Ettore Scola
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Ettore Scola, giornalista umorista e sceneggiatore comico (Il sorpasso per Risi, Anni ruggenti per Zampa), oscilla fra gli ultimi rigurgiti della commedia all'italiana e una caustica satira di costume che affronta situazioni e temi da film-inchiesta [Se permette parliamo di donne (1964); La congiuntura (1965), thriller rosa e acrobatico con un playboy in villeggiatura che in Svizzera insegue una bella avventuriera coinvolta in un giro di fughe di capitali].

Il suo forte è la caricatura graffiante inserita in un contesto collagistico di bozzetti e di tipi, di farsa dialettale.

Il commissario Pepe (1969) passa al microscopio la vita di provincia:

un commissario riceve l'ordine di moralizzare la città, e, grazie ai pettegolezzi di un mutilato in carrozzella, scopre i vizi nascosti dei cittadini più rispettabili (vecchiette che affittano camere a ore, adolescenti di buona famiglia che si prostituiscono, professionisti omosessuali, orge dell'aristocrazia); i superiori non vogliono compromettere i pezzi grossi, ma il commissario rifiuta ogni discriminazione, rinuncia all'inchiesta e si fa trasferire.

Dopo due film sull'alienazione con protagonista Mastroianni, Dramma della gelosia [(1970) storia della decadenza di un muratore, che ha ucciso involontariamente l'ex-amante e deve scontare un periodo di carcere, ma ne esce matto], e Permette? Rocco Papaleo [(1971) un semplice e onesto emigrato siciliano che a Chicago viene coinvolto in storie di vizio e delinquenza, alla fine delle quali si dà al terrorismo], Scola approfondisce l'argomento girando un film-inchiesta semidocumentario sulla condizione degli emigrati meridionali a Torino, Terevico-Torino (1972), un po' Olmi industriale un po' Godard sessantottesco.

La Più Bella Serata della Mia Vita [(1972) da Dürenmatt]:

Sordi è un industriale italiano in Svizzera per esportare i suoi capitali che finisce in un romito castello per inseguire sulla sua potente fuoriserie una centaura misteriosa; sedotto da una cameriera avvenente accetta l'invito a cena dei quattro vecchi che abitano il castello e che passano il tempo a processare gli ospiti; durante la cena quello che sembrava uno scherzo si trasforma in un vero e proprio interrogatorio; alla fine, riusciti a condannarlo a morte durante il dessert, se la ridono tutti insieme e poi vanno a letto. In sogno gli compare la centaura (la morte) che lo fa salire sulla sella, sfreccia per i corridoi e i saloni del castello con una risata stridula e lo porta al patibolo. La mattina dopo gli presentano il conto: era tutto a pagamento (tutta una finzione dentro la finzione del processo dentro la finzione dell'invito a cena). Sulla via del ritorno incontra di nuovo la centaura, e ingaggia di nuovo con lei una gara di velocità, ma questa volta l'auto precipita in un burrone; e, mentre l'auto volteggia nel nulla al rallentatore, Sordi vede che la centaura si leva il casco ed è proprio la cameriera del castello; allora scoppia a ridere e va a sfracellarsi in una lunga risata.

Un tetro apologo metafisico, fra Kafka e horror, una marcia funebre con tono disincantato.

I due capolavori di Scola hanno invece per protagonista Manfredi: C'eravamo Tanto Amati (1974) passa in rassegna tre decenni di vita nazionale;

tre giovani partigiani salutano la liberazione pieni di entusiasmo; ma il dopoguerra tradisce le loro speranze: Manfredi fa l'infermiere per un magro stipendio e si innamora di una brava ragazza; l'intellettuale cacciato da scuola per le sue idee eversive si trasferisce nella capitale, a far la fame in una soffitta, e perde la moglie; l'avvocato invece, dopo aver rubata la ragazza all'amico Manfredi e averla piantata per interesse, fa carriera tradendo gli ideali e sposando la figlia idiota di un vecchio e cinico speculatore (Fabrizi); i tre si ritrovano nel periodo del boom: Manfredi si è rimesso con la vecchia ragazza, incontrata in centro mentre stava girando un film di Fellini; l'intellettuale fa il critico cinematografico e l'avvocato, l'unico ad aver fatta strada, si vergogna di raccontare la verità e si finge posteggiatore abusivo; passano la notte davanti alle scuole, dove le madri si sono accampate per essere in prima fila quando si apriranno le iscrizioni; poi per caso infermiere e intellettuale scoprono la vera identità dell'amico, che vive

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solo nella sua grande villa con il suocero paralizzato dopo il suicidio della moglie; lo vedono tuffarsi in piscina e se ne vanno sulla loro utilitaria sfasciata bisticciando sul fallimento della loro generazione.

Pagati gli ovvi debiti a de Sica e Zavattini, Scola inquadra la sua storia mettendo sullo schermo i personaggi reali dell'epoca: il famoso regista, il presentatore del telequiz, etc. L'eroe positivo è Manfredi, l'umile proletario armato di buoni e leali sentimenti, destinato ad essere vittima in eterno di tradimenti, da parte della società o da parte degli amici o da parte della fidanzata. Gli eroi negativi sono l'avvocato, un borghese avido e arido che per ottenere ciò che desidera non esita a sacrificare amici e moglie, salvo poi vergognarsi di sé stesso, condannato a una miseranda solitudine, e l'intellettuale, un utopista inconcludente e anacronistico. Mescolando sentimento e comicità, nostalgia e satira, Scola scova la fonte di una poesia amara e struggente, che fa della sconfitta esistenziale un tema cosmico, all'ombra della forza distruttiva del tempo.

Brutti, sporchi e cattivi (1976) è un affresco crudo e amaro del sottoproletariato romano, una farsa oscena ambientata nella miseria più squallida.

Manfredi è il repellente patriarca di una famiglia di baraccati, una specie di tribù sulla quale esercita un potere assoluto; vivono ammassati come bestie in un tugurio polveroso, vestiti di stracci; Manfredi è rozzo e violento, si ubriaca e va con le prostitute; i figli si arrangiano, chi rubando chi facendo l'infermiera (e accontentando il vecchietto che supplica un atto di autoerotismo); in casa regna la più completa promiscuità: una delle nuore si lascia prendere da un cognato, e dal suocero stesso di notte nel gabinetto; questi dal canto suo stabilisce che la sua prostituta favorita, un ammasso di carne, dorma nel letto matrimoniale con la moglie e una docile adolescente è l'unica persona che si preoccupi di far giocare e studiare i bambini. Ma serpeggia anche l'odio, perchè il patriarca, quando perse l'occhio, fu risarcito con la somma di un milione, somma che il despota ha nascosto e rifiuta di mettere a disposizione della famiglia; i parenti non aspettano altro che un suo momento di distrazione per saltargli addosso; cosicchè quando la moglie lo fa arrestare per percosse, i figli mettono a soqquadro la casa, ma senza esito. Alla fine architettano un complotto: ad una grande tavolata la moglie serve pastasciutta avvelenata; ma Manfredi se ne accorge in tempo e si salva vomitando il pasto; poi torna a casa, dà fuoco alla baracca (i figli si preoccupano di salvare i loro averi mentre la nonna paralitica rischia di bruciare viva), e la vende a un'altra famiglia. Tempo dopo, ristabilito l'ordine, l'adolescente è incinta.

Un disperato poema sulla fame e sulla miseria.

Il cinema di Scola si afferma come cinema popolare, nel senso comico, nel senso sentimentale e nel senso sociopolitico; individuale e collettivo, privato e pubblico sono le due facce della stessa medaglia.

Una Giornata Particolare (1977) sullo sfondo dell'epoca fascista descrive il vano amore fra una casalinga sfruttata e un omosessuale perseguitato, lei destinata a tornare fra le braccia brutali del mairto e lui destinato ad essere deportato. L'intimismo crepuscolare sfuma in un poetico omaggio agli umiliati.

La Terrazza (1980) è un ritratto della borghesia intellettuale vent'anni dopo la dolce vita, dei suoi riti famelici (di cibo e di sesso) vuoti e insulsi, trasportati da Scola sulla terrazza romana che ospita da vent'anni le cene party di intellettuali di sinistra (Satta Flores), politici (Gassman freddo e mediocre, vile, che rinuncia all'amante per ubbidire al partito), giornalisti (Mastroianni ipocrita e solo insicuro), scrittori, produttori (il gaudente Tognazzi), sceneggiatori (il nevrastenico Trintignant, a cui chiedono soltanto testi leggeri che facciano ridere e ne sta impazzendo e finirà in manicomio dopo aver cercato di temperarsi un dito), attori (un anziano comico patetico che fa sketch insulsi tornato dall'America povero). Sono tutti cinquantenni falliti, abbandonati moralmente e qualche volta anche fisicamente dalle mogli, più o meno depressi da ossessioni e frustrazioni (un funzionario della televisione si suicida lasciandosi morire di fame), più o meno afflitti e consolati dal cerimoniale mondano.

Come in C'eravamo Tanto Amati, compassione e simpatia, autocritica e rimpianto; più una sfilata di macchiette femminili, fra cui un'adolescente che cerca invano il figlio del padrone, che l'ha invitata, e una nonnina vedova incinta. Sono in pratica degli episodi, ciascuno aperto dal rituale ("Venite, è pronto!") del padrone di casa che invita tutti a tavola: è la stessa cena, i cui eventi vengono proposti

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uno alla volta, invece che in parallelo, ogni volta ripartendo dal "Venite, è pronto!"; ogni vivente viene approfondito tramite flashback e salti in avanti che si svolgono nell'ambiente del protagonista; è un mosaico di storie che si compone a poco a poco; ogni storia finisce per svelare un fallito, vecchio e abbandonato da tutti; apocalittico affresco di una generazione.

Ideologo e poeta della crisi, Scola va a rimestare il passato con Il Mondo Nuovo, alla ricerca di altre generazioni fallite.

Una compagnia di saltimbanchi italiani sbarca a Parigi e racconta un episodio della Rivoluzione: la fuga in carrozza di alcuni nobili dopo la caduta del re; come nella diligenza di John Ford, la carrozza-arca ospita un'umanità variopinta: l'ultrasessantenne Casanova, il cinico opportunista Restif de la Bretònne, una bella cortigiana, l'americano Tom Paine, che ha preso parte alla Rivoluzione Americana, un giovane studente giacobino, una cantante d'opera, capricciosa e vanitosa, etc. La loro vana fuga dura soltanto un giorno, ma un giorno è sufficiente per mettere in luce l'angoscia dei vecchi e l'entusiasmo dei giovani.

Il cinema corale o contrappuntistico di Scola intreccia le vicende di un ristretto nucleo di individui, seguiti appassionatamente nel loro processo di invecchiamento, sullo sfondo storico che li ha messi in contatto, che ha agganciato i loro destini.

Le Bal (1983) prosegue l'ispezione in terra francese, portando gli ultimi 50 anni di storia francese come tesi di storia popolare: il Fronte del '36, il Fascismo, la Liberazione, l'Algeria, il '68. Venti personaggi interpretano più di cento macchiette, ciascuna colta nei tratti essenziali della sua archetipicità. La sala da ballo è soltanto un pretesto per mettere in moto la memoria collettiva.

Maccheroni (1985) è una commedia affettuosa ambientata nella Napoli più metafisica.

Mastroianni è un impiegato di banca che vive di generosità e fantasia. Per quarant'anni ha continuato a scrivere false lettere alla sorella facendole credere, e facendo credere a tutto il quartiere, che fossero del soldato americano che l'amò un tempo. L'americano (Lemmon) ritorna davvero, per caso: è un manager nevrotico e irascibile, che dapprima rifiuta di adeguarsi alla filosofia napoletana ma alla fine si merita con una buona azione la fama che il bancario gli aveva costruito, anche se il napoletano muore.

Film a morale alla Capra.

La Famiglia (1987) narra gli ottant'anni di storia di una famiglia della media borghesia attraverso le tappe della vita di un uomo: nascite e morti, matrimoni e adulteri, successi e fallimenti; mai grandi tragedie, mai ribellioni totali; il decoro borghese è l'inerzia che fa procedere i personaggi; su tutto il senso del tempo che fugge. Tante storie che si intrecciano, storie alla fine mediocri e insensate, prima fra tutte il grande amore nascosto del protagonista. Distaccato e malinconico cronachista, Scola tocca i vertici esistenziali della sua carriera, e la visione marxista dell'irrazionale borghese si sposa a una più universale visione dell'irrazionale umano.

Scola died in 2016.

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