Il declinismo
(Paul Kennedy)
Paul Kennedy e' uno dei pensatori sociali piu' influenti dell'epoca moderna.
Il suo libro "Rise and Fall of the Great Powers", pubblicato nel 1987, fu
determinante nel formulare il concetto, oggi ampiamente condiviso dalla
classe intellettuale, della fine del miracolo americano. Negli anni seguenti
la crisi economica avrebbe sposato a meraviglia la profezia di Kennedy,
trasmettendo anche all'uomo della strada la sensazione che gli U.S.A. avessero
ormai iniziato un'inarrestabile declino.
Nel 1992 Kennedy ha scritto "Preparing for the Twenty-first Century", un
altro libro-profezia cha ha esercitato una forte influenza sull'immaginario
tanto gli intellettuali quanto dell'uomo della strada. In esso Kennedy presenta
lo spettro di un pianeta sovrappopolato, infestato di guerre etniche,
minato da una carenza endemica di risorse, avvelenato
da un inquinamento incontrollabile. Nei prossimi 35 anni il 95%
dell'incremento della popolazione del mondo verra' dai paesi del Terzo
Mondo. Fra una generazione la popolazione dell'Africa sara' tre volte quella
dell'Europa, benche' oggi sia praticamente la stessa. E cosi' via.
Osservazioni
di questo tipo ne fanno il nuovo Thomas Malthus, e certamente fanno
presa sulla gente comune. Kennedy non esita a sottolineare come India e Cina,
dovessero mai arrivare allo stato di paese industrializzato, potrebbero mettere
a repentaglio la sopravvivenza stessa dell'umanita' (fra consumo di risorse e
inquinamento atmosferico).
Kennedy punta anche il dito contro le multinazionali, che controllano ormai
le economie, e pertanto la qualita' e il tenore di vita, dell'intero pianeta:
il fatturato delle 350 societa' piu' grandi del mondo e' pari a un terzo
del prodotto nazionale di tutto il mondo industriale, ed e' decine di volte
superiore a quello di tutto il mondo sottosviluppato. Le decisioni prese
dalle multinazionali puo' portare a catastrofi "artificiali" assai piu'
dannose delle catastrofi naturali a cui l'umanita' e' abituata. Per esempio,
le multinazionali esportano posti di lavoro nei paesi sottosviluppati in cui
la mano d'opera e' piu' economica, creando disoccupazione nel mondo
Occidentale (un tema a cui e' molto sensibile la classe proletaria).
Kennedy mette in guardia contro il crescente strapotere delle multinazionali,
contro l'economia "transnazionale" che puo' ledere irrimediabilmente il concetto
di sovranita' di una nazione: non esiste piu' un'economia "Americana", cosi'
come non esistono piu' aziende "Americane" o prodotti "Americani". Esiste
un'economia mondiale, di cui sono protagoniste le multinazionali che vendono
prodotti fabbricati in molteplici localita'. L'America e' destinata ad
essere inghiottita in questo plasma senza identita'.
Ma Kennedy soprattutto punta sul complesso di "superiorita'" dell'americano
medio, abituatosi ormai a considerarsi "ricco" oltre ogni misura. Kennedy,
statistiche alla mano, dimostra che nel 1970 il prodotto nazionale lordo degli
U.S.A. era molto superiore a quello dell'intera Europa, mentre adesso e' parecchio
inferiore, ed era cinque volte quello Giapponese, mentre adesso e' appena
il doppio; sottolinea che la citta' preferita dagli Americani, Seattle, ha un
tasso di criminalita' che e' sette volte quello della peggior citta' inglese,
Birmingham; traccia paralleli inquietanti con il rapido declino della Gran
Bretagna; profetizza un'America sempre meno ricca e sempre meno potente.
Sono queste le paure con cui vive oggi l'americano medio. Non e' piu'
la catastrofe nucleare o l'invasione comunista ad ossessionarlo.
L'America entra negli anni '90 attraversando una piccola crisi di
identita' con alti e bassi psicologici: la fine dell'incubo nucleare si
accompagna alla fine dell'era ricca e spensierata degli yuppie, l'inizio di
un'era di dominio assoluto sulla scena internazionale coincide con l'inizio
di un'era di crescente sfiducia nel governo.
All'insicurezza nucleare si sostituisce quella economica, alla diffidenza nei
confronti dei paesi esteri si sostituisce quella nei confronti della burocrazia.
Nel 1995 la classifica annuale del mensile Fortune decreta il sorpasso operato
dalle corporation Giapponesi nei confronti di quelle Americane: La Mitsubishi
e' il colosso mondiale numero uno, la General Motors retrocede al quinto
posto, dietro Mitsui, Itochu e Sumitomo (altre tre societa' Giapponesi).
Fra le prime cinquecento societa' del mondo 151 sono Americane, 149 Giapponesi.
La Ford (tradizionalmente seconda) e' soltanto settima, la Exxon (ex terza)
e' ora ottava.