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1) Self made man
Nato a Vienna nel 1894 da una famiglia ebrea, Jonas Sternberg conobbe la fame all'ombra del Prater; la sua infanzia, travagliata da maestri tirannici e un padre violento, si svolse per lo più per la strada, a spiare le tresche amorose dei soldati sulle rive del Danubio o vagabondando nei quartieri poveri in cerca di un lavoro qualsiasi; il bambino dovette perciò crescere in fretta in una Vienna fin-de siècle che ricordava molto da vicino la Londra di Dickens. Nel 1908 la famiglia emigrò in America e per il ragazzo cominciò un altro periodo difficile, alla caccia di un lavoro nella metropoli newyorkese; commesso nei grandi magazzini e venditore ambulante, alloggiato in appartamentini di Long Island o nei dormitori pubblici, Sternberg vagabondò senza meta finchè nel 1914 ottenne un posto di tuttofare presso una casa cinematografica di New York; il suo lavoro consisteva nel redarre le didascalie e montare film triviali, ma anche, più umilmente, nel pulire, archiviare e consegnare le pizze. Due anni dopo partì militare per la Grande Guerra e anche in divisa continuò a curare servizi cinematografici, sicché alla fine si era ormai formato una solida base di nozioni cinematografiche. Divenuto operatore e saltuariamente sceneggiatore dal 1921 per un anziano regista francese di Hollywood trascorse un anno in Inghilterra e solo nel 1924 (?)decise di passare alla regia, ribattezzato Josef von dal produttore per sfruttare pubblicitariamente le sue origini mitteleuropee.
L'intraprendente monello era diventato un geniale capriccioso despota
presuntuoso arrogante mitomane, che in pochi mesi conquistò Hollywood sia con il suo primo
film sia con una vita ricca di aneddoti (per lo più screzi sul set e leggende sulle sue origini). Il
riscatto dell'uomo fu sprezzante; il successo dell'artista totale: dotato di un innato talento per lo spettacolo
(suggestionato tanto dai luna-park quanto dai paesi esotici), era anche un ottimo fotografo (con una
delirante sensibilità per le luci) e un fantasioso scrittore (influenzato dal naturalismo francese di
Zola e dal turpe erotismo mitteleuropeo di Schnitzler).
2) Il naturalismo simbolico
The Salvation Hunters (1929)
fu un film di rottura con lo stile hollywoodiano; era un film povero, finanziato dal
regista e da un amico del regista; era un film crudamente realista, che mostrava la fame, la prostituzione e
la disoccupazione, è un film pesantemente simbolista, in cui i personaggi erano identificati non da
un nome ma dal loro ruolo (il Ragazzo, la Ragazza, il Bambino, l'Uomo); è un film che adotta
criteri non convenzionali di illuminazione (ombre, luci sfumate), di recitazione (statica e caricata), di
ambientazione (claustrofobica alla Kammerspiel). La trama è una tipica storia dei bassifondi: tre
giovanissimi vagabondi accettano l'ospitalità di un malfattore, che obbliga la Ragazza a
prostituirsi; il primo cliente però è mosso a cuore dalla pietosa situazione della Ragazza, e
alla fine il Ragazzo troncherà di netto i progetti dell'Uomo pestandolo a sangue. Il film si
conclude chaplinianamente, con i tre tramp avviati verso un futuro colmo di speranza.
Le pose da intellettuale anti-conformista che gli avevano attirato la stima dei
colleghi gli attirarono anche la diffidenza dei produttori; dopo due film falliti Sternberg scese a un
compromesso, e diresse Underworld/ Castigo (1927), dramma simbolico semi-amatoriale influenzato
dal Kammerspiel che fu in pratica il primo gangster-film. Affondando ancora gli artigli nell'America del
proibizionismo, ma questa volta secondo i codici estetici dello spettacolo hollywoodiano, Sternberg non
rinuncia all'esagerazione liricheggiante, secondo cui Chicago di notte è l'impero del male, ma
accetta un dinamismo degno dei film western: l'amicizia fra due gangster, un boss incallito della malavita
e un ex-vagabondo, è messa a dura prova dal loro amore per la stessa ragazza; la fedeltà
del secondo, che non approfitta dell'arresto del boss ma tenta anzi di farlo evadere, è premiata
dall'amico, che, evaso per conto suo e braccato dagli inseguitori, con un gesto generoso, protegge la fuga
dei due innamorati e poi si consegna alla polizia.
L'epopea dei gangster si protrae nel tempo (fino al 1939) attraverso una
manciata di film che non aggiungono nulla all'archetipo. Uno stile incisivo (derivato da Griffith),
l'attenta psicologia del dramma, il chiaroscuro espressionista, producono diverse scene di grande efficacia
(l'assedio nell'appartamento fumoso).
The Last Command (1928): un provocante parallelo fra l'impero
cinematografico di Hollywood e l'impero zarista della Russia. Protagonista è un generale
dell'esercito menscevico, interpretato da Emil Jamtinges, impegnato nella guerra civile; arrestati due
teatranti rivoluzionari, s'innamora del'attrice, che resta con lui per tentare di ucciderlo; ma quando le
capita l'occasione non ne ha il coraggio, e anzi, quando il suo treno viene assalito dai bolscevichi,
è proprio lei a salvarlo; il treno salta in aria, e la generosa donna muore; il generale, ormai ridotto
a un relitto umano, vive a Hollywood, e viene scoperto da un regista, che è proprio l'altro attore
arrestato in Russia dal generale, che ha bisogno di un attore che interpreti giusto la parte di un generale
russo; il vecchio s'immedesima nella scena in cui deve guidare l'attacco decisivo al punto che il suo
debole cuore non regge; colto da un infarto, stramazza al suolo. Ma l'affronto ad Hollywood è
stemperato dall'adozione di stile tipicamente hollywoodiani, dalle scene di massa al melodramma
passionale. La denuncia della volgarità e del cinismo di Hollywood procede attraverso le storie
parallele e opposte dei due generali, il menscevico e il regista, il primo passato dal comando al teatro, il
secondo viceversa dal teatro al comando; la prima volta che si incontrano è il generale a torturare
il teatrante, la seconda volta è il regista che tortura il derelitto.
3) The docks of New York
Sternberg continuava a
iniettare piccole dosi di cinema tedesco: dopo la parafrasi strohemiana del primo film, è umiliato
alla Der Letzte Mann. Il Kammerspiel reinharoltiano impregna invece
Docks of New York/ I Dannati dell'Oceano (1928).
Simbolismo, romanticismo e "luminismo" da un lato, senso dello
spettacolo e tradizione hollywoodiana dall'altro toccano un vertice nel film. La storia si svolge nell'arco di
ventiquattr'ore nei bassifondi freddi e brumosi del porto fra gente della peggior specie, ladri e prostitute.
In piena notte un marinaio appena sceso a terra salva la vita a una prostituta che cercava di annegarsi;
nella taverna in cui si rifugiano i due falliti ha luogo una festa volgare, nel bel mezzo della quale il
marinaio decide di sposare seduta stante la derelitta; per essere degno del suo nuovo ruolo ruba persino un
abito nuovo alla ragazza; un'altra prostituta, sposata con un marinaio brutale, le augura di essere felice
come lei non lo è stata; suo marito cerca poco dopo di violentare la sposina, senza riuscirvi; la
mattina seguente, smaltita la sbornia, il marinaio considera l'accaduto tutto uno scherzo; la ragazza viene
arrestata per l'assassinio del marito dell'amica, ma è l'amica stessa a confessare di averlo ucciso
per disperazione; scagionata, la ragazza si preoccupa di salvare il suo precario matrimonio, ma il
marinaio non cede alle sue patetiche suppliche, e s'imbarca come se nulla fosse successo; non resiste
molto però: l'amore sincero della ragazza ha fatto breccia nel suo petto villoso; si getta in mare e
corre dalla moglie, che però è appena stata arrestata per il furto del vestito; il marinaio
non esita a costituirsi per salvarla, e a prometterle eterno amore dopo che avrà scontato la
pena.
Der Blaue Angel (1930), l'unico girato in patria, trasporta questo mondo dai sobborghi della metropoli
americana (da lui vissuti a New York) ai ghetti della mitteleuropa decadente (da lui vissuta a
Vienna).
Der Blaue Angel segna una netta linea di demarcazione, che separa il periodo del populismo orgiastico da
quello dell'erotismo esotico. La chiave di volta della nuova strategia espressiva è il sodalizio con
la Dietrich, la creatura in cui ha immesso il significato della sua opera, condensando volgarità,
violenza, abiezione in uno sguardo o in un vestito. Gravitando fastosamente intorno ai dettagli di questa
sua creatura, Sternberg può formulare la sua ipotesi di cinema visionario e barocco, sospeso a un
nichilismo caratteristico di un po' tutti gli immigrati del periodo.
Le (sei) continue reincarnazioni di Lola (che si compiono in tutti i continenti,
ma quasi sempre nella stessa epoca, al principio del secolo) replicano all'infinito l'umiliazione, la
degradazione, imposta agli uomini, (fantocci stravolti) il misterioso incantesimo di questa fata-strega che
rappresenta una suprema metafora della contraddizione fra desiderio e frustrazione.
La compostezza, la perfezione classica, quasi iconografica, secondo cui
Sternberg dipinge i suoi affreschi sulla decadenza, sul trionfo del male, sul potere soprannaturale del
vizio, mettendo al centro dell'universo il viso imperscrutabile della sfinge, la dea che può
cambiare il destino dell'uomo senz'altro motivo che il suo capriccio, o il suo odio, o la sua
condiscendenza al caso, trattiene in forme dignitose e anzi raffinate la violenza repressa del decoro
borghese.
La ribellione rimasta imbrigliata nell'apparato borghese di Hollywood si libera
attraverso queste parabole del peccato eterno, raggiungendo talvolta punte di delirio visionario. Il sistema
di vita del New Deal ne esce orrendamente deturpato. Per di più Sternberg lavora sul dettaglio, e
all'eccesso; per cui il suo terrorismo è totale.
Questo ciclo di film è anche indissolubilmente legato al romanzo
sentimentale dei due protagonisti: nel 1930 Sternberg e la Dietrich abbandonano le rispettive famiglie, poi
lei ritorna dal marito, lui accetta un rapporto platonico; con l'andare del tempo il regista finisce per
sentirsi schiavo della diva e della Paramount, che lo assilla con richieste di altri film; la crisi sentimentale
si trasforma nel 1935 in crisi artistica, l'anno dopo in crisi commerciale.
I sei film della coppia sono quindi, entro certi limiti, autobiografici, sopratutto
per quanto riguarda le frustrazioni e le contraddizioni del regista, che ha adesso due rapporti di amore-
odio da gestire, uno con Hollywood (che prima impone e poi gli ruba la sua creatura) e l'altro con la
Dietrich. Il tema del sacrificio (da lui compiuto e subito su entrambi i fronti) è presentato in due
forme nei sei film: sacrificio della donna per il suo uomo (ed ha il valore di un riscatto morale) oppure
sacrificio da parte della donna del suo uomo (in entrambi i casi feticismo e masochismo).
Questi film hanno in comune il rapporto erotico a tre e l'ambiguità;
quest'ultima si esplica tanto nella struttura del genere (un melodramma non convenzionale) quanto nel
sesso (asessuale, transessuale e omosessuale) della protagonista (voce rauca, frac, pantaloni, cappello a
cilindro) o in cui il cinismo della realtà supera sempre il romanticismo dell'amore.
Il viso ("?"), le pose e i costumi della Dietrich sono gli elementi di
un'architettura barocca, di un poema alla bellezza nelle sue più
misteriose manifestazioni (geroglifici millenari).
Morocco (1930)
Dishonored (1931) è ambientato a Vienna durante la Grande
Guerra; Marlene è una prostituta che accetta di fare la spia per conto del servizio segreto; accetta
la corte di un generale soltanto per smascherare la sua tresca coi russi; dopo che l'ufficiale si è
suicidato, il compito della spia in gonnella diventa quello di rintracciare la spia nemica che impersona un
falso tenente austriaco; alla frontiera russa seduce un colonnello e gli strappa informazioni vitali; scoperta
dal tenente, e arrestata, riesce a fuggire e a tornare a Vienna; viene arrestato a sua volta il tenente e
ovviamente condannato a morte; ma l'ex-prostituta lo fa fuggire; l'accusa di tradimento la porta davanti al
plotone d'esecuzione; ma prima di morire si aggiusta il cappellino e trova il tempo di darsi il rossetto e di
aggiustarsi le calze, specchiandosi nella sciabola sguainata di un giovane ufficiale, gli asciuga le lacrime
di commozione con la benda che dovrebbe servirle a coprirle gli occhi.
Shanghai Express (1932), ispirato alla novella
"Boule de Suif" di Guy de Maupassant,
racconta un episodio immaginario della guerra civile cinese.
Blonde Venus (1932), secondo il soggetto originale, avrebbe dovuto essere il film più radicale di
Sternberg: una chanteuse che sposa un onesto borghese, lo tradisce, pianta la famiglia per tornare sul
palcoscenico, cade in disgrazia, si prostituisce e alla fine viene perdonata dal marito. Grazie alla censura
della Paramount, ne venne fuori un film patetico, basato su una vicenda (fortemente autobiografica)
addirittura edificante: il marito contaminato da una radiazione, deve recarsi per le cure in Germania, e lei,
brava mammina e fedele moglie, torna ad esibirsi soltanto per procurare il denaro al marito e per lo stesso
motivo accetta l' aiuto platonico offertole da un ricco playboy, senonché il marito si crede tradito e
non esita a chiedere la separazione e la custodia del bambino; la moglie però scappa di
città in città, portandosi dietro il bambino che mantiene lavorando nei night-club; quando
finalmente il marito la rintraccia e riesce a portarle via il figlio, non le resta che dedicarsi alla sua
professione di cantante; in pochi anni diventa una vedette, famosa in tutto il momdo; ma, quando una
tournée la riporta a New York, è il suo stesso benefattore a chiederle di andare a trovare il
marito; la straziante scena di riunione fra figlio e madre prelude alla chiarificazione e al perdono.
E' facile riconoscere i ruoli: la Dietrich si era appena ricongiunta col marito e la
figlioletta, relegando il regista ad ammiratore platonico.
La peregrinazione nei bassifondi dell'umiliata e offesa, il triangolo e il sacrificio
sono le solite costanti di natura dell'universo sternberghiano, ma qui risultano inesorabilmente
compromesse dall'assunto (un'onesta madre di famiglia), che elimina la patina di ambiguità e
lascia soltanto il nucleo melodrammatico, convenzionale (la degradazione è soltanto apparente,
perchè lei rimane fedele alla famiglia e il protettore è rispettoso dei suoi sentimenti).
Sternberg riesce comunque a inserire clandestinammente un personale delirio
erotico ed esotico: lo sketch tropicale, in cui Marlene esce fuori da una pelliccia da gorilla, il numero
musicale più lungo e più accurato della sua carriera.
Scarlet Empress (1934)
è il punto di più alta fusione fra romanticismo, barocco ed
espressionismo nell'opera di Sternberg. Romantico nella figura titanica dell'imperatrice super-donna,
un'umiliata che si riscatta senza porre limiti alla sua vendetta; barocco nelle architetture, nei costumi e
nella fotografia; espressionista nell'atmosfera da incubo che esala da una folla di mostri in divisa, nei
cortei delle cerimonie e delle parate, nelle orge dei banchetti e dei festini privati.
La storia dell'imperatrice Caterina di Russia ha inizio in un'austera corte
tedesca; ancora fanciulla viene data in sposa all'erede al trono degli zar, Pietro, uno psicopatico repellente
che oltretutto lei non ha mai visto in vita sua; la corte degli zar è un piccolo inferno. Pietro si
dedica ai suoi assurdi e infantili passatempi, l'imperatrice sua madre è una tiranna sadica e
libertina, i cortigiani sono sordide marionette in uniforme, biechi e depravati convitati di un'orgia
perpetua; Caterina spera invano nella sincerità e nella purezza dell'amore di un conte: una notte
lo coglie in flagrante nell'appartamento della suocera; torturata dalla vecchia che vuole un erede e
umiliata dal marito che la ignora, si dà per disperazione al primo tenentino che le capita
sottomano; in breve Caterina scopre che la sua sessualità può darle il potere; passando da
un amante all'altro può così vendicarsi del marito e del conte, indurire il proprio carattere
e imparare a destreggiarsi fra le congiure di corte; quando il marito, diventato zar per la morte
dell'imperatrice, tenta di assassinarla, lei lo fa strangolare; la metamorfosi da timida educanda tedesca a
dura scaltra, spietata barbara Imperatrice di tutte le Russie.
La parabola circolare sul potere (perché lei prenderà il posto di
torturatrice che fu dei suoi torturatori) (e sullo spettacolo: Caterina viene proclamata zarina fra il tripudio
della folla) è una parabola su Hollywood. Negli ambienti deformi, lugubri e allucinanti del
palazzo si compie una cerimonia d'odio intenso verso la società autoritaria e orgiastica di
Hollywood.
La parabola rettilinea sulla corruzione dell'innocenza è invece
autobiografica, e riguarda il pervertimento operato dal Nuovo Mondo sull'innocente Dietrich, ch'egli
sente sfuggirgli dalle mani ogni giorno di più.
Il ridicolo è diventato, all'eccesso, follia. Anche il formalismo tende alla
follia; forma e contenuto convergono verso un punto comune. Sternberg si compiace della propria follia,
la condisce persino di inusitati tocchi macabri. E sullo sfondo s'intravede sempre il torbido legame che lo
incatena alla sua diva (che nel 1934 ha superato il ridicolo e tende alla follia).
Comunque sia l'esibizionismo abbagliante del regista e la freddezza inumana
della diva si sublimano in questi fotogrammi esagerati, traboccanti, onirici, tutto si dissolve e si
ricompone, stravolto: il triangolo Pietro-Caterina-conte, (ma il primo è idiota, l'altro falso), i
miserabili di corte (i bassifondi della corte), i cliché hollywoodiani (il melodramma storico
biografico, il thriller, l'horror film), il comico nella figura del principe, l'erotismo (orgiastico, perverso,
dissoluto, osceno, sadico), l'esotismo (una Russia infernale decadente), il sacrificio (rovesciato,
perché è lei a sacrificare il marito).
I nuovi codici di Sternberg sono il macabro e la perfidia: il sogno premonitore
(un divertimento macabro, un boia espressionista che suona le campane, e il batacchio è un uomo
appeso a testa in giù), i balletti della macchina da presa attorno a scheletri e statue (un'iconografia
macabra); la perfidia istillata prima dalla madre e poi dall'imperatrice (la prima le toglie i giocattoli, la
seconda il bambino).
Il sesso di Marlene non è innato, viene provocato da frustrazione,
terrore, oltraggio. Inizialmente Marlene e il destino sono due entità ben distinte, è il
destino a infierire su di lei; ma lei accumula, si carica, apprende, memorizza; finché è
abbastanza potente da emanciparsi dal destino, da sostituirsi al destino, e infine da diventare il
destino.
Su questo film Sternberg svela le origini della sua donna fatale, che ha sempre
presentato già adulta. Ci spiega come essa sia il frutto di un mondo corrotto e crudele, malato,
degenere, e forse in via di estinzione (ancora la Mitteleuropa in fondo a tutto).
The Devil is a Woman
(il titolo storpiato del "capriccio spagnolo" di Sternberg fu imposto da Lubitsch, direttore artistico della Paramount)
è l'ultimo atto del
dramma, ed è un inventario delle pose celebri di Marlene, dal cabaret di Lola-Lola alla marcia
espiativa nel deserto di Morocco, dal treno affollato della ferrovia Pechino-Shangai
all'infanzia degradante di Caterina.
Sigle della sezione cliché: M: Mar, W: war, gi: giallo, H: horror, W: est, A: av, comico, operetta.
The King Steps Out (1936), a mediocre musical comedy, Dopo la separazione Sternberg gira due film d'ambiente europeo, un colossal storico alla De Mille, rimasto incompiuto, e un film poliziesco. Soltanto nel 1941 può tornare ai suoi soggetti preferiti con Shanghai Gesture, un incubo febbrile in cui melodramma onirismo ed erotismo toccano vertici vicini a quelli della Scarlet Empress. The politicians inform the lady that some real estate speculators want her to close the establishment, and ordinances are passed to close it as part of a fictiotious moral crusade. The casino is scheduled for demolition. She obtains a postponement until Chinese New Year's Day, the day all debts are paid. Before leaving, the lady introduces a French gentleman to the brunette, who introduces herself as "Poppy": the two women spar with kind acrimony. The brunette asks to be introduced to the dandy, Omar. Omar approaches the brunette with a retired Chinese businessman who has five wives. The French and the businessman leave Victoria and Omar alone. Omar, a doctor, romances her, but she is cold and indifferent (despite being the one who asked to meet him). The lady gets information about Victoria and her chaperon from the lascivious American blonde, Dixie (who is a chorus girl and, possibly, a prostitute): the girl's father is a wealthy and influential man, Guy Charteris, the man behind the plan to demolish the casino, and the girl is his daughter. The Chinese lady is struck by the name. She asks Dixie to see the man in person and, when she actually sees the banker, she smiles for the first time, but it is not a friendly smile: she has recognized him, even if he changed his name. Poppy/Victoria wins a huge amount at the roulette. But then she keeps playing, and she starts losing. When the Chinese lady hears of her addiction, she encourages it, lending her more and more money. So, unbeknownst to her father, the young girl sinks deeper and deeper into debt. At the same time, she is falling in love with Omar. She is jealous of his friendship with the sloppy blonde. The Chinese lady is plotting her revenge for New Year's Eve dinner, which she carefully stages with help from her secretary, the sneaky old limping man, and her friend the Chinese businessman. Guy, an arrogant and haughty man, accepts the invitation, interpreting it as a farewell party. Poppy/Victoria climbs drunk on the counter of the bar and yells at the scheming madame. As the girl swears never to set foot again in the casino, the madame smiles. Victoria bangs at Omar's door. He doesn't open and she makes a scene on the stairs. She is no longer the mysterious sphinx of the beginning: now she is only a hysterical whining woman. Then the day of the great dinner comes. The Chinese lady creates an embarrassing atmosphere and then reveals that he, a young adventurer, married her, left her pregnant, stole her money and disappeared with the child. She ended up in sexual slavery but slowly started a new life. He finally recognizes her. Then she has a surprise for him: his own daughter, drunk, defiant, depraved. Now her plan is clear: she ruined his daughter to humiliate him, take her revenge and blackmail him. But the plan backfires when the man reveals, in turn, that the girl is not just his daughter, but "their" daughter, the very child he rescued and took away. He walks out of the house, watching the crowd of the parade. The madame confronts her daughter, but the girl is out of control: she yells that she would never want a mother like her. The madame shoots her dead. Outside, the father hears the shot. Depravity is hinted at throughout the film, although never openly displayed. The casino is a giant factory of moral decadence. La corruzione dell'innocente ha perciò un finale opposto a quello riservato per l'imperatrice e unico per il suo illimitato pessimismo, nell'opera sternberghiana: la sconfitta, l'umiliazione,totale. Il rancore non sopito spinge Sternberg a condannare a morte Marlene (il fantasma di Marlene), dopo averla sdoppiata in madre (tipica donna fatale rotta a tutte la esperienze dopo essere stata abbandonata dal banchiere) esperta e figlia innocente, in destino e vittima del destino, in persecutore e umiliato, e dopo averla portata al punto più basso dell'abiezione femminile. D'altronde Sternberg stesso compare sdoppiato nel film, prima nelle vesti dello sconfitto disperato (il giocatore che ha perduto tutto e vuole suicidarsi) e poi nelle vesti del vincitore cinico (il dandy che passa con disinvoltura da una donna all'altra), esagerazioni entrambe del vero ruolo sostenuto dal regista nella vita sentimentale della Dietrich. Molti degli elementi soliti sono sdoppiati: la folla dei bassifondi è rappresentata tanto dai giocatori d'azzardo (l'analogo della corte zarista nella casa da gioco) quanto dai cinesi che festeggiano nelle strade (l'analogo della massa di straccioni che il treno di Shangai Express fende partendo a Pechino); il potere contro cui il regista si accanisce è sia la zarina Hollywood system corruttrice qui nelle vesti della padrona sia il capitalista senza scrupoli che si scopre essere seduttore di giovani cinesi (e il cui prototipo è uno qualunque dei borghesi apparentemente rispettabili passeggeri del Shangai Express); l'orgia è sia dentro sia fuori della casa da gioco; persino il gesto melodrammatico è sdoppiato, una rivelazione contro l'altra. La crudeltà folle del film si serve di questi doppi, cinicamente aggrovigliati, e di una serie di violazioni delle regole solite: il triangolo è rovesciato (due donne per un solo uomo) e perdente fin dall'inizio; l'oggetto erotico non è una chanteuse o una prostituta, ma una ragazza di buona famiglia; il ridicolo grottesco melodrammatico culmina nella doppia rivelazione che annienta tre vite in un colpo solo con una violenza spaventosa. Il rito di degradazione collettiva che si consuma all'interno della casa da gioco è un inno alla volgarità. Tutti i personaggi che vi compaiono sono segnati da un vizio (il gioco, l'alcool, l'oppio)o da un peccato (il fallimento, il tradimento). Nei gironi di quest'inferno nei vortici di quest'immonda Babele è traslata Hollywood. 12) Il simbolismo erotico La carriera di Sternberg era ormai agli sgoccioli; in lite continua con i produttori non diresse per dieci anni, e riuscì a concludere soltanto uno dei suoi ultimi film. Macao (1950) è un film "noir" esotico e gangsteristico, ambientato nel fitto dedalo di tuguri e vicoli della colonia portoghese. La fauna brulicante del porto di Macao fa da sottofondo alle schermaglie amorose di un'avventuriera e un vagabondo e alle trappole che si tendono a vicenda un detective in incognito e un gangster; per un equivoco il gangster, che ha assunto la ragazza come cantante nel suo locale, sospetta che il vagabondo sia il detective e tenta in ogni modo di disfarsi di lui, prima offrendogli del denaro e poi imprigionandolo; il vero detective si cela invece sotto le spoglie di un commesso viaggiatore; la vicenda si chiarisce nella battaglia al porto, durante la quale il detective viene pugnalato a morte da due cinesi, mentre il vagabondo riesce a catturare il gangster e a conquistarsi il condono che gli servirà per sposare la bella e far ritorno in patria. Dopo questo film "povero" ("riduzione" dei suoi capolavori a scopo divulgativo), Sternberg dirige in Giappone The saga of Anatahan (1953), un film di guerra che degenera in una grottesca e macabra follia erotica. Dodici giapponesi superstiti di un naufragio si rifugiano sull'isola abitata da un uomo e una donna; i soldati diventano i fuchi dell'ape regina, e per lei si scannano l'un l'altro; nell'isola regna così la violenza, e continua anche dopo che una pioggia di volantini annuncia la fine della guerra; dopo sei anni la donna decide di andare in cerca di soccorso e così i superstiti vengono tratti in salvo e accolti dalla folla festante delle mogli e dei figli, anche se conserveranno sempre il ricordo della dea dell'isola. Sternberg torna alle origini, con una storia fortemente simbolica (i personaggi non hanno nome come in Salvation Hunters) e una narrazione fortemente sperimentale (voci fuori campo, straniamento, geometria delle sequenze); ma i due fantasmi di Marlene (l'indigena che passa da un uomo all'altro nella sua magica isola) e di se stesso (il marito tradito e umiliato e alla fine ucciso, ma anche il suo doppio, la voce fuori campo) lo inseguono ancora. I naufraghi non hanno personalità, sono emozioni allo stato brado (gli ufficiali rappresentano il potere, i fuchi rappresentano l'erotismo, i nostalgici il pubblico). Il loro rapporto con la dea indigena è un'estensione del triangolo classico, ma questa volta esposto in modo più brutale. Con quest'ultima caustica commemorazione della bella Marlene si conclude la carriera di Sternberg, inattivo fino alla morte avvenuta nel 1969. |
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