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The master of minimalist repetition (or, better, "slow motion music")
was Steve Reich, who gradually came to
employ chamber ensembles and small orchestras for his masterpieces
Drumming (1971), Music For 18 Musicians (1976),
Music For Large Ensemble (1978) and
Desert Music (1984).
Regardless of whether he employed electronically-processed speech or
harked back to ethnic percussive music of Africa and Indonesia,
his was a music of pulsating and gradually evolving patterns, a music defined
by the algorhythm and the timbres rather than by melodies and harmony.
Chamber, choral and orchestral works were composed by setting in motion
simple rhythmic cells in the context of some additive process.
Far from being monolithic,
Reich's career can be neatly divided in stages. In the first stage (It's Gonna Rain) he was only interested in the process and was largely indifferent to the performance. In the second state (Violin Phase)
he was mostly interested in the performance being driven by the process.
In his third stage (Music For 18 Musicians), he became interested in the tonal quality (in the "sound") and in harmony (although still from the viewpoint of rhythmic complexity)
In the fourth stage , he focused on counterpoint and emotional content
(Tehillim), thus shifting the emphasis towards used larger and larger ensembles (Desert Music) and rediscovering his Jewish roots.
He then returned to electronic music, but from the vintage point of
sampling technology (Different Trains).
That brief parenthesis was followed by a new stage: large-scale works for
the theater (The Cave) and the concert hall (City Life)
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Steve Reich, nato nel 1936 a New York, studio' percussioni fin da piccolo e
durante il liceo sbarco' il lunario suonando la batteria in complessini jazz.
Compiuti gli studi alla Juilliard School e laureatosi in filosofia, emigro'
ad Ovest, e al Mills College ottenne il master in composizione nel 1963,
discepolo di Berio e Milhaud.
Di giorno svolgeva ogni sorta di lavoro, da taxista a impiegato postale, ma di
sera frequentava le soffitte dell'avanguardia, dove aveva modo di fare
amicizia con altri giovani dilettanti, come Steve Chambers e Jon Gibson
(con i quali formo' nel 1966 un leggendario trio),
e dove poteva eseguire le sue prime composizioni:
Pitch Charts (1963), Music For Piano And Tapes
(1964), Livelihood per nastro (1965), Come Out per nastro (1966),
Melodica per nastro (1966), Reed Phase (1966) per fiati e nastro.
Fin dall'inizio la musica di Reich e' molto tecnica. Senza essere uno scienziato
rigoroso e monomaniaco come Young, Reich non e' neppure un artista mistico e
sentimentale come Terry
Riley. Reich e' uno studioso del modo in cui si produce la musica: e' un tecnico
della composizione e dell'orchestrazione, e, contemporaneamente, un teorico e
un ricercatore della musica primitiva.
Indifferente tanto all'alea quanto alla melodia, e' affascinato invece dal
ritmo e dalla complessita' (misurata in quantita' di frasi che si muovono
simultaneamente), dall'ordine e dalla disciplina, dal divenire della musica in
quanto processo deterministico.
Le sue composizioni non lasciano spazio all'improvvisazione, essendo anzi
rigorosamente pre-determinate. Mentre per Young la musica e' una creatura
vivente, per Reich essa e' un computer che bisogna soltanto programmare. La
musica cresce per conto proprio, ma senza libero arbitrio.
La sua stagione maggiore, influenzata dalla In C di Terry Riley
(di cui Reich aiuto` ad allestire la prima esibizione del 1964),
ebbe inizio con It's Gonna Rain (1965), composta
da loop di venti minuti leggermente sfasati ed elaborati con la voce
di un predicatore nero colto dal vivo mentre parla del Diluvio Universale.
Fin da questa composizione giovanile il "phasing" (desincronizzazione
progressiva) di due suoni, uguali simili o diversi, si presenta come il segno
caratteristico della sua musica: il graduale disaccordo dei motivi di base
produce combinazioni ritmiche e melodiche che possono continuare a mescolarsi
e a trasformarsi all'infinito.
Nella trilogia di Piano Phase per due pianoforti e due marimba (1967),
Violin Phase per quattro violini e nastro (1967), e Clapping Music
per due battiti di mani (1972), sono i
musicisti (che suonano lo stesso strumento e la stessa frase) a dover ripetere
il processo di progressivo sfasamento e di progressivo ritorno all'unisono.
Con questi lavori Reich abbandona la musica "artificiale" per soli nastri
ed elettronica, e riscopre l'esecutore umano, anche se il processo compositivo
rimane molto simile.
Al posto dei registratori Reich introduce i musicisti. Secondo il
compositore, quest'attivita' di imitazione delle macchine affina il potere di
concentrazione della mente: l'abilita' del musicista sta tutta nella capacita'
di rispettare le regole del programma. E contemporaneamente affina il potere
di concentrazione dell'ascoltatore, tenuto a percepire una musica che consiste
unicamente di entita' minime. In Violin Phase,
per esempio, l'esecutore suona contro uno, due e infine tre nastri
pre-registrati di se stesso.
Nel 1967 Reich progetta Slow Motion Music, mai realizzata. Si sarebbe dovuto
trattare di un altro loop parlato del tipo di It's Gonna Rain, che viene
rallentato fin quasi a fermarsi ma senza fargli perdere le qualita' timbriche.
E' l'archetipo delle opere "rallentate" di Reich.
L'anno dopo compone Pendulum Music, un'escursione nel territorio dell'happening e della musica gestuale. Tre microfoni dondolano dal soffitto a pochi
centimetri da altrettanti altoparlanti e ogni microfono e' collegato al
proprio altoparlante per produrre il fischio dell'effetto Larsen: gli
esecutori non devono far altro che sospingere i microfoni e variare il volume
degli altoparlanti.
Sempre nel 1968 Reich formula la teoria della "musica
come processo graduale", della musica cioe' che e' essa stessa il proprio
processo compositivo, mettendo in guardia che in tale musica non c'e' spazio
per l'improvvisazione.
Nascono Pulse Music (1969) per elettronica e Log Drums (1969)
per percussioni e nastro.
Nel 1970 Four Organs realizza per la prima volta l'idea della "slow motion
music": l'accordo base (ripetuto da quattro organi) si allunga col passar
del tempo (in una specie di ralenti' sonoro), mentre un quinto esecutore scandisce
il tempo con le maracas. Il modello di questa musica e' un pendolo che raggiunge
lentamente lo stato di quiete.
Verso la fine il brano ha acquistato la qualita' estatica dei mantra indiani.
In quell'anno Reich comincia a studiare seriamente la musica africana
(si reca di persona nel Ghana nel 1970) e quella asiatica (tre anni dopo andra'
a Bali e nel 1977 a Gerusalemme), in particolare l'uso delle
percussioni e della voce. Nel frattempo il suo gruppo si espande e ne entrano
a far parte altri giovani musicisti, fra i quali Philip Glass.
Phase Patterns, ancora per quattro organi, introduce un'importante novita'
nel gioco del phasing: il ritmo. Le musiche etniche che ha studiato gli ispirano
una figura percussiva elementare che le tastiere trattano come se fossero
dei tamburi accordati.
L'insolito andamento barbaro, ossessivo e quasi forsennato, si deve a questa
iniezione di primitivismo.
In pratica i primi anni di composizione servono a stabilire che l'atonalita'
non e' l'unica alternativa alla tradizione della musica borghese. Reich
propone di creare movimento senza ricorrere alle regole dei codici armonici,
ma lasciando che esso si generi spontaneamente attraverso la ripetitivita'
minimale. E' inevitabile allora la riscoperta del ritmo. Questa intuizione
sblocca lo stallo in cui si trovava il minimalismo e la sua applicazione
consente di erigere architetture piu' elaborate, con strumentazioni estese e
algoritmi intricati.
Il 1971 e' l'anno cruciale per la carriera musicale del compositore. Viene
invitato in Europa, dove gode ormai di un notevole prestigio anche al di
fuori dell'area minimalista, e dove puo' disporre di un gruppo di dodici
musicisti (si sono aggiunti fra gli altri anche Cornelius Cardew e Joan La
Barbara) provenienti dalle esperienze piu' disparate (classica,
medievale, africana, indiana, jazz). Infine la prestigiosa Deutsche
Grammophone decide di fargli incidere un disco triplo, suggellando cosi'
la sua ascesa nell'Olimpo della musica colta.
Drumming, per percussioni voci e flauti, e' la composizione piu' lunga
e ambiziosa di Reich (dura un'ora e mezza circa) e rappresenta la suprema
applicazione del principio di musica come processo graduale. Al tempo stesso
e' anche la sua opera piu' direttamente influenzata dalle ritmiche dell'Africa:
le percussioni,
che sostituiscono definitivamente le tastiere elettroniche nelle simpatie
del compositore, comprendono bongo, marimba, tamburi accordati, glockenspiel.
Drumming rappresenta l'estremo raffinamento del phasing, ma al tempo
stesso introduce nuove tecniche: l'uso della voce umana imitante il suono degli
strumenti ("tuk", "tok", "duk" maschili per i tamburi; "du", "tu" femminili
per le marimba); il cambiamento graduale
di timbro, mantenendo costanti ritmo e tono; la sostituzione delle battute
con le pause (e poi viceversa) all'interno di un ciclo ritmico continuamente
ripetuto; la combinazione simultanea di strumenti di diverso timbro.
E' soprattutto l'uso del timbro come elemento di composizione che conferisce
al brano un carattere cosi' rivoluzionario: ogni movimento propone una diversa
combinazione di strumenti, e sembra svolgersi sulla base piu' del loro timbro
che di un algoritmo predefinito.
La prima parte e' un crescendo indemoniato di tamburi che richiama alla mente
gli arcaici cerimoniali della jungla. Durante la seconda, in un uragano di
martellanti marimba, le voci intonano il loro ipnotico balbettio, come unendosi
alla danza generale e lasciandosi trascinare dalla cadenza vorticosa. La terza
e' dominata dai tintinni fittissimi di glockenspiel, quasi una pioggia a
dirotto, incalzati dalle figure ripetute testardamente dai due piccolo.
Il finale mette tutti in scena, ed e' forse il movimento piu' tribale,
nel suo inesauribile e torrenziale incedere corale.
Drumming e' un'opera accurata, certosina, quasi maniacale, di saldatura
e di sovrapposizione, che riesce a conservare un'intensa qualita' poetica
grazie al ventaglio di soluzioni che il compositore/direttore propone,
grazie alla dinamicita' di una musica in continua
espansione e contrazione, grazie a una accorta miscela di algoritmo ed
ispirazione, della quale fanno fede in ogni punto il sillabare onomatopeico
dei cantanti e il carnevale lussureggiante di timbri.
Drumming, con il suo variegato universo timbrico, decreta la fine del
minimalismo ortodosso. La versione pubblicata nel 1987, ridotta da 85 minuti a
soli 56, rivelera' una musica ancor meno languida e ancor piu' energica.
Nel decennio successivo Reich usera' sempre e soltanto gli strumenti acustici
(aborrendo quelli elettronici) e una parte importante sara' sempre riservata
alle percussioni.
Six Pianos (1973) e' un incalzante sestetto di pianoforti, basato su un
piu' complicato processo di phasing e di mutazione delle pause in battute, ad
un ritmo molto veloce. Anche qui, come in Phase Patterns i pianoforti non
sono altro che tamburi accordati, ma l'effetto non e' piu' quello di un
barbaro strimpello.
Six Marimbas (1986) e` una versione per marimba.
Facendo seguito alla tuttora inedita Music For Pieces Of Wood (1973),
Music For Mallet Instruments Voices And Organ (1973), oltre a
preannunciare gli sviluppi per grande ensemble, e' in un certo senso un
compendio dell'opera musicale di Reich, in quanto sfrutta la sovrapposizione di
due processi ritmici simultanei: la costruzione, battuta per battuta, di un
duplicato (sfasato) della frase musicale che si ripete; e l'allungamento
progressivo delle note (cioe' una "slow motion") di un'altra frase.
La quantita' insolita di situazioni e di variazioni (di movimenti e di
mutamenti) culla l'ascoltatore in un intreccio di suoni discreti (percussioni)
e continui (voci, organo) che suonano gli uni contro gli altri, e persino contro
se stessi.
Grazie alla quantita' e varieta' dei timbri impiegati,
l'effetto e' al tempo stesso ipnotico ed esotico, celestiale e subliminale.
Per grazia, cromatismo e leggiadria e' questa la In C di Reich.
La Music For 18 Musicians del 1976, influenzata dal gamelan indonesiano,
introduce tre novita': nella
strumentazione, mai cosi' numerosa e ditribuita (violino, violoncello, due
clarinetti, quattro pianoforti, tre marimba, due xilofoni, un vibrafono e
quattro cantanti);
nell'armonia, a cui Reich non aveva mai concesso tanto movimento
(per la prima volta sono ammesse anche delle dissonanze);
e nella struttura, che stabilisce dei legami a famiglie di strumenti fra le
varie sezioni (un ritmo o una melodia puo' spostarsi, nel passaggio da
una sezione all'altra, da un gruppo di strumenti a un altro corrispondente
gruppo di strumenti).
Per quel che riguarda i ritmi, essi sono principalmente due, simultanei e
sovrapposti: quello meccanico ininterrotto dei pianoforti e delle percussioni,
e quello umano stabilito dal respiro dei cantanti e degli strumenti a fiato
(Reich vuole che i respiri si infrangano l'uno dopo l'altro come onde
contro la ritmica costante degli strumenti a percussione).
Il brano origina da un algoritmo assai semplice: l'ensemble inizia suonando
un ciclo di undici accordi, prosegue esplorando ciascun accordo per circa cinque
minuti e termina suonando di nuovo il ciclo completo. Non c'e' una
sola nota che non derivi da quegli accordi. Eppure lo sviluppo armonico e'
dirompente, e l'insieme ha qualcosa di tragico.
L'attacco, quasi "galattico", degli archi, che si sviluppa a onde e riflessi
solcati dalle cupe vibrazioni del violoncello, stabilisce il clima teso e
soprannaturale, prima di essere fagocitato nei tribalismi jungleschi dei
pianoforti e delle marimba, a loro volta risucchiati nelle fanfare ipnotiche
dei clarinetti e dei cantanti.
La seconda parte si libra, a partire da un'incalzante vibrazione d'archi,
voci e xilofoni, in un irresistibile carnevale corale a ritmo indemoniato.
Il martellare caotico dei pianoforti accompagna il finale fino alle
oscillazioni ossessive di violoncello, clarinetto e voce
che lo chiudono in rapida successione.
Le diciotto febbrili pulsazioni creano panorami sonori variopinti e in continua
trasformazione, e i loro contrasti di ritmo ne definiscono l'atmosfera,
ora gaia, ora tragica, ora meditativa, ora di suspence. Nel suo svolgersi
sinuoso e solenne la suite alterna diverse combinazioni di strumenti e di
nuovo si ha l'impressione di una attenzione particolare nell'accostare
timbri diversi. Benche' siano tutti utilizzati come percussioni, ciascuno
"percuote" a modo suo, e puo' essere ulteriormente "personalizzato" dalla
durata e dalla frequenza del suo ritmo. Quest'opera e' come una sonata
da camera il cui ensemble cambi durante il suo stesso svolgimento.
Reich ha scoperto anche un nuovo trucco dei suoi: variando il ritmo armonico
e mantenendo costante la frase melodica, si fa di fatto variare la componente
invariata, cioe' la melodia. La sua musica assomiglia sempre piu' a una
sequenza meccanica di posizionamenti, sfasamenti e spostamenti,
perturbata da un sottile gioco di equilibrismi e di magie.
Questa musica orchestrale scarnificata, pulsante e
circolare, in cui anche il respiro degli esecutori ha la sua importanza, e' un
raffinato balletto di uomini travestiti da macchine.
Se le Phases per violino e pianoforte erano state per il minimalismo
cio' che le Structures di Boulez erano state per il serialismo, ovvero
un manifesto programmatico, un'opera di rottura, questa sinfonia per piccola
orchestra supera i limiti di quello stesso programma con una contraddizione
in termini che ne mette in risalto le potenzialita' espressive, un po' come
fecero Stockhausen con Gesang Der Junglinge e lo stesso Boulez con
Pli Selon Pli.
Rivedendo ed espandendo concetti e temi gia' presenti in For Mallet
Instruments e For 18 Musicians,
Music For Large Ensemble (1978), originariamente concepita per trenta
strumenti, prosegue il programma di progressiva dilatazione dell'orchestra.
Gli archi hanno ormai lo stesso peso dei pianoforti e delle
percussioni, e le voci hanno ormai un posto fisso accanto ai suoni degli
strumenti acustici.
L'incalzante pulsazione poliritmica delle percussioni, di chiara derivazione
asiatica, lo scrosciare martellante dei pianoforti, il solfeggio sommesso
dei cantanti si arricchiscono del pizzico frenetico delle corde e dei lunghi
respiri dei fiati. Se non fosse per la mancanza di uno svolgimento tematico,
si potrebbe dire che Reich sia pervenuto alla sinfonia. Lo spiegamento di mezzi
e' infatti ormai di quel livello, ma l'arte di Reich e' ancora soprattutto un
esperimento sulla combinazione di pattern (stabili, in crescendo,
in diminuzione).
L'Octet (1979) per due pianoforti, quartetto d'archi e due fiati,
conferma la tendenza, ispirata dagli studi sul canto ebraico, ad allungare
le linee melodiche, una tendenza gia' intravista nel lavoro precedente.
L'ottetto, aperto da figure in rapido movimento di pianoforte, violoncello
e clarinetto, si colora subito di un pulviscolo frenetico di frasi sovrapposte
per aprirsi all'improvviso su una sezione incalzante in cui alla cadenza
martellante del clarinetto e ai lunghi, anemici accordi del violoncello
risponde una gaia danza del flauto.
In ogni istante si percepisce che alcuni strumenti suonano piu' forti e piu'
rapidi degli altri, e pertanto sembrano venire in primo piano mentre gli altri,
rallentati e soffocati, fanno loro da coro. Coloratissima,
la fanfara si muove come un mare d'onde, presentando in ogni istante un
aspetto d'insieme stabile, ma frantumato in dettagli che mutano rapidamente,
anche per effetto di un tema unitario (suonato quasi sempre dal piano) sul
quale Reich imbastisce una lenta progressione di accordi e una ragnatela
di figure melodiche.
Eight Lines (1983) is a revised version of Octet
Le Variations For Winds, Strings And Keyboards del 1979 sono una chaconne
di oltre venti minuti orchestrata all'insegna della tipica quarta
mediorientale e di un cromatismo ancor piu' vivido. Il finale, un tumulto
radioso di flauti e oboi, e' uno dei momenti piu' poetici della carriera di
Reich.
Frutto dei suoi studi sulla cantillazione ebraica e' Tehillim (1981),
in cui
Reich mette in musica alcuni salmi (per un' orchestra da camera con quattro
voci femminili, sei fiati, due organi e cinque archi). Ulteriormente ridotto
il processo meccanico di iterazione,
la composizione sembra prendere vita, nella sua ancor scarna semplicita'
armonica, dal folclore percussivo africano (la prima e quarta parte) e dalla
polifonia neutra dell' Ars Nova (la terza parte), ma anche dai saltarelli e
dalle sarabande medievali (la seconda parte).
Questo lungo lied da camera e' una delle sue opere piu' accessibili e,
perlomeno nella versione orchestrale del 1982 (inedita), e' anche un altro
delirio cromatico come le Variations.
Desert Music (1984), forse il suo capolavoro, espande ulteriormente l'ensemble, affiancandogli coro
e membri della Brooklyn Philarmonica. Centosedici musicisti e cinquanta
microfoni costituiscono il piu' grande apparato mai utilizzato da un
musicista minimalista. Questo lavoro colossale denuncia la
minaccia nucleare attraverso cinque movimenti con testi del poeta
William Carlos Williams. L'atmosfera e' apocalittica, percorsa da fremiti
dissonanti e da intense pulsazioni poliritmiche.
La qualita' ipnotica della sua musica (ancora preminente nei saliscendi
frenetici del primo e dell'ultimo movimento) si perde nel monumentale sinfonismo
di quest'opera. Le fanfare gaie ed impetuose del secondo e del quarto movimento,
per esempio, hanno perso molto del meccanicismo degli esordi e si avvicinano
sempre piu' al vigoroso stile barbaro della Le Sacre Du Printemps
o della musica da camera di Bartok.
Il quartetto d'archi dissonante che apre il terzo movimento, per quanto
costruito in modo matematico, esibisce una varieta' e una complessita'
quasi barocche. Il finale del terzo e' un vortice di dissonanze al limite della
musica elettronica.
Grazie al nuovo vocabolario espressivo, Reich ottiene risultati drammatici che
prima gli erano impossibili:
il quinto movimento e' un capolavoro di suspence trattenuta, di doloroso
raccoglimento, di veemente desolazione, con quella cadenza sincopata e concitata
di violoncello e viola, il continuum fratturato dei violini e le apoteosi
wagneriane del coro ridotte a una flebile intermittenza.
Il risultato e' opprimente e allucinato come il
Threni di Penderecki o il War Requiem di Britten.
La scrittura si fa sempre piu' minuziosa, e Reich arricchisce man mano il suo
gioco di riproduzione spontanea di nuove e piu' raffinate regole. La sua opera
e' stata fin qui un crescendo impressionante, felicemente nobilitato da una
dirompente fantasia cromatica.
Three Movements (1986) e` un altro lavoro per orchestra.
Se Sextet (1984) e' quasi una trascrizione per percussioni e tastiere
del lavoro precedente,
l'Electric Counterpoint (1987) e' invece una serie di contrappunti
melodici suonati da una chitarra contro il nastro registrato di altre dodici
chitarre e il quartetto Different Trains (1988),
dedicato ai treni nazisti che portavano
gli ebrei nei campi di concentramento, adotta tecniche del tutto
inusitate per lui: composto per quartetto d'archi e nastro, i primi imitano la melodia del
parlato e il secondo emette suoni "trovati" di treni e di sirene, nonche'
frammenti "trattati" di discorsi.
L'idea di usare il parlato come sorgente sonora sembra un ritorno all'estetica
di It's Gonna Rain e Come Out, ma l'interazione con gli
strumenti e` completamente nuova (di fatto e` sono i suoni prodotti dalla
voce a dirigere gli strumenti).
Si tratta comunque di opere minori, che segnano la prima seria crisi di
ispirazione dell'artista.
La musica di Reich ha sempre conservato la caratteristica di essere rigidamente
evolutiva: una volta cominciato, il pezzo prosegue in modo prevedibile, sia per
l'esecutore sia per l'ascoltatore. Il pezzo e' definito dall'obiettivo che
l'esecutore deve raggiungere e dal processo attraverso cui gli e' consentito
arrivarci. In pratica Reich sta realizzando una moviola del modo in cui si
produce l'armonia. Rallentandone la sintesi, tende a rendere discreto quello
che dovrebbe essere un flusso continuo di suoni, e non a caso il percussionismo
ha tanta parte nelle sue composizioni.
La sua musica e' un teatro in cui recitano i vari strumenti. Reich, che funge da
regista, assegna ad ogni strumento una parte, studiata su misura per le sue
caratteristiche. Poco alla volta sta mettendo in scena tutta l'orchestra.
E infatti Four Sections, la cui prima si tiene nel 1987 con la San
Francisco Symphony Orchestra, da' finalmente la sensazione che Reich si stia
lasciando alle spalle quel carattere episodico che ha sempre contrassegnato
e limitato la sua arte.
I capolavori di quest'arte della decomposizione e della ricomposizione
rimangono la Music For 18 Musicians, l'ottetto e Drumming,
ma resta la sensazione che nessuna di esse sia un'opera compiuta, semmai un
quaderno di appunti.
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