1. La trasparenza del fuoco
2. Il contagio del fuoco
3. L' ombra del fuoco
4. L' agonia del fuoco
5. Il labirinto del fuoco
6. Il veleno del fuoco
7. Lo scheletro del fuoco
8. Il silenzio del fuoco
9. Il fuoco del fuoco
Io, fuoco,
impuro e vizzo,
imputridisco la mia vergogna
all' ombra di petali d' opale
incisi in fusto sanguigno di viola,
brandisco le mie fronde dorate
come un sole vergine d' orizzonti,
sommerso da nevi trepide
che non ho amato
mai amato ne' amero'
(le mie labbra non serbano
impronte di sorrisi,
punte d' incendi
teneri radiosi
divampati in struggenti
feste lontane),
agito contro il cielo dei miei sogni
i lembi truci del mantello, che tenga
lontani i ciechi e gli avvoltoi:
sotto le palpebre
i fasti dell' inverno, bufere,
e rintocchi gelidi di luna
(l' eco dei pianti
nelle tane dei cimiteri,
il ventre vuoto della madre
che mi partori' tetro livido
stretto nelle sue braccia di piovra).
Ascolto il mormorio delle mie braci
come fosse il fragore dell' apocalisse:
la fanfara della storia,
il canto degli storpi,
i sibili del vento
dentro i pertugi delle rovine,
i veli di fumo
che sventolo sulle macerie
(macino ossa riesumate,
grappoli di cadaveri
imbrattati di fango
e vano marcio sudore),
i calici di sperma
versati in terra dal ciclone,
gli spasimi e i rantoli,
l' intrico dei loro occhi
nell' ordine del cosmo,
e un punto bianco sospeso lassu',
gabbiano, aquilone, bolla di sole,
sussulti a dirotto su e giu'
per le scale crivellate di tane,
di camerette buie che emanano ansimi
e cigolii di scheletri che si torcono
senza pace (formicolano donne
senza volto, gettate per terra
a strisciare nel sangue dei figli,
il mio sesso turpe e ubriaco
maledice coloro che lo generarono
e invoca la fine,
al suo perfido richiamo risponde
la memoria, come un mostro
senza braccia e senza gambe).
Uno sciame di incappucciati
scampanella dall' altro versante:
battono col bastone il selciato luminoso
e avanzano lungo lo specchio
in fila per uno;
escono da un bordo della cornice
e rientrano dall' altro.
Quando si fa buio
sprigionano una luce fioca:
"passeranno di qui!"
(il riflesso chiuso,
sigillato per sempre
in una goccia di tempo),
e io domando,
immerso in un vapore d' infinito,
cos'e' esser piu' niente,
piu' niente altro che niente,
di tanto niente niente,
di tutto il silenzio
che l' immane mio cuore ha respirato
sulle tracce di quel niente niente
(la domanda si torce
e quasi si spezza,
e' una linea rovente
che tenaglie d' acciaio
vorrebbero piegare ad anello).
Il piccolo relitto nero
tutto marcio e sghembo
della mia esistenza,
appena salpato,
e' gia' alla deriva,
fluttua nei singhiozzi,
come una bara
in balia dei cavalloni
al ritmo dell' uragano,
osservo esangue le folate
sollevare la mia ombra
e una mano inerte,
uno splendido sole duro
posato su quell' ombra:
mi sto spegnendo.
Ecco l' ultima tenue
voluta di fumo
che inonda il cielo,
di la' dal vetro appannato
e, dalla lacrima,
i pochi capelli azzurri.
Dormi, finalmente,
il tempo e' finito,
e' finita davvero,
e' finita per l' eternita'.
(***)
Non vedo l' ora
di disfarmi di me stesso,
annegarmi nella sabbia
di un deserto di cobalto,
in un geyser che esali fumi d' incenso,
immergermi fino al collo
in un covo di crotali
e lasciarmi perforare le ossa
dai loro aghi avvelenati
(setacciando le stelle
non ho trovato che nomi,
nomi di nomi),
tacere, dispersi nel ghibli,
tutti e due, io e l' altro
che si libra fra i coralli,
abbandonare la traccia
di quel cielo,
che sembra ogni mattino
una nuova impronta,
e offrirmi come relitto
all' impeto del ciclone.
Le righe che stendo con ordine
su questo foglio rosario
prendono forma a poco a poco:
che strano disegno !
cosa sto copiando ?
Non c'e' un mondo solo.
Sto disegnando qualcosa
che sta altrove:
provo un senso di vertigine,
come se stessi precipitando
in quell' altro mondo.
Un animale nero
nella conchiglia bianca
(un' oscurita' viscida e densa
incombe sulla bocca della conchiglia):
ho disegnato la mia morte.
Il capogiro si va attenuando:
forse sono arrivato.
Con un brivido
allontano il pensiero
che possa cominciare
un' altra vita.
Non voglio risorgere
dalle mie ceneri.
Tutto intirizzito
il cervello si ritrae
attraverso l' acqua
docile e muta
del silenzio.
Colmo il cavo della mano
con i veleni di questa notte,
a perdita d' occhio
la piu' eterna della mia vita.
Nell' alone dell' occhio
mormora una foglia morta
(di un universo dileguato,
inghiottito dall' anatema
di un dio demente),
pudico fuoco fatuo che brancola
nel crepuscolo del viale,
un lamento inanimato
a zonzo nella mente
(prima che sia devastata dai sogni,
martire vergine avvizzita),
(un albero ha tanti cuori
appesi ai rami)
che s' abbandona al mio sangue
(trina di strascico frusciante:
stanno bruciando il mio feretro)
nelle viscere della cicatrice.
Il fuoco trabocca:
rami secchi crivellati di stelle
straziano le tane incastonate
lungo i pendii dell' abisso.
Un' eco s' attorce sul mio capo
e una ciocca di tramonto pendula
sul cristallo attonito dell' occhio,
un immane topazio asperso
di lava di lacrime,
suggella i suoi rintocchi.
Da quale pupilla stillano,
dalla mia o dalla sua ?
al chiaro di luna
rifiuto di rispondere.
Non ricordo,
e' successo tanto tempo fa.
Un vento truce
dirada i miei pensieri,
mi sospinge a piedi nudi
nei meandri di una foresta
allagata dal nettare
di un vulcano.
Le falene dei laghi
sono annegate tutte.
L' occhio,
come un uovo d' oro,
affiora dal mucchio fumante,
spettro lunare dilavato
dalla pioggia febbrile dell' alba.
Nella cava abbandonata,
all' ombra umida delle sfingi
scolpita da becchi di sirene,
nell' androne degli scheletri luminosi,
nella tana delle corazze vuote,
nell' antro delle carovane perdute,
le grandi ali bianche
battono all' impazzata,
finche' lo spazio del tempo
e' di nuovo libero.
Mi ci getto a capofitto.
Tu che non hai ombra,
che nessuno specchio
riflettera' mai,
sappi che io ti ho visto:
sei soltanto un buco profondo,
l' orrida carogna del silenzio,
un tonfo nel vuoto,
un sorriso idiota rimasto
sulle labbra per caso,
un feretro in bilico
sulle zolle divelte,
il mio volto chiuso
in un buio esiguo
ed eterno.
La croce del mio sesso
piantata al centro di quell' occhio.
Una lacrima bianca
cola lentamente
lungo l' iride lunare.
Un altro me morto.
Dappertutto teste mozze di me.
E un cuore senza luna
che pensa a se'
e scrive di me.
(***)
Ha fatto capolino dietro il sole:
rosicchia i fiocchi di zucchero
dell' ispido velo.
E' la mia ombra.
Mi esce dalla bocca
una stridula foglia di silenzio
che indugia rotolando
nel vento degli astri
invece di mettersi al sicuro
nelle viscere di un ventre di citta'.
La malinconia delle strade che ho battuto,
ora che sono, tutte spente,
una lunga fila di porte chiuse,
svuota la figura sparuta
che rifletto dalla sponda del fiume,
ne dissolve l' immagine
nei cerchi della mia acqua.
Sulle labbra del vento
un nome di corallo.
Le ragnatele si disfano
al primo sbuffo di sole.
Un relitto inerte,
un corpo solitario affonda
nelle sabbie mobili
del polline infecondo,
annaspa nelle matasse
di filo incandescente,
scheletro nella bolgia elettrica,
pupazzo di cera vergine.
L' abominio galleggia
sui flutti del rogo.
scariche di nero eruttano bitume
dalla cera vergine della conca,
casco d' alghe lacrimose,
plasma amebico
che protende i rossi artigli
lungo il guscio lucido del cuore,
bava primordiale di magma giganti:
si ingoiano e si riproducono,
deflagrano a grappoli in cielo
roteando a vuoto
in orbite di crine.
Il contrario dell' universo
e' ancora un' eternita' ?
Voglio trascorrere questa notte
con la piu' bastarda atroce
puttana: il tempo.
Sudare nel suo ventre putrefatto,
scaldare i semi della morte
nei gorghi voluttuosi del suo orgasmo,
dedicare alla lussuria dei millenni
un minuto di voracita' animalesca
(incantare il deserto con un miraggio),
nelle cavita' del cigno immortale,
tappezzata di glabro basalto color sfinge,
versare a catinelle il cervello morto
(chiazze pallide sulle palme tremanti
e un sorriso ebete
sotto la maschera di dinosauro estinto),
sperma d' opali biondi,
getto di scarabei urlanti
nella voragine rovente.
Voglio tatuare
sul sesso del tempo
il mio nome,
trapassare l' imene
con la punta
del mio cuore circonciso.
Di emisfero in emisfero:
il cielo prolifera.
Al crepuscolo del tempo
quali stelle sorgeranno ?
La vergine imbavagliata
non puo' urlare
mentre stritolo
le sue sterili carni .
Ho sparso un mazzo di fiori
sul suo petto ansimante.
Penetro nella fossa comune,
assoluto nulla dei sensi,
vomitando muco cerume e merda,
blasfemo supino sul sudario divino.
Una sincope di sole
a picco sulla spiaggia,
abbasso le palpebre a voce torbida,
cesso di vivere
in mezzo a quella mischia
di forme abominevoli del martirio
(non sento altro suolo
sotto i miei piedi
che il baccano assoluto
delle conchiglie),
crocefisso ai sudici tetti
dell' ultimo crepuscolo
mentre la barbarie del tempo
massacra albe e tramonti
come un mare di artigli furente
che scaraventi sabbia
sulla riva di sabbia.
Dalla bolla infranta
fuggono a precipizio
animaletti di paglia,
pannocchie calde e palpitanti,
al valico della soglia tramutati
in capsule di muffa di ciglia,
in spighe trebbiate di carne,
in bufere di filari di pelame,
strida e zampilli di sangue
(con un colpo netto
taglia il capo di un bimbo
caduto in ginocchio,
che fiera creatura il fuoco !).
Un capogiro di foglie morte,
avviluppate in un sibilo stridulo
quando la tela sta per disfarsi
e deturpata ridursi in polvere,
dal fondo dell' abisso
urla che noi moriremo.
(****)
Se sangue d' angelo l' oro
che nella pentola fumante del cosmo
una maga dai denti aguzzi
brandendo il mestolo arrugginito
e tentennando il teschio del bastone,
sottovoce sibilando una nenia atroce,
per silenzi di bolle tumefatte
rampicanti sulle volute comatose,
a piccole dosi versa,
e prima soppesa a lungo
sul trepido palmo,
l' elisir di sangue mestruale;
se lave di paradiso
anche gli spruzzi di brace
risvegliata dalla morte
che cercano scampo
aquiloni minuscoli
nelle brezze sorgenti
da infernali orizzonti,
se dal nulla un incantesimo celeste
sprigionasse la mia morte,
se da un buco nel deserto
evocasse il mio nome,
il nome del mio nome,
e cosi' via in successione infinita,
fino a comporre il nome
del volto che sognavo bambino,
lascerei che la memoria
scorra libera e possente
nel letto del rimpianto,
al cospetto della luce d' oriente,
quando la sua immacolata compagna
naviga all' altro capo della volta
nel risucchio di un ciclone galattico:
prostrato sullo specchio delle mie delusioni
accendo un piccolo falo'
di tutti quegli addii
(mettero' in conto al mio passato
anche questo, un giorno sporgente
dal precipizio del tempo).
Nel vortice di specchi
ho smarrito l' immagine
del volto che inseguivo.
Sono imprigionato in un cristallo,
ogni faccia del quale riflette una fiamma.
Mi avvicino a quella che si torce
negli spasimi piu' atroci.
Cerco nei suoi lividi
qualche segno che collimi
con il volto perduto,
e mi pare ... mi pare ...
Ha sprangato la porta di casa
e adesso miagola nell' ombra
al frastaglio di luce
che straripa sotto l' uscio:
il fuoco si avvicina.
Il fuoco afferra la preda
nella morsa solare dei suoi artigli
e cala a falde
sulle carni tremanti.
Nell' eta' del ghiaccio
le nostre anime come grano
saranno falciate e gettate sul carro,
e irrorate di veleno si corromperanno
nell' eterna vertigine della macina.
Sara' tomba un forno
che sfamera' le creature di cristallo,
ubriache gia' del nostro sangue,
rette per rugginosi cigolii
di fili metallici
dai tentacoli gelatinosi del burattinaio
(il grande abisso del palcoscenico
giace al chiaro di luna
dietro il sipario di corallo,
simile a un atollo
o alla bocca di un vulcano spento).
I fantasmi di cristallo ridono
con la voce del padrone.
L' imponente scalinata
che aggira a spirale,
incrociando il suo riflesso a meta' strada,
la cattedrale irta di guglie,
come una convulsione del grande edificio,
porta all' atrio d' ingresso,
ai piedi di se stessa.
La salgono da millenni
profeti e mercanti,
e un cieco sul primo gradino
chiede l' elemosina
con un cartello a tracolla:
"non avrai altro dio
all' infuori di me".
Il gelo si rapprende
sulle foglie acuminate del rogo
e il carro stipato di festuche
caracolla sulle stoppie bruciate,
ad ogni sobbalzo perdendo
una nuvola di sabbia di spighe
(dall' infinito nella penombra
branchi d' occhi titubanti
attendono di sentir schioccare
la verga che li condurra' al macello);
il cocchiere si aggiusta il cappello di paglia
e i vecchi attizzano il fuoco
ai bordi del campo
(tutti gli abissi si somigliano,
destino comune in essi e' il cadere).
S' infrange un' onda di sole
irta di chicchi e di aghi.
La bacchetta rabdomantica che mi serve
a scovare le vene sotterranee del fuoco
punta una gabbia d' amianto.
Lo spirito che aspettavo,
e forse meritavo,
manda un fuoco fatuo inebriante:
quel ramo decapitato
dal corpo dell' ombra
e innestato sul giovane sole nano
del giardino magico
(non e' forse una forma di vedetta
ripetere all' infinito l' umiliazione subita
quando la giustizia imperfetta della vita
non puo' porvi rimedio ?
io sono quel ruscello
che scorrendo fra i sassi e le radici
impara soltanto le cose che non vedra' piu',
io sono una memoria smisurata e inutile).
Avvolta nelle siepi tentacolari del giardino
luccica l' ombra di un altro corpo sfracellato,
orrida rovina nel grande anfiteatro.
Risuona a dismisura l' eco della morte
di volta in volta piu' vicina.
A quel canto, cosi' simile al vagito della notte,
il contadino ammaina la falce
e si lascia trasportare dall' ultimo soffio a riva
nel profumo di covoni grondanti di vipere.
Singhiozza la fiamma, presa
in un mulinello senz' ancora.
(**)
Respiro con tutta la mente
l' odore acre e magnifico
della fiamma azzurra
che si leva da ogni orizzonte.
Un' incisione sul marmo del tempo
spiega a tutti e a nessuno
che nel cimitero s' incontrano
tutte le linee della vita.
Nei sentieri di ghiaia tracciati dalle tombe,
battuti a tratti da perfidi spifferi
che sparpagliano i petali
sui lividi tatuati nelle lapidi,
passeggiano uomini e donne solitari,
immersi nella voragine della memoria
e raccolti nel loro stolido silenzio
di traditi che hanno tradito;
arrancano figure di granito,
immortalate da un empio mattino d' estate.
Un ventre di cannibale partorisce i morti.
I vivi non nascono mai.
Enigmi in fitti sciami si avventano
sulla mia carogna.
Il rettile blasfemo mi ha gridato:
"ti amo". Arenato in un pantano di spiriti.
Rigettato dalla marea
contro la scogliera dei ricordi.
Fatuo vaniloquio dei flutti
nella mente sommersa.
Raccatto una conchiglia senza nome;
un' altra; un' altra ancora:
qualcuno ha lasciato una traccia per me ?
Raccapriccio dinanzi alla pelle
salmastra e viscida del serpente:
nei suoi occhi aguzzi brilla
una scintilla inintellegibile. Mi allontano
innalzando muri di sabbia
fra me e quell' arida visione.
M' inabisso per sempre
in un nido di tartaruga.
Mi affusolo in un coccio d' uovo ancora umido.
Espio il piacere di vivere,
mentre tutt' intorno esplode
mezzogiorno a gabbiani radenti.
Lepore del castigo.
Il cannibale bicefalo si riempie le bocche di petrolio
bevendo a piccoli sorsi dalla coppa
che somiglia a un lungo stelo di rame
sormontato da un cratere. Si volta,
borbogliando il liquido nelle mascelle ...
e spruzza fiamme contro i morti,
tossisce e trema come un adolescente
squassato dalla tisi.
Immobili fra le macerie di cera
rattrappite durante il coagulo,
gli storpi dell' orda,
le statue d' argilla
seccate prima che fossero finite,
formano una lunga bava viscosa,
una catena di lumache fossili.
Ora brancolano putridi nel marasma di luce,
riflessa da ogni punto
di quel vasto specchio deforme.
Una crisalide mi sbarra la strada:
qui s' incontrano a stella
tutti i futuri possibili,
come nel nocciolo i fili della radice.
Immani folate scompigliano
quel covo di sogni.
Una danza di gnomi
attorno al fusto madido di parassiti;
un riverbero di cannocchiale
dietro la luna,
l' eco sfocata di trombe
dagli spalti spopolati,
il rombo del galoppo
sotto la volta incandescente,
la tempesta di sabbia
che muta ogni cosa in oro,
il lamento delle donne
barricate nelle spelonche.
Nel mulinello che torno torno
spoglia la quercia del verde strascico
annaspa anche il mio cervello,
come un asteroide in balia dell' orbita
che nei millenni nessun astro
ha potuto lacerare.
A perdita d' occhio futuro.
Mi pento, e mi perdono
i pensieri secreti in me
dall' orrore di vivere.
Adesso che il sole, tramontato,
non turba piu' i silenziosi
colloqui dei vecchi, la quercia
e' una grande massa informe e inutile
di capelli scarmigliati
(le chiavi luccicanti che pendono dall' alabastro,
le impronte indelebili sugli scalini dell' ara,
il colpo invisibile che disarciona il sacerdote,
le mani che si spalancano dal nulla sul nulla)
Vorrei esser capace di mescolarmi
alla gente imputridita del cimitero,
che brancola ancora,
al chiaro di luna,
fra le tombe socchiuse
(gusci infranti).
Questo mondo opaco
lo guardo con tutta la mente.
Un' eclissi di gabbiano
mi appanna la vista:
e' appena un momento,
ma il sole, dopo,
non e' piu' lo stesso.
(***)
Vampe simili a stormi d' uccelli in fuga
assaltano il cerchio frastagliato dell' orizzonte.
Penetrano, invisibili nel buio,
il crepitio del tuono
e lo scroscio della cenere.
Ascolto cedere fragili rami,
sgusciare nell' erba sudata
le serpi brilanti,
detonare lattine arrugginite,
un avvoltoio frustare il cocchio lunare,
un angelo nero agonizzare
impigliato nella ragnatela di fiamme,
lampeggiante spaventapasseri,
faro nel naufragio dell' incendio.
Dal baule trae il sudario bianco,
si spoglia e lo indossa per la cerimonia.
Davanti all' altare leva
il calice colmo di veleno.
La volta divorata dalle bisce;
il corpo nudo di conchiglie
rotola sul tappeto scarlatto;
fitte d' organo dal fumo dell' abside;
sul pulpito un' idra
che gesticola a vuoto.
Sale la scala a chiocciola
a lenti passi.
S' ode dal profondo sferruzzare
l' ago che imbastisce
un nodo dopo l' altro
e fa strage di sogni
lungo la rotta delle cicogne.
Controllo con la coda dell' occhio
lo sbriciolarsi delle tenebre,
il branco che s' annienta
in grandi conche di sole,
giorni nani legati al ceppo della vita
con due lacci di tempo.
Nella tana deserta,
appese al soffitto,
tintinnano meduse,
antenne e lampioni.
Come un rabdomante cieco
cerco col timone impazzito
la rotta nella tempesta.
L' ancora non artiglia fondale,
ma restano solchi d' unghia
nella carne rancida
del silenzio notturno.
La marea dei volti,
sigillata dal tramonto,
scema sulle spiagge
crivellate d' impronte.
Il quarzo della memoria
rischiara a giorno,
pietoso per quel dio che grida
la sua solitudine a squarciagola
dall' infinito che l' imprigiona.
Come tutte le cose erranti
sono sepolto in tante fosse comuni:
le memorie degli uomini
che ho conosciuto.
In ognuna si celebra
la messa di requiem
per le mie spoglia,
officiata dal medesimo sacerdote,
che leva verso la volta in fiamme
il medesimo calice,
mentre le vetuste arcate sono scosse
dagli immani spasimi dell' organo.
Come puo' il grande predone,
la morte, conoscere sempre
la rotta di tutti i vascelli,
salpati di nascosto
e confusi dagli uragani ?
chi l' informa delle nostre mosse,
affinche' possa tendere
puntualmente l' agguato ?
La misura del tempo
non e' opera umana.
Ma la morte rende capace ogni uomo
di orientarsi nei labirinti del tempo,
e forse non ha altro senso che questo.
Pregno di ogni odore,
persuaso d' ogni crimine,
nomade della memoria,
tutto imbevuto del fiotto copioso
di pozioni magiche,
maculato di cicatrici e bubboni,
verme vandalo di latebra,
cono d' ombra,
osceno persistere della vita,
soffoco nel lattice dei miei spasimi,
progenie degenere
di una stirpe di profeti
(sciacalli di luna,
morbi volanti
e draghi di lago)
che nei secoli ha ravvivato
il cataclisma.
Voglio fino in fondo
godere la lussuria
di questa agonia,
seguire il malvagio istinto
della mia mente, braccare
le linee incandescenti del delirio
che mi condurra' alla fine,
e alla fine del disordine
e alla fine di tutte le fini,
la' dove fine non e' forse
che il principio della fine.
Infernale rassegnazione del dannato:
non si puo' scontare il peccato
di esser nati.
Mi arrampico sulle aste orizzontali e verticali
di un reticolo di soli e lune.
E poi mi getto ridendo in un baleno
giu' dallo scivolo
nella pozza di sabbia.
Il volto di mia madre mi rimprovera
dal vano dell' ingresso,
divorato da uno sciame
di libellule inferocite.
Il suo lungo braccio fatato
si stende sul mio capo,
come un lembo di nuvola
proteso sull 'uragano,
e le sue labbra si divaricano
per bisbigliare un' altra volta
il mio nome.
Ma nel momento
che io assaporo gia' il trionfo,
la maschera di alghe si sfalda,
i tentacoli di medusa colano viscidi
lungo il corpo floscio
e dalla voragine dentata
emana soltanto
un ronzio di conchiglia.
Bevo freneticamente
il liquido che la sabbia
corrompe sotto i miei occhi,
bevo anche quel veleno.
Pullulo dall' uragano.
(***)
Alzo il dito
e tocco il cielo tutto nero
della mia infanzia.
Scricchiola in cima alle scale
una porta cullata dal vento
e due lampade emanano eclissi
(due cranii oblunghi
che stringono fra i denti ancora l' anima).
La mammella vergine e maestosa
mi calamita contro il suo capezzolo eretto.
Abbasso la mano vergognoso,
nascosto sotto un lenzuolo di nuvole.
Le voci che grandinano tutt' intorno
mi legano con lacci luminosi
al fiotto di latte che sprigiona
dal bianco gonfio tumore:
tramuto in vascello di tempesta
a vele spiegate
dentro un punto dell' orizzonte
(da quel punto schiocchi
un vento animalesco,
e scompigli il brulichio di tesori
trasparso nell' oblo'). Ubriaco,
cinto d' argilloso diadema il curvo capo,
e asperso il viso di polvere di cervello,
con le palme trafitte
dagli aculei ghiacciati del sole
e con le ali straziate
da una colonia di pidocchi lunari,
mi rivolgo al pulsante involucro del mondo,
alla tenebra vergine della mia morte.
M' inerpico senza mani
sulle pareti scoscese della stalattite,
turpe totem d' acqua,
dio impallidito al cospetto del mondo,
sepolcro dilaniato dal mio nome:
voglio uscire di qui !
Muoio impigliato
in una matassa di catene,
splendenti di luce propria
in questa notte crivellata
dagli echi dell' anatema,
dal rantolo divino
che scalpita impaziente
dentro la gabbia dell' infinito,
dal delirio del crimine
di bocca in bocca travasato,
dal sacro uragano di orizzonti,
dal latrato dei guardiani dell' oceano.
I fiori viziosi sbocciati
fra queste rovine,
perlustrati senza pudore
da lunghe carovane di chiocciole ambulanti,
hanno pupille d' amianto
impermeabili al fuoco
e petali a forma d' artiglio
ricurvi verso l' alto.
Le ombre si disperdono
lungo le mura del cimitero.
Effimere foglie,
bacate dai morti,
strisciano sulla ghiaia brumosa
verso il cancello.
Corico il mio corpo
a perdita d' occhio
sul tappeto di stame.
Lo torturo. Lo immergo
nella follia divina,
nell' universale perfidia a spirale.
Ma non grida;
non gridera' piu'.
Mi arrampico sulla parete
con le lunghe zampe ventose,
torno al rifugio
scavato nel buio guasto
che profuma di carne umana.
Dalle rupi scoscese cola una bava
che non e' sangue,
e la membrana palpita a brandelli.
Trafitto da una lisca, avvizzito,
putrefatto in fuliggine,
come un condanato che contempli il patibolo
dal turbine di raggi dell' ultima cella
e giuri vendetta alla lunga fila di secoli
che migra lentamente sotto le nubi ad oriente,
cerco di annientarmi definitivamente
nelle fauci del fuoco fossile
di questo rogo deserto.
Vicino alla mia bara
due lanterne vuote
e un sudario ricamato a stigme,
torrida ombra del mio gelido corpo.
Due coppe di fuoco scheletrico
e una pupilla in fondo
alla fossa del cosmo.
Non siamo che grovigli immondi
di tormenti animati,
tremanti nugoli di lampi
nell' oscurita' perenne.
Addossato a un muro
che non c'e' piu',
succhio il sangue di un altro dio,
il dito rivolto senza speranza al cielo.
Alzo il coperchio
e mi corico dentro.
Cado con la testa all' ingiu'.
Potete scavare adesso,
in un punto qualsiasi
di quello sterminato cimitero
che e' il mondo.
Prima pero' lasciatemi ammirare
ancora una volta da quassu'
le rovine disabitate
della mia vita.
Come se la mia morte accadesse
in un sempre che si trova ovunque.
Esalando un urlo
che sia un respiro
(***)
Le ragnatele si disfano
al primo sbuffo di sole;
le rondini seguono in silenzio.
O lampada dal becco di titanio
che rivolgi il tuo verme solitario
dentro il globo d' argento,
o relitto di zattere
ancorato a un cavallone,
o guglia di cattedrale
intrisa di cielo fino a scoppiare,
o turbe di demoni
avvitate nella tenebra,
o folate di tempesta
e di pupille arroventate,
o creste e criniere,
ali e pinne,
zoccoli e code,
o aureo sepolcro fuso
dalla pietra del tempio,
o trono diroccato
di un regno sommerso,
o putridi miasmi
mutati in morti,
o riflessi colorati
del prisma affilato che precipita
sul collo degli innocenti,
o nicchia vellutata
dell' angelo che squittiva
come un pipistrello
ai tramonti inestinguibili
della mia infanzia,
o lattice che mi avviluppi,
o artiglio che mi afferri,
o fauce che mi divori,
i miei occhi vi scorgono
e le mie orecchie vi odono
e il mio naso vi fiuta,
limo del fiume
frugato da empie correnti,
vena che scalpita
sotto la fronte.
I fuochi tacciono.
Poso l' orecchio sul petto curvo
come una conchiglia
per vedere se mi riesce ancora
di distinguere nel galoppo del vento
la risacca del cuore.
Risalgo il corso del fiume
fino all' ansa dove
un vegliardo getta la canna
e arrotola il tabacco;
al saluto che ci scambiamo
lascio cadere un ciottolo
nell' acqua reboante del torrente:
sotto il ponte la vita
scorre verso la morte,
la morte verso la vita.
Non ha altro senso che questo:
rotolare (contaminati
dalle radiazioni, scemare).
Ho chiamati a raccolta
gli abitanti degli incubi
(battono le grandi ali nere
e si alzano lentamente in volo
verso il bagliore della foce).
E' l' unica infanzia che mi spetta:
quando devo dormire ?
O inseparabile noia del mio respiro,
l' unico naufragio del mio incubo
ha trovato rifugio su un' isola deserta.
Rivolgo le braccia a occidente,
dove sorge il sole,
l' unguento che guarisce ogni ferita:
nelle piaghe violacee
intingero' l' occhio pallido
e commettero' atti impuri.
Ritorna, sole, ritorna !
Quando mi volgo a guardare
le stanze che ho lasciato alle mie spalle
e vedo che non ci son piu' porte aperte,
penso che il giorno del supplizio
saro' piu' solo di oggi,
piu' nulla di oggi carponi
sotto la neve azzurra che si dilegua.
Che sara' delle mie spoglia ?
Il boia mi guarda di sottecchi
e affila la lama:
cado senz' appiglio, a capogiro,
in quello sguardo.
Sbocciano intorno a me
albe e tramonti
(ho preso l' abbrivo,
la luce delle stelle non mi fermera',
ad un altro orizzonte e' scomparsa la luna,
vaga lontano la memoria seguendo
le orme di quell' astro sedotto,
ma per quanto io la risalga non trovo approdi
ma soltanto vascelli che affondano
lentamente con me, agonie,
e grida di vecchiaia),
luci e oscurita' che mi aggrediscono,
che mi deturpano,
mi rovesciano sul guscio
e mi abbandonano sulla spiaggia
a scalciare impotente l' aria.
O grondanti emisferi del cervello,
o guaiti del cuore,
o scricchiolii delle ossa
sotto la macina infernale,
o lampi di sangue che squarciate
la corazza delle tenebre,
o aureola del mio volto
scolpita in cima all' altare
di una catacomba illuminata,
a lato del sepolcro di mia madre,
i semi nei solchi sono sazi,
i fiori del giardino
sonnecchiano avvizziti,
i rottami arrugginiti
tornano a galla.
Colo a picco.
La cancrena che ha fatto il nido
nell' alveare del mio cervello
si avvinghia a tutto cio'
che ho fatto e sono stato,
trabocca da ogni poro del mio corpo
per ammorbare l' aria che respiro
e di cui essa si nutre.
Al mio cospetto non e' che silenzio,
ma nei covi della vita
che non ho mai saputo scovare
si tramuta in un groviglio
di membra palpitanti.
Formicolio di luna nello stagno,
galleggianti impronte di foglia.
Ruzzolano ragni trampolieri
in una conca di acqua diluviale
emettendo segnali di gioia,
aculei riversi, orde di basalto,
abbaglianti spirali di farfalla
latenti nel tetro silenzio notturno
che ricadono a piccoli soffi
sulla patina brinata dell' arcobaleno:
presto sara' l' alba di quel giorno,
non so neppur io quale.
Quando saliro' il patibolo del tempo,
per passare in un nulla
dal sogno al nulla,
proprio non so il nome che avro'.
(**)
Brividi di violino esalano
dai crepitii del disco
in preda al turbine del grammofono.
Il profilo evanescente del salice
si gonfia a dismisura
(ai suoi piedi scavano
raggi una fossa fosforescente).
Naufragano lucertole spettrali,
berciano nell' oscurita'
e scivolano dalla grondaia
in pozze di nettare.
La consunzione dei tulipani
impregna il giardino lunare.
Macellano interiora. E' festa.
I solchi del disco
spruzzano lische di canti.
Armenti in divisa strisciano
nel viluppo dei rovi.
Appena spalancato l' uscio astrale,
gli aculei fiottano nella corrente:
una vampa di vetri ammicca,
romba nella veranda.
Un' ape fecondata guizza e trilla
(si accumulano nel mio cervello).
Tutti gli uomini sono sepolti
nell' unica tomba
(noccioli di stelle eiaculati ciechi
feconderanno interi mondi).
La moschea e la pagoda,
vacillanti nel giro di vento
che ha artigliato mantelli e cuspidi,
si specchiano nel vuoto, lisce e mute
come due giocattoli dimenticati.
Soli d' autunno incalzano i sogni in fuga
su un cencio di tappeto volante
("non hai scampo", mormora,
"io, tuo sogno, ti sto sognando").
Una tomba polverosa
in un deserto senza confini.
Dondolano le teste sul baratro
e non cadono:
il paradiso non esiste,
ma neppure l' inferno,
neppure l' inverno.
Lecca il sole:
un suo sosia certamente.
Un altro morto discende
la lunga scala a chiocciola.
Giacciono lungo i muri diroccati
del cortile le palpebre azzurre
dei miei compagni di gioco;
scivolano dal cancello arrugginito
ombre che ancora non sanno
cosa vuol dire aspettare.
Spengo le mie dita
nel silenzio maculato di grida,
con un groppo in gola di campane a distesa.
Hanno gettato sotto un cespuglio di ragni
la carogna di un bambino
(le sue membra disgregate
come quelle di un giocattolo rotto).
Una mosca s' impenna contro il vetro,
un nocciolo rimbalza sulle mattonelle sudice,
metalli bianchi cadono
nel buco nero della serratura,
larve nel grembo di una ragnatela,
un cuore bianco infrange la bufera,
sguscia dal sentiero
una lunga schiera di mantelli.
I gabbiani ululano al pianeta,
grandinano stelle a dirotto.
Il deserto attutisce l' abisso.
Un volo d' immondizie a folata
sulla foresta pietrificata.
Bevo i respiri della terra
e un ruscello di sabbia.
Una capanna scolpita
e un vortice d' argilla
a ritroso nella cera dell' alveare
a capofitto nelle spire del cimitero
che occupa l' emisfero vuoto
del mio cervello.
Che altro noi siamo ?
Alle pareti sono appese clessidre
piene di luce nera,
e il ritratto di dio
pende sbilenco
da un chiodo in bilico
sul letto della puerpera.
I mai nati sbirciano su
da una fessura dell' impiantito:
l' odore del parto
attrae le loro zanne acuminate.
Un ventre diroccato
ansima nell' oscurita' sbiadita.
L' acquitrino risuona
di un sordo boato,
tinnito, per diaframmi e fosfemi
di uno specchio silenzioso
riverso nell' acqua,
fino alle pendici
del mio volto fangoso
(i vermi delle tempie
si disfano nelle orbite vuote).
Si aprono pian piano
i miei occhi autunnali;
e si chiudono, pian piano,
i miei occhi estivi.
... dammi
il tempo di morire !
Due grani di follia
cadono dalla mia fronte
dentro il bacile del tempo,
e la mia croce si accende;
una bara vuota
rischiara l' universo !