L'era del neo-storicismo
(Stephen Greenblatt)
Il "neo-storicismo" e' il movimento culturale generato dagli studi di un
professore di Berkeley, Stephen Greenblatt (che conio' il termine nel 1982).
Se fino alla meta' degli anni '80 il riferimento culturale dei circoli
intellettuali era il
"decostruzionismo" di Derrida, nella seconda meta' il "neo-storicismo" ha
preso decisamente il sopravvento. L'idea di fondo e' che l'arte assorbe e
rimodella l'energia sociale. Fra societa' e arte esiste un processo continuo
di scambio, dal quale dipende il progresso di entrambe, un po' come se
esse entrassero in risonanza.
A differenza della critica marxista, che si
focalizza sui conflitti di classe, e della critica decostruzionista, che
sottolinea l'instabilita' del significato, il neo-storicismo, senza ripudiare
nessuno dei due punti di vista, non identifica un rapporto di causa ed effetto
fra societa' ed arte, ma semmai un rapporto di reciproca causa e reciproco
effetto.
A differenza dei pensatori marxisti, che identificano il potere con il capitale,
o delle femministe, che identificano il potere con la patriarchia, secondo
Greenblatt il potere e' una forma di risonanza. Non e' spartito fra tutti gli
individui della societa', ma circola in continuazione all'interno della
societa'.
L'oppressione e la sovversione diventano allora semplici cicli di
un processo di scambio. Ogni lavoro d'arte e' allora un campo di battaglia
in cui si confrontano i conflitti sociali del tempo, e, per il lettore,
un teatro in cui si assiste a un replay delle lotte ideologiche.
Lungi dall'essere un deposito del consenso sociale (come ritenevano i
tradizionalisti), l'arte e' una memoria delle forze che hanno dilaniato il
tessuto sociale.