John Fahey made folk music more fit for the classical auditorium than for a Nashville stage.
John Fahey is the man who introduced the stream of consciousness into
folk music, and turned folk music into classical music, and then made it
cross the boundaries of western and eastern music.
The spiritual father of the "american primitive guitar",
Fahey turned the guitar solo into a metaphysical exercise.
Great San Bernardino Party (1966) and Requia (1967)
introduced his surreal world of tragic and solemn visions;
images penned by the guitar, rather than by the voice.
His "western raga", as defined by his three instrumental masterpieces,
A Raga Called Pat Part 3 & 4, on
Voice Of The Turtle (1968),
The Voice Of The Turtle, on
America (1971), and the title-track from
Fare Forward Voyagers (1973) weave
a slow, hypnotic flow of tinkling sounds, a majestic tide of free-form
melodic fragments. These lengthy meditations work at two levels: first they
evoke wide landscapes and imposing nature, and then they resurrect the ghosts
of all the people who roamed them.
The dreams of the explorers, the anxiety of the adventurers, the hopes of the pioneers are joined together, but Fahey shuns the epic mode and prefers a form of
domestic impressionism, which is tender and warm. His art is about the
collective myths of mankind. His musical pilgrimage represents the
odyssey of all the "Ulysseses" who traveled (walked, rode, sailed) towards the unknown.
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Eremita del folk, guru del primitivismo, menestrello del raga occidentale,
John Fahey edifico` sull'etnologia populista una nuova arte del sound,
l'equivalente del flusso di coscienza di William James o della scrittura
automatica surrealista.
Fahey è
il padre spirituale dell'"american primitive guitar",
lo stile folk che privilegia l'assolo metafisico di chitarra acustica
(soprattutto se rigorosamente solista e strumentale).
Fahey aveva due modelli a cui ispirarsi,
il Pete Seeger di Goofing Off Suite (1955)
e
il Sandy Bull di Fantasia For Guitar & Banjo (1963),
ma il risultato fu una musica introspettiva e personale che aveva poco in
comune con quei modelli (puramente tecnico il primo, e trascendentale il
secondo).
John Fahey, originario del Maryland (nato a Takoma Park), si era formato
musicalmente in California verso la fine degli anni '50.
La sua formazione avvenne nel mondo del
blues, genere del quale acquisira` una conoscenza quasi enciclopedica.
Ai tempi del college divideva la camera con Al Wilson (Canned Heat) e in
sua compagnia riscopriva i classici del genere.
Si laureò con una tesi su Charley Patton.
Nel 1958 registro` il suo primo disco,
Blind Joe Death (Takoma, 1959),
dedicato a un bluesman inesistente.
L'album venne stampato in sole 95
copie, ma, a lungo andare, lancio` su scala nazionale il
fenomeno del primitivismo.
Fra tanti brani tradizionali spiccavano due sue composizioni originali,
Transcendental Waterfall
e On Doing An Evil Deed Blues, che avevano poco in comune
con il folk revival di quegli anni.
Death Chants (Takoma, 1963) contiene dieci brani, fra cui
alcune vignette surreali
(Stomping Tonight On The Pennsylvania-Alabama Border,
The Downfall Of The Adelphi Rolling Grist Mill real audio,
Dance Of The Inhabitants Of The Palace Of King Phillip XIV).
Dovettero comunque passare altri sei anni prima che Fahey decidesse di
intraprendere seriamente la carriera di musicista,
Dance Of Death (Takoma, 1964).
Per avere mano libera
nella sua "trasfigurazione" del folk Fahey fondò una sua etichetta
discografica, battezzata Takoma in omaggio al suo paese d'origine.
L'album contiene due lunghe improvvisazioni, Dance Of Death e
What The Sun Said, che anticipano i capolavori dell'eta` matura.
In questi anni di apprendistato Fahey si rivela discepolo dei chitarristi
di colore, dai quali apprende la tecnica che porterà ai massimi
estremi, ma anche curioso rivisitatore e adattatore di stili eterodossi
che si ispirano tanto ai poemi sinfonici del romanticismo quanto
alle colonne sonore dei film muti.
I primi risultati maturi si trovano in
Great San Bernardino Party (Takoma, 1966),
soprattutto la lunga Birthday Party, e in
Requia (Vanguard, 1967), in particolare
quello per Molly in quattro parti (che porta sovraincisi rumori di guerra e inni nazisti).
Transfiguration Of Blind Joe Death (Riverboat, 1965),
che miniaturizza
quella concezione profana di musica sacra a ritmo honky-tonk (Oringa-Moraga) e blues
(Death Of Clayton Peacock) introducendo elementi delle religioni orientali (I Am The
Resurrection) per definire un nuovo tipo di litania estatica (On The Sunny Side);
Days Have Gone By (Takoma, 1967), che contiene uno dei primi collage
di rumori, Raga Called Pat, e altre miniature eccentriche
(Night Train Of Valhalla,
The Portland Cement Factory At Monolith California,
My Shepherd Will Supply My Needs);
e
Yellow Princess (Vanguard, 1968),
che si lascia trasportare dagli umori hippie del tempo (il raga Dance Of The
Inhabitants Of The Invisible City Of Bladensburg, la psichedelia orrifica di Singing Bridge Of
Memphis Tennessee, il madrigale di Yellow Princess) testimoniano della stessa
maturità espressiva su un piano più umile.
In questi dischi Fahey distilla una mole sterminata di idee. Ogni album
è un mosaico di monologhi strumentali mai petulanti, retorici o marziali, sempre cristallini e
delicati. Fahey rifugge dal sensazionalismo e dalle acrobazie mozzafiato dei virtuosi di bluegrass: il suo
è un "picking" molto più raccolto, composto e dimesso.
Gli ingredienti del suo stile sono ancora riconoscibili: il blues, il gospel, il
country, le danze irlandesi, la musica da chiesa, la psichedelia. Ad amalgamarli in un continuum unico e
renderli irriconoscibili è la musica classica indiana.
Su Voice Of The Turtle (Takoma, 1968)
Fahey sperimenta una fusione di chitarrismo occidentale e scale indiane
(A Raga Called Pat Part 3 and 4) e da quel momento
matura la sua concezione metafisico-primitivista.
Fahey mette a punto uno stile chitarristico che è
l'equivalente folk del flusso di coscienza.
The Voice Of The Turtle
è il primo dei tre capolavori
solisti e strumentali di Fahey, seguito da
America (Takoma, 1971 - Fantasy, 1999) e
Fare Forward Voyagers (Takoma, 1973).
I brani si
allungano, si distendono, si rincorrono in cieli e vallate senza fine e senza tempo, nel trascorrere di albe e
di tramonti, si inalberano come tappeti magici, vanno alla deriva trascinati dalla corrente dei ricordi e dei
sogni. Fahey sposta l'enfasi verso il misticismo, la trascendenza, la metafisica.
In dissertazioni come Mark 1:15 e The Voice Of The Turtle (su
America), When the Fire and the Rose are One e soprattutto
Fare Forward Voyagers le intense atmosfere blues/raga
dell'"uomo-tartaruga" trasfigurano l'esistenza in una sorta di viaggio interno/eterno nella mente.
I lenti tintinnii della chitarra, lasciata andare alla deriva da sola, cullano i
sogni dei pionieri, le ansie degli avventurieri solitari, le speranze delle carovane; attraversano paesaggi di
praterie sconfinate, di montagne inesplorate, di fiumi maestosi, di oceani terribili. Quello di Fahey
è un flusso di coscienza collettivo, è il flusso di coscienza di un'umanità intera che
si riconosce nelle odissee di tutti i "viaggiatori lontano in avanti", tutti i grandi piccoli Ulisse che
navigarono, cavalcarono o camminarono, verso l'ignoto.
E' questo il messaggio del "raga occidentale" da lui fondato: di quell'ipnotico e
occulto frangersi degli accordi su cadenze pacate e anemiche, lontano da qualsiasi tentazione di
descrittivismo o di imitazione della tradizione. La musica che ne risulta, criptica e oscura, è
nondimeno pregna di un umanesimo ricco e caloroso.
Rocco Stilo scrive:
Fra tutti gli aggiornamenti, hai dimenticato di segnalare la nuova
riedizione su CD di «America» che restaura il disco nel suo «concept»
originario di dimensioni doppie, recuperando 9 brani che Fahey fu
convinto dalla Takoma ad accantonare, per non riprenderli in seguito mai
più. Questo è, secondo me, uno degli eventi più importanti della musica
folk americana degli ultimi anni; le dimensioni monumentali del disco,
la presenza di tanti capolavori, quelli già noti e quelli «nuovi», non
lo fanno apparire inferiore a «Fare Forward Voyagers». Fra le «novità»
spiccano in particolare: la title-track (assente dall’ellepì originale),
che secondo la Takoma è l’unico brano conosciuto di Fahey alla 12 corde;
il brano «Dalhart, Texas, 1967», forse il migliore tra quelli
recuperati; il tema bellissimo, a due riprese, di «Jesus Is A Dying
Bedmaker»; «Dvorak», ripreso da un tema dell’omonimo compositore. Pagina
di riferimento: http://www.fantasyjazz.com/cat_fahey.html.
Voyagers è in assoluto la sua composizione più
lirica, complessa e maestosa. Laddove Voice rimane ancora legata a un mondo favolistico, alla
cadenza del racconto, Voyagers si innalza in uno spettacolare tourbillon di visioni celestiali, di
mandala pudichi e ascetici.
A quel punto, in corrispondenza con il generale rallentamento delle istanze
alternative degli anni '60, subentra un periodo di rilassamento, di
imborghesimento, in cui Fahey si accontenta spesso di sfogliare con erudita
nonchalance le pagine del passato americano:
Of Rivers And Religion (Reprise, 1972), arranged in a more professional
way (dobro, mandolin, trumpet, clarinet, piano, double bass) and echoing Dixieland music, but less
"personal" and unique than other albums of this period, and
After The Ball (Reprise, 1973),
e alcuni album natalizi.
La migliore di queste nostalgiche
rivisitazioni della musica dei primi del secolo è forse
Old Fashioned Love (Takoma, 1975), sulla quale
è accompagnato da una banda con tuba, tromba, trombone, jug, banjo, e piano e dove, divagando
fra blues e ragtime, finisce per pervenire a un altro dei suoi mantra estatici, Dry Bones In The
Valley.
La curiosità patologica per gli arcaici 78 giri rimarrà comunque una costante
della sua carriera, una febbre che lo assalirà a intervalli regolari.
La stanchezza creativa è però compensata da una
suggestiva fantasia tematica e da una dolcezza, una bonarietà, un ottimismo che mancavano nei
capolavori.
Fahey dispensa esuberanti impressioni di viaggio, su
Visits Washington D.C. (Takoma, 1979),
con il mozzafiato Grand Finale;
una raccolta di "imitazioni" di treni,
Railroad I (Takoma, 1983);
le romanze cortesi su temi della musica rock di
Old Girlfriends And Other Horrible Memories (Varrick, 1990);
variazioni folk su brani celebri di musica
rock e classica, su
Let Go (Varrick, 1984) and Rain Forests (Varrick, 1985).
Sono album un po' distratti.
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