita del ricco, gli grida in faccia il suo odio furibondo.

Il film scorre maestoso attraverso regioni del cinema americano classico (l'indagine, il pedinamento, tutto ciò che è poliziesco) e cinema giapponese oyabun-kobun, attraverso la letteratura psicologica russa e la letteratura patetica (del sacrificio) giapponese, attraverso una angosciante paralisi della claustrofobia, della mania di persecuzione, del sadismo e della solitudine, condensata nella tormentata personalità del vile e spregevole che è però anche (e soprattutto?) una vittima della società (vittima e persecutore si riflettono l'un l'altro e si scambiano continuamente di ruolo).

 

 

9. Aka hige

 

 

l'attività del regista si dirada sensibilmente a causa di controversie con i produttori. Aka hige (1965) è la storia di una educazione sentimentale ed è una maestosa rievocazione populista;

 

Mifune è un burbero e selvatico medico soprannominato Barbarossa che dirige attraverso cento difficoltà un ospedale per indigenti durante l'epoca feudale dell'Ottocento; un suo giovane allievo lo segue dapprima scetticamente, ma poi comprende il suo atto altamente umanitario.

 

Il film è un vasto affresco populista e un estenuante esercizio di introspezione: nell'ospedale sfilano tipi orrendi, colti in scene feroci (il tisico che morde l'aria come una gallina, la donna che strilla sul tavolo operatorio come una bestia al macello) e teneramente ritratte attraverso flashback rinforzati da calamità naturali.

 

 

10. Dodeskaden

 

 

Dopo cinque anni di inattività forzata, Kurosawa diresse un tour de force degno di Ichichi-nin no samurai, un film d'ambiente contemporaneo intitolato Dodeskaden (1970), della durata di quattro ore circa, realizzato peraltro in soli 28 giorni con la collaborazione di Kobayashi, Ichikawa, Kinoshita.

l'ispirazione veniva ancora dalla letteratura dei bassifondi (Gorkij, e Hugo de I miserabili ma in chiave esistenziale e antinaturalista), dal cinema delle buone intenzioni italiane (l'accampamento di barboni di Miracolo a Milano di de Sica, il populismo moralista) e dal populismo umanitario che è ormai la costante civile della sua filmografia.

 

Ai margini del Giappone del boom, in una bidonville abbandonata, vive una comunità di derelitti e di disgraziati; i poveri (che nell'accezione zavattiniana sono anche matti) trasformano la loro tragedia collettiva in una patetica opera buffa, sul palcoscenico della quale si rincorrono le macchiette più pittoresche, dall'uomo d'affari che ha tolto il saluto alla moglie infedele all'impiegato spastico che deve sopportare una moglie bisbetica, dal barbone che vive in una carcassa di auto e che lascia morire il figlio intossicato alla ragazza violentata dallo zio che vorrebbe uccidere il fidanzato e suicidarsi, dal vecchio filosofo artigiano imperturbabile che rifiuta di denunciare un ladro e salva dal suicidio un vecchio all'imbecille che mima un tram riproducendo con le labbra lo sferragliare sulle rotaie (dodeskaden appunto).

 

Nonostante i virtuosismi pittorici e l'impegno registico l'affresco del sottosviluppo non giova a Kurosawa, il quale, più che mai osteggiato dai produttori, tenta due volte il suicidio.

 

 

11. Dersu Uszala

 

 

Soltanto nel 1975 può dirigere un nuovo film ma in Unione Sovietica.

 

Dersu Uszala è un cacciatore solitario della taiga siberiana che viene ingaggiato come guida da un esploratore russo. Durante il viaggio attraverso lande ancora incontaminate dalla civiltà l'esploratore l'esploratore resta affascinato dalla personalità del cacciatore, abilissimo interprete della natura e saggio maestro di vita che vive in perfetta simbiosi con la natura. I due si salvano la vita a vicenda; poi si separano, ma si ritrovano cinque anni dopo. Il vecchio cacciatore sta diventando cieco e l'esploratore lo invita ad abbandonare la foresta, dove sarebbe facile preda di belve e banditi; Uszala lo segue in città, ma trovandosi troppo a disagio, preferisce tornare indietro; l'amico, rammaricandosi della sua decisione, gli regala un fucile modernissimo; ed è proprio per rapinarlo di quell'arma che un brigante gli tende un agguato e lo ammazza. Viene sepolto ai margini della foresta, ma quando, anni dopo, l'esploratore tornerà a cercare la tomba , troverà una città.

 

Il primitivo e pagano Uszala è l'esponente di una civiltà fondata su valori ben più alti di quelli distruttivi e materialisti del progresso. La vita stessa di Uszala è un poema tenero e commovente: da quando un'epidemia di vaiolo annientò la sua famiglia condannandolo alla solitudine fino a quando la cecità lo condanna a morte. In mezzo a questi due episodi si distende una vita densa di avventure, di calamità naturali e di pericoli scampati; una vita attraverso la quale il piccolo mongolo ha professato la sua religione della natura, apparentemente un cumulo di assurdi pregiudizi (è terrorizzato dall'idea che lo spirito di una tigre uccisa torni a vendicarsi), ma che è invece una profonda riflessione sul senso ultimo del destino umano.

l'umanitarismo e il senso dell'avventura di tanti film del regista trovarono in quest'opera un punto di equilibrio quasi mistico, riflesso certo della crisi interiore che sta travagliando l'animo dell'uomo. È in effetti una dura denuncia in forma allegorica del consumismo giapponese, che sta annientando i valori naturali: lo scempio che il progresso fa della tomba del povero Uszala è un atto di crudeltà che Kurosawa non intende perdonare; la società moderna non ha rispetto per l'Uomo. La sua morte e la sua sepoltura simboleggiano la morte e la sepoltura di un'intera civiltà.

La commovente marcia verso la morte di Uszala è contrappuntata dai formidabili paesaggi siberiani, immense distese di ghiaccio, silenzi siderali, bufere devastatrici, foreste incantate, tenebre arcane e luci vergini.

Il modo scelto da Kurosawa per parlare del suo naturalismo umanista si serve di due procedimenti molto radicati nella letteratura occidentale: il viaggio fantastico alla Jules Verne e il viaggio di iniziazione alla Joseph Conrad.

Il cacciatore e l'esploratore sono la stessa persona: la personalità schizofrenica dell'uomo moderno, emarginato, divorato e oltraggiato come uomo dal progresso vorace e insaziabile, ed estenuato dalla lotta quotidiana con la natura inclemente, è dilaniata dalla cocente nostalgia per lo stato libero rousseauiano e dal miraggio conturbante del seducente benessere.

 

 

12. Kagemusha

 

 

Altri cinque anni devono passare prima che esca Kagemusha (1980), un'epopea tragicomica ambien

tata nel periodo delle lotte feudali del seicento in cui Kurosawa dispiega ancora una volta i suoi temi preferiti (psicologismo dovstoevskiano, relatività pirandelliana, americanismo spettacolare, ironia e truculenza, montaggio avvincente, fotografia pittorica), investiti di ejzensteiniana solennità nelle scene di massa (affreschi rinascimentali di bestie stramazzate e di soldati trucidati).

 

Un principe moribondo comanda ai suoi fedeli di tenere nascosta per tre anni la notizia della sua morte, in modo da non alterare il morale degli uomini in guerra; un ladro viene salvato dalla forca per la sua somiglianza con il defunto e messo al suo posto; l'astuto e valoroso ladruncolo inganna tutti ed è persino vittima di incubi notturni; viene smascherato soltanto quando il cavallo del sovrano lo disarciona. Cacciato il sosia, il comando viene assunto dall'erede, che però si dimostra tanto inetto da compromettere le vittorie di Kagemusha e da mandare al massacro i suoi uomini contro un nemico armato di archibugi; Kagemusha, trasformato da barbone impenitente a eroico patriota, si immola per la causa in mezzo ai soldati: il suo cadavere galleggia sull'acqua del lago.

 

Il personaggio, tipico derivato dei samurai avventurieri e giullareschi delle saghe sui samurai, attraversa una crisi di identità, che è da un lato quella del burocrate alla ricerca di uno scopo nella vita (I-kiru) e dall'altro quella del Dersu Uszala che percepisce il senso di un rito eterno.

Il grottesco gioco del potere si mescola allo sdoppiamento dovstoevskiano (Il sosia ispira gli incubi notturni del ladro), al dualismo pirandelliano fra realtà e apparenza, al cavalleresco comico ariostesco, nonchè la vocazione all'autodistruzione, a tutto il background culturale acquisito da Kurosawa in trent'anni di cinema.

Ran (1985) e` una trasposizione del "King Lear" shakespeariano.

Hidetora decide di dividere il suo regno fra i tre figli. Il minore non accetta e viene scacciato. La moglie del maggiore nutre un odio atavico contro la loro casata e istiga il marito ad esautorare l'anziano padre. L'armata dei due figli attacca il castello in cui si è rifugiato Hidetora, e massacra il suo seguito. Mentre Hidetora vaga impazzito per la campagna con il fido giullare, perseguitato anche dai fantasmi del suo passato, si scatena la lotta fratricida fra i suoi figli: il secondogenito uccide il maggiore, la vedova di questi diviene la sua amante e lo convince ad uccidere la moglie. Il minore, tornato a soccorrere il padre, viene ucciso dai sicari della donna. Hidetora muore di crepacuore. l'armata del minore attacca l'usurpatore e la perfida viene decapitata. Il potere scatena le passioni violente inibite dall'ordine sociale. Kurosawa sembra ammirato e ipnotizzato dalla grandiosità del male e della perfidia umana, dalla suprema malvagità dell'uomo, e non a caso contempla in silenzio la lunga battaglia centrale (l'intera sequenza è muta). Statica, fredda e maestosa, la sua regia indugia nei colori della carneficina senza alcun moto di pudore o pietà. Si comporta come un dio che osservi dall'alto l'insensatezza del mondo umano, lo splendore terrificante della tragedia umana, l'abominio meraviglioso delle passioni incontenibili. Apocalittico, onirico, allucinante, il film è un poema sinfonico che tocca punte di pathos disumane. Ma è anche un trattato astratto sul senso dell'esistenza umana. Il sapiente contrappunto fra suoni, colori e eventi ne fa uno dei capolavori tecnici del cinema.

Madadayo (1993), il suo ultimo film, Kurosawa e` morto nel 1998.

14. La dignità dell'uomo

 

 

Kurosawa è fin dal principio della sua carriera molto lontano dall'introspezione ascetica di Ozu o di Mizoguchi; un'educazione culturale di stampo occidentale lo attira subito nell'orbita della letteratura europea (Dovstoevskij, Gorkij, Pirandello, Shakespeare, Ariosto in ordine di influenza) e della cinematografia occidentale (Ford, de Sica, Renoir, Ejzenstein, l'horror e il gangster nell'ordine). Alla base della sua opera però sono elementi caratteristici della tradizione giapponese (violenza, ironia, fatalismo), e soprattutto un'autentica personale ispirazione umanitaria volta ad esaltare la dignità dell'Uomo contro tutte le insidie che congiurano per annientarlo, il progresso innanzitutto. Il progresso è responsabile di una società alienante, nella quale l'uomo perde lo stimolo a vivere, tende cioè a vegetare senza scopo.

Gli eroi di Kurosawa sono perciò esseri selvaggi che, vivendo ancora in simbiosi con la natura, uno stile di vita innocente, oppure ribelli che si inventano uno scopo per non morire di inedia morale.

What is unique about this cinema database