La Francia degli anni '30 cambiò volto in seguito alla crisi che nel 1936 portò il governo del "Fronte Popolare" formato dai partiti di sinistra e presieduto da Leon Blum. I registi, ancora influenzati dal surrealismo, si dedicano a un "realismo poetico" (Feyder e Carné) il Cavalcanti di La petite Lilie (1928), oppure, sensibili all'entusiasmo popolare per il "Fronte" e ai timori diffusi per la crisi, rappresentano ardori sentimentali che terminano in catastrofi (Renoir, Duvivier, Gremillon, il Cavalcanti di En rade, 1927). Non mancarono comunque gli intrattenimenti gai e spensierati, come le commedie di Marc Allegret (Entreé des artistes, 1938) e di Christian-Jacques (il regista di Fernandel).
Allo scoppio della Guerra Mondiale la Francia fu facile preda dell'esercito tedesco, data la schiacciante superiorità delle truppe hitleriane; nel giugno del 1940 a Parigi si insediò il governo di Vichy, mentre a Londra il generale Charles De Gaulle fondava un governo in esilio, che per quattro anni diresse la Resistenza dei partigiani francesi; lo sbarco alleato in Normandia del giugno 1944 e l'insurrezione di Parigi dell'agosto seguente posero fine all'invasione nazista. La crisi economica e sociale spinse molti registi a emigrare negli Stati Uniti, ma lo spirito del "Fronte Popolare" ispirò una generazione di cineasti che rinnovarono in questo decennio la loro arte nazionale. L'avvento del sonoro aiutò a reagire alla crisi. Così il cinema francese godette di una grande vivacità durante gli anni trenta.
L'umore dell'epoca è un romantico pessimismo legato alle vicissitudini dell'esistenza. L'attore tipo è Jean Gabin, l'operaio che affronta il destino con aristocratico stoicismo, o Louis Jouvet, relitto di una vita interna e ingiusta; anche la maschera ironica e patetica di Fernandel rientra nel clima del Fronte. Quella torva e ironica di Simone Simon (Jean d'Arc di Drejer, La Chienne di Renoir, L'Atalante di Vigo, Quai des brumes di Carnè). Una certa importanza in questo periodo rivestono gli sceneggiatori, gente di calibro di Prévert o di Charles Spaak versatile e prolifico, coautore di molti capolavori di Feyder, Duvivier, Renoir e Gremillon). Ma negli anni del Fronte Popolare sono molti gli uomini di cultura che si cimentano col cinema: fra gli altri il drammaturgo surrealista Jean Cocteau (dopo l'onirico Le sang d'un...?, il cine-balletto di La belle et la bete fino alla revisione- delirante del mito di Orpheé, le torbide versioni estetizzanti metaforiche dei suoi drammi teatrali), il commediografo Marcel Pagnol, che diffonde il pittoresco populismo del Mezzogiorno francese e scopre talenti nei caffé-concerto di Marsiglia (vedi il comico Fernandel) e il romanziere André Malraux (semi-documentarista della guerra civile nel suo unico tentativo cinematografico, L'espoir).
Fra gli epigoni dei grandi registi ci sono invece i due Allegret, Marc, l'autore del leggero Entrée des artistes (1938), e Yves, specialista nel dopoguerra di film-noir avvolti nella bruma e segnati da un destino inesorabile (la prostituzione per Dedee d'Anverse, l'espiazione di un delitto in Une si jolie petite plage).
Louis Jouvet fu un uomo di teatro prima che di cinema, e di teatro nel senso più completo: attore, regista, critico. Sempre composto e dimesso, umile e fiero allo stesso tempo, sapeva ridurre la recitazione ai minimi termini: un gesto o una smorfia.
Il cappellano ipocrita di La kermesse eroique e il vescovo intrigante di Drole de drame (1937, Carné), l'avvocato della malavita di Carnet De Bal (1937, Duvivier) e il commissario di polizia di Quais des Orfèvres (1947, Clouzot), il patetico attore in pensione di La fin du jour (1939, Duvivier) e l'insegnante di recitazione di Entrée des artistes (1938, Marc Allegret) il meschino imbroglione di Hotel du Nord (1938, Carné) sono tre classiche macchiette di Jouvet: il religioso subdolo, il freddo ma umano calcolatore, il serio ineccepibile professionista che dedica la vita al suo lavoro senza ottenere in cambio il rispetto che merita.
L'immagine della Francia del Fronte Popolare fu Jean Gabin, un attore di rivista che solo a trentatré anni riuscì a sfondare nel cinema, imponendo subito la sua faccia più celebre, quella del "duro", del bandito che sa comandare, spietato tanto con gli uomini quanto con le donne (Pepé le moko, Duvivier). Fu l'attore preferito da Renoir dal 1936 al 1938, l'operaio che evade dalla fortezza tedesca in La grande illusion e il macchinista squilibrato che strangola l'amante in La bete humaine; l'eroe del popolo trascende i dettami dell'estetica del fronte quando, sotto la direzione di Carné, diventa l'operaio assassino di Le jour se lève e il disertore che non riesce a fuggire con la ragazza in Quai des brumes. Il primo è un personaggio tormentato, chiuso in se stesso, che rappresenta bene l'inquietudine dei francesi alla vigilia di Vichy; il secondo emerge dai bassifondi e si fa largo in mezzo a una folla di reietti, impersona come Pepé la solitudine dell'uomo braccato dal proprio inesorabile destino.
Nel dopoguerra fornì mirabili interpretazioni un po' in tutti i ruoli: dall'impresario senza scrupoli di French Can-can (1955, Renoir) all'intellettuale furbo e audace di La Traversé de Paris (1956, Autant-Lara) al gangster geniale e fedele di Grisbi (1954, Becker), ciascuno imitato poi in decine di drammi o commedie dei sessanta e dei settanta.
Gabin fu l'attore "francese" per eccellenza, amicone, burbero, e alla buona; ma interpretò anche un personaggio complesso, misantropo e misogino, un saggio realista che non si fa illusioni e combatte la vita giorno dopo giorno; e nei film avventurosi fuse il cliché nazionale del moschettiere con il cliché hollywoodiano del gangster, ricavandone un bandito più umano, meno criminale e più perdente.