1. Epistola ai mondi viventi
2. Bestiario sommerso
3. Visioni del diluvio originale
4. L' oro della luna
5. La cerimonia del silenzio
6. Il margine
7. La bugia dell' infinito
8. Gli emigranti
9. Immagini dalla boccia di vetro
10. Voi ed io
11. L' onda del martirio
12. Nell' orbita di una reliquia
13. Il sentiero perduto
14. La strage assoluta
15. Il pianto del condannato
16. Danza della morte
17. Epitaffio
(***)
Ho sognato l' America,
una notte di primavera
dall' eremo di corallo
dove ho seppellito le mie spoglia.
Dalla sabbia azzurra del deserto sorgevano,
avvolti in lacci inerti di fumo,
cactus di tentacoli metallici
e di insegne luminose, totem incandescenti,
stalattiti curvate dal peso dell' oro
e lapidi diroccate nell' oblio dei sensi.
Lunghe file di crotali ebbri sibilavano
sui mantelli concavi delle dune,
roteando le pupille nelle falde del tramonto
e riflettendosi l' un l' altro la luna.
Nel labirinto di quel cimitero,
sotto le impervie sterili rocce dei canyon,
stormivano al vento degli avvoltoi
le ombre appena emerse titubanti da un' oscurita'
e gia' in procinto di sprofondare in un' altra,
relitti fluttuanti di tenebra e di tempo.
Non ho sentito alcuna voce,
per miglia e miglia sotto i reboanti firmamenti d' America,
ma l' eco di un granello di sabbia,
rotolato lungo il pendio fino in fondo al crepaccio,
ha sollevato quel tanto di polvere e di sterco di mulo
dal fragile calcare della mia memoria
che e' bastato a scoprire i loro nascondigli:
eravate voi, gli stessi fantasmi dell' altra mia vita,
in agguato nelle tane di sempre.
(Usci' barcollando dal favo un fuco
prosciugato dall' acerba malinconia dell' ape regina.
Sulla soglia era accovacciata
la nonnina capricciosa che ricama le nuvole)
La burrasca delle insegne incalza
la turpe effigie avvolta nelle fiamme,
nuda nel cielo stellato
che scroscia a dirotto sulle fronde,
e nel collo dell' anfora frulla una libellula,
vana angoscia del nostro silenzio.
Siamo morti tutti.
I testicoli recisi e inceneriti
si contraggono lentamente
nella brace crepitante del cosmo.
(**)
Il mare e' invecchiato
nell' evidenza turchina di un cataclisma incombente.
Nel riverbero di un crimine
mai commesso e mai punito.
Nel crittogramma indecifrabile
dei crisantemi sottomarini.
Una bolla gigante culla dentro di se'
il feto incompiuto della citta' delle verita'.
In trasparenza appare una foresta di sagome deformi
che si allungano e si torcono
nel dedalo brumoso delle sue interiora.
Il mare ha perdonato
le digressioni sacrileghe sulla colpa e l' innocenza.
In trasparenza la citta' e' sempre illuminata,
la citta' e' una macchia di luce.
Il mare ha reciso le punte opache del sole.
Ogni vicolo ritorna e ogni scalinata scende soltanto.
Gli anni non sono che porte chiuse.
Tutto affonda ed e' sempre uguale.
Il mare ha tatuato onde
nel torpido encefalo di un astro,
ha scolpito code di pavone
nelle lame oblique del cristallo.
In trasparenza la trasparenza e' un' iridescenza,
e la memoria e' un castello maledetto:
soltanto il contagio del dolore
puo' spezzare l' incantesimo.
(Al rintocco impercettibile di un ventaglio
la castellana rilegge la leggenda del cavaliere
che ha tenuto la sua mano nella tenebra della cappella
finche' l' alba ha rivelato nella spilla d' oro incise
le iniziali della morte).
Il mare ha eiaculato
una striscia di spuma bianca
nel ventre della notte,
torcia incombustibile,
e la notte si e' estinta.
Gli abitanti della citta' delle verita'
vibrano dementi nel mosaico di trame,
un' altra volta redenti dal sacrificio della verita'.
Scendono le scale senza fiatare fino in fondo,
dove al fievole bagliore della lanterna fossile
la mummia dispone con zelo astruso
nei loculi diafani della massima necropoli
tutte le domande possibili e tutte le possibili risposte;
in una conchiglia di vetro una sillaba fosforescente,
casta bellezza del caos: "si",
eloquenza del primo e dell' ultimo silenzio;
e in cima alla statua di dio,
avvolta in un panno di radici,
l' autografo vivente del tempo,
tomba di tutte le tombe.
(**)
La buccina dell' araldo
squilla sulle roventi reliquie
della notte dell' apocalissi.
Gemono e corrono, tagliati a pezzi
dalle tinte fulgide dell' aurora,
lucenti metalliche orde di barbari,
nei viottoli allagati dall' ultima marea.
Frotte di sacerdoti estinti
protendono le palme nella nebbia del sole;
altri, avvizziti nelle fogne pulsanti del cosmo,
intonano sommessi cori mortuari,
altri scolpiscono nei detriti geroglifici di epitaffi.
Si aggira immune nel nulla del tutto,
che fende brandendo calice e fiaccola,
il triste araldo di cera, zingaro ubriaco,
cacciatore di prostitute martiri.
Avanza a rapidi passi
verso la rete del leggio celeste,
e tende l' artiglio
verso i sacri brandelli della pergamena.
Prigioniero, in una nicchia di vento,
di turbe di pipistrelli solari,
osserva la raffica porpora dell' uragano
sulla cupola che biancheggia riversa al sole
sotto le fauci spalancate del patibolo,
talismano per civilta'del futuro.
(**)
Vorrei rivivere in un micro del mio tempo
l' infinito olocausto del mio passato.
Corpi di vetro dal fiato nervoso
s' infrangono nel vento dei ricordi,
si sfaldano e si ricompongono durante il viaggio interminabile
che conduce da un capo all' altro dello stesso punto,
come ragnatele d' acqua ai piedi della cascata,
subito pantano di forme giganti sfracellate.
Creste, profili d' ombra
beccano rapaci fiamme a guado nella nebbia.
Estremi piccoli lampi d' azzurro
s' insabbiano nelle tenebre opulente e fresche
della nuova stagione.
Si perdono. Ho inciso
un altro grido nel firmamento delle mie disperazioni.
La voce antica mulina colpi all' impazzata
contro il sogno che nascondo fragile e gentile
nella culla a rete degli orizzonti
di un volto che ancora non conosco,
ma che esiste e brillera' per me in eterno.
Il teschio infuocato del pianeta.
Sulla cerniera di cristalli scorre una lamina a rotelle.
La pressa a clessidra si abbatte in un fumo di pipistrelli
sull' informe balla di gomma.
Fra un colpo e l' altro l' anello ruota stridendo.
Il covo brulica di parassiti meccanici e di cuccioli a molla.
Sui corpi ancora caldi gemelli il marchio del faro.
E' soltanto un incubo,
ma durera' per secoli.
La guglia altissima sbocciata nella filigrana di cenere perde
i suoi tumidi gioielli in una nebbia di rondini.
Ritornera' dalle praterie lontane
il profumo delle rovine sepolte,
forse nel risucchio di un bacio d' addio
o nell' atto d' amore di una nuvola senza respiro.
Penso a loro, che lo respireranno,
e che non sapranno di noi
che un gracile lamento.
(***)
(In fondo al baratro sbocceranno deserti di fiori,
ma nessuno sapra' a quale nume immolare lo smeraldo polare,
sepolto ai piedi del sepolcro universale.
Il cocchiere balbettera' il nome di un paese straniero,
e tirera' le redini dei secoli)
La bocca serrata sul capitello d' argento
ricorda alla folla vociante dei morti
che nessuno conosce il nome del viso
impresso sul portale di bronzo,
salvo forse quell' orrido topo,
rovesciato sulla crosta d' arsenico,
nutrito di cancri e di sterco,
e ghermito dai tentacoli putrescenti della storia.
Dietro il sipario della vita brancolano monaci ciechi,
in bilico sulle opposte oscurita'
in tonaca di criniera di leone.
Pendole a catena emettono profezie senza eco
che sciamano dai favi prosciugati verso la foce del tempo.
(***)
L' aereo sta salendo
piano piano
dentro la grande luce
di un oceano di nuvole.
Scomparira' in un vortice di cielo.
A vertebra a vertebra si dirada
alla deriva la scia del temporale.
I bambini ridono di nulla,
sanno ridere ancora del veleno cosmico che li strangolera'.
Dagli oblo' appannati i fuochi artificiali dei loro occhi rapaci
illuminano il cielo con la forza del domani.
Dal vulcano traboccano bufere di lava,
un turbine di lapilli prende il volo.
Galoppa lungo il bordo a briglia sciolta una conchiglia alata,
inseguendo la traccia lasciata nella sabbia
da due fili di crine che oscillano sul precipizio.
La clessidra ruota lentamente,
lentamente il diamante emana
dalla gabbia di vetro i colori del firmamento.
Il sole ha gettato l' ancora.
L' aereo incrocia sulla via del ritorno
un anello di scia staccatosi dal branco
e in procinto di morire.
(****)
Evoco il segreto delle tue unghie affilate,
angelo di carta, il bianco vuoto delle orbite.
Voragine di conchiglia la lanterna
che ha corroso i miei occhi fino alla cecita'.
(Si attorcigliano nella penombra della spelonca
insaziabili belve decrepite:
la vita cigola nel buio)
Cos' altro devo fare
per convincerti che siamo alla fine ?
Devo forse risalire il torrente dei miei fallimenti,
o il corso tortuoso dei tuoi successi ?
Devo stanare e porgerti su un vassoio
il dinosauro di pezza che tormenta i miei sonni ?
Devo sciogliere i nodi che ti legano al palo del supplizio
e fermare la lenta e solenne ruota della tortura;
levarti dal giaciglio di foglie di rugiada
come si innalza una sposa vergine all' altare;
sciogliere il voto di clausura
e schiudere la gabbia dei miei futili sogni;
graffiare via il tatuaggio del tuo nome
dal guscio di paglia di quest' uovo infecondo
e succhiare il tuorlo amaro
che avviluppa il cuore in embrione di una nuova stella;
o intingere un altro sguardo disperato
nel veleno letale dei tuoi occhi ?
Hanno di nuovo chiuso il recinto.
Le fiere si stendono al sole torrido
in un pantano di brani e di sangue.
Non possiamo neppure piu' parlare.
La folla scorre sui marciapiedi,
una lunga scia umana di qualcosa cominciato secoli fa.
Ognuno rovista nelle vetrine e nelle auto abbandonate.
Tutti stanno cercando qualcuno.
Becchi e artigli voraci.
Una giostra frenetica di facce sperdute e allegre
immerse senza saperlo nello stesso presente.
Non ricordo il nome di questa strada,
ne' la forma o il colore degli edifici.
Ti vedo scendere le scale di corsa,
sento i passi che si avvicinano in fretta.
Un lampo di gioia fende la folla,
una mano si protende sulla moltitudine di teste avvizzite.
Apri le labbra per chiamarmi, ma ti accorgi,
pallida, che non ricordi piu' il mio nome.
E ti fermi dove sei, mentre una folata di uomini
mi spazza via per sempre.
Tutti stanno cercando qualcosa di cui non ricordano il nome.
Uno schiocco di frusta.
Il cancello si alza stridendo.
Il pubblico rumoreggia.
Un farnetico ossessivo di ruggiti.
Ferri. Urla. Un boato.
A zonzo senza meta sotto le ombre secolari
di questi grattacieli di foglie.
Respiro a pieni polmoni la brezza del parco.
Seguo il sentiero dorato dei girasoli
e ponte dopo ponte (quanti, quanti !)
raggiungo la riva quieta e deserta.
I cerchi concentrici di un' onda
nuotano a ritroso verso di me.
Stalattiti di stelle
a picco sul luna-park di tombe e fiori.
Un iceberg di alghe
nasconde qualcosa che brilla nel centro.
Echi di vortici d' acqua
nelle tenebre dei miei passi.
Non mi resta che sedermi sulla panca in fronte al lago
a contemplare il suo corpo alla deriva,
relitto senza vita ma ancora a galla.
Nessuno ci salvera'.
(***)
La carovana incalza la foresta di lava nella grotta illuminata.
Vecchi donne e bambini,
cespi teschi e membra senza casa e senza nome,
in marcia verso il guado,
verso la zattera di rame delle favole,
l' arca fenice in procinto di salpare per l' altra riva
(odono in un' infima lontananza
il sibilo dei mulinelli sott' acqua),
occhi corrosi dalla sete e dalla speranza
(lucciole di bruma sullo sfondo di cartapesta),
voci consumate nella preghiera,
le schiene curvate dal peso delle loro povere cose,
balocchi stipati in ceste di paglia,
tribu' e tribu' di esseri soli,
abbandonati dalla vita all' eterna solitudine del viaggio.
Quelle ombre stropicciate sui sassi caldi,
quelle fasce slacciate che pendono dai fianchi,
quelle vene oscure del male,
quelle estasi cieche e buie,
quei pozzi di tormento,
a tale distanza dall' infinito,
a tale altezza sul nulla,
colmano il divario fra l' embrione
secreto da una goccia di sangue
e il dio naufragato sull' universo deserto del nostro futuro.
Siamo avvizziti nelle braci del bivacco.
Ci colgono con mano tremante,
mazzi di steli trebbiati.
Lontano nei boschi al chiaro di luna.
L' apoteosi del dolore.
Il macello delle anime.
L' esilio. La permanenza del dolore.
Qual e' il limite della verita' ?
Perpetuo. Maestoso.
Quest' urlo che risuona dentro ogni petto
e' lo stratagemma che ci fa vivere.
Tradito anche dal fato, mi addormento
con le braccia in croce.
Riposano sul cadavere del fuoco,
all' ombra di un altro mondo che si avvicina.
Non parleranno mai. Ma sanno.
Continueranno in silenzio ad evocare
la metamorfosi che li trasporti nel luogo
dove la solitudine e' la tesi dell' universo,
dove il feroce alfabeto dell' eternita'
e' un' apparizione che emerge dal vuoto,
dove l' eloquenza di una ruga si dissolve in un' eco di ciglia,
dove il destino di ogni uomo e' un caos in moto,
dove il delirio di tutte le cose e' un libro senza pagine.
Dove ogni paura e' distrutta dal tempo.
Dove i cerchi concentrici dei miei sogni
e quella bianca distesa di scale
sono la stessa impossibile realta'.
(***)
Un pianeta disabitato.
L' eco del boato non si e' ancora estinta,
vibra in ogni stelo pietrificato,
in ogni impronta fossile.
A piedi per le rovine contaminate.
Tane riverse, crepacci.
Fiocchi di sole si posano sui frammenti brillanti,
si sciolgono in tetre bave d' ombra.
Dormire, dormire, dormire.
Letargo nel ventre dell' arcobaleno,
in una cuccia di stalattiti.
Sogni concentrici. La catastrofe dell' immaginario.
Permuto passati e futuri,
pezzi ad incastro sulla scacchiera di una sola casella.
Sogni speculari. Il collasso dell' infanzia.
Sotterro smeraldi e topazi, semi di tesoro, vapori di colori.
Sotto le radici di un grattacielo.
Un tumore corrode le interiora elettriche della citta'.
Un' altra scossa di terremoto.
Correre a perdifiato incontro all' uragano.
Correre a perdifiato e urlare a squarciagola
non so cosa non so a chi.
A piedi per le strade dell' apocalisse.
I resti carbonizzati del mio riflesso
nello specchio di un cristallo di sangue
coagulato sul filo spinato della marina.
D' incanto lo scheletro prosciugato dell' oceano
(deserti di spine di alghe, paludi di corallo,
crateri ricolmi di perle conchiglie e gangli,
dune di brina di stelle marine)
e sulla riva una carcassa immane:
la buccia del blu, lacera e sfilacciata.
Qui sono nato e cresciuto.
(***)
Ho infilato l' anello al dito di un raggio di non so che
(un bagliore profondo nella cruna della pupilla,
troppo profondo per coglierne il senso o il triste profumo).
Il portentoso sabba dei firmamenti
proietta nel vetro appannato dello specchio
il riverbero della mia morte, saetta
le mille voci del silenzio nelle mille caverne del cielo.
In piedi sullo scoglio l' araldo del giudizio rilegge la pergamena:
"l' innocenza della colpa si dissolve nella fine,
nel pensiero inintelligibile del passato futuro ... "
sempre piu' fievole " ... l' orgoglio,
la coscienza di cio' che non esiste ... "
un fiato pallido pallido nel gorgo inestinguibile
" ... il naufragio degli orizzonti, il naufragio del fuoco,
il naufragio del presente !".
Il miasma si annichila a pochi passi dalla soglia.
Le parole seminate nello spazio in solchi paralleli
(deriva dell' oblio) scavano nuova vita nel ventre del caos.
Il frammento ora giace nello squarcio della fiamma,
divorato da un' agonia che dura anche dopo la morte,
brandello di un rumore che striscia ancora
nella luce estinta di una conchiglia,
eloquenza delle origini, un eccesso di colori.
Si avvicina ineluttabile anche a noi il suo sorriso polare,
iceberg che brilla frigido nel nudo vento boreale.
Abitiamo un nido di fiocchi di neve
nella fragile tenebra di un tronco cavo.
Il sipario scorre sui cardini.
Camminiamo carponi sul palco.
Un suono nella mente.
Un tremito ventriloquo.
Una folla di maschere che recita senza testo.
Come se vivessi in una tutte le vite possibili.
Sono stanco di fuggire in tondo attorno a un nulla senza nome.
Lunga attesa di un' onda
che illumini i ruderi incastonati nella spiaggia.
Ho perduto il filo immacolato dei miei pensieri
e ho cessato di essere cio' che ero.
Riverso le secrezioni della notte
negli accordi stentati dell' alba.
"Versate le mie ceneri nella provetta !
Sono uno di voi, angelo e demone come voi,
padrone di niente, mezzo, futile,
ombra nella vostra, nostra, ombra".
Troppi specchi tessono la mia immagine.
Io esisto, ma non sono.
Il colore del ghiaccio.
Dobbiamo abituarci a quel suono.
Questo cielo immobile,
nostro riparo dall' armonia dell' infinito,
nostro scudo contro gli uragani dell' oscurita',
questo cielo taciturno, questa macchia invisibile,
e' l' anatema, e' la prova di cio' che siamo.
Lo scheletro di una galassia
galleggia senza vita nello stagno ghiacciato.
Dopo aver tanto dato siamo tornati ad essere,
rannicchiati nelle cripte,
riluttanti a confrontarci con l' illusione originaria,
fatale e immortale, cio' che eravamo al principio:
la sapienza dell' ignoranza.
(***)
Fui maledetto a vivere in eterno nell' oscurita' e nella putrefazione:
questo e' il prezzo dell' immortalita'.
Mi getto in ginocchio contro la grata fiammeggiante,
uno scheletro che collassa in un paradiso deserto,
il volto contratto in un sorriso spaventoso,
mercenario avvizzito ribelle nel desiderio di dare la vita.
La lunga eco della mia supplica di morte
incide l' immacolata sillaba della mia vita
nella catastrofe degli assoluti.
(***)
La sabbia dell' universo scorre a ritroso nella clessidra:
siamo di nuovo qua a parlare di noi dall' altra vita.
La profonda scura voce senza fine di dio
ripete solitaria le teatrali profezie del passato,
memore di quel rumore e di orizzonti
ammucchiati l' uno sull' altro dietro le dune.
Nello spazio vacante, nel luccichio della sua voce,
gracchiavo io.
Ci raduniamo ronzando al tintinno del crepuscolo,
ogni tomba un guscio da cui vagisce un vecchio.
Andiamo ad adorare l' ultima reliquia del mondo:
il pianto a dirotto della luna nella babele dei firmamenti.
"Non cercate il futuro" il teschio immune perpetua.
"Non lo troverete" a ventaglio
su tutte le facce sparpagliate all' orizzonte.
E in assenza di un addio
che stagni opulento sulla nostra lenta fine,
la sua melodiosa quiete preferiamo
al vento che finisce d' improvviso.
Non possiamo stare tutti insieme abbracciati
sul balcone a guardare la luna tramontare,
non possiamo senza riposo rovistare in eterno
il ventre eterno della nostra eterna nascita.
I nostri testamenti giacciono allineati davanti al cadavere di dio,
che pare dirci sottovoce: "Benedette le vostre origini
di spettri e di assassini !".
(****)
Il trillo infausto ci fa sobbalzare
nella faglia dove sverna il fato.
Qui correva la trama degli antichi,
e li guidavano il buio stellato,
il profumo del polo, e i relitti delle carovane.
E, ripassando per queste impronte di dei cenciosi e questuanti,
contemplo gli avanzi del banchetto universale;
e, trascinato da un senso sconfinato
di essere scampato a un' orribile strage,
incido anch' io un turbine nell' aria,
insegna d' oro della mia locanda.
Come sono contento quando stringo nella mano, tremando d' emozione,
la treccia di arcobaleno che sale a quel cielo !
Laggiu' un cristallo spaccato.
Laggiu' splende il passato.
Frugo nelle mie labbra.
Un sorriso, un suono.
Laggiu' la bruma scintilla di quadrifogli.
Un risucchio, un sasso contro un tralcio.
Qui trovero' il segno .
Qui, remoto silenzio.
La pergamena impressa fra due versi di vento
sventola il codice ondulato dell' arcaica sentenza:
crocifissi nel calcare impervio
che trabocca di bestie immonde
torcerci al terremoto delle viscere
senza distogliere lo sguardo
dall' immagine del fratello in fuga
rovesciato sulle dune e sbranato
dalle orde randage, da matasse di artigli senza volto;
sciogliere ogni nodo in fretta,
prima che la marea ci dilani
dalla falla tenebrosa della conchiglia;
e cancellare il nome tracciato a dito
da un capo all' altro della spiaggia
per levare al ciclone incombente
la forza di averlo distrutto.
E ancora, indecifrabili:
sgranare le notti al sibilo che scompiglia i giorni;
rilegare sillabe e impronte dei primordi
nei fondali brulicanti della storia.
Ma il corallo, che ignora la perfida danza delle libellule,
ci insegna che il futuro sara' la sorte dell' inverno,
sara' distese immacolate avvolte in cupole di prodigi,
sara' il latrato di mille lupi affamati
e il sogghigno di un ventriloquo epilettico.
Due braccia cariche di stelle
sciabolano sulla linea del silenzio
rasente il cuore della luna e il nome di tutte le cose,
un sospiro che ci confonde ancor piu'.
Ciechi e viscidi eroi di logica delirante,
coliamo nella grande tomba al moto secolare delle radici.
Io non so questa giostra di fosforescenze
rampicanti nel cofano ardente della pendola.
O astri, o mostri, di fuoco e di tempo:
l' agguato, l' agguato del senso.
(****)
Non ho niente da dire.
Riposo le memorie dei miei sogni,
rassegnato al cospetto del capestro del tempo.
Fioccano strida lancinanti nel silenzio del mio sepolcro.
Fioccano aghi di cactus e zanne di pipistrello
nel recesso di ombra dove ho nascosto il mio volto.
La punta viva della meridiana ha virato,
il vomere dell' aratro ha solcato la palude,
un mantello di sabbia si e' ravvolto a forma di teschio
su una duna segnata da un miraggio di croce,
il becco dell' avvoltoio e' penetrato nel bulbo del mio occhio
e una tempesta di sole ha squarciato la tenebra.
Sento frangersi sullo scoglio un cavallone di petali.
Lo sciame si disperde nel brusio di colori del crepuscolo,
solo due ali d' oro fanno in tempo
a posarsi sull' arcobaleno dell' orizzonte.
(Sono fermo da sempre al centro del labirinto:
dal fondo di ogni sentiero mi viene incontro la stessa immagine).
Ho pianto sui resti dei loro corpi,
la' dove giacciono da secoli,
la' dove la lava estirpo' i loro cuori,
la' dove nessun dio osera' erigere la volta di un cielo,
la' dove nessuna mano umana osera'
innalzare le arcate di un santuario.
Ho pianto sulle unghie conficcate nella roccia,
sui teschi affumicati ed erosi dalle bolle del vapore,
sugli arti frantumati e dispersi dai pigri gorghi del vento.
Ho pianto sulle rovine sommerse,
sulle vestigia diroccate, sulle colonne riverse,
sulle ombre fioche e polverose che stormiscono
al fragile crepuscolo di quest' era maledetta.
Ho cercato conforto sulla collina,
al riparo dell' incantesimo.
Guardo le tenebre spingere le luci alla deriva.
I miei occhi turbinano a ritroso
dentro il grembo della notte eterna.
Dove siete, verita' senza volto e senza fine
che mi avete inseguito per tutta la vita ?
Immergo il mio respiro
in una goccia di quest' oscuro nettare,
avanzo tastoni in una bufera di bisbigli.
Il terreno pulsa e vibra,
urto rocce che sembrano rotolare
in un' immane voragine alle mie spalle,
le pareti sfrecciano sibilando in avanti,
nelle nicchie esplodono con fragore lampi di buio.
Sono invisibile, supino contro lo scheletro di dio,
stringo nei pugni un feto e una radice.
Dietro di me incalza il rumore di una folla festante.
Dal soffitto altissimo pendono cuori vivi,
sospesi per lacci metallici; si torcono,
emettendo raggi di sangue acuminati
tintinnando come una foresta di carillon frenetici.
Due labbra gigantesche si socchiudono per mormorare qualcosa.
Sento che tutto sta precipitando con me nell' abisso.
Cosa stiano dicendo alle mie spalle non so,
fisso le sue labbra, due linee di paura intorno al vuoto assoluto,
e aspetto che parli. Una folata attizza le voci,
le loro ombre scorrono piu' veloci,
il terreno stride sotto la tremenda pressione,
qualcosa mi scuote e mi scaglia con loro;
sto correndo dietro la mia immagine.
Naufrago. Cado nella sua bocca, senza appigli.
Sto gridando: "Parla !". Parla, vigliacco !
Un vortice ci fa ruotare, ci macina,
ci catapulta contro una grata,
qualcosa di immenso che si apre e si chiude a intermittenza.
Siamo grumi viscidi, bava lucida senza peso.
Laggiu' qualcosa ci sbarra la strada:
aspetto che il vuoto ci dica il suo nome.
Il feto si agita, succhia il guscio della mano che lo avvolge.
Devo sapere ! Stiamo per schiantarci.
E' troppo veloce. Urlano tutti insieme.
Ecco, e' il momento.
Il mondo si ferma di schianto
e una luce forsennata mi brucia di colpo fino al cervello.
(**)
Vivere non e' che stendere
un gorgo fra la nascita e la morte.
Ho disegnato un labirinto
sperando ad ogni passo di perdermici per sempre.
Al sole tenero capovolto nell' inferriata intreccio
lo strascico di briciole frange e ciottoli che portero' al patibolo
e che sfumera' adagio con me nel cappio
e per me sara' come celebrare nella sterminata cattedrale del cielo
l' ultima volta la mia vita, solo io e la mia ombra,
ombra piu' ombra nel vuoto a dismisura del vuoto imminente.
Irradiero' il tormento di essere nato,
da sconosciuti emisferi della mente.
Uragani di paura in un filo di risata.
L' allucinato brivido della spiga nello strepito dei pioppi.
(Il condannato e' salito sul patibolo:
boia, affilate le mannaie; soldati, puntate i fucili;
carpentieri, issate la croce ... ma le vostre armi di selce
non potrebbero giustiziare neppure un innocente)
(**)
Vorrei poter ricordare al funerale del sole, camminando
nella folla muta e solenne lungo il sentiero dei cipressi,
la schiuma di azzurro che inonda i loculi aperti e deserti:
un grappolo di occhi all' ancora nella fonda fiamma dello specchio,
una fila di poltrone vuote contro la parete di vetro,
riflessi di sorrisi immersi
nel bagliore intermittente delle ragnatele di zucchero filato
che pendono dall' insegna luminosa,
una bambina dentro il grembiale da cameriera
che sguazza nel pantano dei corpi,
vapori di neon che si arricciano nelle nicchie dei volti,
languido strepito di bocche arrugginite,
spasimi meccanici di tentacoli adorni.
Quando stai per annegare
e non sai neppure verso quale delle due sponde nuotare;
quando non ti rimangono che il dubbio di essere vivo
e il terrore che tutto sia gia' finito.
Per espiare dal fondo del baratro il crimine di esistere,
a dispetto delle luci e dei rumori di una notte senza sogni.
Hanno pronunziato il nome del morto per l' ultima volta.
(***)
O sarcofago, dischiudi il tuo tremendo segreto
a questo fanciullo riverso sul mondo.
Egli crebbe a tua immagine e somiglianza
per calare un giorno nella molle eternita' del tuo ventre.