Postmoderno
La cultura del postmodernismo si sparge a macchia d'olio in tutte le arti,
e in particolare in quelle popolari, in quelle di massa (rock, cinema, fumetti
e cosi' via). Attorno al suo concetto principale di "simulazione" se ne
formano altri: inflazione, iper-realta', rete, immagine, sublime.
L'era "moderna" e' quella che, filosoficamente e scientificamente parlando,
ha inizio piu' o meno con Descartes e comincia a spegnersi con Kant, finendo
per auto-distruggersi nel caos culturale del nostro tempo.
L'avvento della Scienza e della Macchina, la secolarizzazione della vita
sociale, il progresso politico verso la Democrazia, l'avanzare
dell'Imperialismo e del Capitalismo sono tutte storie "moderne".
Nell'era moderna il ruolo dell'intellettuale e' stato (soprattutto da Kant in
poi) quello di instillare il dubbio, di resistere alla modernita'.
La funzione di poeti e filosofi e' stata innanzitutto quella di accaniti
conservatori, tenaci oppositori del Progresso, critici inesorabili dei suoi
effetti collaterali. La condizione "moderna" e' invece l'esatto opposto,
e' il credere che la "modernizzazione" sia un processo irreversibile,
universale e perenne: il mondo sara' sempre piu' moderno. E' questa la
condizione in cui e' vissuta l'umanita' in questi ultimi quattrocento anni,
ora con l'entusiasmo di chi pregusta una vita sempre piu' sicura e piu' facile,
ora con il terrore nel rendersi conto che il progetto finale del "moderno"
e' la sostituzione degli uomini con le macchine.
L'architettura e' l'arte che ha accettato piu' attivamente il moderno,
forse anche perche' le sue possibilita' espressive dipendono in misura
maggiore dai prodotti del moderno. Non stupisce pertanto che sia stata
l'architettura a favorire gli studi sul "moderno" e, non appena percepita
con chiarezza la decadenza di questo, quelli sul "post-moderno".
Il termine post-moderno venne coniato da critici letterari come Ihab
Hassan (nel 1976), da sociologi come Daniel Bell e soprattutto da
Charles Jencks, il critico d'arte che viene comunemente accreditato con
l'accezione piu' comune: il postmoderno e' citazione, l'architetto
postmoderno non costruisce, bensi' "costruisce" (fra virgolette, nel senso
che in realta' prende soltanto a prestito costruzioni altrui).
Il post-modernismo e' la "logica culturale del tardo capitalismo" (come
l'ha definito Fredric Jameson nell'omonimo libro del 1991).
Quest'era e' caratterizzata da una immane dilatazione dello spazio della
cultura, al punto da invadere lo spazio del consumismo. Il post-modernismo
e' allora il processo di trasformare la cultura, che e' innanzitutto
storia codificata, in prodotto. La cultura viene de-costruita e poi
ri-costruita, un processo per cui, fra l'altro, il brutto puo' diventare
estetico, il male puo' diventare positivo, l'apocalittico puo' diventare
decorativo. Feticci del post-moderno sono gli "shopping mall", l'MTV,
i parchi di divertimento, e, in ultimo, l'intera cultura del computer
(dall'intelligenza artificiale alla realta' virtuale, dalle reti di servizi
alla posta elettronica); tutti fenomeni che hanno in comune la "morte del
soggetto". Il post-modernismo e' l'era dei simulacri.
Se il modernismo corrisponde all'era del medio-capitalismo in cui le
funzioni di sviluppo tecnologico e sociale sono ancora squilibrate,
il post-modernismo corrisponde all'era del tardo-capitalismo in cui quelle
funzioni sono perfettamente integrate. La tecnologia e' stata assimilata
dalla societa' tanto quanto la societa' e' stata assimilata dalla tecnologia.
Al posto delle crisi di rigetto degli anni Sessanta, quando la "macchina" era
considerata un prodotto del Diavolo, e' subentrata la coscienza di quali
servizi sociali la macchina puo' rendere possibili e implementare.
Il postmodernismo ribalta le categorie centrali del pensiero marxista:
materialismo senza sostanza, totalita' senza comunita', omogeneita' senza
eguaglianza, economia senza classe, dinamismo senza aspirazione, e liberazione
senza giustizia.
La "condizione" post-moderna, il corrispondente dello zeitgeist hegeliano,
viene definita da filosofi come Jean Baudrillard e Jean-Francois Lyotard
(nel 1979 con "La Condizione Postmoderna") come, in sostanza, la disfatta della meta-narrativa
dell'emancipazione, ovvero la disfatta dell'idea che sia possibile
emanciparsi dalla realta' borghese tramite l'arte: dalla realta' borghese
(sia il consumismo o siano i cartoni animati) non e' possibile emanciparsi.
In un certo senso si tratta soltanto di legittimare il mondo "moderno"
che per quattrocento anni si era deriso (e che comunque era riuscito
benissimo a sopravvivere anche senza quella legittimazione).
La messa in disuso del marxismo ha certamente contribuito a questa definizione
della condizione postmoderna, nel senso che i pensatori marxisti devono
ora rassegnarsi ad accettare (almeno per un po') la realta' borghese.
Comunque sia, la condizione postmoderna e' lo stato dell'uomo nell'era
della riproduzione meccanica (il prodotto saliente del modernismo).
La prima conseguenza della riproduzione meccanica e' la perdita di valore
dell'originale: se e' possibile costruire un sostituto perfettamente identico
di ogni cosa, allora nessuna cosa e' particolarmente pregiata. Quando
la realta' e' ripetibile all'infinito, non accade nulla. Ogni fatto e ogni
fattore perde valore (dal partner sessuale al lavoro).
Per la prima volta tutti i pensatori sono d'accordo che qualcosa e' finito,
ma pochi ritengono anche che qualcosa sia iniziato (normalmente succede
il contrario).
Cosi' nell'arte la crisi culturale e ideologica degli anni Ottanta e Novanta
si traduce in una perdita di fiducia nei fondamenti assoluti dei codici
artistici, nel valore oggettivo e universale della cultura occidentale.
Il relativismo culturale del Sessantotto (secondo cui tutte le culture hanno
pari diritto di domicilio all'Olimpo) diventa un codice neutro, per il quale
non solo non esiste piu' preminenza di una cultura (occidentale) sull'altra
(orientale, africana), ma non esistono neppure piu' differenze. Viene abolita
di fatto la stessa suddivisione fra barbaro e incivile, con tutte le tacche
intermedie di misurazione del grado di cultura. Non esiste piu' una totalita'
ordinata di arti e culture, ma soltanto un aggregato discontinuo di "fatti"
artistici e culturali, un'indistinta eterogeneita' di segni. La pluralita' dei
modelli viene concepita come una specie di "lego", di cubetti insignificanti,
tramite i quali (assemblando i quali) e' possibile costruire il senso, non nel
senso di recuperarlo, ma di "darlo". Dal disordine ha origine un ordine che non
e' piu' una gerarchia ma un deposito di pezzi per la catena di montaggio.