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Il figlio di Auguste Renoir crebbe a contatto con gli ambienti culturali
borghesi del principio del secolo; e crebbe in una casa che era una galleria
permanente dei quadri paterni. Il naturalismo letterario e l'impressionismo
figurativo costituirono perciò le naturali basi culturali del giovane
Jean. Iniziato al cinematografo dalle proiezioni domenicali del collegio, la
sua passione esplose soltanto durante la Guerra, quando congedato per una
ferita alla gamba l'invasione dei film
americani rivelò all'ufficiale convalescente i serial (The exploits of Elaine) e le comiche
(Charlot); alla fine della guerra il padre pittore morì e il figlio sposò una
delle sue modelle, abbandonò il mestiere di ceramista e cominciò a fare del cinema per
lanciare la moglie. La svolta artistica fu determinata nel 1924 dalla visione di un film di Stroheim; Renoir
individuò nel realismo trasfigurato la vena autentica del cinema e intraprese una coscienziosa
codificazione di un possibile realismo cinematografico francese, filtrandola attraverso le sue radici
impressioniste e naturaliste; i borghesi, icontadini e gli operai di tutti i giorni (nell'accezione paesista e
sensuale dei dipinti paterni) entrarono stabilmente a far parte dei suoi film; scoperto il valore plastico del
gesto quotidiano, Renoir concepì il film come una ricostruzione della natura, ivi inclusi paesaggi e
forme umane.
Nonostante la carenza sotto il profilo della trama, e quindi la struttura a divagazioni, La Fille de l'Eau (1924), on il lungo sogno "strohemiano" dell'innocente vestita di bianco nel bosco) e Charleston (1927), capriccio surrealista in cui un argonauta negro scopre i resti di una città e incontra un'indigena che balla il Charleston) propongono diversi agganci all'avanguardia parigina (onirismo, paesaggismo, esotismo), La petite marchande d'allumettes (1930), film pionieristico e artigianale per il modo in cui fu prodotto, tratto da una fiaba di Andersen, conteneva una danza di balocchi; Tire au Flanc (1929), caricatura dell'ambiente militare, è il primo accenno chapliniano "umorismo umanitario"; Nana (1926), tratto dal romanzo di Zola, sfrutta la storia dell'attrice avida e fatale per allestire una retrospettiva sui costumi francesi, dalle corse dei cavalli al can can; il gusto di vivere e il senso dello spettacolo renoiriani trovano la loro prima sistemazione in una rigorosa cornice narrativa.. La Chienne (1931) è il ritratto di una donna fatale e contemporaneamente la storia di un piccolo borghese insoddisfatto. Boudou Sauve` des Eaux/ Boudou Saved from the Waters (1932) è un vaudeville satirico: un clochard anarchico tenta di suicidarsi buttandosi nella Senna, ma viene salvato da un borghese; diventato ospite permanente del pover'uomo, gliene combina di tutti i colori, mettendo a soqquadro le sue abitudini e i suoi valori morali, arrivando a sedurgli la moglie e la cameriera; ma alla fine sceglie la libertà della vita all'aria aperta, senza agi ma anche senza borghesucci fra i piedi. La natura anarchica di Renoir deborda: il film inneggia ai piaceri semplici e naturali della vita ed esalta la libertà, dileggia l'ipocrisia e la meschinità, condanna il conformismo. Il renoiriano gusto della vita trova qui la sua più vera apocalitica connotazione. Toni riprende la tecnica di La Chienne: un gatto da cronaca nera funge da pretesto per la ricostruzione di un ambiente e per l'analisi sociale dello stesso. Per essere più fedele possibile Renoir girò nei luoghi del film, nelle case degli operai, e si servì per alcune parti di attori non professionisti. Il protagonista è un italiano, che lavora in una cava nei pressi di Marsiglia, alloggia in una pensione, ed è l'amante della sua padrona di casa; ma un giorno s'invaghisce di una spagnola, amata anche dal cugino; Toni chiede la sua mano, ma nello stesso momento il caposquadra la violenta, e lei rimasta incinta, non può che sposarlo. Toni non sopporta a lungo la relazione con la padrona di casa, ma quando la lascia lei tenta di uccidersi e viene salvata da un amico; la spagnola scappa con il cugino, ma il marito la insegue, la raggiunge e la riempie di botte; abbandonata dal complice, per difendersi uccide; Toni, disposto nonostante tutto ad aiutarla, provvede a sotterrare il cadavere; non solo: sorpreso dai gendarmi, si accusa del delitto; poi si dà alla fuga; quando la spagnola confessa la verità, Toni è già stato ucciso dai gendarmi. Il dramma dell'emarginazione è misto alla denuncia della violenza sociale: l'operaio è onesto e generoso e ricerca soltanto i piaceri naturali della vita, mentre gli altri (l'amante possessiva, il capo brutale, il cugino infingardo, i gendarmi ottusi) formano una società opprimente e spietata. Come in La chienne si assiste alla degradazione di un uomo per cause erotiche; anche in Toni viene condannato un innocente. Ma in questo film la visione cupa e disperata dell'esistenza non ha un senso fatalista, come in quello; non è più il destino, è la società. L'adesione al Fronte Popolare e il varo programmatico del "realismo poetico" hanno fatto lievitare lo stile di Renoir: la macchina da presa sempre in movimento e i molteplici movimenti all'interno della medesima immagine conferiscono all'impressionismo pastorale ed erotico di ascendenza paterna il voluto carattere sociale, tanto documentario delle condizioni del proletariato tanto di denuncia dello sfruttamento quanto di satira anti-tecnologica. La macchina da presa "esplora" il campo d'azione. Le Crime de Monsieur Lange (1936) è vivacizzato dalle gag di Prévert, ma è sostanzialmente un film di celebrazione degli ideali e degli entusiasmi del Fronte. Narra di un padrone spregiudicato che, sull'orlo della bancarotta, abbandona la tipografia e i suoi operai; essi non si disperano: si riuniscono in cooperativa e pubblicano i romanzi d'appendice di Monsieur Lange; quando il padrone apprende che gli affari sono buoni, non solo si ripresenta come se niente fosse successo, ma pretende anche di ritornare in possesso della sua proprietà (e di conseguenza dei soldi guadagnati dagli operai); Lange reagisce e nella foga finisce per ucciderlo; fugge con la sua ragazza; le guardie lo raggiungono, ma approvano la sua azione e lo lasciano espatriare. Il cortile parigino in cui si arrabattano gli umili protagonisti vale più della morale socialista. Il contrasto di classe, e il padrone ha tutte le sembianze del Destino. Nel 1936 Renoir diresse anche un film per la propaganda elettorale del Partito Comunista, La Vie Est a Nous, a cui collaborarono vari registi, fra cui il giovane Becker. Il film, strutturato a episodi, è tre cose insieme: esposizione del dogma comunista (con discorsi dei leader), inchiesta sulla condizione della classe operaia (scioperanti, contadini, disoccupati), satira dell'estrema destra la rigida impostazione ideologica del film non è coerente con la natura anarchica del regista. Ben più personale Une partie de campagne (1933), malinconico bozzetto piccolo-borghese ambientato nella fin-de siècle dei pittori impressionisti e degli scrittori naturalisti, per il quale usufruì dell'assistenza di giovani promesse cone Becker, Visconti e Allegret; la borghesia (il bottegaio, la figlia, la moglie e il commesso promesso genero) è attaccata da un virus sconosciuto, due giovani che seducono le donne durante uma gita in campagna; per un attimo le due donne escono dalla grigia mediocrità di tutti i giorni, e capiscono cosa sia il piacere della vita; ma viene il momento dell'addio, e il ritorno all'interno dell'ordine borghese. Renoir, più che nella ricostruzione figurativa dell'epoca e dell'arte paterna, si riconosce nella morale anarchica che esalta la disubbidienza all'ordine etico e civile. Les Bas-fonds, da Gorkij, nonostante si avvalesse di un cast di eccezione (Gabin e Garve?) e della sceneggiatura di Spaak, non riesce a sfruttare la formidabile galleria di relitti umani, ospiti di un albergo se non per fini didascalici: il ladro Gabin riesce alla fine a dare la felicità a una figlia della borghesia più bieca. Apparentemente anti-militarista e nazionalista, La Grande Illusion (1937) accentua l'ideologia classista di Renoir, arrivando alll'affermazione che gli uomini si sentono più accomunati dall'origine sociale che non dalla divisa che indossano. Il film vale, più che per alcune soluzioni formali di grand'effetto (è una sinfonia di temi che s'intrecciano e si modificano a vicenda), soprattutto per l'intreccio di temi e di ideali, per il caleidoscopio di umori che caratterizzano le varie scene: la dignità dell'ufficiale tedesco sconfitto dalla vita, la solidarietà fra i due ufficiali aristocratici orgogliosi della tradizione cavalleresca della loro classe seppur consci del suo inesorabile declino, lo spirito patriottico del figlio del popolo, la ricerca disperata della libertà da parte degli evasi, l'amore che sboccia fra la contadina tedesca e l'operaio francese. Sono queste le grandi illusioni del film, un'opera emotiva sulla decadenza dei vecchi valori morali, tesa ad esaltare l'umanità che le divise tentano invano di nascondere. Libertà uguaglianza e fraternità: gli ideali della rivoluzione borghese animano questa tragedia di classe. Al 14 luglio Renoir dedica La marseillaise, un film rigorosamente storico che doveva servire anche da parallelo con la situazione del 1938 (a fronte popolare ormai in piena crisi): cinquecento marsigliesi attraversano la Francia dal sud al nord cantando "allons enfants de la patrie..." per unirsi all'armata del popolo. Con La Bête Humaine/ l'Angelo del Male (1938) Renoir torna al film noir, alla cronaca naturalista di un delitto, e alla denuncia umanitaria del disagio(?) esistenziale della classe lavoratrice, qui rappresentata de un macchinista (Gabin) squilibrato che s'infatua della moglie di un capostazione; ques'ultimo ha ucciso un ricco corteggiatore della moglie e approva la condotta della moglie, che imbriglia così un testimone pericoloso; ma i due finiscono per innamorarsi al punto da progettare di assassinare il marito, se non che il macchinista all'ultimo momento non trova le forze e provocato dal rimpovero e nei giorni seguenti dall'atteggiamento scostante dell'amante, viene colto da una crisi isterica e strangola invece lei; disperato, completa l'opera gettandosi sotto un treno. Il canovaccio di Zola è portato all'estremo, il film è oscurato da una cappa pesante e buia, da un'ossessiva incombenza e presenza dell'omicidio: Gabin che quasi strangola una donna che gli si concede, il capostazione che uccide il ricco in uno scompartimento, l'amante che istiga Gabin, Gabin che segue la vittima nel buio, Gabin che strangola l'amante, Gabin che si getta sotto il treno. La donna fatale è il piacere che l'umile operaio non può godere, perché l'ordine sociale lo assegnano ad un borghese. 8) La règle du jeu I movimenti della macchina da presa e le trame della sceneggiatura giunsero a un culmine di complessità con La Règle du Jeu/ The Rules of the Game (1938), il più lucido e armonioso dei suoi film; il modo di far cinema di Renoir si era poco a poco spostato da uno stile "pittorico" (svagato, occasionale, episodico, e spiccatamente figurativo) a uno stile "musicale" (sinfonico, mosso, cupo, con punte di tensione drammatica), segnando così poco alla volta il distacco dall'eredità artistica paterna e la formazione dell'uomo cinematografico puro e completo (regista, fotografo, sceneggiatore, attore). Durante la festa che segue la caccia i corteggiatori si scatenano, e nella festa dentro la festa si sfiora il dramma: il guardiacaccia spara all'ex-bracconiere, ma lo manca; il marchese li licenzia in tronco e ai due non rimane che compatirsi a vicenda nel parco. La marchesa si stufa dell'aviatore e non crede al marito, sicché opta per Renoir, il quale però all'ultimo momento è colto da scrupoli e rimorsi e, convinto di non poterla rendere felice, rinuncia a favore dello sfortunato e devoto amico. All'appuntamento nella serra va così l'aviatore, ma i due servi dal parco scambiano la coppia per Renoir e la loro amata (che sono stati amanti in passato); questa volta il colpo del guardiacaccia centra il bersaglio, e uccide l'uomo che, manifestando sentimenti nobili e onesti, aveva rifiutato di seguire le regole del gioco. Il marchese, per non sollevare uno scandalo, tranquillizza gli invitati dicendo che si è trattato di un incidente. Il film, al confine fra farsa e tragedia, è zeppo di trovate funzionali. La caccia (e il massacro dei conigi), la festa (con la battaglia dei cuscini e Renoir travestito da orso), il concerto della "danse macabre" eseguito da un organo automatico per un pubblico di scheletri, concorrono a definire una molteplice regressione (bestiale, infantile, meccanica) dei borghesi: bestie, bambini e robot che compiono i loro riti cannibaleschi, ludici, programmati. Scene da Slapstick e scene espressioniste, Beaumarchais e de Musset, servono ad allestire una satira corrosiva e totale della borghesia. Anche in questo film Renoir isola i personaggi dentro un castello immerso in uno spazio deserto. E' ancora una condanna alla prigionia o alla morte; anche qui le regole del gioco non possono cambiare. Abbandonato il gauchisme dogmatico che poco gli si confa, Renoir delinea con La Règle du Jeu il suo credo anarchico; accomunati nobiltà, borghesia e proletariato in un gigantesco e a volte disumano gioco di illusioni (e qui il suo realismo è pessimismo), Renoir indica sempre un modo per godere la vita, nonostante tutto (lo stesso realismo si rivela ottimista). Allo scoppio della guerra riparò negli Stati Uniti, dove fu costretto a girare film sulla provincia americana, la melodrammatica galleria di reietti di Swamp water, o di propaganda. The Southerner, uno dei suoi capolavori, è un piantatore di cotone che deve vedersela con l'ostilità dei nativi, la carestia, la tempesta, ma continua imperterrito a sperare in un futuro migliore; in questo film l'ambiente che condiziona il protagonista è soprattutto la natura. This Land Is Mine (1943), on a school teacher accused of being a nazi collaborator. The brief The Woman On The Beach (1947) is too allegorical and melodramatic, with an ending that seems improvised. The tension between the good girl and the bad girl is only sketched. The conflict between the two men is so abstract that it amounts to nothing. Scott's fiance comes to tell him that she changed her mind and now would like to get married right away, but now it's Scott who thinks it was a silly idea. He is rude to her and she leaves crying. Scott continues his secret relationship with Peggy and continues to suspect that Todd can see. Peggy says she would leave him if she found out that he can see. Todd's blindness could be a way to make sure she stays with him and feels she owes him. Scott tests his theory when he is walking by the edge of a cliff with Todd, but Todd falls down the cliff and gets hurt. Scott also hears rumours of a relationship between Peggy and another man (and, confronted, Peggy does not deny). The two events convince him to repent. Scott confesses his suspicion to Todd and Todd seems surprisingly agreeable. However, Scott can't resist and eventually returns to the wrecked ship to meet Peggy. The following day he invites Todd to go fishing with him during a storm, and Peggy senses that Scott is out to kill Todd. Alone with Todd on the boat, Scott confronts Todd about Peggy. They fight, they both fall in the water. Peggy calls the coast guard and they rescue the two. Despite the fact that it was Peggy to call the coast guard, her husband Todd blames her for trying to kill him, as if the seduction of Scott was merely a means to an end. Eve the innocent tries to make amend with Scott, but Scott can't resist when Peggy calls for help. Todd has set all his paintings on fire and the house with them. Scott doesn't stop him. By burning his paintings, Todd is setting Peggy free. Diary of a Chambermaid (1946) è un film noir ambientato nella solita ricca borghesia della fin-de-siècle; la vicenda è truce e amorale, in contrasto con le motivazioni sociali dei film analoghi di Renoir: una cameriera e un maggiordomo per impossessarsi degli averi dei padroni si abbassano senza ritegno alla prostituzione e al delitto; nel clima di decadenza e di corruzione sono coinvolti tanto i padroni quanto i servi, come nella Règle Du Jeu. Nel 1951 in India gira The River, storia malinconica dell'amore di due adolescenti inglesi e di un'indiana per un ex-soldato Americano invalido. Sullo sfondo il Gange e il misticismo hindu, che suggestionano il regista pagano e occidentale sospingendolo verso uno stile piu` documentario e contemplativo che narrativo. Nel 1952 Renoir torna in Europa e gira a Roma La carrozza d'oro/ Le Carrosse d'Or/ The Golden Couch. Il film del ritorno a Parigi è French Can-can (1955), ancora una meditazione sullo spettacolo, e naturalmente una nostalgica impressionista rievocazione della belle-époque: il proprietario di un tabarin (Gabin) s'innamora di una lavandaia e ne fa una provetta ballerina, fa costruire il Moulin Rouge e lancia il can-can. Gli amori e le gelosie, l'invidia e la generosità, complicano la vicenda come piace a Renoir, e alla fine la spunta l'individualista a oltranza, colui che ha sfidato socio e amante per fare di testa sua, l'anarchico che crede nel piacere della vita. In Elena et les Hommes/ Helena and her Men (1957) Ingrid Bergman è una giovane nobile polacca che, rimasta vedova nella Parigi di Boulanger, passa da un uomo all'altro (un musicista, l'aspirante dittatore, Boulanger) finché incontra un uomo che apre gli occhi a lei e alla Francia (su Boulanger); l'atmosfera è fiabesca, il carosello degli amanti ricorda La Règle du Jeu; ma Eleana è un personaggio femminile ancor più deificato dell'attrice di La Carroza d'Oro; in lei è racchiuso il piacere della vita, il movente dell'ambiente, l'immagine della natura; attorno a lei si svolge il balletto dei militari e delle loro amanti. Così antiquato è lo stile da parere un'operetta. In questa trilogia Renoir ha rivisitato la commedia dell'arte rinascimentale, il music-hall della belle-époque e l'operetta del boulangismo. Protagonista è il palcoscenico, come prima era il cortile del quartiere o la stazione ferroviaria o un fortezza sperduta: Renoir teatralizza la vita in due modi: prima ispirandosi alla cronaca nera poi registrando degli attori che recitano e fa vedere che non c'è nessuna differenza. L'immagine opulenta e movimentata di Renoir, arricchita ora di effetti cromatici, indugia e gongola fra i costumi e gli sketch. Alla fine degli anni cinquanta la carriera di Renoir è ormai agli sgoccioli; eppure il regista apporta ancora delle innovazioni tecniche alla sua professione: dopo gli esperimenti col colore è la volta del cinema verità, la ripresa diretta dell'azione e il montaggio essenziale secondo lo stile dei cinegiornali. Con due aforismi filosofici e fantascientifici Renoir consegna il suo testamento spirituale, che sostanzialmente consiste in un grande amore per la vita. Le Dèjeuner Sur l'Herbe/ Picnic on the Grass (1958) è una garbata satira delle utopie scientifiche: un biologo, che sostiene di aver inventato un sistema di fecondazione artificiale e che è candidato alla presidenza dell'Europa, in procinto di sposare un donna importante, viene convertito al sano metodo tradizionale da una cameriera colta, dopo che un pastore col suono del suo flauto ha eccitato i sensi dei villeggianti, mentre fa il bagno nuda nel fiume. Renoir si schiera decisamente contro il progresso e a favore dello stato di natura, della riscoperta del piacere di vivere. Le Testament du Docteur Cordelier è un adattamento del Dr. Jekill and Mr. Hyde di Stevenson; lo scienziato parigino Cordelier tenta di materializzare l'anima, ma riesce invece a sdoppiarsi in un suo sosia, che ha la proprietà di non essere soggetto ai formalismi e ai condizionamenti della società borghese e che perciò rappresenta il suo vero io; quanto Cordelier è composto, ordinato e rispettoso, tanto il sosia è insofferente, malvagio ed eversivo; la cisi di identità psicologica si trasforma in crisi di identità sociale, poiché lo scienziato è conteso fra il borghese e l'anarchico, fra la soppressione e l'esaltazione del piacere di vivere. Nel 1969 Renoir dirige l'ultimo film, nel 1981 muore. 1- film di Renoir si possono grosso modo suddividere in otto filoni, cronologicamente distinti: 2- il realismo poetico: Une partie di campagne, La petite marchande d'allumettes (impressionista, fiabesco); 5- il realismo storico: La grande illusion, La marseillaise (i retroscena della storia); 3- il realismo militante: Le crime de M. Lange, La vie est à nous (celebrazione del fronte, didascalica del dogma); 1- il realismo nero: Nana, La chienne, Toni, La bête humaine (donna fatale, lavoratore oppresso); 4- il realismo anarchico Boudu (?) sauvé des eaux, La règle du jeu (surrealismo, vaudeville); 6- il realismo mistico: The river, The southerner (pacato lento solenne); 7- il realismo spettacolare: La carrozza d'oro, French can- can, Eleana et les hommes (riflessione sullo spettacolo); 8- il realismo antiscientista: Le testament du docteur Cordelier (paradosso caustico sul progresso tecnologico). Sensibile al mutare dei tempi, ai cambiamenti sociali e culturali, Renoir rinnova di volta in volta il suo cinema, ma la sua opera è abbastanza unitaria. Se il realismo poetico è frutto passivo della sua infanzia impressionista e della sua giovinezza surrealista, se quello militante fa parte del suo privato contributo civile alla storia politica della sua nazione, se quello mistico ha origine dai viaggi esotici di un saggio, dalla presa di contatto con civiltà angosciate da problemi diversi; se quello spettacolare è in fondo un atto di gratitudine nei confronti dei generi a cui s'è ispirato; la vena autentica di Renoir è quella che porta dalla cronaca nera alla storia, dall'anarchia allo scetticismo. Renoir è innamorato della vita, il suo unico ideale consiste nel goderla fino in fondo; si scaglia perciò contro tutto ciò che può impedire di farlo: le convenzioni borghesi e l'ingranaggio tecnologico su tutto. D'altra parte offre la sua solidarietà alle vittime della società borghese (le vittime che riempiono le pagine della cronaca nera) e a quelle del progresso (le vittime che, a moltitudini, vengono ignorate nelle pagine della Storia). Fra questi quattro poli simmetrici oscilla la cinematografia del massimo regista francese. Il quadrato si chiude se si concepisce il fatto di cronaca come elemento atomico della Storia; allora l'insieme dei fatti di cronaca assume la portata di un'epopea popolare. Ultimo autentico bohémien e primo lucido sessantottista, Renoir eccelse nel saper cogliere il senso di una società, di un'epoca, di un ambiente e nella capacità di tradurlo in immagini mobili. Proprio perché è così abile nel comprendere l'umanità, nella sua filosofia non c'è spazio per l'utopia. Nel suo microcosmo (ora cortile di periferia, ora fortezza, ora castello) c'è posto soltanto per la vita quotidiana, con tutti i suoi vizi e i suoi intrichi; è la vita stessa, vista nel quotidiano, ad essere ideologicamente ambigua. I film di Renoir sono spesso definiti da un ambiente, che contiene in sé fin dall'inizio il germe della tragedia; dopo di che i personaggi non fanno che seguire passivamente le regole del gioco: la configurazione iniziale racchiude già in sé quella finale. Il cinema d'ambiente di Renoir risente in almeno due aspetti dell'arte paterna. La natura che isola i personaggi (tanto il deserto di neve che circonda la fortezza quanto il Gange o il bosco intorno al castello) è un surrogato dei passaggi opulenti di Auguste. La sensualità , simbolo di piacere e di morte, che nei quadri di Auguste è un inno alla stessa Natura, nei film di Renoir si trasforma in un segno cupo e disperato; le donne sono dotate di un'aggressività ferina, sono nevrotiche o psicopatiche, esseri incontrollabili al limite dell'allucinazione e dell'incubo erotomane. La Natura e la Donna sono delle astrazioni che vivono nella mente dei protagonisti, a loro volta naufraghi della vita che da quei miraggi sono ora attratti ora incatenati. |
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