Mi destai in un salone affollato,
di faccia alla notte.
Ogni punto sprizzava faville di anelli
e collane, occhi screziati e risa nitide,
e le ombre leggere dei cuori pesanti.
Mi destai avvolto nel fumo indolente,
e sorrisi al primo sorriso che emerse dalla nebbia,
ad una distanza infinita.
Tutt' un mondo che amai, che mori'
e che io stesso seppellii,
riviveva stravolto in quelle creature.
Il mio silenzio, stupito e indignato,
s' infranse quasi subito su due sillabe abbandonate;
un fiato, forse ancora a meta' del sonno,
mi venne incontro, e da una bocca guasta
fuggi' un nugolo di suoni, che non compresi;
morivano, morti da innumerevoli anni.
Lasciai cadere lo sguardo sul pavimento,
tra un' impronta di fango e il riflesso di un tacco,
ma loro mi venivano incontro, senza smettere di ridere.
Dietro la folla scorsi uno specchio,
e sentii come se fossero stati tutti dentro di me,
io fossi stato dentro di loro,
sangue nel sangue dove la roccia taceva.
E la musica, sullo sfondo, ringhiava un po' a tutti,
sbuffando e trillando dietro a ogni cuore.
Cercai nello specchio segni di me:
mi aggiustai il ciuffo sul sopracciglio.
La notta sbiadiva nel ritaglio di cielo stellato
che faceva capolino dai tetti;
mi rifugiai un attimo nel buio di fuori,
ma un lembo di musica s' attorciglio' sul mio capo,
quasi un rimasuglio di sogno che avanzasse
tentoni verso la soglia.
Curve sulle pareti anemiche, le ombre comparivano
come mostri superflui relegati in disparte,
si protendevano fino al soffitto, come per ghermire
quanta piu' luce potessero, e si smorzavano, svanivano
con il dimesso incedere dei vinti.
La febbre spiccava le risa, stente e minute,
dagli sguardi che segnavano, e frugavano,
l' aria polverosa, di catacomba sommersa,
e si fissavano, attraverso quello spesso velo, in tralice.
Per sfuggire alla muta, smisi di cercare
e mi tirai in disparte; tutto si muoveva e danzava.
Sentivo la luce languida dei lumi,
stratificati sulle pareti, bagnarmi il viso, le mani;
mi cancellava dalla superficie opaca del marmo
in cui erano scolpiti i nostri geroglifici,
mentre il grumo orrendo di braccia arcuate
e fili incandescenti, palpitante bocconi dal soffitto,
gocciava sulle finestre e iridava il buio di fuori.
Un lividore cupo fendeva il chiasso.
Di la' dai vetri un fruscio leggero si perse nella notte,
e fu l' unica voce, l' unico verso del mondo che si protese
sulla nostra attesa, nel letargo della tana :
uno scroscio moribondo per la pianura,
la segreta deriva di una vela gia' floscia,
un colpo di tosse, un saluto distratto
gettato nella via da un' imposta sprangata.
Il mio sguardo cozzo' contro lo specchio e rimbalzo'
sul soffitto decorato da un' infinita' di piaghe:
"ma dove finira' questo cielo incolore,
inzuppato di lune false, ombre di rondini e
lanugine di nubi vergini di temporale ?"
Nello squarcio irruppe di nuovo il mio riflesso:
"sono fatto di polline, un soffio mi disperde;
ma forse il sole dell' estate non soffia piu',
e anche la sua ombra aspetta in un cantuccio
di essere salvata".
La trafila di vite scagliate nel mio occhio enorme
(come un' eclissi di piccoli soli ammucchiati
all' orizzonte) si sgretolo', e ne serbai il ribrezzo.
La cenere di quei corpi si annullava nel turbine,
senza eta'.
Un uscio sbatte', e una frotta di pagliacci irruppe,
come il gelo breve e fastidioso di una folata di festuche,
una nuvola di bolle fluttuo' dentro, frugando in ogni canto
e sfiorando anche me prima di disfarsi.
Tornai allo specchio, opaco, incrinato in basso,
e appannato dal mio alito; distante dal riflusso,
come dalla riva di un lago, non avevo colto il moto a onde,
a creste di onde, che, a un palmo dal vetro,
occupava per intero il mio delirio.
Un cavallone di incubi mi strappo' dalla riva,
si rovescio' e rotolo' dentro l' anfratto,
travolse l' argine di noia, e spruzzo':
stille dure confitte dentro tutti i volti.
Sentivo un rombo vorticare via via piu' vicino,
come un tonfo che si levasse a poco a poco:
"bisognerebbe avere un cuore in piu'".
Io, piccino, spento, avviluppato
nella malia bambina del rancore
("forse adesso al posto di una lampadina
spuntera' una stella"), nella voce degli altri,
torva e beffarda, trovavo il mio posto ("la colpa
forse e' solo mia, la vita ..."), un posto per me.
Il lamento dell' orchestra, buia mente di tanto moto,
penava a distesa sulle mani strette nelle mani,
sempre piu' a fondo, zittendo pian piano
il brusio dell' inferno.
Dietro la nebbia vacillava un castello,
in bilico sul deserto come un cancro repellente.
Fra me e l' orologio fiocco' una voce,
un fronzolo di uomo; si mosse felpata
fra le altre calanti:
"Sognai; da tanto tempo non sognavo piu';
rammentavo appena il sapore di un sogno;
e da quella notte non ho sognato piu'".
Si scosse al vento dei ricordi,
e si allontano' nel tempo, distruggendo,
sbriciolando le mura del castello.
"Ero solo in una campagna devastata dal freddo
e dalla luce bianca di un altro sole;
ero intorpidito dal gran sonno, ma soprattutto
stordito dal vento, lento e gelido,
da quel sole sconosciuto sulla campagna immobile".
Strani giorni, quando il dolore e' nelle cose,
e non si sa soffrire senza: "la campagna era come scolpita,
come un ricordo remoto, che l' eta' ha spogliato e zittito,
come morta e trasparente, come di vetro;
il cielo cosi' bianco sembrava piu' basso,
tutto sembrava piu' piccolo e piu' vicino,
e forse piu' facile.
Ogni giorno e' eterno,
e la vita sembra non finire mai:
"che noia, vivere !"
Una pupilla spenta affiorava dall' onda di un crocchio,
vaneggiava: "io amo la morte"; fuggiva
lungo le parole avvizzite e si disfava dietro un' ombra,
senza ascoltare chi l' ascoltava.
Serrava le labbra tremanti per mordere il cuore,
e il tramonto, e tutti gli altri suoi nemici.
Cosi' altre voci si avvicendavano,
con la fretta di chi ha perduto una cosa.
D' un tratto la pupilla estinta resuscitava,
si fingeva ancora viva, di una strana grazia martirea,
e si conficcava nelle cose, dolce e chiara.
"Un giorno di primavera siamo andati insieme
per le spiagge del nostro paese;
lei voleva restare sola con me
e io volevo che lei restasse sola con me;
e' bello sapere che qualcuno esiste soltanto per te."
"Capivo che si trattava soltanto di un sogno,
e stavo cercando di scoprirne il senso,
quando mi sentii afferrare da qualcosa
di immensamente potente e buono; avvertivo
un gran respiro sul mio corpo bianco
ed ebbi l' impressione che fosse il mio passato a respirare,
tanto era dentro di me quella forza viva
seppure non era mia, anzi ero io suo;
e annaspando e dimenandomi compresi poco a poco
di essere immobile anche io, di essere come una statua
in quell' infinito giardino di marmo,
e che quel respiro era la forza che incatenava
tutto e me in quel luogo e in quel tempo;
pensai allora che forse quello non era un sogno mio,
ma il sogno di qualcun altro che stava sognando di me"
Un giorno morto, tanta fredda e inutile bellezza,
il piu' della vita, un giorno fatto di cose;
"allora ci siamo seduti in cima a un promontorio
e abbiamo guardato in basso; e laggiu' c'era il mare,
e il mare era grande; e lei mi parlava, e il mare parlava;
ma io non li capivo; allora ho pensato di piangere,
cosi' lei avrebbe smesso di farmi del male
e mi avrebbe aiutato; ma invece avevo voglia di ridere,
e anche lei rideva; adesso parlavano pure i gabbiani,
e il vento; e io non capivo nessuno di loro; mi sentivo
sempre piu' solo, anche se continuavo a ridere con lei".
Quella folla bugiarda, turpe, marcia,
quella morte morente pregava sottovoce;
nelle piume screziate e ricurve dell' ala,
mentre la musica mulinava sotto ogni astro,
e le onde della notte andavano e venivano,
marea farfugliante di cocci di tempo.
Si muovevano a tentoni nella ragnatela,
si affacciavano all' orlo diroccato e,
per quanto impacciati dai fili viscosi,
scavalcavano le macerie, col passo
dei gabbiani che vanno di costa in costa,
fra rimasugli di nubi e chiari di luna;
strascicavano i fronzoli degli abiti sbrindellati,
e lasciavano dappertutto strie di sangue,
imbalsamati in gabbie di sogni finiti.
I grandi occhi di cristallo ammiccavano dall' alto.
"Ricordo un tempo l' autostrada sulla campagna d' estate;
era bello guidare la sera tornando a casa pensando a lei;
(sai che non sarebbe vero, sai che mentirei)
io ero contento di andare veloce fra i campi;
pensavo chissa' le piantagioni, poi immaginavo
una di quelle spighe, che non avevo mai guardato da vicino,
e ce n' erano cosi' tante fin dove l' occhio arrivava;
(dimmi cosa credi, come credi che io sia)
ero sempre solo quando tornavo a casa,
anche lei aveva una casa; (io vivo qui da tanti anni,
non posso essere diversa da come sono, e' sempre stato cosi')
lontano da casa mi piaceva la notte da solo con le stelle
che fanno pensare con pochi fari sull' autostrada
vedere davanti e di dietro soltanto buio, rimpiangere
il giorno appena sepolto povero vecchio giorno
finito per sempre, anche quello, (no,
saro' sempre cosi', ti farei soltanto del male)
sognare la notte nelle piantagioni e le spighe".
Un colpo lo sbalestro'.
Si rialzo'; insacco' il collo nelle spalle,
e si apparto' dietro un tavolino ovale,
giochicchiando coi braccioli della poltrona;
affondo' la mano nella sabbia dei ruderi.
Con l' unghia m' immaginai
di rigare lo specchio;
il solo riflesso nitido
era quello del mio dito.
"Aspettavo che quel sogno finisse,
e che svanisse quel mondo vuoto,
troppo facile da vivere,
e che le cose intorno si muovessero,
si disordinassero; sentivo
l' affanno del tempo che faticava su di me,
e intanto il mio corpo si consumava
lentamente nell' inerzia, senza uno scopo;
avrei voluto almeno voltarmi per vedere
anche l' altra meta' del mondo;
ma ero troppo debole per vincere la forza
che mi inchiodava al terreno".
Rovistando fra i frantumi insabbiati,
inciampo':" ... la strada buia, di sempre,
inondata dallo schianto improvviso,
cosi' vuoto, cosi' solo, cosi' breve ...
le nostre ferite,i lamenti, i sussurri,
fiochi e tremanti, i passi incerti per la paura,
del sangue sull' asfalto e le schegge di vetro ...
il silenzio delle lamiere, innocue,
strane, false, e del motore, dei fari
ancora accesi, dei nostri volti esterrefatti,
spaventati per cio' che abbiamo fatto,
ancora ignari del buio e del nostro silenzio,
ignari di essere i soli in quella strada ...
ansiosi soltanto di andare via, di tornare a casa,
a riposare e a dimenticare, per ricominciare
domani come ogni mattina, sapendo pero'
che non e' stato un gioco, che e' stato
pericoloso, e che non e' finito; siamo feriti,
ma ci cureranno e guariremo, e ricorderemo
quei fari, il boato di metalli e di cristalli,
e questo vuoto, che adesso ci impedisce di parlare,
e forse di urlare ... un' ambulanza ci porta in citta';
per qualche giorno non rivedro' quest' incrocio,
e non avro' bisogno di piangere".
"Mi accorsi di una voce alle mie spalle,
di cui pero' non comprendevo le parole;
tenera e affettuosa, mi calmo';
si avvicinava piano piano, ma non riuscivo
ancora a capire il senso del suo discorso;
finalmente la vidi, parlo' e sorrise
sul mio volto, mi prese per mano,
e s' incammino' sulla ghiaia bianca,
continuando a bisbigliare nel vuoto.
Mi condusse a una gabbia di vetro,
aperta e vuota, mi fece cenno di entrare;
mi chiuse dentro, continuando a soffiare
sul mio polline avvizzito; mi volse le spalle
e se ne ando'; rimpiccioli' rapidamente
nell' orizzonte; piansi, disperato".
Ero accerchiato da battiti di ciglia
e spirali di fruscii.
Distolsi lo sguardo dallo specchio,
e feci qualche passo per liberarmi.
Un viso devastato, con due occhiolini infossati
e il nasino all' insu', fissava affascinato
l' orologio della parete.
Era seduta di fronte a me; allungo' le gambe e,
senza badarmi, emise due tre sospiri, annuendo fra se' e se'.
"Io sono ancora giovane ... ho voglia di cambiare gente ...
e' gia' notte ... fa caldo ... ho voglia di conoscere
altre citta' ... mi piace essere guardata ... ho voglia
di fumare ... vorrei dimenticare che sono qui, ancora qui".
Rincorreva se stessa, gia' lontana; affogava
in una pozza di cielo, annaspava come tutte le stelle;
per un attimo mi perdetti, e lei mi sfuggi'.
"E poco a poco mi addormentai, steso sullo strato di specchi,
del gran sonno dei grandi che vorrebbero ritornar bambini;
e sognai di nuovo quello stesso mondo bianco, e successe tutto
come la prima volta: e provai la stessa paura; e la stessa gioia
quando comparve la sua voce; e la seguii di nuovo fino alla gabbia,
aperta e vuota, che lei richiuse un' altra volta dietro di me";
ritorno' presso le mura a raccogliere cocci e polvere.
I giorni sono splendidi, e colmi di incontri
e di abbandoni; i giorni sono assurdi: ti stringono
in una pioggia di raggi e non muoiono mai,
mentre tu scivoli nella notte e devi accendere il fuoco.
Nessuno puo' scuotersi di dosso la loro polvere
(percio' temevo il fascino di quelle agonie,
come un pericolo senza nome e senza forma,
ma certamente in agguato).
E non li incontri piu', danzi nel fuoco fino alla fine
e l' immagine nello specchio non si ferma mai.
Aspetti, aspetti, che ritorni, sei stanco di aspettare;
e quando la musica finisce, e i fuochi si spengono,
e l' immagine svanisce, prima di affondare nel gran sonno,
dalla cima dei tuoi ricordi frana l' urlo d' una farfalla,
da tanti secoli prigioniera
sotto le volte massicce e buie del passato,
e ti senti cadere stordito,
e , senza la forza di rialzarti, soffochi l' urlo
col peso del tuo grande corpo morto.
E quel grido minuscolo rotola giu', nel vuoto,
fino in fondo.
"Sorridi fra le ombre; dev' essere bello sorridere;
come se le stelle fossero tue; e dondoli il capo;
io ti piango in silenzio; ho bisogno del tuo sorriso".
Mi distrasse un moto convulso
all' altro estremo del divano.
La rividi in un alone piccino:
protendeva ancora il viso verso le lancette,
quegli aghi che tanta parte dovevano avere nella sua vita:
"e' tutto cosi' piccolo! e nessuno se ne accorge ...
io valgo di piu'; io sono ancora giovane ..."
Il suo occhio in frantumi
fu sommerso dalla marea.
La notte infuriava ancora;
le farfalle urlavano; il nulla si dilatava;
e il resto, contorni, sbiadiva;
si abbaruffavano; brancicavo;
il bicchiere tintinno' civettuolo;
picchiavano col capo contro i vetri,
come mosche che cerchino di uscire;
bambino, bambino. Una carta
colpi' il tavolo da gioco,
e fece sobbalzare le altre.
Un' imposta socchiusa pigolava;
erano fuggite per di la'.
Le voci si ricomposero, al perielio.
"Mi levai prima dell' alba;
sbendai e lavai la ferita;
misi a tracolla il fardello,
e, prima d' uscire, mi fermai
sulla soglia a respirare;
il bosco stormiva appena,
e l' onda cincischiava concitata
con la ghiaia; cavalcai in groppa
a un grosso torpido serpente
fino al lago antico;
durante il viaggio accarezzai
la sua pelle calda e mansueta;
il suo corpo mi protesse
dai leoni randagi in calore,
che miagolavano ai bordi del lago
attorno alla carogna di nostra madre".
L' assassino farfuglio' ancora qualcosa,
ma le ultime parole, immonde,
gli si spappolarono in bocca;
un' ombra fioca appanno' il suo sguardo,
e si stese docile ai suoi piedi,
in attesa che con un cenno del capo
egli la richiamasse alla vita.
"Io, bugiarda voce d' una rondine
in fuga verso un' altra primavera,
presto saro' sola sull' oceano,
senz' altra guida che le stelle;
la verita' e' che presto nessuno
mi guardera' piu', presto sara'
la solitudine, e dovro' elemosinare
perfino te; non voglio pensarci;
adesso ho voglia di ballare,
fammi ballare".
"Man mano che il mattino si stendeva sulla laguna,
il torvo profilo del castello si delineava, trepido,
scolpito nel fumo gelido di un rogo di stalattiti;
il serpente strisciava senza peso sull' acqua immobile;
scintillava sulla sua pelle il sudore della notte;
e le lunghe malinconiche ciglia affondavano
nell' aria fetida; la riva ci veniva incontro,
fitta di rami straziati, nudi ed esausti;
arrivammo all' isolotto poco dopo l' alba,
mentre ancora si stava alzando un lenzuolo
di bruma viscosa; le guglie mi spiavano:
mi facevo largo fra grumi di radici
e ragnatele gocciolanti; sentivo l' acqua,
prigioniera nel labirinto di ruscelli
che ritagliava dentro l' isola
un arcipelago di isole minute,
e sentivo gli antichi abitanti,
ben nascosti ai margini del sentiero,
mormorare timorosi il mio nome".
I baleni del cielo lambivano i corpi prostrati
dei demoni e dei dannati; i loro occhi sbiadivano:
povere anime stremate!
"Quando e' buio, e siamo soli nella mia stanza,
io non ascolto la nostra fatica; penso agli altri,
mi domando cosa facciano mai loro al buio;
voglio uscire, voglio andarmene da questo posto,
da questo paese; quando abbiamo finito e tu sei andato via,
e nella stanza ansima soltanto il mio respiro
(strano, cosi' ... docile), la morte calda
del mio respiro, non posso addormentarmi:
resto sveglia a sognare ad occhi aperti;
ma non sono capace; ho provato tante volte,
cosi' tante ... e' la mia vita! la mia vita ..."
Sorrise, dannata, al demone che le teneva la mano;
si alzarono, e strisciarono verso l' orchestra,
sommersi dagli altri.
Non respiravo quasi piu' in tutto quel fumo,
gli occhi mi pesavano.
Non m'importava di nulla: le loro fiabe,
le loro sbornie di ricordi; la voglia di giocare sull' erba;
nulla delle loro vendette, dei loro rimorsi;
avevo paura di diventare come loro.
AVrei voluto stare un po' da solo in un angolo,
ma mi cadde addosso il volto deserto di un vecchio poeta
che ripeteva il solito racconto.
"La notte infuriava ancora; la zattera dondolava,
lacera vela sull' oceano in fiamme, e noi,
incapaci d' urlare, c'eravamo avvinghiati all' albero,
e, cogli occhi sbarrati, tendevamo l' orecchio
ai borbottii della tempesta aspettando
le scudisciate dei lampi".
L' assassino accarezzo' con lo sguardo esangue
il soffitto stellato; "corro, corro; sulle ombre
frantumate degli alberi, sulle impronte dei nemici
impresse nelle zolle del magma; il castello e' ancora caldo,
dopo tanti anni, e' vivo; sono a casa ! i corvi,
infiammati dall' aurora, danzano attorno alle guglie,
alle mie spalle il bosco si muove a piccoli soffi;
non c'e' la luna; lontano il serpente canta di nuovo,
subito zittito dal rintocco stridulo di una campana,
di la' dal lago; che aspetto ? i cadaveri
sono dentro la terra, e io sono pronto;
sono entrato, cammino per i vasti saloni diroccati;
sono tornato nella stessa stanza,
e schiudo fremendo la porta vietata".
C' era rabbia adesso nelle sue pupille.
"Non riconosco piu' il mondo che giurai di amare
per sempre da bambina sulla neve nel vento chiaro
sorridendo la mattina presto appena uscita dal profumo
di legna che in quelle primavere respiravo nel sonno;
c' erano i fuochi sulla neve; e sorridevo; quando ritorno
in quel punto sovente mi attrae dalla montagna un chiarore
come di occhi nascosti sotto veli azzurri; e ad una cert' ora
mi copre un' ombra, che riconosco; ogni volta la stessa ombra,
e non so di cosa; forse della roccia; ma non c'e'
nessuna roccia, lo so, non c'e'".
Mi passarono davanti uscendo: come una strega
che emerga dalla foresta con un corvo sulla spalla
e un teschio in mano, accompagnata da un servitore storpio
che ascolta con un sorriso idiota
il suo bieco cianciare formule e maledizioni.
I demoni sono buffi e osceni:
il dolore come disfa la vita !
"Il cielo colava sul mare;
una falda di sole si poso' sui miei occhi;
e il tocco freddo mi fece rabbrividire;
alcuni piangevano, chi pregava e chi delirava;
la zattera avanzava lentamente;
al di la' d' ogni onda il batacchio
emetteva il suo lugubre e disperato richiamo;
e la sete confondeva gli sguardi, deturpando l' orizzonte;
all' improvviso, sotto l' alone smorzato del sole,
comparve una fanfara di folletti ..."
"Nell' atrio del lungo corridoio scelsi una maschera,
e , con la faretra colma a tracolla e l' arco in pugno,
mi diressi verso la porta chiusa; il rimbombo dei miei passi
tremava sotto la volta sgualcita del soffitto;
la tartaruga mi seguiva, lenta e solenne, certa che,
o prima o poi, mi avrebbe raggiunto;
rammentai inorridito la tremenda luce
che zampilla dai suoi occhi furibondi;
le sue zampe non facevano alcun rumore;
gli scoiattoli invece, abbarbicati
alle screpolature dell' intonaco, si burlavano
del mio brutto volto ruzzando e squittendo,
balzando da una parete all' altra".
L' orologio batte' l' ora, e pensai a lei,
che se ne era ormai andata; non aveva saputo aspettare.
La musica mi nauseava; l' onda portava a riva
un po' di tutto, ma io, come un principe capriccioso,
non mi contentavo di nulla.
"Correvamo scalzi sulla sabbia calda;
le strida dei folletti fioccavano tutt' intorno,
e un colpo d' ala baluginava di tanto in tanto
dietro una duna, poi saettava e ci sfiorava il viso;
ci addentravamo sempre piu' nel deserto,
col cuore via via piu' leggero".
Alle mie spalle soffiava un vento di luce
che scompigliava le ombre come le fiamme di un falo'.
Mi voltai, per ricevere in faccia, negli occhi,
quella brezza; nel fondo della lampadina
si contorceva un verme notturno incandescente.
Chiusi un occhio; sull' altro si poso'
uno stormo di festuche acuminate:
il peso d' una libellula piega il ramo,
l' acqua rotola sulle rocce
e stilla sui grandi petali marrone,
le foglie penzolano senza vita dallo stelo;
sullo scoglio batte con fragore uno scudo;
rimbalza, s' inabissa.
"Per quanto mi sforzassi di camminare in punta di piedi,
il rimbombo dei miei passi si faceva sempre piu' assordante;
man mano le pareti del corridoio si piegavano
e il soffitto s' abbassava".
"Come per incanto la notte ci raggiunse
e la nostra vana fuga termino';
sprofondammo i volti delusi nel suo petto,
come per domandare perdono; i lumi del porto
ai margini del deserto mischiavano le nostre ombre;
il riso torvo del tramonto scivolo' sulle nubi
e spari' dietro il promontorio;
una lacrima attraverso' il cielo
e si tuffo' in mare, nel medesimo punto;
non si dovrebbe mai uscire dai sogni".
La pioggia torpida di due nuvole randage
e' caduta su quell' anca di costa;
balzando giu' di tratto in tratto dalla sponda scoscesa,
l' armatura risuona sguaiata come se fosse vuota;
cola e luccica, minuta sul giro di promontorio che,
durante la bassa marea, finisce in un cimitero di conchiglie;
dentro la celata il cavaliere borbotta qualcosa;
nei pugni di ferro fa esplodere le zolle che ha raccolto;
i rivoli che scendono il pendio gli lambiscono gli stivali;
e l' erba divelta dal suo passo gli rotola sotto inanimata;
sguaina la spada, mulina due colpi in aria, e la scaglia lontano.
"Cominciai a camminare carponi, e poi a strisciare,
mentre ogni mio rumore diventava un frastuono,
coprendo anche i versi delle bestie che mi seguivano;
nelle pareti erano scolpite delle palpebre che si aprivano
e chiudevano con il medesimo ritmo del mio ansimo:
in un sol respiro guizzavano mille pupille, e io non avevo
nulla con cui difendermi; gli scoiattoli correvano avanti e indietro,
trottando sul mio corpo senza paura; mi accorsi che gridavo".
Il ciclone delle loro voci ululava
piu' feroce che mai sul corso del tempo.
Si leva il cimiero, barcolla;
si arresta e tace, davanti a me,
come incantato dalla mia presenza;
ma infine dalle pupille ardenti
erompe un mormorio mite:
"maledetto il mio sogno;
non ho altro da dire".
"Diro' che avete pianto".
"Il mio cuore e' nelle tue mani;
io sono pronto per l' eternita'".
"Vedo che lo siete e piango nel vederlo".
"Risparmia le tue lacrime
e perdona chi dev' essere perdonato;
quella mano ha stretto il mio cuore
fino a stritolarlo".
"Narrero' il dolore che consuma il vostro viso".
"Io vivro' nella miseria fino all' ultimo dei miei giorni
in buie contrade dove nessuno conosce il mio volto,
e se, perdonata sulla terra,
anima mia, non troverai pace nel vuoto,
soffochero' il ricordo di quell' incanto
interrogando le ombre sui destini dell' uomo."
Spensi la lampada; l' occhio pullulava
di vermi incandescenti.
Una lunga fila di farfalle si avvicinava alla porta;
avrei voluto sentire il battito dei loro cuori
prima che l' orchestra tacesse
e nascondesse per sempre i loro nomi nella terra.
"Un fischio malinconico scappava rasente i muri
sotto la pioggia gia' fitta, e i lumi fiochi,
sospesi nella bruma, rovistavano il buio
in cerca dei nostri volti; ma noi eravamo gia' in mare,
avvolti nel chiasso spumeggiante delle nostre ombre;
quando la tempesta sfascio' lo scafo,
il porto non si vedeva piu'."
E tacque; si alzo' a fatica, senza neppure salutare;
e si mise in coda per uscire,
cosi' piccolo col muso aguzzo e grigio.
Alle mie spalle il farnetico desolato di una ragazza
riprendeva da capo la stessa storia,
come se mi avesse carpito il segreto:
"uno scroscio roco infradiciava il porticciolo,
e passanti inquieti scomparivano
sotto le insegne diafane delle locande;
il mare strisciava e risaliva pian piano il litorale,
eruttando di quando in quando cavalloni d' argento;
per tutto il pomeriggio respirammo i presagi della tempesta,
e, in fondo, c' insinuammo di nostra volonta' in essa.
Non c'era traccia di me nel suo racconto,
lei cercava altrove il senso di quell' addio:
"vagai in quel volto per ore, lungo le calde bave d' indaco
che ne corrodevano la guancia, e dentro lo scheletro
di mare da cui erano sgorgate, e nell' iride livida,
tremulo riflesso del sole, arrampicandomi
sulle ali di quel corpo non ancora nato".
"Strisciai fino alla soglia della minuscola stanza
dove dormiva un tempo la sorellina
dagli occhi chiari, immensi e curiosi;
la maschera m' impacciava; respiravo a fatica
davanti alla porticina, grande come la mia mano;
laggiu' la tigre allatto' e lecco' i suoi cuccioli;
nell'aria c' era ancora l' affanno delle mammelle
e il fremito convulso dei cuori; non osavo muovermi;
il chiasso osceno di prima era scemato
in un ronzio sommesso, e quasi rispettoso,
come se tutti si fossero raccolti alle mie spalle
aspettando che io lo facessi".
Riaccesi la lampadina, e dalla vampa
sbuco' di nuovo lo stesso verme.
La brezza di una contrada in riva al mare
mi tormenta gli occhi e accartoccia un foglio
attorno alle mie dita: "quando leggerai
queste mie ultime righe, io saro' gia' morto;
noi viviamo per un sorriso, che il mio piccolo
mondo non mi ha voluto concedere; troverai
il mio corpo sulla spiaggia, avvolto nella sabbia;
nudo, finalmente senza lacrime ...
bella come il volo di un petalo!
raccogli il mio sangue in un' ampolla,
e portalo a lei, e dille che l' alchimia della morte
e' il piu' fantastico dei miracoli;
ma non pronunciare la parola eterna:
non sarei mai riuscito a meritare tanto".
Ero schiavo del suo epitaffio: "buon amico,
non scavare la polvere che copre il mio volto,
per pieta', non fare che la luce accenda di nuovo
gli occhi spenti, lascia che sia soltanto l' oscurita'
nei miei domani senza numero: il mio spirito
ha bisogno dei riposi dell' infinito;
la terra beve il mio sangue e io ho sete del suo;
in questo sepolcro e' il mio paradiso,
nel sonno senza sogni, nel canto dell' ultimo
silenzio: benedetto sia colui che rispettera'
le mie parole e maledetto per sempre
colui che muovera' queste pietre".
Mi voltai, senza pensieri.
Dietro di me lei parlava ancora;
mi smarrivo nel suo ricordo,
che era anche il mio,
nascosto dall' altra parte,
e dentro di me replicavo tutto.
"Un ragno traverso' la sua guancia,
dondolando sul filo teso fra un capello
e una ciglia, e le sue rughe caddero sul mio volto,
con tutto il peso delle nostre vite;
il vento scosto' ancora un po' la luna da noi;
e da quel momento non compresi piu'
il fiume di cenere che sbavava dalla sua bocca;
all' improvviso una ferita sanguino' sulle nostre teste,
e lui tacque in un alone di nubi rosse impazzite."
E io, ch' ero stato testimone di quell' agonia,
mi nascondevo a pochi passi da lei,
facendomi scudo della calca; mi vergognavo
quasi di averlo conosciuto.
"Per un tratto non ci fu altro suono
all' infuori dei nostri passi;
quando parlo' di nuovo, non feci in tempo
a raccogliere le sue parole,
ed esse rimasero sospese fra i nostri volti,
senza peso; il molo ci correva incontro,
nell' incendio di schiuma buia che svelava
i nostri volti impauriti;
ci perdemmo nelle folate infiammate,
annegati quasi nell' ombra della tempesta
e nel crepitare continuo dei nostri passi nel vento".
Toccava a me finire la storia,
ma sentivo di detestare la loro curiosita'.
Lasciai che si alzassero per uscire;
mi sentivo altrettanto felice di pensare
che non avrebbero mai saputo com' era finita.
Mi stropicciai gli occhi un po' assonnato.
Quelli nerissimi dell' assassino non si fermavano mai:
frugavano dappertutto.
Gli altri se ne stavano andando,
si erano stancati di ascoltare la sua storia,
ma non pareva che lui se ne fosse accorto:
"spinsi piano piano la maniglia,
e la vidi, distesa sul lettino, piu' piccola che mai,
con gli occhi chiusi e i riccioli sulla bocca;
si muoveva soltanto l' ombra ciondolante della civetta,
come il batacchio di una pendola;
ricordavo quell' ombra di tempo,
le ombre nel bosco, il bosco."
Fissavo ancora la tenia della lampadina,
che replicava, nel suo guscio di vetro, la solita danza.
Un cuore, dentro una corazza, galoppa
verso le colonne sommerse dell' arcobaleno:
la volta emerge ancora, splendente vestigia
di cio' che e' stato sepolto per sempre
(la spiaggia deserta e le colline rosse dietro la duna,
il profumo di una sera malinconica
per chi e' solo nell' immensita',
senza ricordi, e senza la luna dei poeti).
Quell' uomo puro rinasceva davanti a me ogni volta
che mi trovavo prigioniero della loro noia di vivere;
rivedevo la sua figura imponente stagliarsi contro il cielo,
e ascoltavo di nuovo la calma disperazione del suo dolore.
"I loro volti annegano nelle piene del tempo,
il mio rimane a galla: ma che silenzio !
la vita mi cancella un poco alla volta:
non avro' neppure il tempo di capire il sole;
siamo universi pieni soltanto di materia che brucia;
non serve piangere la vita, o la morte:
sono oceani di tempo che c' investono a onde,
travolgendo e frantumando ogni cosa,
e che lasciano indietro solo respiri, ricordi, silenzi,
poveri resti di povere cose, che la marea
fa galleggiare presso la riva, senza suono;
sono stanco di pensare a me stesso:
penso troppo alla fine: la mia vita e' ormai diventata
una semplice attesa della morte;
si direbbe che il mondo mi abbia insegnato
piu' di quanto io abbia imparato;
o forse ho perduto i miei passi nel cuore di dio;
il cielo passa, senza parlare mai,
trafitto da quell' occhio;
quando esco da una stanza, spengo la luce;
ma non potro' spegnere il sole;
al tramonto i pastori fanno festa;
i lupi piangono tutti i tramonti;
origlio dio: vorrei un posto nel sole accanto a lui,
al riparo dal vento gelido dei giorni;
cosa c'e' dietro l' eternita' ?
cos'e' la memoria ? quante cose ho nascosto ?
e di quante ho dimenticato il nascondiglio ?
ho bisogno di vivere ! e l' ombra di dio sorride,
sfumando come un lume che sta per spegnersi,
come un piccolo mare di conchiglie luminose
quando la luna s' appanna".
Quell' uomo se n'era andato senza chiedere
nulla a nessuno, come un' eclisse (si accoccolo'
sulla spiaggia, e rimase sospeso sui granelli caldi,
buttando pezzetti di montagna dentro l' acqua,
nudo nel sole eterno, fin quando non vide
che stelle e onde).
Il tempo s' infiamma, molle e nero,
senza fondo, e inghiotte quel che rimane.
L' orchestra suonava ancora, e le ultime vampe dei lumi
soffiavano sulle tinte diradate dei nostri volti.
Nel grande salone eravamo rimasti in pochi,
ad ascoltare i fruscii di chi si preparava ad uscire
e le voci leggere di chi era gia' fuori,
spinte dalla corrente lungo una rotta
che le riportava fino a noi,
e a contemplare sui tavoli deserti
gli avanzi della festa, e il disordine delle sedie.
Qualcuno mi passo' rasente, e squitti' un "arrivederci!"
Presi anch' io la mia roba, e lo seguii;
ma sulla soglia, quando erano gia' andati via tutti,
mi raggiunse l' eco, e prima di uscire mi voltai
a guardare la figura nello specchio:
"ma dove sono stato ?"
Dopo di me non c'era piu' nessuno,
eppure l' assassino non era uscito:
"mi parve di sentire ancora l' acqua della palude
e gli sterpi spezzati; e all' improvviso
la vidi respirare; allora presi una freccia
e tesi l' arco; lei spalanco' gli occhi impauriti
sulla mia maschera; e io scoccai la prima freccia."