Paolo e Vittorio Taviani
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Dopo una decennale attività teatrale e documentaria, Paolo e Vittorio Taviani diressero (con Valentino Orsini) il film d'impegno civile Un uomo da bruciare (1962) che si inseriva nel filone di denuncia del contropotere mafioso con un afflato ideologico non convenzionale (l'uccisione di un sindacalista che aveva organizzate le lotte dei contadini spinge i contadini a prendere coscienza della loro lotta), e con Sovversivi (1967) i fratelli Taviani realizzano un film che anticipa la contestazione studentesca indagando nel disagio ideologico degli intellettuali di sinistra (quattro storie private esemplari attorno ai funerali di Togliatti).

Sotto il segno dello scorpione (1969) prosegue in pieno clima sessantottesco quel rovello ideologico rifugiandosi nella struttura dell'apologo mitologico:

nell'era preistorica i giovani superstiti di un cataclisma cercano rifugio su un'isola vicina, abitata da gente tranquilla e laboriosa; i nuovi arrivati tentano invano di convincerli a trasferirsi tutti insieme sulla terraferma, ma i vecchi si oppongono strenuamente, finchè la violenza esplode: i giovani uccidono il re, massacrano gli uomini, rapiscono le donne e fuggono in barca; sul continente incominciano a costruire una nuova società.

Tema del film è il conflitto fra due prassi diverse, anche se entrambe di sinistra, fra riformisti e rivoluzionari, fra compromesso e utopia, che si risolve nello slogan "la violenza della rivoluzione contro la violenza del sistema", negazione della possibilità di cambiare la società dal di dentro.

Con questo film lo stile dei Taviani giunge a maturazione: il taglio essenziale e razionale, la narrazione corale quasi a voler fare della massa un unico protagonista, l'incedere straniante per brevi scene dissonanti asintattiche derivano da un'attenta applicazione dei principi dell'arte politica appresa dal teatro di Brecht e dal cinema di Svem.

San Michele aveva un gallo (1971), loro capolavoro, è l'analisi di un fallimento (esistenziale e politico) causato da un eccesso di tensione utopica. Abbandonata la struttura polifonica, i Taviani ripiegano sul monologo e sulla linearità del racconto, su un apologo aperto, meno dogmatico e più sfaccettato.

È la tragedia in tre atti di un anarchico internazionalista del tardo Ottocento; nel primo atto egli tenta di sollevare un paese, ma viene arrestato e condannato all'ergastolo; nel secondo si assiste alla sua solitaria prigionia nel carcere, durante la quale egli cerca con tutte le proprie forze di conservare la ragione; nel terzo atto il prigioniero viene trasferito in barca e ha modo di parlare con i detenuti che vengono trasportati con un'altra barca: si trova di fronte a una generazione che crede in altri ideali, che ha superata l'anarchia e lotta con metodi scientifici, che non condivide le azioni romantiche e velleitarie come quella che gli costò la libertà, che puntano tutto sulle masse e bandiscono l'individualismo; il mondo è andato avanti e al glorioso anarchico non resta che suicidarsi.

Allonsanfan (1974) in pieno riflusso è un melodramma ottocentesco antitetico, nel quale il fallimento non è causato dall'eccesso di coerenza, ma dal tradimento dei propri ideali.

In piena Restaurazione un nobile diseredato ex-giacobino e ufficiale napoleonico milita in una setta di irriducibili sovversivi; attraversa un periodo di stanchezza; dopo una lunga e spossante prigionia va a cercare un po' di tranquillità nella villa della sorella, ma i suoi compagni continuano a dipendere da lui; per liberarlo da loro la sorella avverte la polizia di un incontro clandestino e lui non fa nulla per salvarli: vengono massacrati nel parco della villa; ciononostante i giovani si fidano ancora di lui, che invece medita di fuggirsene in America con il figlio avuto da una delle vittime dell'agguato; per chiudere definitivamente con loro non gli resta che farli annientare: li manda in Sicilia disarmati e informa della spedizione un

parroco che li fa massacrare dai contadini; l'unico superstite riesce a raggiungere il nobile, che, scosso dal suo farneticare, indossa la divisa degli insorti e corre a farsi ammazzare anche lui.

L'apologo della crisi sfocia di nuovo in un suicidio che ha di nuovo una morale politica: l'impossibilità dell'utopia e l'insostenibilità della resa alle lusinghe borghesi; dopo aver a lungo oscillato fra i due estremi, il nobile sceglie di morire fisicamente con il primo piuttosto che moralmente con il secondo. Se i giovani che cadono vittime del loro ingenuo infantilismo politico (credono che per sollevare i contadini basti leggere proclami, non hanno mai fatti i conti con la miseria, la fame, l'ignoranza) rappresentano i contestatori del Sessantotto, lui rappresenta una generazione sorpassata, che è incerta fra condividere l'entusiasmo suicida e nascondersi nel qualunquismo. I Taviani non propongono una sintesi fra i due estremi, si limitano a rappresentarli con movenze teatrali, e a sottolineare come a sorreggere la lotta sia sempre, nonostante tutto, l'utopia.

Nello scrupoloso cinema dei Taviani convergono Brecht, Dovstoevskij, Rossellini, il realismo socialista, Godard, l'opera romantica. L'enfasi ideologica toglie mordente.

La prima concreta via d'uscita viene offerta dal mediocre Padre padrone (1977), apologo di repressione e di ribellione, ennesimo straziato lehrstuck brechtiano sul potere e sulla liberazione dell'individuo. L'assetto drammaturgico ricorda però la tragedia greca: il sentimento di odio e amore che si instaura fra padre e figlio, due personalità allegoriche che crescono a dismisura man mano che si delineano gli opposti ruoli mitologici, sfocia in scene di altissima tensione e di tragico lirismo, calibrate con asciutto realismo in una fulgida fusione di naturalismo e sociologia, di letteratura meridionalistica e di realismo socialista.

La prima parte racconta lo stato di schiavitù del pastorello, vittima della miseria e del dispotismo di suo padre: costretto bambino a lasciare la scuola, cresce praticamente selvatico sui monti con l'unica compagnia delle pecore e con il terrore delle spietate punizioni paterne.

La seconda parte esalta il gesto di ribellione nei confronti dell'ignoranza atavica: dopo aver acquistata di nascosto una fisarmonica per due pecore, e aver tentato di emigrare in Germania, può approfittare, può approfittare del disastro economico che spinge il padre a mandarlo militare, ma non sapendo parlare altro che dialetto si trova isolato e schernito dagli altri; con grande volontà poi apprende il vocabolario e intraprende studi superiori; il padre gli ordina perentoriamente di tornare al paese e lo manda di nuovo in mezzo alle pecore; bocciato agli esami, e sentendosi proibire di ascoltare la radio, si avventa contro il genitore; se ne andrà finalmente a cominciare un'altra vita.

Il processo di distacco dal padre si carica di tinte freudiane e tinte marxiste; la lotta di classe riportata alle sue titubanze psicologiche e alle sue radici biologiche (il linguaggio come potere e come rivoluzione, il conformismo e la trasgressione linguistici).

Il prato (1979), altro film minore, è una storia d'amore su tre giovani disillusi del dopo Sessantotto, tutti e tre costretti a esercitare un mestiere che non è il loro; il terzo, l'escluso, si alscia morire in un prato per disperazione d'amore.

Il film si propone anche come astorica dissertazione sulle infelicità generazionali e perciò attinge a fonti analoghe ma relative ad altre generazioni: dal Werther di Goethe a C'eravamo tanto amati di Scola, da Germania anno zero di Rosselllini a Ecce bombo di Nanni Moretti.

Il populismo dei Taviani ritorna in un nuovo film corale, La notte di san Lorenzo (1982), narrazione resistenziale in chiave epica e favolistica, un po' omerica un po' western un po' sovietica un po' alla Olmi per l'affettuosa cattolica descrizione della civiltà contadina.

In un paese di campagna, dove si sono appena celebrate le nozze clandestine di due giovani, i nazisti ordinano alla popolazione (riunita nella cantina di un palazzo) di raccogliersi nella chiesa; parte dei paesani segue il vescovo, ma un vecchio che diffida degli occupanti guida la fuga degli altri attraverso i campi mentre i tedeschi fanno saltare il paese; durante il loro avventuroso cammino (costellato di piccoli episodi) i fuggiaschi perdono alcuni compagni, due dei quali uccisi; nel frattempo i tedeschi fanno saltare anche la chiesa, gremita di civili, e i superstiti, orrendamente mutilati, portano fuori i cadaveri, fra i quali la sposina; i fuggiaschi si imbattono in una pattuglia di sbandati tedeschi, incontrano i partigiani e li aiutano a mietere il grano per sottrarlo ai nazisti, si scontrano con una milizia di compaesani fascisti, amici e vicini di casa, con i quali ingaggiano una lotta furibonda e pietosa nella quale l'adolescente e crudelissimo figlio del gerarca muore per mano dello sposino; gli scampati arrivano in una fattoria, dove giunge la notizia della liberazione.

Con pietosa memoria i Taviani riesumano una canzone di gesta dell'epica popolare, la storia di un'orrenda rappresaglia nazista e di un'assurda guerra fratricida, e la trasfigurazione in favola sulla solidarietà e sulla sopravvivenza. Gli eroi quotidiani (famiglie intere, con donne, vecchi e bambini) di questo viaggio impossibile esaltano il meglio della natura umana: la forza di volontà, il coraggio, l'intelligenza, l'orgoglio, la dignità. La loro avventura ricorda il viaggio verso l'ignoto di Ulisse, le carovane di John Ford attraverso il deserto, l'esodo ebraico verso la Terra Promessa, la processione del presepe; la loro vita quotidiana si immerge nel tumultuoso fiume della Storia con un sentimento struggente della memoria.

Con Kaos (1984) meno rigore ideologico e più poesia, i Taviani affinano l'arte rievocativa già manifestata in San Michele aveva un gallo, anche quello film marchiato da uno sguardo infantile e popolare e sormontato dall'immane travaglio della Storia.

Good morning Babilonia (1987) è la storia di due giovani italiani che lasciano il Paese in seguito al fallimento dell'azienda paterna e arrivano in California alla ricerca del successo. Passano di lavoro in lavoro finchè riescono a dimostrare il loro talento ai cineasti. Sposano due attricette e vivono felici. Ma, quando una delle mogli muore, iniziano i problemi di rigetto e la nostalgia ha la meglio. Tornano in Italia, dove moriranno nella guerra.

Film minore, anedottico e superficiale.

Il cinema epico dei Taviani soffre di un propagandismo insistito, e di un continuo parallelo con la vita politica italiana di allora.

La Storia è protagonista, la Storia come dialettica fra forze opposte. Dopo una decennale attività teatrale e documentaria, Paolo e Vittorio Taviani diressero (con Valentino Orsini) il film d'impegno civile Un uomo da bruciare (1962) che si inseriva nel filone di denuncia del contropotere mafioso con un afflato ideologico non convenzionale (l'uccisione di un sindacalista che aveva organizzate le lotte dei contadini spinge i contadini a prendere coscienza della loro lotta), e con Sovversivi (1967) i fratelli Taviani realizzano un film che anticipa la contestazione studentesca indagando nel disagio ideologico degli intellettuali di sinistra (quattro storie private esemplari attorno ai funerali di Togliatti).

Sotto il segno dello scorpione (1969) prosegue in pieno clima sessantottesco quel rovello ideologico rifugiandosi nella struttura dell'apologo mitologico:

nell'era preistorica i giovani superstiti di un cataclisma cercano rifugio su un'isola vicina, abitata da gente tranquilla e laboriosa; i nuovi arrivati tentano invano di convincerli a trasferirsi tutti insieme sulla terraferma, ma i vecchi si oppongono strenuamente, finchè la violenza esplode: i giovani uccidono il re, massacrano gli uomini, rapiscono le donne e fuggono in barca; sul continente incominciano a costruire una nuova società.

Tema del film è il conflitto fra due prassi diverse, anche se entrambe di sinistra, fra riformisti e rivoluzionari, fra compromesso e utopia, che si risolve nello slogan "la violenza della rivoluzione contro la violenza del sistema", negazione della possibilità di cambiare la società dal di dentro.

Con questo film lo stile dei Taviani giunge a maturazione: il taglio essenziale e razionale, la narrazione corale quasi a voler fare della massa un unico protagonista, l'incedere straniante per brevi scene dissonanti asintattiche derivano da un'attenta applicazione dei principi dell'arte politica appresa dal teatro di Brecht e dal cinema di Svem.

San Michele aveva un gallo (1971), loro capolavoro, è l'analisi di un fallimento (esistenziale e politico) causato da un eccesso di tensione utopica. Abbandonata la struttura polifonica, i Taviani ripiegano sul monologo e sulla linearità del racconto, su un apologo aperto, meno dogmatico e più sfaccettato.

È la tragedia in tre atti di un anarchico internazionalista del tardo Ottocento; nel primo atto egli tenta di sollevare un paese, ma viene arrestato e condannato all'ergastolo; nel secondo si assiste alla sua solitaria prigionia nel carcere, durante la quale egli cerca con tutte le proprie forze di conservare la ragione; nel terzo atto il prigioniero viene trasferito in barca e ha modo di parlare con i detenuti che vengono trasportati con un'altra barca: si trova di fronte a una generazione che crede in altri ideali, che ha superata l'anarchia e lotta con metodi scientifici, che non condivide le azioni romantiche e velleitarie come quella che gli costò la libertà, che puntano tutto sulle masse e bandiscono l'individualismo; il mondo è andato avanti e al glorioso anarchico non resta che suicidarsi.

Allonsanfan (1974) in pieno riflusso è un melodramma ottocentesco antitetico, nel quale il fallimento non è causato dall'eccesso di coerenza, ma dal tradimento dei propri ideali.

In piena Restaurazione un nobile diseredato ex-giacobino e ufficiale napoleonico milita in una setta di irriducibili sovversivi; attraversa un periodo di stanchezza; dopo una lunga e spossante prigionia va a cercare un po' di tranquillità nella villa della sorella, ma i suoi compagni continuano a dipendere da lui; per liberarlo da loro la sorella avverte la polizia di un incontro clandestino e lui non fa nulla per salvarli: vengono massacrati nel parco della villa; ciononostante i giovani si fidano ancora di lui, che invece medita di fuggirsene in America con il figlio avuto da una delle vittime dell'agguato; per chiudere definitivamente con loro non gli resta che farli annientare: li manda in Sicilia disarmati e informa della spedizione un

parroco che li fa massacrare dai contadini; l'unico superstite riesce a raggiungere il nobile, che, scosso dal suo farneticare, indossa la divisa degli insorti e corre a farsi ammazzare anche lui.

L'apologo della crisi sfocia di nuovo in un suicidio che ha di nuovo una morale politica: l'impossibilità dell'utopia e l'insostenibilità della resa alle lusinghe borghesi; dopo aver a lungo oscillato fra i due estremi, il nobile sceglie di morire fisicamente con il primo piuttosto che moralmente con il secondo. Se i giovani che cadono vittime del loro ingenuo infantilismo politico (credono che per sollevare i contadini basti leggere proclami, non hanno mai fatti i conti con la miseria, la fame, l'ignoranza) rappresentano i contestatori del Sessantotto, lui rappresenta una generazione sorpassata, che è incerta fra condividere l'entusiasmo suicida e nascondersi nel qualunquismo. I Taviani non propongono una sintesi fra i due estremi, si limitano a rappresentarli con movenze teatrali, e a sottolineare come a sorreggere la lotta sia sempre, nonostante tutto, l'utopia.

Nello scrupoloso cinema dei Taviani convergono Brecht, Dovstoevskij, Rossellini, il realismo socialista, Godard, l'opera romantica. L'enfasi ideologica toglie mordente.

La prima concreta via d'uscita viene offerta dal mediocre Padre padrone (1977), apologo di repressione e di ribellione, ennesimo straziato lehrstuck brechtiano sul potere e sulla liberazione dell'individuo. L'assetto drammaturgico ricorda però la tragedia greca: il sentimento di odio e amore che si instaura fra padre e figlio, due personalità allegoriche che crescono a dismisura man mano che si delineano gli opposti ruoli mitologici, sfocia in scene di altissima tensione e di tragico lirismo, calibrate con asciutto realismo in una fulgida fusione di naturalismo e sociologia, di letteratura meridionalistica e di realismo socialista.

La prima parte racconta lo stato di schiavitù del pastorello, vittima della miseria e del dispotismo di suo padre: costretto bambino a lasciare la scuola, cresce praticamente selvatico sui monti con l'unica compagnia delle pecore e con il terrore delle spietate punizioni paterne.

La seconda parte esalta il gesto di ribellione nei confronti dell'ignoranza atavica: dopo aver acquistata di nascosto una fisarmonica per due pecore, e aver tentato di emigrare in Germania, può approfittare, può approfittare del disastro economico che spinge il padre a mandarlo militare, ma non sapendo parlare altro che dialetto si trova isolato e schernito dagli altri; con grande volontà poi apprende il vocabolario e intraprende studi superiori; il padre gli ordina perentoriamente di tornare al paese e lo manda di nuovo in mezzo alle pecore; bocciato agli esami, e sentendosi proibire di ascoltare la radio, si avventa contro il genitore; se ne andrà finalmente a cominciare un'altra vita.

Il processo di distacco dal padre si carica di tinte freudiane e tinte marxiste; la lotta di classe riportata alle sue titubanze psicologiche e alle sue radici biologiche (il linguaggio come potere e come rivoluzione, il conformismo e la trasgressione linguistici).

Il prato (1979), altro film minore, è una storia d'amore su tre giovani disillusi del dopo Sessantotto, tutti e tre costretti a esercitare un mestiere che non è il loro; il terzo, l'escluso, si alscia morire in un prato per disperazione d'amore.

Il film si propone anche come astorica dissertazione sulle infelicità generazionali e perciò attinge a fonti analoghe ma relative ad altre generazioni: dal Werther di Goethe a C'eravamo tanto amati di Scola, da Germania anno zero di Rosselllini a Ecce bombo di Nanni Moretti.

Il populismo dei Taviani ritorna in un nuovo film corale, La notte di san Lorenzo (1982), narrazione resistenziale in chiave epica e favolistica, un po' omerica un po' western un po' sovietica un po' alla Olmi per l'affettuosa cattolica descrizione della civiltà contadina.

In un paese di campagna, dove si sono appena celebrate le nozze clandestine di due giovani, i nazisti ordinano alla popolazione (riunita nella cantina di un palazzo) di raccogliersi nella chiesa; parte dei paesani segue il vescovo, ma un vecchio che diffida degli occupanti guida la fuga degli altri attraverso i campi mentre i tedeschi fanno saltare il paese; durante il loro avventuroso cammino (costellato di piccoli episodi) i fuggiaschi perdono alcuni compagni, due dei quali uccisi; nel frattempo i tedeschi fanno saltare anche la chiesa, gremita di civili, e i superstiti, orrendamente mutilati, portano fuori i cadaveri, fra i quali la sposina; i fuggiaschi si imbattono in una pattuglia di sbandati tedeschi, incontrano i partigiani e li aiutano a mietere il grano per sottrarlo ai nazisti, si scontrano con una milizia di compaesani fascisti, amici e vicini di casa, con i quali ingaggiano una lotta furibonda e pietosa nella quale l'adolescente e crudelissimo figlio del gerarca muore per mano dello sposino; gli scampati arrivano in una fattoria, dove giunge la notizia della liberazione.

Con pietosa memoria i Taviani riesumano una canzone di gesta dell'epica popolare, la storia di un'orrenda rappresaglia nazista e di un'assurda guerra fratricida, e la trasfigurazione in favola sulla solidarietà e sulla sopravvivenza. Gli eroi quotidiani (famiglie intere, con donne, vecchi e bambini) di questo viaggio impossibile esaltano il meglio della natura umana: la forza di volontà, il coraggio, l'intelligenza, l'orgoglio, la dignità. La loro avventura ricorda il viaggio verso l'ignoto di Ulisse, le carovane di John Ford attraverso il deserto, l'esodo ebraico verso la Terra Promessa, la processione del presepe; la loro vita quotidiana si immerge nel tumultuoso fiume della Storia con un sentimento struggente della memoria.

Con Kaos (1984) meno rigore ideologico e più poesia, i Taviani affinano l'arte rievocativa già manifestata in San Michele aveva un gallo, anche quello film marchiato da uno sguardo infantile e popolare e sormontato dall'immane travaglio della Storia.

Good morning Babilonia (1987) è la storia di due giovani italiani che lasciano il Paese in seguito al fallimento dell'azienda paterna e arrivano in California alla ricerca del successo. Passano di lavoro in lavoro finchè riescono a dimostrare il loro talento ai cineasti. Sposano due attricette e vivono felici. Ma, quando una delle mogli muore, iniziano i problemi di rigetto e la nostalgia ha la meglio. Tornano in Italia, dove moriranno nella guerra.

Film minore, anedottico e superficiale.

Il cinema epico dei Taviani soffre di un propagandismo insistito, e di un continuo parallelo con la vita politica italiana di allora.

La Storia è protagonista, la Storia come dialettica fra forze opposte.

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