Ermanno Olmi
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1. Il Posto

Ermanno Olmi passò gli anni Cinquanta a realizzare documentari per un'industria elettrotecnica.

Il suo primo lungometraggio nelle zone padane, presso Milano, del suo paese natale, Il Tempo si è Fermato (1960), risente di quel tirocinio; la storia dell'amicizia fra un vecchio e un giovane, isolati in una diga, è raccontata attraverso le immagini del paesaggio naturale e quelle della vita quotidiana. Spostando l'attenzione al rapporto alienante fra uomo e civiltà industriale, Il Posto (1961) tracciò un commosso ritratto del ceto piccolo borghese, dei suoi piccoli drammi e dei suoi affetti; senza bisogno di ricorrere a tragiche sceneggiate, a invenzioni narrative artificiose o a tipi particolarmente insoliti, Olmi riuscì a dare una visione intensamente umana, per sensibilità psicologica e minuziosa attenzione, dell'effetto deprimente del paesaggio industriale e della malinconica solitudine in cui viene relagato chi lavora.

A family of four lives in a quiet town at the border between the rural and the industrial world. The father goes to work early, taking the lunch that his wife has prepared. The mother then wakes up the youngest son, Franco, who has to do his homework and go to school. Domenico is the elder son: he has the chance to get a job in a big corporation that will last a lifetime, and his father and mother hope that he will make it. He takes the train to the big city. He arrives to the office building and witnesses the servile attitude of the security guards when a manager walks in. He is sent to an office where many other boys are waiting for the same examination. They are led to another building, a sort of palace, where they are given one hour to solve a very simple arithmetic problem. At the cafeteria, where everybody eats in silence with the exception of a middle-aged man who reads aloud the headlines of a newspaper, Domenico says "hi" to a pretty girl, Antonietta, who took the exam with him. He follows her outside and chats with her. They discuss a pitiful man who obviously didn't know how to solve the problem. He helps her cross a street and holds her hand all the way back to the building where they have to undergo the medical and psychological tests. He waits outside for Antonietta. They walk away in the dark. Domenico is hired. He wakes up before sunrise in the morning and takes the train with his father. In the city they part ways. Domenico returns to the office building. Antonietta is also there and he smiles. Domenico is taken to his new boss, who tells him that he does not need white collar workers: all he needs is a company deliveryman. Domenico takes it because it's better than nothing, but this means that he gets separated from Antonietta who has been hired as a typist. He works for a group of silent employees but we see brief snippets of their private life. Domenico and Antonietta also work different shifts. When they finally meet in a hallway, she invites him to go dancing on New Year's Eve at an event organized by the company. That night he waits in vain. There are only a few lonely people. It's a melancholy evening for Domenico. The good news for him is that one of the employees dies and that's the job he has been waiting for. He gets promoted to a desk. An older clerk who has been sitting in the back for 20 years almost cries that he is entitled to that well-lit desk and, when the supervisor tells Domenico to move to the back, the others start fighting for the desk of the dead man.

Olmi considera il lavoro organizzato come il male principale della società: esso annulla l'individuo, gli toglie la creatività che era invece propria del lavoro artigianale.

Fin da questo film Olmi dimostra un affettuoso rispetto per la vita privata che ha qualcosa del sorriso benigno o malinconico di un parroco davanti alle vicissitudini delle sue anime. Le sue immagini hanno tatto.

2. I fidanzati

Lo stesso affettuoso pessimismo, la stessa tenue mestizia, permeano I Fidanzati (1963), un'altra sincera denuncia dell'alienazione; in maniera più approfondita del Deserto Rosso di Antonioni, Olmi insiste sul potere deprimente della società organizzata, sempre contrapposta agli stimoli vitali della società naturale, idealizzata nella sua fattoria padana; il conflitto fra campagna e città non ha nulla di didascalico o ideologico, non ricorre a vicende spettacolari, a teatralità retoriche; si limita ad osservare la gente nei suoi gesti abituali, a frugare nell'animo dei personaggi.

Un giovane operaio lascia la fidanzata per trasferisi in Sicilia, dove l'attende una promozione; ma non riesce a inserirsi nella nuova comunità, e dalla solitudine comincia a rimpiangere la ragazza, finchè decide di tornare da lei.

In quest'arte poetica di rappresentare il mondo del lavoro confluiscono la fedeltà del documentarista, un po' di autobiografia, retaggi sentimentali del bozzettismo intimista. La mano pudica e delicata di Olmi, unita a un'atavica forza morale, rovista nella massa anonima dei lavoratori, convinto, nonostante tutto, del valore dei sentimenti.

E Venne un Uomo (1965) racconta la vita del "Papa buono" Giovanni XXIII , un papa nutrito di semplici virtù contadine.

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3. Un certo giorno

Un Certo Giorno (1968) esamina l'altro lato della medaglia: l'arrivismo borghese che annienta ogni sentimento, per di più personificato in un anziano, dall'animo prosciugato.

Il dirigente di un'azienda pubblicitaria approfitta dell'infarto di un superiore; l'euforia per l'occasione di avanzamento che gli si presenta lo rende tanto sicuro di sé stesso da cercarsi anche un'amante; la fiducia però svanisce di colpo quando investe un operaio con l'auto; anche se gli avvocati possono garantirgli l'immunità, l'uomo si sente di nuovo piccolo e mediocre; chiude l'avventura con la ragazza e torna dalla moglie.

La complessità del mondo borghese non concede spazio al tenero idillio; il lavoro deturpa gli affetti, confonde l'animo, lacera l'età; un miglioramento di posizione, per di più dovuto alla malattia di un collega, crea l'illusione di poter uscire, dopo tanti anni, dalla mediocrità borghese; ma è soltanto un'illusione; c'è, fra le righe, una parabola più profonda, sulla senilità.

I Recuperanti (1969) descrive il dramma dei montanari, la loro fatica quotidiana, le poche soddisfazioni, l'attaccamento alla terra.

Durante l'Estate (1971) è un amaro apologo (un po' chapliniano) sulla solitudine:

un disegnatore si dedica durante il tempo libero si dedica con passione al suo hobby preferito, stemmi nobiliari fasulli per coloro che ambiscono a fabbricarsi una genealogia araldica e che secondo lui la meritano. Nella Milano chiusa per ferie incontra una ragazza che per lavoro passa di casa in casa a offrire saponette. La fa principessa; ma viene denunciato per truffa e finisce in carcere.

4. La circostanza

Più aggressivo La Circostanza (1974) inquadra l'alta borghesia in un momento di crisi generale, attraverso le vicende che toccano una famiglia-tipo milanese, con appartamento cittadino e villa al mare:

il padre, già mortificato in casa, perde il posto di dirigente, la madre indipendente e autoritaria avvocatessa e zootecnica, i tre ragazzi che cercano di costruirsi una vita diversa, uno sposato, l'altro inventore, l'altra romantica studentessa; un giorno la madre soccorre un motociclista rimasto ferito in un incidente stradale e gli si affeziona, lei dura e arida com'è sempre stata; il marito si umilia a chiederle una raccomandazione; la moglie del primogenito partorisce in campagna con mezzi di fortuna, circondata da estranei amorevoli; la ragazza infine si innamora di un ragazzo.

Olmi segue le loro comuni solitudini, illumina i rari squarci di comprensione, stende un pietoso velo sui lunghi giorni di desolata routine; segue in silenzio il loro affannoso cammino, e la sua mano è particolarmente felice nel descrivere i loro momenti di disorientamento: l'umiliante disgrazia del padre, il repentino intenerimento della madre, i ragazzi che non capiscono ciò che succede attorno a loro. Tutto finisce con l'estate: il giovane ferito scompare e per la donna la vita deve riprendere come prima.

Il tema principale di Olmi è sempre lo stesso: il valore dei sentimenti nell'alienante società moderna, valore tanto più alto quanto più raramente essi hanno modo di manifestarsi. Questa mesta elegia dei sentimenti si traduce in condanna della città e in accorato rimpianto della campagna. Il cinema poetico di Olmi affonda le radici nella tradizione del cattolicesimo civile lombardo dell'Ottocento, nella letteratura dei buoni sentimenti (de Amicis, Fogazzaro). Lo stile è perentoriamente anticommerciale,

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sovente sovvenzionato dalla televisione di Stato; è uno stile ascetico, che dal primo Antonioni, dall'ultimo Bergman ed al Bresson di mezzo secerne un colloquiale caldo e quasi dialettale, spontaneo. Olmi si rifiuta di concepire il cinema come un fenomeno da baraccone, come pura evasione.

5. L'albero degli zoccoli

L'albero degli Zoccoli (1978) celebra il mondo contadino con toni da affresco, storico e di costume. La finezza con cui Olmi rievoca il mondo delle campagne ottocentesche (servendosi di ambienti naturali, di attori non professionisti, del dialetto, di una colonna sonora infarcita di musica popolare) si mescola alla commozzione, quando descrive la miseria e i soprusi patiti, e alla nostalgia quando indugia sulle piccole gioie e sulla grande umanità di quella gente, che sopportava con cristiana rassegnazione senza mai tradire la propria etica; le immagini patetiche e dolenti di uomini e donne, vecchi e bambini, curvi sul lavoro dal mattino alla sera, capaci di far fronte a catastrofi crudeli e immeritate, animati da una prodigiosa forza morale, confortati da un forte senso di solidarietà e avvinti al valore universale dei sentimenti, suscitano emozioni semplici e buone, ma invitano anche a riflettere sul significato dell'esistenza umana e a confrontarsi con il passato. Nonostante la cruda documentazione dei disagi, dei sacrifici, della fatica e delle amarezze, di ogni giorno, Olmi riesce a far rimpiangere questa civiltà remota, dove i rapporti fra le persone erano più naturali e l'individuo poteva coricarsi ogni sera con la coscienza tranquilla, senza residui di nevrosi o alienazione da smaltire. L'Albero degli Zoccoli è un ricordo affettuoso, una favola per bambini, un presepe umano; ma è anche un documentario del passato, una fotografia d'epoca, un quadretto familiare; ed è anche un acuto film-inchiesta, una ricognizione antropologica e sociologica, uno scavo archeologico che riporta alla luce con infinita cura reperti di una civiltà scomparsa; è infine il sommesso lamento funebre per un mondo in via di estinzione; lo struggente rammarico per qualcosa che non sarà mai più; ed è ancora una modesta apologia della saggezza popolare, fatta di superstizioni e di proverbi, ma quanto più solida della scienza tecnologica. Il modello è Flaherty: tre ore di panegirico naturalista, poesia dell'intensa, solenne oratoria e naïvitè trascendente. Olmi continua a non volersi domandare il perchè delle cose, a declinare ogni responsabilità, a rifiutare l'analisi sociopolitica degli eventi, a rifugiarsi nel bozzettismo, nel film per aneddoti, nella retorica parrocchiale; è questa la sua forza: l'essere in prima persona uno di quei contadini. Predicatore francescano dell'innocenza degli umili, Olmi propone un cinema non politico, ma morale, al quale non importa smascherare le infami crudeltà dei potenti ma portare ad esempio la ferma, per quanto assurda e ridicola, sopportazione degli umili.

Nella fattoria di un possidente vivono alcune famiglie contadine; al principio dell'autunno si seminano i campi, si restaurano le case e si dividono i raccolti; d'inverno c'è meno lavoro: si chiacchiera, si raccontano favole ai bambini, si intrecciano rapporti sentimentali fra i giovani; in primavera si svolge la sagra del paese; intanto dentro ogni famiglia avvengono piccoli fatti importanti: una vedova con sei figli e nonno a carico è disperata perchè sta morendo la sua mucca, ma le sue preghiere propiziano il miracolo della guarigione; un capofamiglia che si è lasciato convincere dal parroco a mandare a scuola il suo figlioletto intelligente e la cui moglie ha appena messo al mondo un'altra bocca da sfamare e risolve il problema degli zoccoli facendoglieli con le proprie mani da un tronco del padrone tagliato di frodo; un altro capofamiglia ha nascosta nello zoccolo del suo cavallo una moneta d'oro trovata per strada e quando scopre che non c'è più, per la rabbia bastona il cavallo, finchè l'animale si rivolta e lo insegue dentro casa; due sposini partono sul barcone alla volta di Milano, per andare a ricevere la benedizione della zia, suora, che li convince ad adottare un orfanello; il nonno, che conosce un trucco per concimare meglio il terreno, come tutti gli anni cala in paese con la prima cesta di pomodori maturi; il padrone scopre il colpevole del furto del tronco e lo scaccia dalla fattoria con tutta la famiglia.

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6. Cammina cammina

Cammina Cammina (1983) ricostruisce la leggenda dei re magi, che seguendo la cometa vanno a rendere omaggio a Gesù bambino, da un punto di vista favolistico e quasi da recita paesana. Il presepe, simbolo per i bambini dell'ansia gioiosa del Natale e simbolo universale di bontà, assurge a metafora di un'umanità in cammino verso la speranza di un futuro migliore, la speranza della salvezza e del perdono. Olmi compone un'accorata esortazione diretta agli uomini di buona volontà, affinchè rifondino la società sui sentimenti.

Il film, lungo più di tre ore, racconta nei modi delle sacre rappresentazioni e con i testi delle sacre scritture la storia del Natale: l'apparizione della cometa, l'umanità in cammino per andare a rendere omaggio al neonato, i magi, la nascita della Chiesa per opera di un sacerdote sapiente, la fuga davanti alle armate di Erode, la strage degli innocenti. Senonchè quando si apprende che il salvatore verso cui si sta camminando non è altri che un bimbo in fasce, i magi se la svignano, abbandonano la folla degli umili.

L'inquieta coscienza cristiana di Olmi esplora il mito di Gesù e l'istituzione della Chiesa, e ne ricava una dura lezione sull'essenza dell'umana avventura: l'ideale cristiano è eterno, ma la Chiesa è incapace di rappresentarlo, gli uomini sono incapaci di servirlo e persino di capirlo. Con toni da profesia apocalittica il film condanna all'infelicità l'umanità moderna, barbara e arida.

La tecnica di dissoluzione della trama viene messa questa volta al servizio di una rappresentazione globale del popolo, in accordo con la progressione che lo ha portato dal caso piccolo borghese de Il Posto alla comunità contadina de L'Albero degli Zoccoli. Tendenza confermata dal mediometraggio Milano 83, ritratto lirico della sua città paragonabile (strategicamente) a Roma di Fellini

Lunga Vita alla Signora (1987):

sei ragazzi studenti devono fare da camerieri a una cena di personaggi influenti nel castello di una misteriosa castellana. Uno degli studenti se ne va all'alba, seguito dal mastino di guardia.

Il banchetto parte da un'ambientazione gotica, ma scivola poi nella fiaba e finisce nella metafora. Il ragazzo ripudia il mondo corrotto degli adulti, e sceglie l'innocenza. Evangelio del candore.

La Leggenda del Santo Bevitore [(1988) da Joseph Roth] parabola amara e cristiana di redenzione:

un barbone riceve una somma da uno sconosciuto e si impegna a restituirla; tentato dal fato, perde e riconquista in continuazione il denaro; lotta contro il suo spirito debole finchè, in punto di morte, riesce a mantenere la promessa e a morire felice. Si diventa santi resistendo alle tentazioni.

Olmi è il maggior poeta del quotidiano. Umiltà.

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