Mauritz Stiller


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Mauritz Stiller, ebreo russo cresciuto in Finlandia, ebbe un'educazione teatrale di prim'ordine, e fino a trent'anni fu regista nel teatro di Strindberg. L'anno stesso della morte del grande drammaturgo svedese (1912) passò alla regia cinematografica, avvalendosi sovente del più grande degli attori svedesi del tempo, Victor Sjostrom.

Se il primo Stiller indugiava nel dramma mondano ed era schiavo dei frenetici ritmi di lavoro della cinematografia svedese (sei-otto film all'anno), dal 1917, quando il suo talento fu stimolato dalle imprese poetiche del suo attore-rivale, la sua opera si configura in due filoni ben precisi: la commedia leggera e la saga nordica.

La commedia leggera, al cui successo contribuiscono le interpretazioni di Sjostrom, si basa su una grazia inquieta e una leggerezza di stile (Karlech och journalistik, 1916, schermaglie fra un esploratore antartico e una giornalista incaricata di scrivere un articolo su di lui#; Thomas Graals bästa barn, 1918, schermaglie fra uno sceneggiatore, che non produce più da quando è innamorato, e la sua segretaria, fuggita di casa ma ricca). Erotikon (1920) è la migliore delle commedie di Stiller, spiritosa e sfarzosa come voleva il gusto mitteleuropeo del primo dopoguerra; in una specie di Vienna scandinava una vicenda mondana tutta mitteleuropea si risolve con un quasi scambio di coppie: il gran ballo nel salone illuminato e l'immoralità del soggetto (la moglie che fugge con l'amante e il marito che si consola con una nipote) sono le attrazioni maggiori del film, che per il resto mette in rilievo soltanto l'abilità del regista nel dirigere gli attori e nel combinare le scene. Stiller è, come Sjostrom, un maestro nel dirigere gli attori, nello scegliere il ritmo narrativo, nel disporre degli scenari naturali; il suo spiritualismo è più shakespeariano e strindberghiano, comunque palesemente teatrale. Per questo motivo riesce anche nella commedia brillante. Come Sjostrom, Stiller ritrae vivaci scene di popolo in piccoli affreschi di stile fiammingo; ma Stiller raramente si lascia prendere dalle emozioni più tenere o dalle passioni più feroci; il suo è piuttosto un tono medio severo, che sa affrontare sia l'epica senza inutile retorica sia la psicologia senza insistita commiserazione.

La saga nordica, ispirata dalla scrittrice Selma Lagerlöf, abbellisce, grazie allo stesso stile fine e acuto, il naturalismo strindberghiano, che sconfina così nell'esistenzialismo allegorico resa da una regìa figurativa esile e snella laddove quella di Sjostrom era potente e massiccia (Saangen an den eldröda# blamman#). Anche lo spirito visionario di Stiller tende a conferire un'anima agli sfondi e agli oggetti. Il paesaggio è la luce in cui si muovono piccoli punti scuri, in marcia verso il proprio destino. Herr Arnes pengar (1919), il primo capolavoro naturalista di Stiller, è una tragedia d'amore ambientata nel cinquecento; l'intreccio è classico: l'eroina del film è innamorata di uno dei congiurati che hanno massacrato la famiglia in cui è stata allevata per impadronirsi di un tesoro e anche quando apprende la verità gli resta fedele; ma egli non esita a farsi scudo di lei quando sta per essere catturato. Il film si chiude con il funerale della giovane, di stampo espressionista. La crudeltà dell'assassino e l'amore passionale della ragazza sono i poli sentimentali attorno ai quali si muove il film; ma la dimensione esistenziale la danno gli scenari (come quello della nave spettrale su cui dovrebbero fuggire i congiurati, incagliata nei ghiacci), l'ultima sequenza (il lungo corteo funebre che si snoda sulla distesa di neve) e l'orizzonte, vera prigione naturale dei protagonisti, soli in un deserto freddo con i loro rimorsi. Teatro e romanticismo, naturalista ed espressionista partecipano alla realizzazione di questa tragedia del fato.

Gunnar Hedens saga (1922) è un film in cui larga parte ha il simbolismo, abbonda di scene pittoresche, animate da semi-documentari sulle renne, e di fantasie magiche, burlesche (i tre saltimbanchi che si esibiscono nel cortile del castello, fra cui un pagliaccio che non fa più ridere, una ragazza e una anziana acrobata)e da incubo (l'arrivo in una slitta tirata da due orsi della vecchia strega, il suo ghigno beffardo mentre mostra il castellano impazzito alla giovane saltimbanca che lo ama).Infinitamente meno psicologico del capolavoro precedente, il film inaugura però il filone allegorico del cinema scandinavo, facendo di ogni personaggio (paesaggio compreso) un simbolo da decifrare, e riscoprendo la grande forza espressiva del lugubre e del grottesco.

Supremo tentativo nel campo dell'affresco naturalista è la trasposizione del capolavoro della Lagerlöf, Gösta Berling saga (1924), la saga moderna per eccellenza. Incantevole e vivace squarcio di vita di castello e di villaggio nel primo ottocento, della durata di ben quattro ore, il film fondeva le due ispirazioni del cinema stilleriano, la tragedia con la commedia, crudeltà mostruose (la moglie infedele bruciata viva) e l'amore passionale (il pastore spretato che finisce per sposare la cugina della sua fidanzata) con deliziosi contrappunti di costumi contadini, costumi aristocratici e costumi militari.

Il film segnò l'esordio da protagonista di Greta Garbo, con la quale emigrò l'anno seguente in America, per intraprendere una mediocre carriera di regista di commedie sofisticate, che si concluse precocemente, dopo un paio di film per Pola Negri (Hotel Imperial) e un paio di incompiuti. Nel 1928 dovette abbandonare il cinema e ritirarsi in patria, dove morì poche settimane dopo.

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