Un Mondo Peggiore

Romanzo in Versi (1977/78) di piero scaruffi


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Parte prima: A Mosca Cieca (luglio 1978)

  1. Sono giunto con affanno ai vent' anni
    strisciando rasente il muro,
    ingobbito dalla paura,
    muto nel risucchio,
    spauracchio per chi non so:
    rassomiglio un piccolo roditore
    dal pelame morbido e chiaro,
    che scavi con le unghie
    tra le zolle le sue tane,
    come se cercasse qualcosa
    andato perduto, o come
    se volesse ogni istante
    un rifugio in cui nascondersi.

    Sono sempre stato fra queste pareti,
    e con quest' ombra.

    Un tempo ero curioso di sapere
    com' e' fatto il cielo;
    adesso che ne conosco
    la gran parte, sento
    di preferirmi qui:
    ho capito cosi' bene
    queste pareti ...

    Ogni volta, prima di entrare,
    sto sulla soglia qualche attimo
    a contemplare l' interno del mio mondo,
    la mia anima paziente
    intenta a fare e disfare
    le ore della mia vita;
    temo soltanto gli echi perduti nel cielo,
    come un agguato di infiniti.

    Da quella soglia riconosco al buio
    i contorni dei mobili
    sotto un dito di polvere;
    mentre richiudo la porta,
    dall' ultimo spiraglio
    un soffio d' aria fresca
    mi scivola sul viso.

    Accendo la luce:
    lo specchio, una ragnatela
    fitta di crepe, riflette
    i miei passi.

  2. Non mi posso separare da quest' infanzia,
    sogno rauco e rugginoso,
    e dall' odore d' eterno che esala
    dalla soglia di quel sogno.
    I rintocchi limpidi,
    un gruppo d' ombre, mute,
    un' ombra sola,
    sulla pietra arcaica.
    Non smettono di parlare.

    Tra poco la linea dei soli
    si frantumera', e ogni favilla
    spenta sara', come magi
    che tornino da un tempo infinito,
    la fine delle mie paure,
    il sonno, favole.

  3. Una goccia di fuoco
    guizza nell' aria:
    il fuoco nello specchio !
    E un nodo d' acqua,
    in un futuro immaginario.

    La minuscola tana del trepestio
    che mi desta ogni notte
    e' di nuovo colma di carogne
    imbalsamate d' insetti.
    Dentro l' antro a vescica
    il mio sguardo si perde,
    uncinato dalla paura
    primitiva e reboante del nero,
    del sorriso tenue dei ragni,
    nel cielo senza limiti
    in cui riposa da sempre, ignota,
    la verita' dei morti,
    e di tutte le loro morti,
    e, muto, si posa farfalla
    su quell' universo putrido,
    dimeticato, profondo chiuso
    fitto di zampette ruvide,
    che vela di polvere
    la quiete la noia
    la cenere dei miei passi.

    Sono imprigionato nei fili
    tessuti ovunque,
    impronte senza nome,
    al buio, nel bisbiglio
    allusivo e perpetuo
    della sveglia,
    in un vuoto di vento.
    ("non toccare il cuore !")

  4. Il soffitto ogni giorno piu' basso,
    le sue ragnatele sempre piu' vicine,
    mi fanno pensare a quando me ne andro',
    senza ricordi che non siano
    ricordi di ricordi: quante stanze
    e quanti cieli dovro' conoscere
    prima di poter tornare indietro ?

    Una volta,
    fra i rigetti del mare,
    scovai un po' di me stesso,
    voci e voci
    sulla forma sognante,
    uscite dalla sua ombra,
    il mio cuore, antico,
    stella oscura
    fredda, cupa fiamma,
    cupo silenzio,
    volti e volti
    nella catena di onde, profumati,
    sorti e affondati
    in un attimo ...
    svelai qualcosa d' azzurro
    celato dalla notte.

    Ma la ragnatela
    non si spezzo':
    piansi disperando,
    in un futuro immaginario,
    rannicchiato dentro un buco
    in mezzo ai cadaveri.

  5. Ho sentito la voce
    della bambina dei vicini,
    sibilante e infida
    come ogni sera,
    nascosta dietro le pareti
    in un angolo di giochi.

    Quella voce preziosa,
    fatta di fantasie
    che moriranno dimenticate
    e di mondi che sprofonderanno
    negli abissi del tempo,
    quella voce mi ricorda
    un' altra stanza,
    distesa sterminata
    di oggetti e di nomi
    che sapevo recitare a memoria.

    Vagavo ogni giorno fra quelle forme,
    ascoltavo i rumori e le grida,
    segnali dei loro giochi,
    dai vuoti delle pareti,
    i ticchettii dei passanti,
    lo scrosciare di gocce
    minute e affettuose
    sull' asfalto impaludato,
    le voci cresciute con me
    trafitte dalla rabbia
    veloce del traffico,
    tutto il mondo
    che non potevo vedere
    in quella stanza cosi' alta,
    ancora troppo piccolo
    per arrivare ad affacciarmi.
    Vagavo fra quelle forme,
    osservavo i riflessi falsi
    sui vetri smerigliati,
    il frammento di arcobaleno
    vicino a una penna senz' ombra,
    il sorriso cupo del lampadario
    appeso a quel cielo bianco,
    sporco di insetti e di ragnatele,
    cosi' alto, cosi' lontano,
    e il piccolo pezzo di mondo,
    azzurro di cielo vero,
    cenere di nubi
    soffiate via a batuffoli,
    e porpora di tetti,
    che scorgevo rannicchiato
    nell' angolo opposto;
    vagavo ogni istante
    nel corso del giorno,
    finche' la sera confondeva
    tutte le mie certezze,
    e mi sentivo abbandonato
    in un deserto di ombre,
    come se un' enorme ragnatela
    fosse calata dal soffitto
    e si fosse distesa
    su tutto il mondo,
    oppure soltanto
    sui miei occhi.

    Avevo paura dei ragni:
    i ragni sanno camminare
    col capo all' ingiu',
    i ragni non fanno rumore,
    neppure il ronzio
    delle mosche.

  6. Levavo gli occhi al soffitto
    per contemplare un mistero
    che non avrei mai svelato:
    nel vuoto dilaniato dalla penombra,
    sotto, e sopra, il silenzio denso,
    le cose che tenevo in mano
    scomparivano ad una ad una;
    mia madre veniva a vestirmi
    e rivestirmi.

    Indossavo un altro abito
    per un' altra cerimonia.

  7. Varco il silenzio,
    la terra coperta di croci,
    il buio rovinato sull' erba;
    e passeggio.

    La voce incalza
    tenera e fastidiosa.

    Uomini feroci,
    selvaggi e violenti,
    uomini soli,
    sconosciuti, accaniti,
    mi rincorrono,
    spariscono a tratti nell' ombra.

    Per anni e anni
    li ho fuggiti,
    anni ed anni ...
    le ombre in terra si confondono,
    rantolando.

    E si confondono,
    rantolando,
    i loro profili aguzzi,
    tagliati nella pietra antica
    (la bocca semiaperta,
    e le palpebre chiuse,
    per sempre);
    un rintocco di campane;
    saluti gutturali;
    lo scalpiccio dei loro passi
    lungo i muri delle case,
    l' eco in una piazzetta deserta;
    dalle finestre mute
    baleni di vite, le solite,
    fiacche e paurose,
    nella gran luce
    di quei pezzi d' altro
    che non so dire.

    Il sentiero
    sale e si svolge,
    aggirando un cortile
    e poi l' altro, deserti
    di ciottoli e ghiaia
    alla tenue luce del borgo;
    le loro impronte
    mi precedono, e mi seguono.

    Una porta si spalanca,
    e uno scheletro buio
    pigola al suo amore lontano.

    Dei vecchi
    sporgono da un balcone,
    trepidano, si rialzano,
    strisciano dentro,
    mormorando.

    Qualche legno rimbalza
    nei giri del vento
    sui cubetti divelti,
    arruffati, del selciato.

    Due gatti
    blaterano in fondo
    a un' ombra contro
    una grondaia schiodata.

    Una bambina
    traversa il vicolo
    di corsa, la gonna
    e le calzine bianche
    sporche di sangue.

    Il loro brusio
    alle mie spalle
    incendia la notte;
    e la cenere mi sommerge.

    I rintocchi si fermano. Arranco
    sotto un lampione mezzo spento.

    Un riso sguaiato
    si spande per la via
    e chiude il corteo.

    In alto
    lungo la notte
    brillano e sussultano
    i fuochi, la festa
    lontana, in alto,
    girandole di faville,
    accese, crepitanti, in alto,
    lontano, esplodono.
    Vive,
    ancora, vive,
    ancora viva,
    la lunga notte,
    specchio dell' eternita'
    che li protegge;
    torrida, trivella
    la mia povera mente.

    Chino gli occhi feriti
    brulicanti di cose mai capite;
    sono stanco, tanto,
    di camminare, e fuggire,
    sempre.

    Voglio
    riposare un po':
    la luna oscilla,
    come un pendolo d' argento
    in una camera buia;
    coma un ragno la notte,
    come un gorgo,
    la notte.

  8. Cerco nei segni del mio volto
    il mistero dello specchio.

    In un mondo abitato da spettri,
    al di la' della vita,
    ho nascosto il mio tesoro,
    un' echo senza suono,
    uno spazio aperto
    di voli di luce
    e rintocchi di buio,
    un sosia di me stesso
    crocefisso nelle sabbie mobili,
    pazzi e morti librati nella mente,
    ad esistere ancora,
    per un' altra vita,
    in un mondo migliore: di qui
    si vede il mondo.

    Il mondo e' morto,
    seppelliamolo: le ossa della primavera
    sotto un mucchio di neve,
    i resti dell' inverno
    in un fuoco spento.

    Lasciatemi gridare senza voce,
    un sospiro profondo piu' del vento
    scende adagio nei recessi del mio cuore,
    e lo sguardo che vomito nello specchio,
    lo sguardo che condanno,
    lo sguardo senza origine,
    trascorre il suo passato splendore
    nella gioia di questo vuoto.

    Il silenzio dell' ultimo sole
    e quelle voci che fuggono
    da porte misteriose e mi avvolgono,
    mi cullano, perfide, acuminate ...
    dovunque e sempre il tempo.

  9. La notte e' un' ombra che torna,
    e sembra che torni
    da un tempo infinito.

    Cara terra,
    farfalla dell' universo ...
    la sera spande sui vivi e sui morti
    l' ombra triste delle tue ali;
    cara terra, foglia morta
    che cadi nel cosmo ...
    nelle tue vene
    profuma linfa calda,
    cara ed ignota; il cielo,
    immenso ed ignoto, porta
    il suo carico di galassie e firmamenti,
    porta vite mute verso la fine
    che nessuno ancora conosce:
    dai borghi del cosmo le feste immani
    dei soli, dalle lontane luci nere
    per vie buie e vuote le onde
    senza suono, un vento morto, da mondi
    che languono al limitare dei mondi
    le ceneri di tutta la luce ...
    cara terra,
    con quant' ansia t' inerpichi
    per i sentieri segreti !
    qualcuno, qualcosa, ti chiama ?
    chi ? cosa ? dove ? ha il senso
    della morte, piu' che della vita,
    questo fuggire la sorgente,
    allontanarsi trafelata
    per perdersi nel deserto,
    in solitudine, ogni momento di piu':
    ritornerai mai ? il fuoco bambino
    che racchiudi nel grembo
    dove nascera' ? nascera' ? s' inaridira'
    come il fiume del tempo,
    e la luna dei tuoi rimpianti
    che porti con te.

  10. La mia pupilla
    nello specchio,
    ultima primavera,
    quiete,
    e sorrisi;
    un' ombra
    sprofonda,
    un canto
    tace
    segreto;
    strane cose
    nella sua luce nera,
    strani soffi
    freddi;
    strane cose
    senza peso
    fluttuano
    nel silenzio
    della mia pupilla,
    emersa dal tremolio
    della palpebra ...
    da quel buco la mente
    da sempre
    filtra la realta';
    i fili di tungsteno,
    ragno incandescente,
    tizzoni nello specchio,
    s' avvicendano
    nella mia pupilla;
    trabocca
    lo sguardo di lividi,
    di crepuscoli minuti,
    di figure disperse,
    eteree, improvvise,
    e onde di lampi:
    la memoria.

  11. Un globo di lapislazuli
    e' fermo nella mia memoria,
    sospeso nel mezzo
    di una piazza festosa.

    Sento una bambina che piange.

    Questo silenzio senza vita
    mi avvolge, ogni giorno di piu',
    come un sudario.

    Raccolgo il mucchio di giorni
    che non ho saputo finire
    e m' incammino adagio incontro
    alla brava gente della fiera,
    brava gente paga del mondo
    (in un giorno lieto dondola
    ancora la luce della sorgente);
    nella sera dei piccoli fuochi
    distesi in terra (dei poveri belli
    per una sera), tenendosi per mano,
    lesinando i passi, lasciata
    la vita la vergogna la miseria
    ai margini della piazza, dietro le mura
    nelle vie sottili stracolme d' ombra,
    liberati i bambini, li incontro,
    sono costretto a seguirli,
    non li amo, e in loro vedo il mondo,
    e piango senza voce, come sognavo
    di fare da bambino (brava gente!);
    un sospiro profondo, e mi confondo
    con loro, con i loro cuori deserti
    in una galassia di farfalle.

    Una minuscola ballerina di sabbia
    mi sorride a onde
    dal suo angolo di mondo,
    streghe nude mi accarezzano
    e mi distraggono
    mentre cerco il suo profumo
    fra gli odori della folla,
    l' uomo di fuoco
    illumina lembi di notte
    con le vampe azzurrine del suo inferno,
    molti occhi del cerchio
    scrutano in quei buchi improvvisi,
    altri si ritraggono
    che la luce non li tocchi,
    altri siedono e aspettano,
    senza dire nulla,
    altri ridono,
    il venditore di giocattoli grida
    e agita miracoli di legno,
    i colori sono belli,
    mi fanno male,
    sento una bambina
    che piange vicino a me,
    un uomo rovista fra i giocattoli,
    e le dona qualcosa,
    mi volto verso la fine,
    e non c'e' nulla,
    mi volto verso la fine
    e non c'e' nulla ...
    mi volto verso la folla:
    il globo di lapislazuli
    e' di fronte a me,
    senza vita,
    fermo nel mio passato,
    mentre il resto della piazza
    mi sopravanza e si allontana,
    mano a mano scomparendo
    nelle ore della notte,
    mano a mano consumandosi
    nei vicoli e nelle case.

  12. I respiri falsi
    dietro il cespuglio.

    Strepito di farfalle
    e bambini per l' erba.

    Sgocciolio nero
    logorio fastidio
    che non finisce
    mai appiccicosa
    muffa di giorni.

    Senza poter
    vedere di la'
    dal muro
    il viso
    di quella voce.

    (Attratto
    di la' dal ciglio
    nella sua ombra
    infida striata
    di lividi raggi
    avvinghiato al
    moncone slabbrato
    morso
    corteccia putrida
    strillato rantolato
    per ore al gelo
    sul suolo sgombro
    risucchiato
    nella folla).

  13. La luna di rena,
    nel greto prosciugato del mare,
    e l' ultima carezza delle stelle
    soffocano i miei respiri.

    Ho voglia di sognare,
    e invento un altro futuro,
    intanto mi volto
    e ritorno, e penso
    che la mia vita e' un sogno.

    Non posso piu',
    non dopo aver passato
    tutte le sere ad ascoltare
    il cigolio degli astri,
    non dopo aver ripetuto
    ogni volta al buio:
    "un giorno, un giorno,
    verra' un giorno ...";
    ma fino a quel giorno ?

    Onde torbide, cantilene,
    una ragnatela ardente.
    Il sole, come un ragno,
    attraversa silenzioso la notte.

  14. Ho visto muoversi
    qualcuno in quell' angolo,
    come se fosse ancora vivo.

    Non voglio il suo denaro.

    Devo stare calmo; mi gira la testa.

    Mi chiama, mi chiamano, per nome.

    La macchia buia vortica
    nel chiarore dell' aurora.

    La mia mano disegna
    il suo volto nell' acqua,
    e tutto scompare,
    e compare di nuovo,
    abbagliante.

    Sono cieco: ho gli occhi
    ben aperti, ma non vedo
    che macchie formicolanti.
    Una punta scheggiata di prisma
    sta per lacerare la membrana.

    Qualcuno ride in quell' angolo,
    qualcuno respira alle mie spalle,
    qualcuno vola squittendo
    attorno al lampadario,
    qualcuno sorge dietro il tavolo,
    levando le mani al cielo,
    qualcuno cammina senza pace
    sulle pareti piegate dal peso del tempo
    e lui, il tempo del sole, mi osserva, mi giudica.
    Mi condanna.

  15. E io sono di nuovo rimasto solo.

    Ho paura; pullulano
    in ogni angolo, ostili,
    dietro i vetri sul vuoto.

    I loro pianti,
    gelati in occhi bianchi,
    si irradiano nel vuoto,
    e stillano fra le pietre
    delle loro tombe;
    ingombrano la mia solitudine,
    autunni abbandonati alla deriva,
    nel deserto dei cimiteri;
    parlano di loro
    le notti e i silenzi.

    Nei riverberi del paradiso,
    ai piedi della mia ombra,
    pullulano strazianti,
    riflessi senza nome,
    echi senza nome,
    il fascio incolore dei vivi,
    le nebbie di nessuno.

    Ma qualcuno rovista ancora
    nella mia vita, folle e puerile.

    Sento la mia voce tra le cose,
    ma non so quello che sto dicendo:
    forse mi chiamo soltanto,
    forse mi compiango,
    forse mi capisco.

    Li guardo allontanarsi;
    penso ai cuori
    che sono stati loro strappati
    e fatti polvere,
    penso ai bagliori inermi, al caso.

    Sommersi dal mio sguardo
    di tormenti offese rimpianti,
    i roghi informi fra le macerie,
    feste interminabili
    che risalgono dal fondale,
    come strascichi di soli invernali
    velati di fumo di neve,
    atrraversano questa stanza
    inanimata, inaridita, e dilagano,
    traboccano dal crepuscolo;
    si ritraggono nella penombra
    dopo essere bruciati a lungo;
    scompaiono, inghiottiti
    dalle cose, e dalla voce,
    i loro lividi guizzanti s' impigliano
    nelle ragnatele della memoria.

    La mia voce non sa piu' carezzare,
    tormenta la memoria,
    s' insinua fra quelle polveri,
    artiglia spettrali mulinelli di brace,
    balzando di rovina in rovina
    ammorba torrenti di cose,
    si contrae, sussulta, esplode
    fino in fondo al cielo,
    fetida bava di biscia.

    Eppure, dimenticata dagli altri
    su quell' orlo di sonno,
    i fantasmi le parlano,
    come a un feto o a un soffione,
    provenendo da ogni direzione,
    inivisibili in ogni punto del cielo,
    sorsi di voce rinchiusi
    in un grido unanime
    che sovrasta il mio,
    parlano di me,
    e del mio lamento,
    dal vuoto delle orbite
    nel cielo eterno,
    maschere fisse per sempre,
    identiche, cieche e farnetiche,
    attizzate dal mio pianto.

    Mi sento piangere nel buio.

    Ma il vuoto dei loro occhi,
    la rabbia fredda ...
    i loro occhi mi guardano:
    sono io il loro pianto,
    io posso ancora vivere.

    Evocato da queste pareti,
    il loro bisbiglio,
    prima di svanire, trepida:
    "noi vivremo di nuovo!"
    ed e' come se mi salvasse
    la vita ogni mattina.

    E li ascolto venire,
    uno alla volta,
    i fiori luminosi della notte,
    i sogni, i lampi di volti
    che parlano senza muovere le labbra,
    che osservo senza aprire gli occhi;
    come un' eco di tante voci
    che danza tra un pendio
    e l' altro dell' abisso;
    persi e ritrovati
    nelle loro orbite
    dal cannocchiale della memoria,
    infaticabile e perfido sole
    in tutto quel buio.

    Lasciatemi dormire!

    Passano l' uno dopo l' altro
    sulla mia anima, come asteroidi
    trafitti dallo spillo del sole,
    cospargendola di minuscole eclissi.

  16. Un vascello
    dorato
    sulla crosta
    dell' oceano
    frange le onde
    verdi di luna,
    le vele gonfie
    la spuma
    bianca.

    Tutti senza
    rifugio
    aspettiamo
    i sogni che
    non si avverano
    dal vuoto
    un' ombra
    soffia
    polvere.

  17. Solo sulla spiaggia,
    il naufrago sfoglia un almanacco,
    e l' oceano bisbiglia come se pregasse.

    Un ciuffo di foglie cade in acqua.

    Quando si e' voltato, ho riconosciuto
    il suo sguardo: sono io.

    Un cunicolo conduce alla spiaggia
    in un buco pieno di sassi brillanti;
    una candela nella miniera illumina
    le braccia nere del mio schiavo.

    Ho con me la mappa del tesoro; dovro' uccidere
    il negro, quando avra' trovato la cassa.

    Sto confondendo il nascondiglio del tesoro
    e la miniera di smeraldi,
    ma e' la stessa storia: io lo sorveglio
    mentre scava e lo uccidero' quando
    avra' finito, quando io saro' ricco;
    la terra e' intrisa del suo sudore.

    Torno sulla spiaggia, a vigilare
    che nessuno ci scopra, e sfoglio
    di nuovo l' almanacco; manca una pagina,
    lo getto in acqua.

    Il tonfo mi investe e mi getta in terra.

    Mi accorgo che il volto del marinaio e' cambiato:
    e' lei, la regina del lago.

    Si rialza stordita,
    tenendosi il capo con le mani.

    Va barcollando verso il ruscello
    che alimenta il lago; si lava
    le ferite, si specchia, si accorge
    che non sono piu' io.

    Entra nel cunicolo, facendosi largo
    fra i cadaveri mutilati dei negri;
    impugna il frustino.

    Il suo schiavo e' accucciato
    in un angolo dell' oscurita',
    e' senza forze, sanguina,
    respira con affanno.

    Le si avvicina implorando
    e strisciando sulle ginocchia,
    le bacia i piedi, poi urla
    perche' lei l' ha colpito,
    cade riverso e lo vedo: sono io.

    Non capisco, ho le tasche piene di smeraldi;
    qualcuno ha chiamato di fuori;
    esce, ma ritorna subito brandendo
    il frustino, e mi colpisce di nuovo.

    Qualcuno la chiama ancora; prima
    di andarsene, mi scaglia addosso l' almanacco.

    Fuori si picchiano, urlano, qualcuno muore.

    Lei rotola giu' per la scarpata,
    senza vita, e poi nell' acqua, affondando.

    Raccolgo il berretto che mi e' caduto
    durante la lotta, mi ricompongo,
    e torno nella miniera.

    Adesso che ho ucciso il negro,
    il tesoro e' tutto mio; come luccica!

    E' mio; sfoglio l' almanacco,
    e l' oceano bisbiglia come se piangesse.

    Aspetto la nave che mi riportera'
    a casa, comincio a sentirmi solo,
    si fa notte, ho sonno.

    Dormo sulla spiaggia,
    la marea mi lambisce,
    la luna mi inghiotte.

    Devo trovare un buon motivo
    per risvegliarmi domani.


    Unghie d' Oro Fino