Nel 1994 si assiste a un improvviso boom di interesse per le abitudini sessuali degli americani. Il sesso, mai cosi' analizzato, diagnosticato, prescritto e persino pubblicizzato diventa il soggetto morboso di tanti best-seller. Il "sex survey" diventa quasi una sorta di passatempo nazionale.
Il rapporto piu' influente e' quello del "National Opinion Research Center " dell'Universita' di Chicago, dal quale vengono tratti due libri ("Sexual practices in the USA" e "Sex in America").
Una ragione molto pragmatica del successo di questi studi e' che le autorita' (soprattutto quelle mediche) hanno un bisogno disperato di capire le abitudini sessuali della societa' per poter arginare la pestilenza dell'AIDS . Il primo rapporto scientifico sul sesso, dopo quello pionieristico di Alfred Kinsey del 1939, e' quello del 1987 del "National Institute for Child Health and Human Development," prima nessuno aveva provato il bisogno di farne uno, e la moralita' corrente li riteneva comunque sgradevoli, come dimostra l'emendamento del repubblicano Jesse Helms che ne proibiva il finanziamento da parte di organi governativi.
Un'altra ragione del morboso interesse del pubblico e' dovuta alle statistiche sui fenomeni "a valle" del comportamento sessuale, quelle che dipingono la societa' come un inferno di famiglie distrutte, di figli senza padre, di ragazze sbandate e cosi' via. Il 40% delle ragazze al di sotto dei vent'anni ha gia' avuto almeno un aborto, e una percentuale agghiacciante di esse e' gia' madre. Indubbiamente i moralisti leggono con perfido compiacimento questi dati che dimostrano le conseguenze della moralita' "libertina" degli anni '60.
Ma parte dell'interesse e' probabilmente dovuto anche alla sensazione che qualcosa sta cambiando.
L'America e' il paese che diede ufficialmente il via alla rivoluzione sessuale (forse la rivoluzione piu' importante del secolo) e a tutti gli sconvolgimenti sociali che ne sono seguiti. Se discordi sono i pareri su quale evento abbia dato la spinta decisiva a un fenomeno che andava crescendo progressivamente dagli anni '30, non c'e' dubbio che nell'immaginario del pubblico, per l'uomo della strada, e' stata Helen Gurley Brown la donna che ha simbolizzato il cambiamento: fu lei nel 1962 a scrivere il bestseller "Sex and the single girl", in cui sosteneva che le donne avevano tanto diritto quanto gli uomini di avere relazioni sessuali per fini puramente "ricreativi". L'estate degli hippie (1965) propagando' poi a macchia d'olio i benefici terapeutici e ideologici del libero amore.
Il sesso divenne sempre meno un argomento tabu`. La tedesca Dr Ruth divenne un mito con il suo programma radiofonico in cui trattava con disinvoltura i problemi della sessualita'. Fu lei la prima a parlare in televisione di orgasmi ed erezioni, quando venne invitata allo show serale di David Letterman.
Una delle conseguenze della liberalizzazione sessuale e' pero' stata una progressiva disgregazione dell'istituzione della famiglia, di cui oggi fa le spese l'intera societa'. Tanto che all'inizio degli anni '90 (forse anche per un ripensamento della stessa generazione degli anni '60) i valori morali sono tornati prepotentemente d'attualita' (anche se, naturalmente, adesso non si sa piu' cosa esattamente si debba intendere per "valore morale").
La campagna presidenziale del 1992 e' emblematica: da un lato i repubblicani che puntano quasi tutte le loro chance sui valori morali (di cui ritengono di essere i custodi garanti) e dall'altro i democratici che vogliono comunque imporre un nuovo tipo di moralita', incentrato attorno alla maggior liberta' della donna. Il dibattito sull'aborto diventa una questione di vita o di morte (letteralmente, dopo i primi cruenti scontri e attentati fra opposte frange estremiste).
Ed e' cosi' che "Murphy Brown", il personaggio interpretato da Candice Bergen in una popolare "sitcom" , diventa addirittura un caso politico, quando i conservatori si schierano contro questa madre senza marito, pestando i piedi a tutte le donne indipendenti d'America.
La verita' e' che, per quanto una netta maggioranza della popolazione dica di essere preoccupata della decadenza morale della nazione, alla fine nessuno vuole rinunciare alla propria liberta' (sessuale innanzitutto).
La verita' e' che le famiglie con un solo genitore costituiscono ormai un fenomeno irreversibile. Sono sempre di piu' le donne che decidono di partorire senza essere sposate, assumendosi tutte le responsabilita' di crescere un figlio da sole. Sono sempre di piu' le coppie divorziate. Sono sempre di meno le famiglie all'antica. Nel 1991 fra i bianchi le famiglie con sola madre sono il 19%, fra gli ispanici il 29% e fra i neri il 58%; le famiglie con solo padre sono circa il 4% in tutti i gruppi razziali.
La percentuale di maternita' fuori dal matrimonio e' simile: il 66% delle donne nere e il 22% delle bianche (nel 1991) partoriscono senza avere un marito (in entrambi i casi buona parte sono minorenni).
Dulcis in fundo, giunge la pestilenza del secolo, ovvero l'AIDS, a mietere migliaia di vittime, presentandosi come una specie di castigo divino contro la licenziosita' dei costumi moderni.
Ma se questi sono i presupposti, i rapporti sulle abitudini sessuali finiscono per tracciare un profilo piu' accurato della sessualita' in America e smitizzare l'immagine libertina che era stata imposta negli anni '60 in gran parte sulla base di trasmissioni televisive. Il numero degli omosessuali crolla, secondo alcuni rapporti, sotto il 5% (e molti di questi hanno avuto un solo rapporto omosessuale nella loro vita). L'incidenza dell'adulterio e' molto inferiore a quanto si potrebbe pensare leggendo le cronache delle star di Hollywood (l'85% delle mogli e' fedele al marito).
Le coppie sposate sembrano persino avere una sessualita' piu' completa (il 41% ha almeno due rapporti la settimana, contro il 23% degli scapoli, e il 75% delle donne sposate ha l'orgasmo contro il 62% delle nubili). Il numero mediano di partner per un uomo e' sei, per una donna due (e il 26% delle persone ha un solo partner in tutta la vita). Per la cronaca, i neri hanno la percentuale piu' alta di partner, gli asiatici hanno la piu' bassa.
Il ritratto che ne emerge e' quello di un paese ancora relativamente puritano, in cui la famiglia riveste ancora il ruolo principale. Prostituzione, pedofilia, sadomasochismo, travestismo e cosi' via vengono relegati a fenomeni molto marginali.
Non c'e' bisogno di statistiche per rendersi conto che la verginita' non e' piu' uno scandalo. Fu Brooke Shields la prima a pubblicizzare l'astinenza, ma negli anni '90 e' la televisione a legittimare la castita'. Non si contano i serial in cui uno dei personaggi (maschile o femminile) crede nel restare puro fino al matrimonio. Nel piu' seguito dell'inizio del decennio, "Beverly Hillss 90210", e' la voluttuosa Tori Spelling a impersonare la ragazza pura (Donna Martin).
Una cantante di rock alternativo, vicina ai punk, Juliana Hatfield, ammette candidamente di essere ancora vergine. Persino un gruppo di rap, D.C.Talk, va in classifica con un brano, "I don't want it", che proclama la propria inesperienza sessuale. L'avvenente presentatrice Kennedy dell'MTV lo lascia intuire con malizia. Fra gli sportivi si distinguono i membri di "Athletes For Abstinence", che comprendono giocatori di football e basket. Vere o false che siano, queste dichiarazione lasciano capire che quantomeno e' tramontato il mito della licenziosita'.
La verginita' non e' peraltro associata per nulla alla religione, e neppure alla paura di rimanere incinte o di contrarre l'AIDS. In uno studio di Susan Sprecher e Pamela Regan la ragione piu' comune addotta dalle vergini minorenni era quella di non aver ancora trovato l'uomo giusto. Quasi tutti gli intervistati (maschi e femmine) proclamano di avere piu' rispetto per una (o un) vergine che per una persona esperta. Dilagano cosi' le istituzioni che predicano la verginita': "True Love Waits", "Postponing Sexual Involvement", e naturalmente i "Southern Baptists", che ne sono da sempre campioni.
Ma la contro-rivoluzione sessuale e' un fenomeno che trascende lo "Youth day" e il fondamentalismo cristiano , e fa parte di una tendenza generale a rimettere in discussione i valori morali che sembravano cosi' chiaramente definiti dalle lotte sociali degli anni '60.