Le drag queen


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Nel 1991 il documentario "Paris is Burning" di Jennie Livingston porta alla luce il mondo sommerso dei "drag balls", i balli dei travestiti neri ad Harlem.

Come gia' era successo ai neri e agli omosessuali, la discriminazione del resto della societa' li spinse a cercare la solidarieta' dei propri simili per far fronte all'ostilita' esterna. Alla ricerca di un'identita' collettiva le "drag queen" di Harlem inventarono il loro modo di far festa, quell'agghindarsi in maniera molto eccentrica (o, meglio, "stravagante", secondo il loro gergo), e persino il loro idioma (ricco di espressioni come "leggenda", per indicare un veterano dell'ambiente, o "Xtravaganza", il soprannome piu' comune). Il fenomeno data almeno dagli anni '20, ma soltanto con questo film viene alla ribalta.

Ancora una volta, come spesso accade negli U.S.A., l'auto-isolamento da' origine a una sottocultura che in breve acquista caratteri molto sofisticati. In questo caso si materializza semplicemente la fantasia piu' comune delle "drag queen": quella di diventare una ragazza bianca ricca, ovvero quella di poter vivere la vita "normale" che vivono le persone "normali". L'intero fenomeno assume allora i connotati di una parodia delle abitudini e delle aspirazioni della borghesia media. Il termine "realness" identifica proprio quest'imitazione fanaticamente precisa dello stile di vita medio. Il successo di una "drag queen" si misura dalla sua capacita' di occultare la propria natura gay (il proprio sesso biologico).

Doppiamente esclusi dal "sogno Americano", in quanto non appartengono ne' alla civilta' benpensante ne' alla civilta' gay , in quanto prima neri e poi anormali, i "drag queen" non possono fare altro che sognarlo in questa maniera patetica.

il successo del film e' tale che l'abbigliamento, il portamento e l'idioma delle "drag queen" diventa di moda presso lo stesso pubblico bianco che loro vorrebbero scimmiottare. In breve i settimanali televisivi si collegano in diretta con Harlem per trasmettere i drag ball dal vivo, le drag queen compaiono sulle copertine dei periodici di moda e Madonna ruba i costumi e il ballo della drag culture. Ancora una volta, mutatis mutandis, l'America "mainstream" copia una sottocultura che la stava copiando, senza rendersi conto di essere l'oggetto della moda che ha adottato.

Nel 1993 all'apice della morbosita' Rupaul, il travestito supermodello dal sorriso divino, viene convinto a scrivere la propria autobiografia per raccontare al grande pubblico eterosessuale come si svolge la sua vita quotidiana.

In realta' un fato tragico accomuna i personaggi del film di Livingston: Angie Xtravaganza, la drag queen piu' famosa, muore di AIDS due anni dopo, ventisettenne; la sua "figlia" (adottiva) Venus viene trovata strangolata in un motel; altri tre sono morti di cause naturali pur essendo ancora giovanissimi. Quasi tutti/e coloro che avevano beneficiato della pubblicita' del film sono ripiombati nell'anonimita', presto dimenticati una volta che la novita' ha smesso di fare notizia.

E forse non meritavano sorte migliore, se e' vero che tutti (i/le sopravvissuti/e) hanno fatto causa alla casa cinematografica per cifre elevatissime, sperando di poter lucrare sul successo del fenomeno (Paris DuPree, ballerina al cui balletto e' intitolato il film, che appare sullo schermo soltanto per tre minuti, ha intentato causa per 40 milioni di dollari). Si e' cosi' scoperto di cosa vivono le "drag queen": quasi sempre di piccole truffe, di espedienti, di prostituzione.


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