Putrefatta e divorata dalle fiamme del mattino,
la notte si accascio' sulla terra,
e subito non fu che una piccola ombra.
(Anche tu, figlia prediletta del cielo,
estinta nel terrore dell' amore:
posso ascoltarti e sperare di vivere ancora ?
il passato mormora al mio orecchio:
"la polvere d' oro sparsa sulle ali
non e' cio' che troverai nei recessi del cuore;
dal cuore non potrai ritornare;
vivrai chiuso in uno scrigno,
le tue gesta leggende,
le tue parole ricordi").
Intimorito dal vento
che emana dalla ferita,
soppeso ogni foglia secca dell' anima.
Sedeva di fronte a me, come quasi ogni giorno,
nel suo ufficio. Camminavo nel suo respiro.
Fra noi luccicavano i fogli del suo lavoro
ammucchiati in un angolo della scrivania.
Con il capo un po' inclinato da un lato
fissava il fermaglio che teneva stropicciato
fra le dita, aspettando che le rispondessi.
Io, in piedi, appoggiato alla parete,
la osservavo come di nascosto.
Lei soggiunse: "sai che ti voglio bene?";
e levo' il capo per vedermi arrossire.
Volsi lo sguardo verso la finestra,
che dava su un altro palazzo e poi sulla citta',
e poi, piu' oltre ancora.
Non le credevo, ma non potevo dirlo;
e non capivo neppure bene cosa volesse dirmi.
Di tanto in tanto qualcuno passava
assorto nel corridoio e ci salutava.
"Hai paura di me ?"
Tornai a guardarla, pensando
che non potevo rimanere li' senza dire nulla.
Mi feci forza e risposi di no.
E, pallido in quel buio di anime,
mi voltai verso il sole.
Il suo disperato fuoco,
malinconia eterna degli astri
condannati a bruciare fino alla fine,
e l' orrendo segreto che ne fu causa,
mi distrassero per un momento.
Posavamo come due burattini, atomi del mondo anche noi.
Un velo intessuto da mani scheletriche nascose il sole.
"Forse domani piovera'": mi contorcevo nella vergogna.
Poso' il fermaglio, e protese la mano
verso i miei singhiozzi repressi.
Ma non bastava quel gesto
per tirarmi fuori dal deserto.
"Dove sei con la mente?"
Il suo spettro fiammeggiante roteava in cielo;
e le sue magre dita puntate sul mio corpo erano raggi,
fili tesi fra noi due, cosi' sottili e fragili,
eppure cosi' dolorosi; le sue unghie affilate
si conficcavano nella mia mente.
Irradio' un sorriso cattivo,
poi la sua bocca si sfece dietro un velo di fumo,
forse annoiata dalla mia timidezza.
Il respiro pulsava,
e io mi addentravo nelle sue vene.
Un brusio di vita si diffuse nell' universo,
turbando il sonno eterno, e come il cigolio
di un cancello richiuso.
Sentii come un fiume fra noi, un fiume che straripava
a mano a mano che quel nostro silenzio durava,
inondando le rive opposte su cui ci eravamo salvati,
riempiendo il vuoto che ci separava.
Il livello si alzo' ancora,
finche' l' acqua lambi' i nostri corpi muti,
gia' distanti una vita intera.
E il fiume era ormai il mare, e cominciammo a correre,
inseguiti dall' onda ciascuno sulla propria spiaggia,
allontanandoci ancor piu' l' una dall' altro.
Quando mi voltai di nuovo,
era ormai scomparsa dal mio orizzonte.
Allora, e solo allora, mi fermai,
e chinai lo sguardo sulla sabbia.
Anche il mare tacque, e davanti a me,
e ovunque intorno, era deserto limpido,
e il miraggio di prima, appena svanito,
era rigettato indietro con ribrezzo,
e scendeva nelle spire della memoria,
senza peso, come una piuma lasciata
cadere dalla cima di una torre
nell' afa che rallenta il tempo.
Nella sabbia del sole bianco,
brulicante di luci e di altri miraggi,
erano nascosti anche i suoi passi,
e io, annaspando come cieco
fra spruzzi di caldo bianco,
vi nascondevo i miei.
Ci cercavamo come due fantasmi
soli nell' eternita'.
(Ma io dove sono stato in tutto questo tempo ?)
Eri cosi' sola, dentro quel buco di sole:
come un ragno, un piccolo ragno rosa,
tessevi if ili del tuo sonno,
e me li appiccicavi addosso.
Non sapevo sfuggire alle tue dita,
non sapevo proteggere le mie ali.
Non sono sfuggito neppure alla tua vita:
ma alla tua notte, si', ho saputo
proteggere la mia notte.
Tessevi in quel piccolo pertugio del mio cuore.
Ma io proprio non so dove sono stato tutto questo tempo;
di quest' estate non so altro che un po' di te).
Io affondavo nella coscienza molle e inquieta.
(E' il mio buco; dentro quel buco
posso piangere e avere paura).
E in quel sogno lontano,
ogni ora di piu' nel mio tempo,
sentivo la voce, la voce di quest' altra,
una voce deserta.
In un pomeriggio di sole vidi brillare il mondo
sulla capocchia di uno spillo; e quello spillo
era conficcato nelle mie ali.
Quel rumore, rumori di corpi, che mi ricorda lei,
adesso che e' cosi' lontana, quel silenzio cupo,
ossessivo, pregno di miraggi, m' incute ancora paura.
Ogni notte spengo la luce, e rimango sospeso
fra due falde di cielo, abbracciato stretto al mio sogno,
mentre il soffitto riflette buio sul mio volto;
e i miei occhi non sono che nuvole di polvere.
(Rigagnoli di luce
scendono l' universo,
il fiume striscia
e si sdipana silenzioso,
per alvei infocati
sotto le volte oscure,
nell' eco infinita;
macchie, lacci, punti,
in lenta fila,
si sgranano
contro le rughe
e i frastagli estremi
della notte;
l' universo
s' allarga,
e rotea, scuro,
e denso
come nube
di tempesta;
incombe
un fiato pesante
di stelle sepolte
dentro il buio feroce
e stridulo
del mondo reale;
da un pertugio,
in qualche punto
della volta
(breccia
nella diga),
straripa un oceano,
a lungo trattenuto,
di lava bianca;
e ancora
non s'e' fermata
l' eco sguaiata
del primo croscio,
nel silenzio
che pareva diventato
eterno,
che gia' divampa
un' altra falla,
altri fiotti,
e altri ancora,
tutt' intorno;
in ogni punto
del cielo
esplode una bolla,
e faville di spuma,
per un attimo
sospese nel vuoto,
piombano
a capofitto,
rincorse
da un vomito
che s' ingrossa,
sfiata, e rovina,
col peso di tutto
l' universo
ch' e' di fuori;
e l' arco
s' incrina,
una crepa
corre veloce,
sibilando,
e mugghiando;
si torce,
e ritorce,
spasmo,
farnetico ...
Un baleno,
uno schizzo piu' violento
nel turbine del resto;
con un rombo
remoto nel tempo,
il mondo frana,
il grumo si sfalda,
in terra non rimane
che l' acqua sudicia
di qualche pozzanghera,
e il vocio confuso
di un fiume limaccioso
che ruzzola lontano;
in cielo
un sipario di nuvole,
e a mezz' aria
le carambole di un foglio
tormentato dal vento;
dall' alto
un faro immenso
gira l' occhio
lucido rovente
sui ruderi deserti:
non s'e' salvato
nessuno,
neppure io ...
morto
dentro un pozzo.
Tutti
annegheremo
tutti,
garriremo
negli spruzzi
d' argento,
ciuffi;
e affonderemo
come velieri
carichi d' ori;
per noi mai piu'
moli e dune ne'
la sabbia umida
che i bambini
imbrattano
di castelli
fino a sera
fino a quando
il buio
come un' onda
piu' forte
glieli cancella
tutti;
risalivamo
la notte
e ci siamo
perduti.
una tela di ragno,
intessuta
con fili di pietra;
lei
in capo a quel raggio;
un morso, uno strappo,
ali tese; un aquilone,
gia' lontano ...
e' lei
il segreto del gorgo,
lei il mistero
di quel battito
nel grembo vuoto;
il tempo
si allontana
si perde
in un vuoto
diverso.
L' ombra sale,
curva,
senza occhi,
da una voragine
accesa,
prigione;
il mondo,
impiastricciato
di scheletri
di stelle,
rintanato
nei gorghi
dell' aurora,
dorme ancora;
il gioco
e' finito;
ma nessuno sa
chi ha vinto,
e chi ha perso;
sotto le volte
sterminate
un lugubre
vagito e' strisciato
per ore
e anni
prima che
nel sonno
tacesse
per sempre.)
Sapevo soltanto pensare
"non dovresti ridere cosi' di me"
e aspettare che lei ripetesse la domanda.
"Ho bisogno degli altri:
da sola non valgo niente".
Respiravo tutto il giorno
il profumo di quella vita sprecata.
Sei scomparsa anche tu,
come gli altri, come tutti.
Non avevo niente da dirti,
ma vorrei che tu mi avessi capito.
"non ti sei mai accorta che ti sento quanto ridi ?"
La sua stridula risata finiva quasi subito
nel solito silenzio.
Era come un passato irreale,
popolato di mostri e di noi due.
I mostri sono ancora qui, intorno a me, oggi.
Li sento latrare, sento il loro affanno.
Non vivono piu', ma ricordano di essere stati vivi.
Mi spiano, mi seguono.
Sento il loro affanno dentro la mia ombra.
Una maschera di bambino:
"Apri la mano: ecco,
ti dono un pezzo del mio cuore,
ma ricorda, per favore,
che mi ha fatto male strapparlo via;
questo e' il primo pezzo di cuore
che do a qualcuno;
e ho tanta voglia di piangere,
ma non davanti a te"
I mostri sghignazzano nelle loro tane.
Dietro le pareti, ridono.
Noi due, soli, sussurriamo le nostre parole
in un cantuccio di mondo abbandonato.
"Quando non avrai piu' nulla da fare,
io me ne saro' gia' andato,
e non potremo piu' parlare.
Quante cose non ci siamo mai dette !
So che non me lo perdonero'."
Il respiro cesso', l' eco si spense.
Un vento lieve e desolato tremo' sul corso del tempo.
Rimase un alone di sguardi e di silenzi.
E, dentro di me, io le risposi,
scrivendo sul suo viso con l' inchiostro del tempo:
"qui giace una persona sprecata,
che visse un solo giorno,
e che la notte si addormento',
senza aver trovato un buon motivo per risvegliarsi;
si disse che era stata assassinata da un pazzo
a cui non volle restituire il pezzo di cuore
che le aveva affidato; ma non fu cosi':
da tempo ormai era morto il desiderio di vivere,
da tempo dentro il suo corpo era il freddo
e nient' altro".
Ma aspetto' invano che io parlassi.
Usci' dalle sue labbra di faglia come una brezza leggera:
"Perche' mi hai telefonato ? Volevi dirmi qualcosa ?
C'e' qualcosa che non mi hai mai detto ?"
Nella mia mente cominciava intanto un discorso immenso,
brani di quell' estate e segni di sempre,
paure che un tempo ebbero un senso.
La voce si placo', forse paga del mio terrore,
e accosto' il suo viso all' ombra della parete.
I suoi occhi, vortici di angoscia e solitudine,
quasi creature viventi, si abbassavano lentamente,
senza sogni.
Lo spettro che brillava, rannicchiato
in quell' angolo vuoto, era lei, nascosta
dalle palpebre e dalla luce ogni ora piu' rada.
Io emersi al suo mondo, dalla sabbia,
dal suo deserto di lacrime.
Sentii un gemito vicino: in quel buio c'era lei,
sola come sempre, e piu' piccola che mai,
si rannicchiava nella mia memoria.
La solitudine, come assomiglia all' eternita'!
Quante persone sono strisciate sul tuo corpo,
e quante sulla tua anima ?
Nessuno ti sentira' piangere
nelle rughe del mio cuore.
Mostri crudeli sguazzano nelle mie pupille;
e il tempo passa.
Li rincorro nei labirinti,
ma sono gia' lontani:
rimango solo al buio.
Domani saranno di nuovo loro a inseguire me.
Quanta confusione riesco a fare
in tutto questo silenzio.
Non era bello cio' che stavo facendo,
nel suo buio.
Sono in agguato:
questa volta mi finiranno.
Ma non posso sempre fuggire.
Mi aspettano dietro l' angolo, lo so;
ancora pochi passi e mi salteranno addosso.
Ma non posso fermarmi;
devo imparare a perdonare e a dimenticare,
come sai fare tu.
Qualcosa interruppe i miei deliri.
Forse il bisogno, non ancora sopito,
di gridarle in faccia come il sole alla roccia,
di stracciare la sua vita come il vento le nubi:
"devi smetterla di giocare con i sentimenti degli altri,
devi smettere di pensare che tutti siano come te,
aridi e vuoti come te, bestie idiote come te;
tu sei fallita, sei morta dentro, tu sei vecchia,
sfatta, e sei invidiosa di tutti, perche' sai
che tutti sono migliori di te."
Forse la paura di incontrarla di nuovo
e di non sapere cosa dirle.
"Noi abbiamo avuto pieta' di te;
tutti qui hanno pieta' di te;
ma dove credi di andare cosi' mascherata ?
sei soltanto un' abitudine;
ti auguro di imparare almeno a piangere".
Forse quella cosa lontana,
quel piccolo cuore fermato,
quel mare profondo senza onde,
non e' ancora scomparsa dalla mia mente,
si e' soltanto nascosta.
"Se ne avrai il coraggio, ricordami, e perdonami"
E lei era ancora li', davanti a me,
con le sopracciglia un po' aggrottate
e un sorriso pallido sul viso.
Aspettava ancora che io rispondessi
alla prima domanda.
Ma da qualche tempo andavo raccogliendo
i miei ricordi come un vecchio
che sappia di dover morire il giorno appresso
e che voglia capire prima perche'.
E intanto anche lei si insinuava nella mia memoria,
cercava un posto tutto suo in cui rannicchiarsi,
una poltrona nella mia memoria.
Batte' le palpebre
(una piccola nube di scintille)
e si allaccio' il braccialetto
sopra il polso nervoso: "ciao!".
Avvolti entrambi nella stessa ombra,
abbiamo chiuso gli occhi e aspettato
che i giorni passassero.
Quando li abbiamo riaperti, era inverno,
e adesso siamo qui, nel grembo
della montagna, ai margini
di un piccolo lago ghiacciato.
Camminiamo vicini attravero questo nuovo silenzio.
Teniamo gli occhi bassi, un po' per la neve,
un po' per la vergogna di esserci incontrati
uguali a prima.
Ci fermiamo davanti al lago.
Penso che adesso ho un altro silenzio da ricordare;
e lei parla ancora di se', come se io l' ascoltassi.
Abbiamo sprecato un altro giorno;
e la notte tornera' vincitrice,
risucchiando ogni respiro nelle sue spire,
e restituendo pietosa i nostri corpi nudi.
Ma quel fruscio ...
Che confusione !
La verita' e' che il tempo non esiste,
e tu sei ancora li' che aspetti la mia risposta.
(
I soli che hanno visitato il mio pianeta
sono i sacerdoti del tempio che scacciai
per aver violato la mia casa,
vertigine reboante di vestigia,
ed averne fatto un mondo vivente.
Il ciclo dei paradisi
finisce e riprende
dall' icona del tempio.
Salgo la scalinata che porta all' altare.
Fendo aria consumata
da fedeli estinti secoli fa,
poso il piede nella loro polvere,
afferro e sollevo lo scrigno,
mentre l' eco dei miei passi strepita
ancora su per le colonne.
E lo poso sull' altare
coperto di coralli,
o di stelle, o di ciottoli,
o soltanto di quella polvere
di vita finita. Il calice vuoto,
la tela lacera dei dipinti,
tizzoni di ceri spenti.
Riposo. Non sono stato mai
cosi' stanco.
La mia vita pulsa
verso qualcosa di infinitamente buono.
La mia ombra randagia
fruga nella polvere putrefatta,
come il fuoco che crepita in una caverna vuota.
Il fasto della follia e della morte,
della parte dell' infinito che ci appartiene,
nelle piccole cose in cui siamo cresciuti.
I molti fiori della notte
profumano gli antri della mente.
Qualche seme cade
nello sguardo insanguinato
della statuetta di lava;
soffocato dai vagiti del sole,
cade al suolo, senza tonfo,
cade fra le radici
che hanno divelto
il selciato.
Sento alitare le voci dei magi
come la notte in cui nacqui,
la notte della cometa.
Nessuno conosce quel luogo.
Ci scaldiamo attorno al fuoco,
che tasta spossato i nostri volti,
disfatti dalla vergogna e dalla tenebra.
Sono malato. Al mio capezzale solo
terra per la sepoltura
e marmo per una lapide;
e muschio per il presepe.
Il falo' trabocca
e inonda la terra ai nostri piedi.
Briciole di caldo e di luce per tutti,
al buio dei cieli incatenati alle origini.
Ricordo il suo sorriso
quando giocava con le mie dita
(non ho giocato piu' cosi');
quando mi vestivano di panni di lana
nella culla di paglia,
il tepore della prima volta
sulle guance baciate dalle sue labbra.
E nelle sue mani arrossate brillavano,
soffusi di neve, i doni dei magi,
e, in fondo, il suo dono, la vita.
Il timone impazzito:
molti anni dopo, al largo, la bonaccia,
il lamento di quel grande mare,
un tempo cosi' terribile e bello.
Figure che vacillano
nella nebbia impentrabile del mio passato
(il suo viso devastato
dall' ultimo rantolo !).
E nei sogni che sono
dentro i miei sogni sogno.
Gocce del mio sangue celeste
stillare sugli specchi,
la gente girare girare,
il cuore della giostra pulsare
sotto i miei piedi,
nelle viscere malate del sottosuolo,
festa di rotaie e di folla,
i sacerdoti spirare nei loro templi inviolati.
Il tempo vergine
di quelli che non sono ancora nati
rimbalzare sul legno del patibolo,
e la terra succhiare avida il loro sangue.
Ho sentito il tramonto
tintinnare in una campana.
Come una lanterna, la luna
correva innanzi a me attraverso la foresta,
vacillando nella mia piccola mano.
Al principio di ogni cosa
il saggio fermo' l' onda che stava per sommergermi
e si corico' nel mare,
quel mare ricco di soli sottomarini
che non tramontano.
Porto la croce in cima al colle.
Adesso mi puniranno,
ed e' giusto, lo dico
al cielo che mi ha generato.
I sacerdoti non mi possono piu' salvare,
sono tutti morti.
Rimpiango soltanto tutte le porte
che si sono chiuse al mio passaggio.
La vergogna mi finira', berranno
il mio sangue nei loro calici.
Contemplo il tramonto
nell' immortale specchio celeste,
e vedo riflesso
il mio volto devastato dalle spine,
la morte che sgorga a fiotti scarlatti
dalla mia carne trafitta,
la morte che ho cresciuto nel costato,
la morte che comincia e non finisce.
Gioco nei raggi del suo sorriso.
Che cos' hai negli occhi,
azzurro e biondo, bambina di neve ?
Un vento gelido m' insegue
sui sentieri tortuosi del colle,
e il sangue di dio scorre gia',
cosi' in cielo come in terra.
Una fontana di piccoli soli
nella lunga coda dell' ombra.
Un demone vomita sulle radici.
La voce del costato
lambisce il mio futuro.
La croce e' una grande stella
piantata tra cielo e terra.
E' l' inizio di tutte le strade.
Sono un albero senza radici.
La folla avanza,
avvolta nella polvere
che si e' sollevata dalla croce.
Sento nella mia carne l' impronta del sole.
Ho paura: la mia ombra
sta scomparendo.
La folla segue ogni notte
la mia agonia fino alla porta di casa.
Raccolgo la mia immagine
nei frantumi dello specchio.
Sono rimasto solo.
Questo tramonto,
maschera infinita di un dio
nascosto nel ventre del demone!
Soffia neve lucente.
Io cammino e parlo
nelle terre bianche del passato.
Ma quando apro le labbra per chiamarla,
non so quali parole dire:
non ho mai imparato a pregare.
L' artificio della morte,
nel tempio profanato.
I morti hanno le ali,
il loro sonno non lascia impronte
fra le radici.
Ho sempre immaginato
che le nostre ossa saranno sepolte
per essere radici.
Chi ha vuotato il calice
e' salito sul pulpito a predicare.
Sei tutto il cielo,
e palpiti nel mio costato squarciato.
Sei la cometa in tutti
i tuoi colori di alba .
Carovane di fantasmi attraversano il deserto.
I suoi sguardi si librano nel sole,
gemono sul silenzio lacerato del mio ventre,
sui vermi che godranno il mio corpo.
La sua voce
e' la catena che mi lega alla croce.
Il mio sangue e' sporco,
non e' degno delle sue labbra.
Ho sentito una porta sbattere.
Sono entrati o sono usciti ?
Ho sentito il respiro
e il sorriso dei ladri che verranno
in questa casa di preghiera
a rubare le mie ossa.
Li aiutai a scavare il mio sepolcro,
come molto tempo prima li avevo aiutati
a nascondere le vesti dei sacerdoti.
In verita', in verita'.
Non potro' perdonare tutto
il male che mi hanno fatto.
Alzati e cammina,
bambina di acqua,
ma non toccare la terra:
l' inverno e' quasi finito.
Presto la terra sfavillera'
come un pavimento di gioielli.
Dietro ogni specchio ci sei tu.
Le anime degli uccelli morti
sono tornate ai loro nidi.
Tra i rami dell' albero
spira il pianto notturno del sole,
poche lacrime schizzate sulle radici.
Alzati , e cammina.
Domani tornerai anche tu,
l' eco dei tuoi passi risuonera'
sotto le arcate maestose
e senza fine dei secoli.
Scenderai in fondo alla mia vita,
senza aver paura del mio silenzio,
tra i ragni e le farfalle,
nei loro fremiti pulsanti,
nei labirinti del mio sogno
(come splendi dentro la tua conchiglia !).
Sussurrero' la tua favola
nel vuoto del mondo,
e saranno quelle le parole magiche.
Mi prenderai per mano
e canterai sottovoce,
dondolando il capo e sorridendo.
I cristalli del tuo volto
copriranno il cielo:
sara' tutta la luce del mondo.
Alzati, e cammina.
Non hai risposto nulla,
ma ti ho sentita.
Hai detto di no.
)