Il primo e piu' celebre conflitto fra la destra repubblicana e l'industria del divertimento fu quello scatenato da Dan Quayle, a quel tempo vicepresidente di Bush, quando attacco' la "sitcom" Murphy Brown (interpretata da Candice Bergen). Murphy Brown era rea di aver deciso di diventare mamma senza essere sposata. Quayle attacco' l'intera Hollywood come un'industria del vizio. Clinton vinse le elezioni e vendico' Hollywood (anche se la moglie del suo vicepresidente, Tipper Gore, era stata fra le prime a indignarsi per le liriche volgari della musica rock). Ma il dibattito venne soltanto rinviato di qualche anno.
Nel 1995 Bob Dole, candidato alla presidenza degli USA, approfitta dell'ondata conservatrice per scatenare una campagna a vasto raggio contro i media di Hollywood, rei di pubblicizzare la violenza presso i giovanissimi. In particolare il suo bersaglio e' il "gangsta rap", e in particolare la Time Warner, che vanta gli artisti piu' celebri del genere. Il gangsta rap indulge nell'apologia della violenza piu' becera e, secondo Dole, costituisce un pericoloso "role model" per gli adolescenti americani. Dole se la prende anche con i film violenti (evitando accuratamente di accusare noti beniamini della destra come Arnold Schwarzenegger e Bruce Willis).
Il fatto curioso e' che il primo alleato di Dole e' la leader della lega delle donne nere, C. DeLores Tucker. Tucker denuncia i rapper che incitano alla violenza sessuale e fa notare che, se quei cantanti fossero bianchi, i ghetti sarebbero insorti da tempo contro di loro.
Nessuno discute piu' di tanto il fatto che Hollywood eserciti talvolta un'influenza negativa sulle giovani generazioni. I difensori dei diritti civili, pero', vogliono proteggere a tutti i costi il famoso "first amendment" della costituzione americana, quello che garantisce il diritto di espressione. Alcuni, ancor piu' a sinistra, finiscono invece per trovarsi d'accordo con la destra: il capitalismo avanzato e' arrivato al punto da essere disposto a vendere anche le istruzioni per ammazzare i propri genitori pur di fare soldi. Che l'inquinamento culturale contribuisca al declino morale della nazione e' un vecchio adagio della sinistra, non della destra.
Ben pochi stanno dalla parte di rapper come Ice-T, la cui canzone "Cop killer" fece epoca per cattivo gusto piu' che per merito artistico.
Le case discografiche (e cinematografiche) si difendono sostenendo che i dischi (o i film) sono fatti dagli artisti, non da loro. E' anche vero pero' che i grandi artisti raramente hanno bisogno di inneggiare allo stupro e al patricidio per attirare l'attenzione. I mediocri (come i tanti fenomeni del rap costruiti a tavolino da astuti talent scout) puntano tutto sulla pubblicita' (positiva o negativa) delle loro liriche, e questo le case discografiche lo sanno benissimo (in qualche caso forse sono loro a istruire i talent scout su quale efferratezza potrebbe vendere di piu'...).
Il fenomeno e' riprovevole da qualunque parte lo si guardi: da un lato bigotti anacronistici, dall'altro cinici speculatori. E' riprovevole soprattutto se si pensa che, ancora una volta, i media vendono semplicemente al pubblico cio' che il pubblico compra, violenza sessuale e massacri compresi. Dire che le liriche di Ice-T sono stupide e' come dire che ad ammazzare e' il fucile, non chi l'ha comprato e usato.