Sono giunto con affanno ai vent' anni
strisciando rasente il muro,
ingobbito dalla paura,
muto nel risucchio,
spauracchio per chi non so:
rassomiglio un piccolo roditore
dal pelame morbido e chiaro,
che scavi con le unghie
tra le zolle le sue tane,
come se cercasse qualcosa
andato perduto, o come
se volesse ogni istante
un rifugio in cui nascondersi.
Sono sempre stato fra queste pareti,
e con quest' ombra.
Un tempo ero curioso di sapere
com' e' fatto il cielo;
adesso che ne conosco
la gran parte, sento
di preferirmi qui:
ho capito cosi' bene
queste pareti ...
Ogni volta, prima di entrare,
sto sulla soglia qualche attimo
a contemplare l' interno del mio mondo,
la mia anima paziente
intenta a fare e disfare
le ore della mia vita;
temo soltanto gli echi perduti nel cielo,
come un agguato di infiniti.
Da quella soglia riconosco al buio
i contorni dei mobili
sotto un dito di polvere;
mentre richiudo la porta,
dall' ultimo spiraglio
un soffio d' aria fresca
mi scivola sul viso.
Accendo la luce:
lo specchio, una ragnatela
fitta di crepe, riflette
i miei passi.
Non mi posso separare da quest' infanzia,
sogno rauco e rugginoso,
e dall' odore d' eterno che esala
dalla soglia di quel sogno.
I rintocchi limpidi,
un gruppo d' ombre, mute,
un' ombra sola,
sulla pietra arcaica.
Non smettono di parlare.
Tra poco la linea dei soli
si frantumera', e ogni favilla
spenta sara', come magi
che tornino da un tempo infinito,
la fine delle mie paure,
il sonno, favole.
Una goccia di fuoco
guizza nell' aria:
il fuoco nello specchio !
E un nodo d' acqua,
in un futuro immaginario.
La minuscola tana del trepestio
che mi desta ogni notte
e' di nuovo colma di carogne
imbalsamate d' insetti.
Dentro l' antro a vescica
il mio sguardo si perde,
uncinato dalla paura
primitiva e reboante del nero,
del sorriso tenue dei ragni,
nel cielo senza limiti
in cui riposa da sempre, ignota,
la verita' dei morti,
e di tutte le loro morti,
e, muto, si posa farfalla
su quell' universo putrido,
dimeticato, profondo chiuso
fitto di zampette ruvide,
che vela di polvere
la quiete la noia
la cenere dei miei passi.
Sono imprigionato nei fili
tessuti ovunque,
impronte senza nome,
al buio, nel bisbiglio
allusivo e perpetuo
della sveglia,
in un vuoto di vento.
("non toccare il cuore !")
Il soffitto ogni giorno piu' basso,
le sue ragnatele sempre piu' vicine,
mi fanno pensare a quando me ne andro',
senza ricordi che non siano
ricordi di ricordi: quante stanze
e quanti cieli dovro' conoscere
prima di poter tornare indietro ?
Una volta,
fra i rigetti del mare,
scovai un po' di me stesso,
voci e voci
sulla forma sognante,
uscite dalla sua ombra,
il mio cuore, antico,
stella oscura
fredda, cupa fiamma,
cupo silenzio,
volti e volti
nella catena di onde, profumati,
sorti e affondati
in un attimo ...
svelai qualcosa d' azzurro
celato dalla notte.
Ma la ragnatela
non si spezzo':
piansi disperando,
in un futuro immaginario,
rannicchiato dentro un buco
in mezzo ai cadaveri.
Ho sentito la voce
della bambina dei vicini,
sibilante e infida
come ogni sera,
nascosta dietro le pareti
in un angolo di giochi.
Quella voce preziosa,
fatta di fantasie
che moriranno dimenticate
e di mondi che sprofonderanno
negli abissi del tempo,
quella voce mi ricorda
un' altra stanza,
distesa sterminata
di oggetti e di nomi
che sapevo recitare a memoria.
Vagavo ogni giorno fra quelle forme,
ascoltavo i rumori e le grida,
segnali dei loro giochi,
dai vuoti delle pareti,
i ticchettii dei passanti,
lo scrosciare di gocce
minute e affettuose
sull' asfalto impaludato,
le voci cresciute con me
trafitte dalla rabbia
veloce del traffico,
tutto il mondo
che non potevo vedere
in quella stanza cosi' alta,
ancora troppo piccolo
per arrivare ad affacciarmi.
Vagavo fra quelle forme,
osservavo i riflessi falsi
sui vetri smerigliati,
il frammento di arcobaleno
vicino a una penna senz' ombra,
il sorriso cupo del lampadario
appeso a quel cielo bianco,
sporco di insetti e di ragnatele,
cosi' alto, cosi' lontano,
e il piccolo pezzo di mondo,
azzurro di cielo vero,
cenere di nubi
soffiate via a batuffoli,
e porpora di tetti,
che scorgevo rannicchiato
nell' angolo opposto;
vagavo ogni istante
nel corso del giorno,
finche' la sera confondeva
tutte le mie certezze,
e mi sentivo abbandonato
in un deserto di ombre,
come se un' enorme ragnatela
fosse calata dal soffitto
e si fosse distesa
su tutto il mondo,
oppure soltanto
sui miei occhi.
Avevo paura dei ragni:
i ragni sanno camminare
col capo all' ingiu',
i ragni non fanno rumore,
neppure il ronzio
delle mosche.
Levavo gli occhi al soffitto
per contemplare un mistero
che non avrei mai svelato:
nel vuoto dilaniato dalla penombra,
sotto, e sopra, il silenzio denso,
le cose che tenevo in mano
scomparivano ad una ad una;
mia madre veniva a vestirmi
e rivestirmi.
Indossavo un altro abito
per un' altra cerimonia.
Varco il silenzio,
la terra coperta di croci,
il buio rovinato sull' erba;
e passeggio.
La voce incalza
tenera e fastidiosa.
Uomini feroci,
selvaggi e violenti,
uomini soli,
sconosciuti, accaniti,
mi rincorrono,
spariscono a tratti nell' ombra.
Per anni e anni
li ho fuggiti,
anni ed anni ...
le ombre in terra si confondono,
rantolando.
E si confondono,
rantolando,
i loro profili aguzzi,
tagliati nella pietra antica
(la bocca semiaperta,
e le palpebre chiuse,
per sempre);
un rintocco di campane;
saluti gutturali;
lo scalpiccio dei loro passi
lungo i muri delle case,
l' eco in una piazzetta deserta;
dalle finestre mute
baleni di vite, le solite,
fiacche e paurose,
nella gran luce
di quei pezzi d' altro
che non so dire.
Il sentiero
sale e si svolge,
aggirando un cortile
e poi l' altro, deserti
di ciottoli e ghiaia
alla tenue luce del borgo;
le loro impronte
mi precedono, e mi seguono.
Una porta si spalanca,
e uno scheletro buio
pigola al suo amore lontano.
Dei vecchi
sporgono da un balcone,
trepidano, si rialzano,
strisciano dentro,
mormorando.
Qualche legno rimbalza
nei giri del vento
sui cubetti divelti,
arruffati, del selciato.
Due gatti
blaterano in fondo
a un' ombra contro
una grondaia schiodata.
Una bambina
traversa il vicolo
di corsa, la gonna
e le calzine bianche
sporche di sangue.
Il loro brusio
alle mie spalle
incendia la notte;
e la cenere mi sommerge.
I rintocchi si fermano. Arranco
sotto un lampione mezzo spento.
Un riso sguaiato
si spande per la via
e chiude il corteo.
In alto
lungo la notte
brillano e sussultano
i fuochi, la festa
lontana, in alto,
girandole di faville,
accese, crepitanti, in alto,
lontano, esplodono.
Vive,
ancora, vive,
ancora viva,
la lunga notte,
specchio dell' eternita'
che li protegge;
torrida, trivella
la mia povera mente.
Chino gli occhi feriti
brulicanti di cose mai capite;
sono stanco, tanto,
di camminare, e fuggire,
sempre.
Voglio
riposare un po':
la luna oscilla,
come un pendolo d' argento
in una camera buia;
coma un ragno la notte,
come un gorgo,
la notte.
Cerco nei segni del mio volto
il mistero dello specchio.
In un mondo abitato da spettri,
al di la' della vita,
ho nascosto il mio tesoro,
un' echo senza suono,
uno spazio aperto
di voli di luce
e rintocchi di buio,
un sosia di me stesso
crocefisso nelle sabbie mobili,
pazzi e morti librati nella mente,
ad esistere ancora,
per un' altra vita,
in un mondo migliore: di qui
si vede il mondo.
Il mondo e' morto,
seppelliamolo: le ossa della primavera
sotto un mucchio di neve,
i resti dell' inverno
in un fuoco spento.
Lasciatemi gridare senza voce,
un sospiro profondo piu' del vento
scende adagio nei recessi del mio cuore,
e lo sguardo che vomito nello specchio,
lo sguardo che condanno,
lo sguardo senza origine,
trascorre il suo passato splendore
nella gioia di questo vuoto.
Il silenzio dell' ultimo sole
e quelle voci che fuggono
da porte misteriose e mi avvolgono,
mi cullano, perfide, acuminate ...
dovunque e sempre il tempo.
La notte e' un' ombra che torna,
e sembra che torni
da un tempo infinito.
Cara terra,
farfalla dell' universo ...
la sera spande sui vivi e sui morti
l' ombra triste delle tue ali;
cara terra, foglia morta
che cadi nel cosmo ...
nelle tue vene
profuma linfa calda,
cara ed ignota; il cielo,
immenso ed ignoto, porta
il suo carico di galassie e firmamenti,
porta vite mute verso la fine
che nessuno ancora conosce:
dai borghi del cosmo le feste immani
dei soli, dalle lontane luci nere
per vie buie e vuote le onde
senza suono, un vento morto, da mondi
che languono al limitare dei mondi
le ceneri di tutta la luce ...
cara terra,
con quant' ansia t' inerpichi
per i sentieri segreti !
qualcuno, qualcosa, ti chiama ?
chi ? cosa ? dove ? ha il senso
della morte, piu' che della vita,
questo fuggire la sorgente,
allontanarsi trafelata
per perdersi nel deserto,
in solitudine, ogni momento di piu':
ritornerai mai ? il fuoco bambino
che racchiudi nel grembo
dove nascera' ? nascera' ? s' inaridira'
come il fiume del tempo,
e la luna dei tuoi rimpianti
che porti con te.
La mia pupilla
nello specchio,
ultima primavera,
quiete,
e sorrisi;
un' ombra
sprofonda,
un canto
tace
segreto;
strane cose
nella sua luce nera,
strani soffi
freddi;
strane cose
senza peso
fluttuano
nel silenzio
della mia pupilla,
emersa dal tremolio
della palpebra ...
da quel buco la mente
da sempre
filtra la realta';
i fili di tungsteno,
ragno incandescente,
tizzoni nello specchio,
s' avvicendano
nella mia pupilla;
trabocca
lo sguardo di lividi,
di crepuscoli minuti,
di figure disperse,
eteree, improvvise,
e onde di lampi:
la memoria.
Un globo di lapislazuli
e' fermo nella mia memoria,
sospeso nel mezzo
di una piazza festosa.
Sento una bambina che piange.
Questo silenzio senza vita
mi avvolge, ogni giorno di piu',
come un sudario.
Raccolgo il mucchio di giorni
che non ho saputo finire
e m' incammino adagio incontro
alla brava gente della fiera,
brava gente paga del mondo
(in un giorno lieto dondola
ancora la luce della sorgente);
nella sera dei piccoli fuochi
distesi in terra (dei poveri belli
per una sera), tenendosi per mano,
lesinando i passi, lasciata
la vita la vergogna la miseria
ai margini della piazza, dietro le mura
nelle vie sottili stracolme d' ombra,
liberati i bambini, li incontro,
sono costretto a seguirli,
non li amo, e in loro vedo il mondo,
e piango senza voce, come sognavo
di fare da bambino (brava gente!);
un sospiro profondo, e mi confondo
con loro, con i loro cuori deserti
in una galassia di farfalle.
Una minuscola ballerina di sabbia
mi sorride a onde
dal suo angolo di mondo,
streghe nude mi accarezzano
e mi distraggono
mentre cerco il suo profumo
fra gli odori della folla,
l' uomo di fuoco
illumina lembi di notte
con le vampe azzurrine del suo inferno,
molti occhi del cerchio
scrutano in quei buchi improvvisi,
altri si ritraggono
che la luce non li tocchi,
altri siedono e aspettano,
senza dire nulla,
altri ridono,
il venditore di giocattoli grida
e agita miracoli di legno,
i colori sono belli,
mi fanno male,
sento una bambina
che piange vicino a me,
un uomo rovista fra i giocattoli,
e le dona qualcosa,
mi volto verso la fine,
e non c'e' nulla,
mi volto verso la fine
e non c'e' nulla ...
mi volto verso la folla:
il globo di lapislazuli
e' di fronte a me,
senza vita,
fermo nel mio passato,
mentre il resto della piazza
mi sopravanza e si allontana,
mano a mano scomparendo
nelle ore della notte,
mano a mano consumandosi
nei vicoli e nelle case.
I respiri falsi
dietro il cespuglio.
Strepito di farfalle
e bambini per l' erba.
Sgocciolio nero
logorio fastidio
che non finisce
mai appiccicosa
muffa di giorni.
Senza poter
vedere di la'
dal muro
il viso
di quella voce.
(Attratto
di la' dal ciglio
nella sua ombra
infida striata
di lividi raggi
avvinghiato al
moncone slabbrato
morso
corteccia putrida
strillato rantolato
per ore al gelo
sul suolo sgombro
risucchiato
nella folla).
La luna di rena,
nel greto prosciugato del mare,
e l' ultima carezza delle stelle
soffocano i miei respiri.
Ho voglia di sognare,
e invento un altro futuro,
intanto mi volto
e ritorno, e penso
che la mia vita e' un sogno.
Non posso piu',
non dopo aver passato
tutte le sere ad ascoltare
il cigolio degli astri,
non dopo aver ripetuto
ogni volta al buio:
"un giorno, un giorno,
verra' un giorno ...";
ma fino a quel giorno ?
Onde torbide, cantilene,
una ragnatela ardente.
Il sole, come un ragno,
attraversa silenzioso la notte.
Ho visto muoversi
qualcuno in quell' angolo,
come se fosse ancora vivo.
Non voglio il suo denaro.
Devo stare calmo; mi gira la testa.
Mi chiama, mi chiamano, per nome.
La macchia buia vortica
nel chiarore dell' aurora.
La mia mano disegna
il suo volto nell' acqua,
e tutto scompare,
e compare di nuovo,
abbagliante.
Sono cieco: ho gli occhi
ben aperti, ma non vedo
che macchie formicolanti.
Una punta scheggiata di prisma
sta per lacerare la membrana.
Qualcuno ride in quell' angolo,
qualcuno respira alle mie spalle,
qualcuno vola squittendo
attorno al lampadario,
qualcuno sorge dietro il tavolo,
levando le mani al cielo,
qualcuno cammina senza pace
sulle pareti piegate dal peso del tempo
e lui, il tempo del sole, mi osserva, mi giudica.
Mi condanna.
E io sono di nuovo rimasto solo.
Ho paura; pullulano
in ogni angolo, ostili,
dietro i vetri sul vuoto.
I loro pianti,
gelati in occhi bianchi,
si irradiano nel vuoto,
e stillano fra le pietre
delle loro tombe;
ingombrano la mia solitudine,
autunni abbandonati alla deriva,
nel deserto dei cimiteri;
parlano di loro
le notti e i silenzi.
Nei riverberi del paradiso,
ai piedi della mia ombra,
pullulano strazianti,
riflessi senza nome,
echi senza nome,
il fascio incolore dei vivi,
le nebbie di nessuno.
Ma qualcuno rovista ancora
nella mia vita, folle e puerile.
Sento la mia voce tra le cose,
ma non so quello che sto dicendo:
forse mi chiamo soltanto,
forse mi compiango,
forse mi capisco.
Li guardo allontanarsi;
penso ai cuori
che sono stati loro strappati
e fatti polvere,
penso ai bagliori inermi, al caso.
Sommersi dal mio sguardo
di tormenti offese rimpianti,
i roghi informi fra le macerie,
feste interminabili
che risalgono dal fondale,
come strascichi di soli invernali
velati di fumo di neve,
atrraversano questa stanza
inanimata, inaridita, e dilagano,
traboccano dal crepuscolo;
si ritraggono nella penombra
dopo essere bruciati a lungo;
scompaiono, inghiottiti
dalle cose, e dalla voce,
i loro lividi guizzanti s' impigliano
nelle ragnatele della memoria.
La mia voce non sa piu' carezzare,
tormenta la memoria,
s' insinua fra quelle polveri,
artiglia spettrali mulinelli di brace,
balzando di rovina in rovina
ammorba torrenti di cose,
si contrae, sussulta, esplode
fino in fondo al cielo,
fetida bava di biscia.
Eppure, dimenticata dagli altri
su quell' orlo di sonno,
i fantasmi le parlano,
come a un feto o a un soffione,
provenendo da ogni direzione,
inivisibili in ogni punto del cielo,
sorsi di voce rinchiusi
in un grido unanime
che sovrasta il mio,
parlano di me,
e del mio lamento,
dal vuoto delle orbite
nel cielo eterno,
maschere fisse per sempre,
identiche, cieche e farnetiche,
attizzate dal mio pianto.
Mi sento piangere nel buio.
Ma il vuoto dei loro occhi,
la rabbia fredda ...
i loro occhi mi guardano:
sono io il loro pianto,
io posso ancora vivere.
Evocato da queste pareti,
il loro bisbiglio,
prima di svanire, trepida:
"noi vivremo di nuovo!"
ed e' come se mi salvasse
la vita ogni mattina.
E li ascolto venire,
uno alla volta,
i fiori luminosi della notte,
i sogni, i lampi di volti
che parlano senza muovere le labbra,
che osservo senza aprire gli occhi;
come un' eco di tante voci
che danza tra un pendio
e l' altro dell' abisso;
persi e ritrovati
nelle loro orbite
dal cannocchiale della memoria,
infaticabile e perfido sole
in tutto quel buio.
Lasciatemi dormire!
Passano l' uno dopo l' altro
sulla mia anima, come asteroidi
trafitti dallo spillo del sole,
cospargendola di minuscole eclissi.
Un vascello
dorato
sulla crosta
dell' oceano
frange le onde
verdi di luna,
le vele gonfie
la spuma
bianca.
Tutti senza
rifugio
aspettiamo
i sogni che
non si avverano
dal vuoto
un' ombra
soffia
polvere.
Solo sulla spiaggia,
il naufrago sfoglia un almanacco,
e l' oceano bisbiglia come se pregasse.
Un ciuffo di foglie cade in acqua.
Quando si e' voltato, ho riconosciuto
il suo sguardo: sono io.
Un cunicolo conduce alla spiaggia
in un buco pieno di sassi brillanti;
una candela nella miniera illumina
le braccia nere del mio schiavo.
Ho con me la mappa del tesoro; dovro' uccidere
il negro, quando avra' trovato la cassa.
Sto confondendo il nascondiglio del tesoro
e la miniera di smeraldi,
ma e' la stessa storia: io lo sorveglio
mentre scava e lo uccidero' quando
avra' finito, quando io saro' ricco;
la terra e' intrisa del suo sudore.
Torno sulla spiaggia, a vigilare
che nessuno ci scopra, e sfoglio
di nuovo l' almanacco; manca una pagina,
lo getto in acqua.
Il tonfo mi investe e mi getta in terra.
Mi accorgo che il volto del marinaio e' cambiato:
e' lei, la regina del lago.
Si rialza stordita,
tenendosi il capo con le mani.
Va barcollando verso il ruscello
che alimenta il lago; si lava
le ferite, si specchia, si accorge
che non sono piu' io.
Entra nel cunicolo, facendosi largo
fra i cadaveri mutilati dei negri;
impugna il frustino.
Il suo schiavo e' accucciato
in un angolo dell' oscurita',
e' senza forze, sanguina,
respira con affanno.
Le si avvicina implorando
e strisciando sulle ginocchia,
le bacia i piedi, poi urla
perche' lei l' ha colpito,
cade riverso e lo vedo: sono io.
Non capisco, ho le tasche piene di smeraldi;
qualcuno ha chiamato di fuori;
esce, ma ritorna subito brandendo
il frustino, e mi colpisce di nuovo.
Qualcuno la chiama ancora; prima
di andarsene, mi scaglia addosso l' almanacco.
Fuori si picchiano, urlano, qualcuno muore.
Lei rotola giu' per la scarpata,
senza vita, e poi nell' acqua, affondando.
Raccolgo il berretto che mi e' caduto
durante la lotta, mi ricompongo,
e torno nella miniera.
Adesso che ho ucciso il negro,
il tesoro e' tutto mio; come luccica!
E' mio; sfoglio l' almanacco,
e l' oceano bisbiglia come se piangesse.
Aspetto la nave che mi riportera'
a casa, comincio a sentirmi solo,
si fa notte, ho sonno.
Dormo sulla spiaggia,
la marea mi lambisce,
la luna mi inghiotte.
Devo trovare un buon motivo
per risvegliarmi domani.