La crisi dei partiti


Ritorna all'indice de L'Ultimo Secolo | Ritorna alla pagina principale

Il vecchio sistema dei partiti e' malato: Bill Clinton ha vinto le elezioni del 1991 per disaffezione dell'elettorato nei confronti di Bush, piu' che per merito proprio; i repubblicani stravincono le elezioni del 1993 per Senato, Congresso e Governatorati non perche' agli elettori piaccia il loro "Contratto con l'America" ma per protesta contro il partito di governo (i democratici detenevano da anni il potere nelle due camere e la carica di governatore in gran parte degli stati). Entrambi i partiti sono considerati colpevoli del collasso dell'ordine sociale (crescente ineguaglianza sociale, disgregazione della famiglia, forte instabilita' dei giovani, incremento vertiginoso del crimine) e di un'economia sempre meno umana.

Nel Novecento gli U.S.A. sono stati governati per trent'anni dai repubblicani (fino alla Grande Crisi), poi per trent'anni dai democratici (si potrebbe dire fino all'assassinio di Kennedy) e poi per trent'anni dai repubblicani (non essendo stato Carter capace di incidere significativamente sull'America dei Nixon e dei Reagan). Si ha la sensazione che adesso la Nazione stia per entrare in una nuova fase politica, ma nessuno dei due vecchi partiti appare vincente.

A un livello di astrazione superiore il problema e' che tanto i democratici quanto i repubblicani hanno bisogno di reinventare le proprie piattaforme in un mondo che e' cambiato rapidamente. Tanto le preoccupazioni sociali dei primi (l'idea che il benessere si costruisce dal basso, aiutando prima i piu' bisognosi, e si propaga verso l'alto) quanto le teorie economiche dei secondi (l'idea che la prosperita' dei ricchi si traduce in investimenti e pertanto prosperita' anche per i poveri) sembrano troppo semplicistiche per il mondo dell'economia globale.

I pensatori di destra hanno pero' in parte ragione quando sostengono che non e' l'ordine dei partiti ad essere in crisi negli anni '90, e' il solo Partito Democratico ad esserlo. Mentre gli ideali del Partito Repubblicano, piacciano o meno, sono abbastanza moderni da poter reggere nel mondo dell'economia globale, quelli del Partito Democratico (come, tutto sommato, quelli dei partiti comunisti) sono legati a un'era che non esiste piu'. Il Partito Democratico perde voti fra i ceti meno abbienti fin da quando Reagan venne rieletto trionfalmente nel 1984. Le sue campagne (populiste e umanitarie) a favore dell'assicurazione medica, delle pensioni, dei diritti dei lavoratori e cosi' via lasciano fredda la maggioranza degli americani.

Ogni volta che i democratici si lanciano in una nuova iniziativa politica si ha la sensazione di un incolmabile distacco fra il partito e la sua base. I proprietari di casa si lamentano delle tasse sulla proprieta', i commercianti delle leggi cavillose, i religiosi dell'amoralita', e cosi' via. In cambio i democratici propongono aumenti di tasse per pagare i loro costosi programmi sociali, regolamenti ancor piu' severi per proteggere l'ambiente, e l'assistenza ad oltranza di tossicodipendenti, omosessuali e madri adolescenti. Pochi mettono in dubbio le buone intenzioni, ma molti sembrano preferire la palese corruzione dei repubblicani (in quanto affiliati a tutte le lobby piu' potenti della Nazione) all'ottuso paternalismo dei democratici.

A destra intanto vengono alla ribalta personaggi sinistri come David Duke, della Louisiana, ex membro del Ku Klux Klan e di un'organizzazione nazista, o come Pat Buchanan, esponente dell'estrema destra repubblicana. Buchanan in particolare viene sbeffeggiato da tutti, ma nel giro di quattro anni sara' la sua piattaforma (anti-immigranti, anti-aborto, anti-omosessuali, anti-Hollywood, anti-ONU) a diventare la Bibbia del Partito Repubblicano. E' lui il primo dileggiare il "nuovo ordine mondiale" , coniando cosi' uno dei temi preferiti delle milizie .

La classe media sembra pericolosamente allo sbando, alla ricerca di un'alternativa. E' forse venuto il momento di creare un terzo partito. E' Perot ad avere i mezzi per realizzare l'obiettivo, e creare l'Independence Party nell'estate del 1996, ma come candidato ha gia' dimostrato i suoi limiti. Serve un candidato che abbia credibilita' e carisma per proporsi come alternativa alla politica di Washington. Bill Bradley, il senatore democratico che rinuncia volontariamente alla rielezione, proclamandosi disgustato dalla politica (e quindi uno dei pochi emblemi rimasti dell'integrita' morale), e Colin Powell, il generale nero che i sondaggi dichiarano primo nella simpatia della maggioranza silenziosa, sono i candidati piu' seri a compiere il passo storico.

La storia recente delle "terze parti" non e' per la verita' delle piu' felici: nel 1968 George Wallace, nel 1980 John Anderson e nel 1992 Ross Perot hanno rappresentato piu' che altro un voto di protesta, non una nascente terza ideologia.

Il movimento "grass-roots", autenticamente americano, di Ross Perot, il miliardario texano, un po' paranoico, e' proprio la materializzazione di quella crisi di rigetto. La sua organizzazione, "United We Stand America", rappresenta un po' l'alternativa al sistema dei partiti, all'ambiente corrotto di Washington, alla burocrazia del governo e cosi' via. Insomma, il demagogo di turno, bravissimo ad imbonire le folle, anche se incapace di mettere insieme uno straccio di programma; che comunque verra' votato da molti (venti milioni) per protesta contro i due partiti ufficiali. Il suo membro tipico e' un bianco sposato, proletario fra i trenta e i quarant'anni.

Per la campagna del 1996 Perot punta su cinque programmi di fondo: la riforma politica, che favorisca la formazione di terzi partiti; il bilancio del budget federale; l'abbandono della politica di libero commercio (GATT, NAFTA e tutto il resto), che viene vista come una minaccia ai posti di lavoro americani; il controllo dell'immigrazione illegale, vista di nuovo come una minaccia per i lavoratori americani; e un limite al numero di volte che un politico puo' essere rieletto. Sono altrettante filippiche contro cio' che il governo ha fatto finora.

Un altro "indipendente" che ha conquistato le masse prendendo le distanze dal sistema dei partiti e' Jerry Brown, ex governatore della California diventato un fervente populista. Brown e' stato il governatore della California piu' liberale della storia dello stato. Perse le elezioni contro il conservatore Pete Wilson, Brown non si arrese: prima tento' la scalata alla Casa Bianca (nel 1976, 1980 e 1992), poi si dedico' a campagne umanitarie. Brown e' il "liberal" vecchio stampo, che ama vivere fra i diseredati. Ha dormito nei rifugi per i senzatetto, ha lavorato per Madre Teresa, ha vissuto in una comune di Oakland. Un vecchio scherzo dice che Jerry Brown ha combattuto per tutte le cause giuste e... le ha perse tutte.

Se il fascino di Perot e' dovuto tutto alla sua capacita' di far leva sulle specifiche cause di malcontento della borghesia, Powell fa leva sulla qualita' che quasi nessun politico della sua generazione ha: credibilita'. Powell emana il fascino dell'ultimo rappresentante del "sogno americano" (l'uomo nato nel ghetto di Harlem e arrivato al vertice grazie ai suoi meriti) e trasmette la sensazione di avere il polso e la statura morale per ristabilire un po' di disciplina nel paese. E' lui, senza un solo comizio, a dominare la campagna elettorale del 1995, mentre i media speculano se si presentera' o meno candidato alle elezioni del 1996.

Il problema e' che gli elettori spesso si lamentano di cio' che viene loro offerto dalle istituzioni, ma le istituzioni stanno in realta' offrendo loro cio' che loro hanno chiesto: da Reagan in poi le decisioni piu' importanti sono quasi sempre state prese leggendo i "poll", i sondaggi. Gli uomini politici leggono i poll e poi decidono cosa dire. La gente ottiene cio' che voleva. Purtroppo cio' che voleva e' spesso sbagliato.

Alle elezioni del 1996 si iscrivono 173 candidati, fra cui un cane e un detenuto (la costituzione prevede che il presidente debba essere nato negli U.S.A., ma non specifica che debba essere umano).


Ritorna all'indice de L'Ultimo Secolo | Ritorna alla pagina principale