Cesare Zavattini
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Nato nel 1902 in Emilia, Cesare Zavattini si mise in luce scrivendo su giornali e riviste. Su Parliamo tanto di me (1931) raccolse un mosaico prose surreali e morali disposte a mo' di viaggio spirituale. Nell'arco di una decennale vulcanica attivita` redazionale dirige periodici popolari che infioretta di notizie e invenzioni fantasiose ispirandosi in particolare alle cronache di Hollywood. Nel 1935 sceneggia Daro` un milione per Camerini, basato sul contrasto fra ricchezza e poverta`. Nel successivo libro I poveri sono matti (1931) il protagonista percorre le strade del mondo, incontrando le genti piu` disperate: una spigliata immaginazione si pone sul servizio della causa dei poveri, nei quali riconosce gli autentici depositari della dignita` umana e della sua piu` grande manifestazione, la fantasia; divagazioni, storielle, parabole e aforismi compongono il libro manifesto dell'artista, tutto proteso in un gioco simbolico di valore universale.

Al centro della poetica Zavattiniana ci sono loro, i poveri, devastante minaccia per il razionale, sgradevole senso di colpa collettivo, oscura maledizione da esorcizzare con l'elemosina. I poveri non hanno nulla da perdere, possono permettersi di concepire la vita come un gioco: i poveri sembrano matti. I poveri sono degli eroi di un immaginario naïf che si rifa` alla profezia cristiana del destino degli umili. Il povero di Zavattini non e` ne un martire, ne un emarginato, ne un proletario: e` un uomo senza una vita precostituita, e` un uomo con un vincolo in meno, i soldi, e di conseguenza un grado di liberta` in piu`. La sua visione del povero e` del tutto astratta.

Dopo aver partecipato al San Giovanni Decollato (1940) di Toto`, esercizio pirotecnico di surrealismo in chiave comica, aiuta De Sica ai suoi esordi come regista. Al genere comico sentimentale "cameriniano" dedica Avanti c'e` posto (1942)di Bomard, (un bigliettaio bonario e comprensivo si fa in quattro per aiutare una servetta che e` stata scippata sul tram) e Quattro Passi Fra le Nuvole (sinonimi di "i poveri sono matti", altro viaggio cioe` nel mondo alternativo dei poveri) di Blasetti. Poi si rivolge all'infanzia con il Gian Burrasca (1942) ridotto da Sergio Tofano e con I bambini ci guardano di De Sica. Anche i bambini sono poveri, anche i bambini sono matti. La spontaneita` e la freschezza dell'infanzia mette in ridicolo l'austera finzione degli adulti, proprio come la "pazzia" dei poveri svaluta la razionalita` dei ricchi. A partire da questo momento Zavattini opera in effetti una riduzione di tutta l'umanita` a uno stato d'infanzia. L'infanzia come forma pura, incorrotta, della verita`. La guerra, l'immane rovina della guerra, rappresenta l'ambiente ideale per una sintesi dei suoi temi della poverta` e dell'infanzia, della pazzia e della verita`: Sciuscia (1946) rivelo` anche la sua propensione a un cinema antiromanzesco e cronachistico sulla falsariga dello stile giornalistico. La fortuna dello sceneggiatore e` all'apice: coniato il neorealismo, Zavattini ne diviene il primo teorico, tanto contraddittorio quanto poetico. Dopo Un giorno nella vita, Fabiola e Prima comunione per Blasetti, soggetti vari per Zampa, Sermi, Camerini, Dagliero, Mastrocinque, De Santis, Castellani, perfino Clement, disegno` altri tre capolavori per De Sica. Miracolo a Milano (1950) che segna la svolta favolistica, Ladri di biciclette (1948), il film canonico che fece il giro del mondo, Umberto D (1951), che segna il punto piu` alto del tragico quotidiano espresso dal neo-realismo. Tenace e polemico assertore del nuovo verbo cinematografico, Zavattini, dopo Bellissima di Visconti, Roma ore di De Santis, Il cappotto di Lattuada, progetto` e supervisiono` L'amore in citta` (1963) o Siamo donne, film a episodi (diretti dai giovani leoni dell'epoca) che, ricalcando lo stile dell'inchiesta giornalistica, propongono una serie di storie reali al limite del cinema verita`; nel secondo le dive come la Magnani e la Bergman sono attrice e personaggio al tempo stesso, raccontano cioe` la propria vita quotidiana; sono gli esperimenti piu` rigorosi del neorealismo di cui si serviranno i registi della generazione successiva. La verita` e` piu` che mai l'ossessione di Zavattini. Ma il massimo animatore del neorealismo viene coinvolto duramente nel fallimento del progetto. Fino alla morte di De Sica la sua attivita` continua ad essere intensa, alternando collaborazioni con questo e quel regista, ma la produzione devia decisamente verso il commerciale. I film di De Sica conservano la classe del duo, ma sul versante della commedia all'italiana piu` che del film - inchiesta.

Con la morte di De Sica, Zavattini attraversa un periodo di silenzio, rotto dalla prima regia, La verita`, che lo vede mattatore nella parte di un vecchio pazzo fuggito dal manicomio che vagabonda in camicione bianco per la citta` come un predicatore d'altri evi aggredendo la gente con il suo monologo - arringa dissacratore (travestito da Garibaldi vorrebbe reclutare mille bambini per rifare la celebre spedizione, invita persino a trenta secondi di raccoglimento in onore dell'organo sessuale femminile); alla fine, disperato, cerca di suicidarsi. L'enfasi caricaturale e le gag verbali trattenendo il respiro riproducono il vero Zavattini, per cui la Verita` e` davvero la verita`, e appare la continuazione e l'estremizzazione del discorso di Siamo donne (La verita` e` un Sono uomo) ed e` il culmine del culto di surreale per l'assurdo: qui e` l'autore a rappresentare se stesso; il regista sta di qua e di la` dello schermo; il regista irrompe di persona nella realta`.

Se il sarcasmo e la verbosita` richiamano alla mente gli sproloqui dei poeti beat, questa forma di cinema riflessivo ed egocentrico si pone come l'ultima grande conquista di una mente un po' confusa e superficiale, ma sempre sorprendentemente fertile.

Nella sua arte confluivano anche la tradizione favolistica italiana e la commedia hollywoodiana, da Chaplin a Capra.

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