Il fenomeno piu' macroscopico degli anni '90 e' la fine della Guerra Fredda: l'Unione Sovietica si sgretola e con essa la ragione stessa dell'abnorme arsenale nucleare ammassato dalle due superpotenze.
Nel 1993 Bush lascia, dopo soli quattro anni, la guida dell'America e del mondo, ma il suo termine "New World Order" entra a far parte della cultura popolare. Con quel termine si intende la fine degli equilibri aberranti della Guerra Fredda e l'inizio di un'era in cui prevarranno gli interessi della Giustizia su quelli dei Blocchi. La guerra del Golfo, contro l'Iraq invasore del Kuwait, e' stato il primo esempio di un'operazione di "polizia" internazionale, nella quale il mondo unito sotto la bandiera dell'ONU ha posto rimedio alla malefatta di un dittatore.
Bush, gia' reduce dal successo dell'invasione di Panama per detronizzare il dittatore Noriega, che era stato incriminato negli U.S.A. per i suoi commerci di droga, apre una nuova pagina nella storia della politica estera americana, improntata alla ricerca del consenso e all'azione sotto il coordinamento di un'autorita' superiore. Nel frattempo il crollo del muro di Berlino e la caduta di quasi tutti i regimi comunisti del mondo decretano il trionfo della politica aggressiva perseguita dal suo partito. La strategia che Bush ha in mente e' quella classica del bastone e della carota: pugno di ferro contro i dittatori, premi e favori per chi adotta i principi democratici.
Le buone intenzioni vengono subito meno con il suo successore, Clinton, che non riesce a ritrovare e ricostruire lo stesso spirito per salvare la Bosnia e la Somalia, e, memore del Vietnam, ben si guarda dall'impegnare truppe Americane lontano da casa.
Poco a poco, anzi, gli U.S.A. passano da un umore di grande idealismo, dalla coscienza di una missione storica "pacifatrice" e "democratizzatrice", a un umore estremamente egoista, di colui che deve innanzitutto riuscire a dare lavoro ai propri cittadini prima di andare a salvare i cittadini degli altri dalla fame e dalle guerre.
Cio' nonostante, l'idea di un "New World Order" continuera' ad esistere, ripresa (forse inavvertitamente) persino dai giurati nemici degli U.S.A., e non soltanto a parole. Tutto sommato e' nel 1993 che Israele e
nel 1993 che iniziano i colloqui fra IRA e governo Britannico, ed e' sempre nel 1993 che il Sudafrica abolisce l'apartheid.
Gli U.S.A. si ritirano pero' in quello che sembra destinato a diventare un nuovo isolazionismo: lungi dal lanciare un piano Marshall per l'ex-URSS, assistono impotenti e alquanto disinteressati alla lotta di potere fra Gorbacev e Eltsin (e poi fra Eltsin e Rutskoy); non hanno ne' meriti ne' demeriti per il boom economico del Sudamerica; tentennano ad approvare il NAFTA, ovvero la CEE del Nordamerica; ignorano i problemi sollevati dal loro intervento a Panama e Nicaragua, abbandonando quelle giovani democrazie al loro destino; per la prima volta respingono un'ondata di profughi (gli haitiani); procedono rapidamente a ridurre le basi militari all'estero.
D'altronde e' cambiato l'obiettivo internazionale: se fino al 1991 bisognava innanzitutto sconfiggere il comunismo, non appena finita quella minaccia gli U.S.A. si sono trovati immersi nella crisi economica e, per la prima volta, si sono resi conto che qualcuno stava meglio di loro, e che quel qualcuno era proprio (parzialmente) la causa dei loro problemi, in quanto aveva approfittato del loro impegno militare per sviluppare un'economia concorrente.
Si tratta del Giappone, verso il quale l'Americano comune nutre un certo risentimento: sconfitto in guerra, esonerato dalle spese militari, ha goduto della protezione americana per tanti anni ed e' riuscito a causare danni ingenti alle multinazionali americane. Come sempre nelle crisi, serve un capro espiatorio, e il Giappone prende il posto dell'URSS. La tensione internazionale si sposta dal piano politico a quello economico, dai missili nucleari ai debiti del commercio estero. L'attrito sale fino al limite di guardia di una guerra commerciale, con gli U.S.A. determinati ad aprire i mercati giapponesi tradizionalmente chiusi agli stranieri (dalle mele all'automobile) e i giapponesi barricati dietro l'equivalente di un codice bizantino.
Un altro effetto di questa trasformazione della politica internazionale americana e' quello di cambiare completamente la visione del futuro. Se ancora pochi anni prima i sondaggi dipingevano un americano medio terrorizzato dall'eventualita' di un conflitto nucleare, e infiniti film, romanzi e dischi erano ispirati all'olocausto nucleare prossimo venturo, alla fine del mandato di Bush, nel 1992, la Bomba e' diventata l'ultima delle preoccupazioni, e i profeti apocalittici devono cambiare scenografia, concentrandosi semmai sui problemi ambientali e su quelli sociali.
Il mondo del Duemila e' un mondo di mercati di capitale globali, in cui le frontiere hanno un segnificato molto relativo. Le istituzioni di Bretton Woods, la Banca Mondiale e l'I.M.F. ("fondo monetario internazionale"), hanno finanziato lo sviluppo economico delle economie emergenti. Di fatto sono loro che hanno "indotto" tutte le nazioni del mondo ad adottare il regime della democrazia capitalista, non con le armi ma con i prestiti.
Piu' che le Nazioni Unite il futuro ordine mondiale sembra essere nelle mani della World Trade Organization, e forse la costituzione universale discendera' dall'accordo mondiale sulle tariffe doganali, il GATT. Adesso che tutti cominciano a parlare la stessa "lingua" economica l'ordine mondiale non lo mantengono tanto gli eserciti quanto i centri finanziari.