Una sgradevole sorpresa della fine della Guerra Fredda e' la crisi economica che colpisce gli U.S.A. proprio alla fine degli anni '80.
L'Unione Sovietica si sgretola e con essa la ragione stessa dell'abnorme arsenale nucleare ammassato dalle due superpotenze. Il fatto di poter (e dover) finalmente ridimensionare i programmi militari e' la classica goccia che fa traboccare il vaso, poiche' quei programmi militari tenevano in vita un'industria altrettanto ciclopica, e pertanto davano lavoro a milioni di persone in tutti i cinquanta stati.
Non a caso nello stesso anno in cui Gorbacev abdica negli U.S.A. ha inizio un processo a catena di licenziamenti. Stati come la California perdono di colpo migliaia di commesse militari per costruire missili e bombardieri, e devono riciclare una forza lavoro molto specializzata, con costi forse anche superiori a quelli della Guerra Fredda.
La recessione del 1991 ha pero' anche cause strutturali: il debito pubblico (che impedisce al governo di finanziare opere pubbliche), lo scandalo delle "S & L" (gli istituti di credito falliti in gran numero negli anni precedenti), l'indebitamento privato (negli anni '80 e' stato relativamente semplice ottenere ingenti somme in prestito dalle banche, che adesso i consumatori fanno fatica a restituire).
Il Giappone, che ha i soldi contanti, puo' permettersi di comprare pezzi pregiati dell'impero che lo sconfisse e distrusse soltanto mezzo secolo prima: la Sony compra la gloriosa CBS, la Mitsubishi compra meta' del gruppo Rockefeller.
Tutto cio' capita proprio mentre la societa' americana, prima al mondo, sta compiendo la transizione dall'era industriale a quella dei servizi, e cio' sta gia' causando infiniti piccoli traumi alla popolazione del settore industriale.
L'economia della recessione e' l'economia delle contraddizioni. Negli anni '90 la Borsa di Wall Street continua a segnare record dopo record. Le corporation continuano ad annunciare profitti strepitosi. Ma per ogni punto guadagnato dalla Borsa e per ogni dollaro guadagnato dalle azioni di una corporation ci sono migliaia di nuovi disoccupati. Spesso e' la stessa corporation che sta andando finanziariamente a gonfie vele a decidere di licenziare qualche migliaio di dipendenti. Questa schizofrenia e' senza precedenti. Non esiste piu' un collegamento diretto fra gli interessi dell'investitore e quelli dell'impiegato, anzi spesso essi divergono nettamente. L'investitore esulta ogni volta che il management scopre un nuovo modo per ridurre ulteriormente i costi, ogni volta cioe' che l'impiegato vede ridursi il suo salario o addirittura scomparire il proprio posto di lavoro.
I "merger" che dilagano negli anni '90 in tutti i settori (quello fra Chase Manhattan e Chemical Bank del 1995 crea la piu' grande banca americana) vengono salutati con euforia a Wall Street, ma ciascun merger ha come obiettivo primario quello di ridurre i costi, che, prosaicamente, significa licenziare i doppioni di personale. I merger di fatto causano perdite di posti di lavoro e danneggiano le comunita'.
Oggi suonano patetiche (ma anche profetiche) le parole che un giudice della Corte Suprema, William Douglas, scrisse a proposito dell'acquisizione di una piccola societa' di birra da parte di un colosso nazionale: "Il controllo degli affari viene sempre piu' trasferito dalle comunita' locali a citta' lontane, dove uomini al 54esimo piano di un grattacielo, armati soltanto di statistiche su perdite e profitti, decidono il fato di comunita' con cui non hanno alcun contatto."
La crisi ha un effetto singolare: quello di indebolire le corporation a favore della "start-up" (la piccola societa') e persino del business a conduzione familiare. Un libro famoso che venne pubblicato nel 1974, "Global Reach" di Richard Barnet, secondo il quale nel giro di pochi decenni il pianeta intero sarebbe stato dominato non dai governi dei rispettivi stati ma da trecento mega-corporation ciascuna strutturata come un'autoritaria societa' "orwelliana", sembra quantomeno fuori fase: di quelle trecento mega-corporation quasi la meta' ha fatto una fine bruttissima, dall'IBM che ha dovuto licenziare il 20% della sua forza lavoro all'impero dei Rockefeller che e' in vendita al miglior offerente.
Se per qualche anno gli intellettuali occidentali temettero l'avvento di una dittatura supernazionale delle multinazionali, oggi possono mettersi il cuore in pace: la crisi dimostra che, lungi dall'essere invincibili, erano proprio quelle multinazionali ad avere la costituzione piu' fragile.
La sorpresa triste di questa recessione e' invece che il capitalismo avanzato, proprio quando produce benessere, produce anche malessere. Piu' ricchezza crea, piu' ricchezza distrugge: per ogni settore che attraversa un boom, ce n'e' un altro che entra in crisi; per ogni azienda che ha successo, ce n'e' una che fallisce. Non sembra piu' possibile avere al tempo stesso benessere economico e sicurezza economica. Il benessere deriva proprio dall'opposto del socialismo: l'economia di mercato e' estremamente efficiente, ma anche estremamente aleatoria. Gli americani erano preparati all'efficienza, non erano preparati all'insicurezza. Poco conta che abbiano oggi un tenore di vita astronomicamente piu' elevato di quello dei loro genitori (466 milioni di passeggeri annui sulle aviolinee nazionali contro tre milioni nel 1940; 27% di universitari contro il 7%; e cosi' via); i loro genitori avevano lavoro garantito e casa a basso costo, mentre oggi non sono mai sicuri del posto di lavoro e non possono piu' permettersi di comprare una casa.
La recessione cambia anche gli equilibri, e i miti, fra le varie zone della Nazione. Colpisce soprattutto la California, lo stato che veniva considerato invulnerabile e che invece nel 1993 si ritrova con una disoccupazione del 9.5% (normale in Europa, ma inaudita in America), mentre favorisce il revival del Midwest e non debilita per nulla il boom del triangolo economico formato nel Sudest da North Carolina, Alabama e Georgia.
I paradossi dell'economia non finiscono neppure dopo la fine della crisi. Con l'elezione di Bill Clinton nel 1993 (piu' una coincidenza che merito suo) gli U.S.A. escono dalla recessione, ricominciando a macinare incrementi di prodotto nazionale lordo; ma questa volta, al contrario delle recessioni precedenti, la crescita di prodotto non si traduce automaticamente in nuovi posti di lavoro. Le aziende sembrano aver imparato a sopravvivere con il minimo di forza lavoro, e non hanno intenzione di ridurre i propri margini di profitto neppure quando l'economia si riprende.
La disparita' fra ricchi e poveri, che era cresciuta durante la "reaganomics" , ha ricevuto un'ulteriore spinta dalla recessione. Il salario della borghesia media continua a scendere. Nel 1995, in piena ripresa, scende ancora del 2,3% rispetto all'anno precedente. L'americano medio lavora di piu', produce di piu' e guadagna di meno. Nel 1995 l'1% degli americani possiede il 40% della wealth americana.
La recessione del 1991 ha soprattutto cambiato (forse per sempre) la psicologia, tradizionalmente ottimista, dell'americano medio. La generazione cresciuta durante la guerra era rimasta sorpresa dal benessere economico del Dopoguerra; preparata a sopportare gli stenti, si era trovata improvvisamente a vivere nel mondo dell'abbondanza. La generazione dei "baby boomers" ha vissuto invece un trauma: preparata a vivere nel mondo dell'abbondanza, si trova improvvisamente a vivere in un mondo di stenti (relativamente parlando). La psicologia del "sogno americano", quella fiducia incrollabile nella generosita' del sistema, ha ricevuto un primo duro colpo. L'Aquila (il simbolo della nazione americana) non e' certamente ancora morta, ma ha piegato le ali.