La rivolta fiscale

(Grover Norquist, Bill Clinton, Mario Cuomo, Richard Gephardt, Newt Gingrich, New Deal, Proposition 13, Ronald Reagan, Reaganomics, Irwin Schiff, Richie Havens)

La rivolta fiscale degli anni '80, cavalcata magistralmente da Ronald Reagan e maldestramente dal suo successore George Bush, continua a generare "aftershocks", scosse di assestamento. Il sentimento popolare e' sempre piu' anti-governativo. Da quando nel 1978 la California (ai tempi governata proprio da Reagan) voto' in referendum una legge (la famosa "Proposition 13" del 1978), che rese illegale da parte dello stato aumentare le imposte sugli immobili, le elezioni si sono vinte quasi sempre promettendo riduzioni di tasse.
Negli anni '90 pero' il movimento si scontra contro una realta' tragica, che e' a sua volta un derivato della politica fiscale di Reagan: la crescita abnorme del debito pubblico (vedi). I sondaggi dimostrano che lo stesso cittadino tenacemente opposto alle tasse ritiene saldare il deficit pubblico il problema con la priorita' assoluta. Questo atteggiamento in apparenza contradittorio e' in realta' perfettamente coerente con la convinzione piu' radicata del cittadino medio: che il governo non sappia governare le finanze pubbliche, che voglia far pagare ai cittadini i propri sperperi.
Sono innumerevoli i movimenti popolari sorti per opporsi alle tasse. Irwin Schiff, autore di "The federal mafia", e' diventato un eroe nazionale, tanto della destra quanto della sinistra, da quando nel 1974 ha smesso di pagare le tasse appellandosi a una frase dubbia della Costituzione secondo la quale le tasse federali sarebbero "volontarie", non obbligatorie. Incarcerato due volte negli anni '80, Schiff e' di nuovo in liberta' e ha pubblicato un altro libro (i cui proventi sono stati confiscati dall'IRS, il Fisco americano). Fra i suoi seguaci piu' accesi si conta il cantante Richie Havens, uno degli eroi di Woodstock.
Grover Norquist, autore di "Rock The House" e consigliere personale del leader repubblicano Newt Gingrich, e' il leader del movimento "Americans For Tax Reform", un movimento di destra che conta gia' 60.000 aderenti.
Anche questo e' forse un effetto della fine della Guerra Fredda. Finche' c'era una guerra da combattere (contro Hitler, i giapponesi o il comunismo) il popolo americano faceva quadrato attorno a Washington. Ma non appena i nemici si sono diradati gli americani sono tornati a pensare al proprio giardino e dal loro giardino Washington appare piu' che altro come un'indebita ingerenza nelle loro vite private e un gigantesco buco nero di soldi. E' difficile d'altronde giustificare il budget del governo federale quando gli stati, le contee e persino le singole citta' hanno un'autonomia e un potere cosi' vasti. Il cittadino puo' toccare con mano la scuola costruita dalla sua citta' con le entrate di una "city tax", o le auto della polizia che pattugliano il suo quartiere con le entrate di una "county tax", o l'autostrada costruita dallo stato con le entrate della "state income tax" (la tassa sul reddito, che molti stati impongono in aggiunta a quella di Washington), ma raramente e' trasparente il modo in cui Washington spende i soldi della "federal income tax". La NASA, la C.I.A., il Pentagono e le mille agenzie sparse su tutto il territorio raramente fanno qualcosa di utile per la gente comune.
Gli U.S.A. sono alla ricerca della formula che possa rimpiazzare quella ormai obsoleta della tassa sul reddito a livello federale. Il primo parametro su cui si puo' far leva e' quello della distribuzione fiscale fra governo federale e governo locale. Quasi tutti i contendenti concordano nella necessita' di spostare il baricentro da Washington ai singoli stati, ma poi si fermano davanti alle conseguenze devastanti che una mossa del genere avrebbe per l'economia: sono letteralmente milioni i posti di lavoro garantiti dagli investimenti federali (in particolare quelli militari e spaziali), che verrebbero sacrificati in quello scenario.
Il secondo parametro e' quello su cui si calcolano le tasse. Gran parte del mondo applica una tassa diretta sul reddito di un individuo e una tassa indiretta sui suoi acquisti (come l'IVA). Negli U.S.A. il principio e' sempre stato quello di favorire gli investimenti, ovvero gli acquisti, e pertanto la tassa sul reddito e' di fatto quella che fornisce gran parte degli introiti, mentre quasi tutti gli acquisti che contano (come la casa) non sono tassati per nulla, o addirittura possono essere dedotti dall'imponibile.
La rivoluzione fiscale proposta dai repubblicani negli anni '90 ha come obiettivo dichiarato quello di semplificare se non altro i conti: un'aliquota uguale per tutti. Naturalmente cio' finirebbe per favorire i ricchi, che oggi pagano aliquote piu' elevate dei poveri. Un'altra rivoluzione fiscale sarebbe quella di eliminare la tassa sul reddito e lasciare soltanto quella sugli acquisti (la "sales tax"). Anche questa finirebbe per pesare soprattutto sui ceti meno abbienti.
Il dibattito e' stato per quasi vent'anni monopolio dei conservatori. Dalla presidenza Reagan in poi i repubblicani hanno continuato a cercare la formula magica che consentisse di continuare a pagare le enormi spese del governo americano e al tempo stesso riducesse le tasse pagate dai cittadini, e in particolare da quelli abbienti (l'idea essendo sempre quella di favorire gli investimenti, i quali investimenti possono venire soltanto dai ricchi).
Per tutti quei vent'anni i democratici non hanno di fatto partecipato al dibattito. La loro ottica e' rimasta quella del New Deal, di far pagare in maniera equa e proporzionale alle possibilita'. I democratici si sono pertanto concentrati sugli aspetti di giustizia sociale. Mario Cuomo, governatore dello stato del New York, e' stato esemplare nella sua coerenza ideologica: i debiti si pagano aumentando le tasse, e lo scopo dei politici e' fare in modo che a pagare siano soprattutto i ricchi. Gli e' costato il posto di governatore.
Clinton stesso, appena eletto, varo' un piano di tasse per ridurre il deficit nazionale, ma tutta la sua attenzione venne rivolta a fare in modo che non punisse i deboli, non a trovare dei modi innovativi per farlo.
Soltanto dopo il successo massiccio dei repubblicani alle elezioni del 1994 i democratici scendono in campo. Dapprima lo fanno in maniera un po' goffa, ma poi e' Richard Gephardt, nell'estate del 1995, a proporre la prima idea originale in materia del suo partito dai tempi del New Deal. La sua proposta consiste in pratica nel livellare al 10% l'aliquota per il 75% delle famiglie americane (tutte quelle al di sotto dei $60.000 di reddito annuo) e lasciare invariato il sistema delle aliquote crescenti per tutte le altre. In tal modo il peso di rimettere in sesto il budget nazionale verrebbe addossato prevalentemente al ceto abbiente che ha beneficiato maggiormente degli "sconti" della "reaganomics".
Il problema e' che tutti i piani proposti finora finiscono sempre per aumentare il deficit nazionale. Gephard stesso, per far tornare i conti, e' costretto a chiedere che vengano tassati i rendimenti dei titoli del tesoro, i programmi pensionistici e persino l'assicurazione medica.