Tim Buckley synthesized a new genre of music by fusing folk, blues, jazz,
psychedelic rock and chamber music.
Very few rock musicians ever achieved the monstrous
intensity and lyrical tenderness of his work. Buckley's songs were
journeys through the psyche of the singer. Buckley was therefore more interested
in mirroring the emotions of the soul than in emphasizing a melody.
A Buckley song is a stream of consciousness.
Buckley changed the very idea of what a folk or rock song is supposed to be.
Tim Buckley also boasted one of the most original voices ever,
a combination of African melisma, Tibetan droning, jazz scat and acid-rock
wailing, a combination that set a new standard for any future vocalist.
He turned the voice into an instrument
of the orchestra, not just a vehicle for words.
If Goodbye And Hello (Elektra, 1967) was simply a poor man's version
of Dylan's Blonde on Blonde, the six lengthy compositions of
Happy Sad (1968), performed by a combo that was the folk-rock
equivalent of the Modern Jazz Quartet, coined an ethereal folk-jazz style
that had no precedents (except, possibly, Fred Neil).
After the more conventional Blue Afternoon (1969), Buckley pushed
his intuitions to the logical conclusion on Lorca (1970), one of
rock's all-time masterpieces. Here the music leaves this world, and enters
an oneiric and metaphysical landscape. Buckley sings as if in a coma.
Melodies appear and disappear in an atmosphere of lugubrious suspense.
Starsailor (1970) is perhaps his most formally perfect album.
If English is your first language and you could translate the Italian text, please contact me.
|
Tim Buckley e` il cantante piu` geniale della storia della musica rock,
e forse dell'intera storia della musica.
Tim Buckley fu il primo dei moderni singer-songwriter (cantautori), il primo
ad alterare completamente il modello inventato da Bob Dylan, e
rimane uno dei piu` grandi di tutti i tempi; ma definirlo "cantautore" e`
limitativo. Buckley era poco interessato ai testi (che infatti faceva scrivere
al suo collaboratore Larry Beckett). L'arte di Buckley era tutta musicale,
ed era un'arte d'atmosfera. Buckley usava tecniche straordinarie sia di canto
sia di arrangiamento per scolpire atmosfere quasi cosmiche.
Con la psichedelia la musica aveva cominciato un viaggio verso mondi diversi
da quello terreno di cui si era sempre occupata la musica folk. Buckley
continuo` quel viaggio fino alla fine, scoprendo mondi sempre piu` lontani
e sempre piu` insoliti.
Il percorso esteriore di questo "viaggiatore delle stelle" (come si defini`
lui stesso) era in parallelo un percorso interiore, alla ricerca di se stesso.
La sua musica fu sempre una musica di scavo psicologico, anche quando si
riallacciava alla canzone d'attualita` del Greenwich Movement.
Purtroppo quel percorso si concluse in un cimitero.
Buckley fu in gran parte estraneo ai subbugli delle due capitali della musica
giovanile, distrattamente partecipe della protesta umanitaria di New York
e vagamente imparentato con gli hippies di San Francisco.
Buckley era certamente figlio della stessa era (tanto che di droghe morira`),
ma la sua fu sempre una carriera molto isolata.
Il "sound" era il cuore della sua musica. E per ottenere quel sound Buckley
navigo` lo spazio del jazz e delle tradizioni orientali, oltre a quello del
folk e del rock.
Come Captain Beefheart e
Frank Zappa,
anche Buckley apparteneva a un concetto
alternativo di musica, un concetto che a Los Angeles non si espresse pero`
mai sotto forma di movimento politico.
Buckley esibi` fin dall'inizio una purezza artistica piutosto rara
nel mondo della musica rock
L'elemento piu` originale dei suoi dischi era il canto, inizialmente ispirato
da Fred Neil, che Buckley continuo`
a raffinare per anni. Le sue conquiste in questo campo sono degne della musica
d'avanguardia e certamente del jazz. Il suo canto era davvero un altro
strumento, piu` simile alla tromba e al sassofono del jazz che al baritono
della musica pop.
Come ebbe a dire il suo collaboratore Lee Underwood, Buckley fu per il canto cio` che Hendrix fu per la chitarra.
Le acrobazie del virtuoso erano soltanto una parte della storia. Gli esperimenti
sul canto servivano a Buckley per comporre una narrazione altamente psicologica,
fatta di allucinazioni e voli, dialoghi e silenzi, confessioni e deliri.
Il suo gioco intricatissimo di gemiti, urla, guaiti, vocali estatiche,
sussurri nevrotici, sussulti isterici, quel modo di quasi piangere cantando
costituivano un vocabolario e una grammatica di grande effetto.
Buckley cominciava le canzoni imbastendo un racconto, soppesando le parole, ma
poi le parole perdevano significato e diventano semplice suono, e infine puro
delirio. E, man mano che perdevano la loro qualita` "terrena", diventavano
anche la chiave per accedere a un "oltre", a un'altra dimensione, una dimensione
di puro spirito.
Il canto non era che uno degli strumenti, comunque. Buckley arrivo` a
impiegare un ensemble da camera (percussioni, tastiere, fiati)
per i capolavori della maturita`.
Nella sua arte vocale confluivano il melisma dello spirituale, lo shout
del gospel e le austere tecniche tibetane (forse la proposta piu` originale
di fusione fra occidente e oriente), ma Buckley rielaboro` le sue fonti fino
a pervenire a uno stile unico e personale.
Il ritmo era altrettanto duttile, di volta in volta una pulsazione ossessiva
che percuote la mente, oppure un lieve trepestio che guida il cuore nei suoi
titanici sforzi, oppure un serrato "jazzato" che vibra senza pause colorando
di una strana frenesia la fantasia sospesa ad altezze vertiginose, oppure ancora
un gentile vento soul che si distende in dolci e impalpabili sottofondi
naturali.
Dalla fusione fra tutti questi elementi rivoluzionari avevano origine
canzoni che sono poesie malinconiche ambientate in un
mondo devastato da una follia tanto fievole quanto immane.
Piu` che narrare Buckley si lanciava in deliri, in flussi di coscienza,
in associazioni libere. La narrazione si spegne e si riattizza, s'infiamma
ed esplode, si placa e collassa, s'inalbera epica e s'affloscia moribonda.
La sensazione e` davvero quella di un viaggio fra le stelle, ma e` anche
quella di una seduta psicanalitica, di un viaggio dentro la coscienza
squilibrata di un caso incurabile. La musica fotografa una psiche che
si dibatte spasmodicamente in un torbido impasto di cupe emozioni primordiali,
in bilico sul baratro del suicidio,
e ogni tanto riaffiora, ancora dolorosamente viva, palpitante.
La colonna sonora di questo tormento interiore era uno splendido caos musicale.
Buckley apri` una nuova era per il canto d'autore, anche se all'epoca nessuno
se ne accorse, neppure lui che si professo` sempre figlio del rhythm and blues.
Da un lato le sue acrobazie canore coniarono un'arte onomatopeica
modulata all'infinito. Dall'altro il suo genio naive architetto`
arrangiamenti sempre piu` complessi e "colti", esplorando rabdomanticamente
filoni tanto diversi quali il free-jazz, la linea genealogica
blues- spiritual- gospel- soul,
la musica latino-americana, il primitivismo africano.
I capolavori di Buckley sono brani estesi che hanno poco in comune con la
"canzone". Lo svolgimento e` libero e non c'e` ritornello. La melodia viene
smembrata e distorta, allungata in una struttura lenta e strisciante
che e` l'equivalente di un sogno.
Lorca e Gypsy Woman sono brani senza fine in cui Buckley spalanca
le porte della percezione e irrompe in un vuoto siderale.
Il passo epico dei primi dischi diventa via via sempre piu` astratto.
Il tono tragico, in sordina, rimarra` sempre lo stesso, ma si tingera`
di colori sempre piu` grigi, sempre piu` depressi.
L'incedere, a sua volta, diventera` sempre piu` convulso,
istericamente conteso fra pause in cui tratteneva il fiato
e rovesci febbrili di emozioni, come se il cantante
fosse scosso da improvvise e atroci illuminazioni di un tremendo segreto
o precipitasse a capofitto in abissali inferni esistenziali.
La musica di Buckley inseguiva un'idea, non importa dove questa si spingesse.
Spesso si limitava a precipitare, senza vedere il fondo, in un buio di pupille
sbarrate e di mani protese, in un'orgia eterna di grida disperate e di
lamenti raccapriccianti.
Buckley vagava in quello spazio di infinito nulla
alla ricerca forse, di un'idea che fosse anche di salvezza.
La sua carriera fu un lungo incubo privato.
Buckley passo` la vita a inseguire i suoi fantasmi interiori in labirinti di
suoni e per itinerari cosmici, ma si era perso fin dall'inizio, e cio` che
fa grande la sua arte e` che non aveva speranza di ritrovarsi.
Quello di Buckley fu un incubo durato una vita, l'incubo di un naufrago alla
deriva, che verra` alla fine ucciso dall'orizzonte con cui discorreva
giorno e notte.
Questo approccio onirico, visionario, allucinato alla musica era certamente
imparentato con l'acid-rock californiano, scaturiva da una sottocultura della
droga intesa come liberazione e catarsi; ma a quell'approccio
propenso a sondare gli abissi della mente, Buckley aggiunse un elemento di
introversione e introspezione che procedeva quasi in direzione opposta
alle celebrazioni di estasi pubblica dell'acid-rock.
Cio` non toglie che, assillato da un profondo malessere esistenziale,
Buckley fosse un
personaggio piu` universale di quanto volesse essere, ma per puro caso:
Buckley era un menestrello paranoico del disagio esistenziale della sua
generazione, un perdente emarginato nella societa` dei consumi, un missionario
dell'anticonformismo intellettuale come lo erano stati i beatnik,
succube e non protagonista della vita.
Buckley esprimeva l'insofferenza per i valori dell'"american way of life"
nello stesso modo in cui l'avevano espressa i poeti beat e i pittori astratti.
Tim Buckley nacque a Washington nel 1947, crebbe a New York e si trasferi`
ancora bambino in California. Si formo` nei locali folk di Los Angeles, mentre
frequentava la high school insieme con l'apprendista poeta Larry Beckett e
con l'apprendista bassista Jim Fielder.
A quindici anni suonava il banjo in un complesso folk,
ma ammirava soprattutto la potenza vocale dei cantanti blues, la creativita`
del free-jazz e il potere espressivo di tanta world-music.
Buckley, Beckett e Fielder formarono prima i Bohemians e poi gli Harlquin 3.
Esercitandosi a controllare il respiro e le corde vocali per ottenere la massima
duttilita` del canto (suo modello la grande Yma Sumac),
Buckley scopri` la sua vera vocazione.
Abbandonati gli studi e la moglie (frutto di una scappata
dell'ultimo anno di high school), Buckley prese a esibirsi al
"Troubadour", dove fece conoscenza con il chitarrista Lee Underwood.
Herb Cohen, il manager di Frank Zappa, lo scoperse che aveva appena diciotto
anni, ma era gia` un fenomeno, sia per la prodigiosa estensione vocale,
sia per i diversi stili musicali che amalgamava nelle sue canzoni.
La sua personalita` timida e sensibile, dolce e malinconica, schiva e modesta
non si addiceva all'ambiente della musica rock.
Buckley rimase sempre un ragazzo solitario.
Scontava pero` l'isolamento con una massiccia dipendenza dalle droghe pesanti.
Buckley registro` il primo album,
Tim Buckley (Elektra, 1966),
nell'arco di tre giorni nel 1966 mentre nasceva suo figlio
Jeff Buckley,
Circondato da uno stuolo di prestigiosi sessionmen
reclutati da Cohen (Billy Mundi alla batteria,
Van Dyke Parks alle tastiere, Jack Nitzsche per gli arrangiamenti d'archi,
oltre a Underwood e Fielder), Buckley non oso` piu` di tanto. Le canzoni
sono tipiche dello stile dell'epoca, a meta` strada fra Bob Dylan
e la musica leggera.
L'album si distingue dai tanti dell'epoca per un tono medio piu` fatalista
e rassegnato. La novita` di maggior rilievo e` forse l'arrangiamento jazzato,
e talvolta orchestrale.
Buckley ha 19 anni, e` incerto e titubante, soprattutto al cospetto
dei piu` smaliziati collaboratori. Gli riescono bene
tenui bozzetti adolescenziali come
Valentine Melody e Song Of The Magician, ma
la voce non ha modo di librarsi come Song Slowly Song lascia
intuire.
Il secondo album, Goodbye And Hello (Elektra, 1967), fu ispirato
da Blonde On Blonde di Dylan, che Buckley, Fielder e Underwood
passarono mesi ad ascoltare e imitare.
Ambizioso e pretenzioso come l'album di Dylan, l'album di Buckley non
riesce a trovare lo stesso magico equilibrio, ma costituisce comunque
un gigantesco balzo in avanti per l'autore.
Buckley, in particolare, riesce a meglio amalgamare gli strumneti
(compresi percussioni e tastiere).
Forse anche per l'influenza del produttore di turno, che volle dare
all'album un sound rinascimentale, Buckley ricorre a una strumentazione che
ha del sontuoso per un folksinger.
Il talento versatile ed eccentrico di Buckley ha comunque modo di emergere
pienamente in canzoni toccanti che oscillano fra il lirismo favolistico alla
Leonard Cohen (ante litteram), le pose dylaniane di "je accuse",
e uno spleen di fragile bellezza.
Nell'insieme esse danno la sensazione di una vasta, confusa e depressa
umanita` in cammino verso un crudele destino.
Un'atmosfera magica emana da
Carnival Song, ipnotico e sinistro ritornello con un sottofondo di
organetto di strada e di rumori di circo,
Piu' grintosa Pleasant Street, avvolta in un alone di religiosita`,
con impennate di fervente disperazione che ricordano i gospel, e toni lugubri
da messa gregoriana resi da un harmonium solenne, con la voce che s'inabissa
sempre piu` "giu', giu', giu' ..." in abissi di depressione per rialzarsi
improvvisamente in uno shout demoniaco.
Tutta spettrale invece Hallucinations, con contrappunti medievaleggianti,
classicheggianti e orientaleggianti, il cui canto purissimo, contornato di suoni
celestiali, si presenta come un gorgo che si stringe piano piano attorno alla
tremula immagine di una visione e infine la inghiotte in una bolla d'acqua.
L'atmosfera esplode nel soul solenne e tribale di
I Never Asked To Be A Mountain, una sarabanda di chitarra e percussioni,
un ritmo incalzante che non
concede tregua, e una declamazione alta, potente, psichedelica.
Knight Errand e` una miniatura trobadorica per pianoforte e pianola,
una perfetta evocazione di cavaliere che insegue la sua "belle dame sans merci".
Il vortice piu` tenero e` quello di Phantasmagoria In Two, la piu` bella
canzone d'amore di tutti i tempi, sospesa in un ritornello lento e anemico
che si spegne a poco a poco in una malinconia eterna e struggente;
e` un delirio di solitudine e paura che trascende il pretesto cortese e s'inabissa in una vertigine apocalittica di tenebre, un magone di vuoto che
comprime il petto e impedisce all'urlo di esplodere.
Violini tzigani, flauti funerei, clavicembali barocchi, chitarre folk
vengono impiegati per costruire il climax apocalittico di
Goodbye And Hello, il brano guida che, nel suo solenne e marziale incedere fra
visioni medievali e attraverso le tragedie dell'umanita` trasforma gli
orrori dell'Amerika negli sketch di un circo. Il canto tenero ed emotivo
di Buckley e` l'esatto opposto, dal punto di vista emotivo, del Dylan
severo e monotono delle canzoni apocalittiche, e rappresenta l'alternativa
metafisica al "je accuse" della canzone di protesta.
Questo disco e` una raccolta di poesie sull'individuo che si presenta inerme
al cospetto della pazzia del mondo.
Buckley rivelo` la sua immensa carica emotiva con
Happy Sad (Elektra, 1968).
Da qui Buckley comincia a essere se stesso.
L'album comprende sei lunghi brani.
Una strumentazione piu` scarna (che conserva Underwood, benche' alcolizzato,
e ha
acquistato il vibrafonista jazz Dave Friedman e il contrabbassista Jim Miller),
si limita a seguire in sordina i voli della voce, che e` finalmente
protagonista assoluta.
Al tempo stesso quel combo di vibrafono, contrabbasso, congas e chitarra
(una formazione che e` l'equivalente folk-rock del Modern Jazz Quartet),
improvvisa un sottofondo liquido ed etereo, caratterizzato da un
intenso cromatismo acustico, che costituisce il naturale complemento al canto
ed e` determinante per creare quel clima rarefatto e vellutato.
Un'altra importante novita` consiste nel fatto che da
questo disco Buckley e` completamente padrone dei suoi brani, non avendo piu`
al suo servizio il paroliere di fiducia. Non a caso il disco segna proprio
il passaggio dal canto parlante, utilizzato sia per guidare la melodia sia per
recitare i versi del testo, al canto inteso come suono di uno degli strumenti
dell'ensemble, e il melisma assurge a procedimento principe del canto di Buckley, un melisma dilatato all'infinito, il che' rivela pienamente la voce nella
sua estensione non solo tonale ma anche emozionale.
Come disse lui stesso, l'unico momento creativo e` il caos. In osservanza a
questo principio si fanno largo un concetto jazzistico dell'improvvisazione e
un concetto mistico della simbiosi fra sviluppo musicale ed emotivita` psichica.
La scoperta dell'improvvisazione (d'umore decisamente cool) e il richiamo
primitivista delle danze tribali rappresentano le forme musicali del caos
per eccellenza, e ad esse si sposa la sua arte canora.
L'atteggiamento di fondo e` quello dell'abbandono solipsistico: Buckley,
pittore della mente e della natura, ricorda e descrive, pensa e parla, solo
nell'immane anfiteatro della vita. L'ascesi laica di Buckley attinge a forze
segrete della psiche e non a caso si sfoga soprattutto nei registri del gospel
e rinuncia agli arrangiamenti tradizionali.
Di qui l'aspetto di musica da camera per piccolo
ensemble, una delle piu` ardue e "concetrate" del secolo, quasi weberniana nella
sua grave essenzialita'.
Strange Feeling, dimessa e tintinnante, reminescente del primo Miles Davis,
e` un acquerello di spleen intenso in cui le
chitarre danzano asincrone e il vibrafono ondeggia swingante.
Buzzing Fly, piu` maschia e incalzante, e` febbre funk/blues/jazz.
Sembra di guardare le "Nymphees" di Monet quando si ascolta la stasi
maestosa di Love At Room 109 At The Islander, una lunga meditazione
o confabulazione con l'oceano,
pervasa di quiete e di una disperazione sottovoce che si annulla
"leopardianamente" in quella quiete, come alla ricerca di un sonno eterno fra
le onde che vanno e vengono senza fine, in quell'eterno ritorno di eco perdute.
Nostalgia, dolore, scetticismo, si consumano nella
pallida bellezza dell'infinito, e rimane soltanto l'estasi muta dell'agonia,
Dream Letter nel nulla.
Gypsy Woman, il capolavoro, e` un'emozione dirompente, un caleidoscopio
visionario, un'eccitazione convulsa, un ciclo di orgasmi, un delirio per
accelerazioni incontenibili e rallentamenti improvvisi che emulano l'impennarsi
e l'estinguersi del fuoco. Preparato da percussioni tribali, questo rituale
erotico comincia in sordina e piano piano si eleva in un'orgia di guaiti,
incitamenti e ruggiti, in un'esaltazione incontrollata dell'epilessi irrazionale della follia e della devastazione
allucinogena della droga; e la voce riacquista la sua negritudine, con accenti
di preghiera, di supplica, di intensa sofferenza, di desiderio ardente,
di lascivia invasata. La danza incalza selvaggia, liberando gli istinti piu`
bradi e andando a lambire i rituali di magia nera.
Happy/Sad si caratterizza nel complesso per la trasfigurazione del folk,
per l'emancipazione del canto dal ritmo e dall'arrangiamento,
per la contaminazione con il jazz, e per la liberazione dalle strutture della
canzone.
E` il flusso ininterrotto di note del canto a dettare l'andamento del brano,
a tenerlo unito e a conferirgli una personalita'.
Al confronto di Happy/Sad, il successivo
Blue Afternoon (Straight, 1969) e` meno album di gruppo e piu` album
del cantante.
La batteria prende il
posto delle congas e l'ensemble e` piu` disciplinato (forse anche perche'
Buckley fece anche da produttore).
Il disco continua comunque la messa a punto di un folk-jazz comunicativo,
raffinato e cesellato fino all'ultima nota.
La forma canzone (il ritornello, il ritmo, i tre minuti, eccetera) non esiste piu`,
ma al suo posto subentra una forma canzone d'autore che la rinnova senza
indulgere in eccessivi sperimentalismi: il canto fluisce libero su un
accompagnamento casuale fatto di punteggiature ritmiche e tocchi colorati.
Le canzoni sono solitarie confessioni autobiografiche, sospese fra onirismo
freudiano e trance psichedelica. Lo spettro di umori e` infinito, dalla cupa
depressione di Chase The Blues Away alla stasi lisergica
I Must Have Been Blind, fino alle forme piu` banali della canzone soul
(Happy Time) o jazz (So Lonely).
Su tutto la voce di Buckley distende un velo di rassegnata, inerme tristezza.
Quando (The River) l'atmosfera si carica di toni marziali, l'epica e la
trascendenza si fondono con il privato,
e l'agonia di Buckley sgorga radiosa e universale su un tappeto strumentale
lento e pulsante.
E a tratti (Cafe) la musica sembra fermarsi del tutto, e un'abnorme
dilatazione del tempo gli consente di trasformare un secondo fugace in un
affresco sterminato.
The Train e` un rhythm and blues visionario in cui funambolismi vocali e
sincopi tribalistiche obbediscono invece a un nervosismo fremente che le
sospinge in una jam trascinante.
Le atmosfere di Blue Afternoon sono profondamente segnate dalla droga.
Non solo le lunghe vocali di Buckley riflettono le dilatazioni della
coscienza tipiche dell'LSD, ma anche il sottofondo musicale segue spesso
le cadenze ipnotiche e scheletriche del trip.
Lo stile vocale di Buckley ha ormai raggiunto la perfezione tecnica e puo'
permettersi qualunque suono: secoli di tradizione vocale nera sono stati
sintetizzati in una perfetta macchina di shout, cry, acuti, scat, rap,
whoop, fade-out, e ogni sorta di saliscendi spericolati su e giu' per le
scale tonali, con duttilita` praticamente illimitata. Con le evoluzioni
del canto Buckley costruisce le atmosfere drammatiche delle sue storie
come nessun altro ha mai potuto fare.
Dal folk-jazz si passa con Lorca (Elektra, febbraio 1970) al "free-folk".
Happy Sad sta a un'ode al silenzio come Lorca
sta a un'ode al vuoto.
La differenza e` quella fra l'umano e il metafisico.
Se gli album precedenti avevano comunque subito l'influenza dei collaboratori
e/o del pubblico, Lorca e` un album scritto per se stesso.
Lasciati liberi Friedman e Miller,
la strumentazione si arricchisce nella sezione delle tastiere.
L'ensemble si compone ora di congas, chitarra, piano elettrico.
Il sound e` scheletrico. L'assenza di un ritmo gli conferisce staticita` e
imponenza, a immagine e somiglianza dell'eternita'.
L'intimismo si muta in denso tenebroso onirismo, il flusso/espansione di
coscienza sonda cupi metafisici abissi.
I brani, lunghi e tesi, labirinti sonori di infima depressione, sono percorsi da
brividi stremanti, frutto di una tristezza che rovista baratri senza fondo;
Buckley e` alla deriva in un coma cosciente. E` un pianto assoluto, senza ritorno.
Il primo brano, Lorca, e` una vertigine di dieci minuti
(suonato in 5/4)
che si apre in una
cupa atmosfera di suspence: un continuo, ossessivo lamento di organo
e un acceso pianismo swing fanno da sottofondo a un
flusso funereo di vocali espanse; un "decrescendo" che sfuma dall'asfissiante
tormento iniziale degradando per traumi successivi, mano a mano piu` sommessi,
fino al bisbiglio stremato, alla prodigiosa stanchezza di quell'ultima sbiadita
nota.
Lorca e` un poema drammatico, un'ode alla paura,
all'angoscia, alla morte; una messa nera da cui emana un atroce senso di
impotenza; il grido impercettibile di un fantasma murato per l'eternita`
dentro una stella fredda.
Buckley sfoga un'angoscia piu` corporale in due lunghi deliri, declamati in
sordina e soffertamente blues, avulsi dall'atmosfera
metafisica del brano-chiave, scaturiti piuttosto da una lancinante tensione
nervosa.
Driftin', un lungo spiritual al ralenti, con la voce alla deriva in uno
sciacquio di chitarre pigre, tocchi e tocchi che vanno e vengono combinandosi
e sciogliendosi senza fine su un'immaginaria spiaggia della mente,
e` musica del respiro; le parole scorrono lentamente,
si frangono, affondano dentro mulinelli di malinconia senza fondo.
Su un tema analogo il nichilismo gelido di
Anonymous Proposition, frammenti stridenti di
un flusso di coscienza in dissoluzione, scivola fra ispide figure di chitarra e
di basso, rampicanti sul fusto esile e contorto del canto: e` forse il brano
piu` "dilatato" di sempre.
Nobody Walking ritorna all'impeto travolgente di Gypsy Woman, sulle note
guizzanti del piano elettrico e sul fitto tappeto percussivo delle congas.
Alla fine Buckley ritrova le proprie voci interiori, e nella bolgia ritmica di
questo brano le puo` spiegare al vento, lasciandosi trascinare in una
danza primitiva e purificatrice.
A parte questo episodio atipico, l'album mostra un Buckley piu` pacato
ed intimista, meno aggressivo e meno naturalista. Sono scomparse sia le grandi
cavalcate sul suono sia gli splendidi acquerelli in riva al mare.
La musica fluttua in spazi immensi, senza
confini e senza forma: una nebulosa di note che si rivolge senza posa in un
vuoto infinito.
La trilogia del folk-jazz e` compiuta. In questo periodo Buckley ha sviluppato
due tipi di brano: quello onirico (il tappeto di suoni dimessi trapunto di
vocali espanse) e quello demente (la polluzione di ritmi per una carica
di guizzi e impennate vocali).
Starsailor (Straight, novembre 1970), da molti considerato il suo
capolavoro e uno dei massimi dischi di tutti i tempi,
e` il punto d'arrivo della folk-jazz fusion di Tim Buckley.
E` al tempo stesso il suo album piu` onirico, visionario, psicologico,
astratto, psichedelico, pittorico e jazz.
Buckley e` ormai dotato di una perfetta padronanza
di tutte le tonalita` della voce e mette a frutto la maturita` raggiunta.
La strumentazione comprende la sezione di fiati delle Mothers of Invention, piu`
basso, batteria e chitarra; mentre per i testi si riannoda la collaborazione
con il poeta Beckett.
Tutto contribuisce a dare la sensazione dell'happening definitivo.
Gli ingredienti principali del disco sono il jazz e la psichedelia, che gli
conferiscono una carica di energia spasmodica, il coraggio
necessario per compiere una traversata cosmica che e` in realta` una traversata
della mente. I brani, piu` concisi del solito, sono melodie dense e sincopate;
la riscoperta del ritmo accelera i tempi del delirio e dell'incubo; fasci di
suono in rapido movimento si accoppiano alle eresie e agli oltraggi di una
voce che sembra aver venduto l'anima al demonio. Il sound spettrale di Buckley
cade vittima di un'esasperazione terrena, vitale, erotica.
Fra gli esercizi piu` sperimentali, in tema di abuso della voce e di
arrangiamenti fantasiosi (con fiati sbilenchi e legni scapigliati)
si contano alcuni incalzanti e swinganti rhythm and blues:
Come Here Woman, Monterey e soprattutto
Jungle Fire, arcigna e trascinante,
stravolta in incubo psicanalitico da un gioco di voci sovrapposte.
Piu' che canzoni sono
pretesti per acrobazie canore e tribalismi incendiari.
Alle atmosfere iper-dilatate dei dischi precedenti riconducono I Woke Up,
avvolta in note libere dei fiati e percussioni casuali,
e Song To The Siren, per modulazioni mantriche, commossa struggente
visione lisergica con l'eco di una voce lontana, splendente,
inafferrabile, orizzonte perduto.
A parte si situano due bizzarre fantasie come Mouline Rouge, una serenata
bohemien, e The Healing Festival, alchimia spaventosa di fiati
ed effetti sonori.
Starsailor, il brano cardine, sui temi cosmici a lui piu` cari,
e` una lunga sequenza di canto, un succedersi ininterrotto di vocali
modulate e distorte lungo piu` linee a loro volta intrecciate e sovrapposte,
che danno la sensazione di vuoto e di paura,
di un viso dilaniato dall'urlo che rotea in bilico
sull'abisso sterminato. Esplorazione delle stelle piu` buie e piu` lontane
della mente, con l'ossessione sempre presente del pericolo di non poter piu`
ritornare; sabba di streghe inter-planetarie, supremo tentativo di raggiungere
quell'estasi disperata vagheggiata nei grandi deliri della maturita'
(Gypsy Woman e Lorca), Starsailor completa la allucinata e allucinante
parabola di Tim Buckley.
Star Sailor e` anche un album discontinuo ed eclettico, che segna un netto
ripensamento rispetto alle strutture aperte di Happy Sad e di Lorca;
e purtroppo da questo riflusso verso la forma-canzone avra` origine la
precoce vecchiaia di Buckley.
La droga lo stava distruggendo, e non bastarono due anni di riposo a
disintossicarlo del tutto (in quel periodo Buckley lavoro` come chaffeur).
A cio` si aggiunga che la sua depressione fu acuita
dalla incomprensione generale.
Greetings From L.A. (Warner Bros, 1972), praticamente un concept erotico,
costituisce un voltafaccia improvviso e inspiegabile
nella carriera di Buckley. Alle atmosfere rarefatte e frammentate dei dischi
precedenti si sostituisce un funky-soul sanguigno e vibrante, l'introspezione
malata e nevrotica lascia il posto a una grinta e una effervescenza da urlatore
nero. Gli stessi virtuosismi vocali paiono nel nuovo contesto grossolani gesti
di istrionismo. Ancor piu` sorprendente il cambiamento di tema: se i dischi
precedenti erano dominati dalla droga, questo e` tutto all'insegna dell'
erotismo, e` un gigantesco incubo sessuale, che si snoda convulso e veemente
senza ritegno, dalla percussivita` selvaggia di Get On Top, dove le piu`
sfrenate danze afrodisiache delle tribu' primitive si coniugano ad un orgasmo
maniacale da alienazione, al canto lascivo e scomposto di Devil Eyes,
in un incalzare frastornante di ritmi sudamericani e sincopi jazz, fino al
blues accorato di Hong Kong Bar, accompagnato da chitarra acustica e
battito di mani.
Buckley incise poi altri due dischi mediocri e scolastici
di ottuso soul-rock, con tanto di coro e sezione d'archi.
Sefronia (Discreet, 1973) contiene ben poco degno di nota
(Because Of You, Honey Man) e
Look At The Fool (Discreet, 1974) fa il verso al soul orchestrale
di Al Green (Look At The Fool, Who Could Deny You).
Tim Buckley mori` per overdose nell'estate del 1975 a Santa Monica.
Aveva 28 anni. Lasciava un figlio che non l'aveva praticamente conosciuto,
Jeff Buckley.
La critica rock non lo aveva apprezzato per nulla o lo aveva appena citato.
La "Encyclopedia", la "Storia" e l'"Album Guide" di Rolling Stone non gli
dedicarono una sola riga, la "Penguin Encyclopedia" gli dedico` qualche riga
distratta.
Starsailor era stato recensito a pieni voti soltanto dalla rivista jazz
"Downbeat" e (anni dopo) in Europa.
Postumi vedranno la luce diverse registrazioni di concerti dal vivo.
Da evitare le antologie, che privilegiano quasi sempre gli album piu` banali.
|