Georges Melies
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Il primo artista del cinema fu Georges Méliès, da sette anni illusionista al teatro Hondin e perciò espertissimo in trucchi e macchinari. Affascinato dalla magia del nuovo strumento, si mise subito in concorrenza con i Lumière, dapprima adottando la loro concezione di "riproduzione della natura", poi (dal 1899) volgendosi decisamente verso i soggetti fantastici. Nel suo teatro di posa di Montreuil studiò nuove tecniche, dalla sovrimpressione alla dissolvenza, dal montaggio alla ripresa al rallentatore, abbandonando quindi gli esterni (e il realismo) per l'assemblaggio in studio di fantasie fiabesche; il teatro Houdin, dove venivano proiettate le sue pellicole, divenne il tempio della finzione. Semplici minuziose e rigorose le sue ricostruzioni (per lo più disegnate o modellini miniature ricopiate) di ambienti immaginari si sposavano a meraviglia con le storie attente a sogni e leggende secolari: dalla favolistica per l'infanzia (Cendrillon), dal romanzo d'avventura (La Conquête du Pole, in cui gli esploratori si imbattono nel gigante delle nevi), dal romanzo di fantascienza (Le Voyage Dans la Lune (1902), al Le Voyage à Travers l'Impossible (1904).

Dal 1902 al 1904 i suoi film pullulano di assurdi, in cui gli oggetti si animano di una follia comica, oppure lo spazio è intriso di visioni oniriche, escursioni nel campo della prestidigitazione, intermezzi quasi fra una tappa e l'altra dell'avventura e squisiti esercizi di nonsense calligrafico. (Auberge du Bon Repos, Allucinations du Baron de Munchhausen).

I suoi film ebbero un successo strepitoso, ma a partire dal 1905. schiacciato dal nascente trust cinematografico che lo aveva copiato, si ridusse a una mediocre routine; diresse in tutto più di cinquecento film, ma nel 1913, ormai sorpassato smise di girare, e dopo la guerra aprì un negozio di giocattoli; morì, povero e dimenticato in un ospizio.

I suoi capolavori sono i viaggi fantascientifici su sfondi lussureggianti, in cui Méliès può sbizzarrirsi per quel che concerne sia la sceneggiatura sia la scenografia. Gli astronomi che giungono a bordo di un razzo sulla luna scoprono un mondo invernale popolato di seleniti e di giganteschi funghi; oltre alla descrizione delle meraviglie lunari il film si basa sulla suspense dell'avventura (gli uomini catturati dai seleniti, fuggono portando sulla Terra un esemplare di selenita e poi compiono delle peripezie sui fondali oceanici) e sul sogno centrale, in cui sfilano pianeti e firmamenti impersonati da uomini e donne in costume. Il pubblico rimase sconcertato nel vedere proiettare qualcosa che non era mai accaduto. Il film era molto più lungo del normale ed erano tante le trovate che vi erano fusi due o tre Verne.

Il viaggio nell'impossibile è invece verso il sole, ed è diretto con uno spirito più comico, quasi auto-parodistico: l'astronave è un treno volante che viene lanciato da una montagna come da un trampolino. sul sole gli astronauti finiscono dentro una ghiacciaia, al ritorno precipitano come al solito nell'oceano da dove un'esplosione li catapulta di nuovo nello spazio. Ma in entrambi i film la trama è solo un pretesto per i funambolismi della regia.

Le mélomane (03) compone musica appendendo le teste che gli crescono spontaneamente ai fili del telegrafo, utilizzati come rigo musicale.

Méliès inventò la messa in scena, senza la quale il cinema non sarebbe mai servito ad altro che al reportage; nella moltitudine di imitatori seriosi di Lumière, nella quantità di treni a vapore, signorine a passeggio e bambini sorridenti ripresi dal vivo, Méliès giunse come l'eretico e il ciarlatano, coi suoi mostri e i suoi pionieri dello spazio, con i suoi mondi fantastici; imparò e insegnò a violare la logica della concatenazione delle azioni, a riprodurre i sogni piuttosto che la realtà (celebri le stravaganze della testa decapitata). Fu il primo a concepire il film come una successione di fotogrammi adiacenti e non soltanto come una copia carbone della scena filmata.

Il mago di Montreuil fu soprattutto un creatore di giocattoli, che poi faceva muovere in un contesto mutuato dal teatro féerie (per esempio il volto ammiccante della luna), dalla prestidigitazione, dai giornali illustrati (p.es. il calendario astrologico) a cui dava vita cioè con il suo ampio repertorio di trucchi. Méliès giunge al suo massimo virtuosismo quando usa il cinema stesso, il singolo fotogramma, come giocattolo.

Méliès inventò prima il linguaggio registico, l'insieme delle tecniche mediante le quali il regista può rappresentare la finzione, e poi il suo linguaggio personale, appunto i giochi mossi da trucchi. Quel che manca al suo linguaggio è una grammatica: esso è infatti più che altro un flusso di trucchi fini a se stessi; il trucco è parola e frase, significa di per se stesso; è la negazione dell'ordine delle cose, l'apologia dell'universo del giocattolo. E il giocattolo, in termini di illusionismo, è un fantasma automatico.

Lo stereotipo (Cenerentola, il gigante delle nevi, l'esploratore, il selenita, etc.) e il comico (caricatura e assurdo) rendono comprensibile a chiunque il suo linguaggio, che altrimenti rischierebbe (e in effetti rasenta) il surrealismo, lo psicologismo, il simbolismo, una forma d'arte cerebrale.

Méliès usa il cinema per affascinare sorprendere e meravigliare il pubblico, né più né meno come usava l'illusionismo prima; è un uomo di varietà che si serve del cinema, sfruttando il suo doppio potere di attrazione sul pubblico: il primo, quello già sperimentato da Lumière, di far rivedere una scena reale (testimoniato dall'incredulità del primo pubblico davanti alla proiezione di un treno a vapore), il secondo, la sua grande scoperta, di mostrare come se fosse realmente successo qualcosa che non è mai accaduto e forse non accadrà mai, di inventare una realtà diversa da quella reale di tutti i giorni. Méliès ragionava tenendo sempre presente il palcoscenico; il cinema gli consentiva di far vedere uno spettacolo che non era altrimenti realizzabile (come un viaggio sulla luna). Il film stesso era in fondo una serie di numeri di varietà (balletti, giochi di prestigio, sketch, parodie, commedie in costume, acrobazie, etc,). Rispettoso delle convenzioni della rappresentazione teatrale (la disposizione degli oggetti e degli attori nella scena, la priorità della cronologia delle scene sulla cronologia degli eventi), ma i suoi studi Méliès è sull'uso tecnico del cinematografo, l'adozione dei primi basilari procedimenti filmici, lo pongono al di fuori del teatro e già dentro il cinema (tanto più che egli individua subito nel rapporto regista-pubblico e non attore-pubblico l'asse portante dello spettacolo cinematografico), per cui la sua personalità risulta il punto di passaggio dal teatro al cinema, dove ancora non esiste una vera consapevolezza del cinema, ma il nuovo mezzo obbliga a cercare anche nuovi modi espressivi.

Negli anni venti gestiva un negozietto di giocattoli e soltanto nel 1932 i suoi meriti artistici gli vennero riconosciuti.

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