Leonard Cohen


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Songs Of Leonard Cohen (1968), 8.5/10
Songs From A Room (1969), 7/10
Songs Of Love And Hate (1971), 7/10
New Skin For The Old Ceremony (1974), 6/10
Death of a Ladies' Man (1977), 5/10
Recent Songs (1979), 5/10
Various Positions (1984), 6/10
I'm Your Man (1988), 6.5/10
The Future (1992), 6.5/10
Ten New Songs (2001), 6/10
Dear Heather (2004), 5/10
Old Ideas (2012), 5/10
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Besides being a professional poet, Leonard Cohen also created a body of musical work that proves him one of music's supreme poets. The fact that his lyrics are among the most accomplished in musical history is actually a mere footnote. What makes him such a great musician is the gentle and shy atmosphere that emanates from his folk ballads. Cohen watches life go by "like a bird on a wire", but turns the stories he sees into metaphysical visions of a Dante-esque world and into profound meditations on the human condition. His existential philosophy found in his colloquial style a vastly more effective medium than the convoluted prose of many of his century's philosophers. The Songs Of Leonard Cohen (1968) were drenched in infinite tenderness, barely whispered and discreetly arranged. Cohen's unique style triumphed in the fragile lullabies of Winter Lady (flute, harpsichord) and Sisters Of Mercy (rattles, accordion, xylophone), that sound like good-night songs for children. Turning from social tragedies to individual tragedies, Cohen merged the tone of the medieval minstrel (Donovan) and the tone of the visionary preacher (Dylan). Songs From A Room (1969) and Songs Of Love And Hate (1971) increased the dramatic emphasis, but fundamentally continued to swim upstream, against the prevailing attitudes, carving a niche for a kind of subdued, lo-fi, intimate, personal dirge. Thanks to that invention, Cohen can be considered one of the most influential singer-songwriters of all times. (Translation by/ Tradotto da Max Fabrizi)

Oltre ad essere un poeta professionista, Leonard Cohen ha creato anche una serie di lavori musicali che lo consacrano come uno dei supremi poeti della musica. Il fatto che i suoi testi siano tra i più completi della storia musicale attualmente è una dato di fatto accertato. Ciò che lo rende un così grande musicista è l’atmosfera gentile e delicata delle sue ballate folks. Cohen osserva la vita "like a bird on a wire" (come un’uccello su di un filo), ma trasforma le storie in visioni metafisiche, con uno stile Dantesco, ed in profonde meditazioni sulla condizione umana. La sua filosofia esistenziale trova, nel suo stile colloquiale, un mezzo molto più efficace rispetto alle contorte prose di molti filosofi suoi contemporanei. Le canzoni di Songs Of Leonard Cohen (1968) sono pregne di infinita tenerezza, quasi bisbigliata e discretamente organizzata.

Lo stile unico di Cohen trionfa nelle delicate ninne nanne Winter Lady (flauto, clavicembalo) e Sisters Of Mercy (sonagli, fisarmonica, xylofono), che sembrano canzoni per la buonanotte dei bambini. Abbandonando tragedie sociali per altre individuali, Cohen fonde le sonorità del menestrello medievale (Donovan) con quelle del predicatore visionario (Dylan). Con Songs From A Room (1969) e Songs Of Love And Hate (1971) aumenta l’enfasi drammatica , ma fondamentalmente continua a nuotare controcorrente, contro gli atteggiamenti di prevalicazione, ritagliando una nicchia per i sottomessi, lo-fi, intimo, una nenia personale. Grazie a questa invenzione, Cohen può essere considerato uno dei più influenti cantautori di tutti i tempi.

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Leonard Cohen e` uno dei singer-songwriter piu` influenti di tutti i tempi. Rispolverato il tradizionale approccio del folk-singer, che da` piu` risalto alle parole che alle note, Cohen imposto` un serio discorso sulla musica in poesia e sulla musica per la poesia, sfruttando un talento naturale per le melodie semplici e toccanti.

Artista parsimonioso, incideva pochi dischi, con cadenza bi-triennale, e si esibiva ancor piu` raramente in pubblico. Nemico dichiarato del business discografico, fu piu` volte sul punto di ritirarsi per sfuggire alle sue leggi di mercato. L'arte di Cohen e` dunque sempre stata un testardo esercizio di musica privata, indipendente dal pubblico e dalle mode.

La sua musica e` in gran parte indipendente dalla cultura Americana, in quanto le fonti musicali a cui si ispira vengono principalmente dalla Francia (dallo chansonnier Brel), e le liriche sono influenzate dai suoi studi sulla mitologia classica, e alla sua origine ebrea e` ascrivibile la predilezione per i toni simbolico-visionari. Le storie di Cohen si segnalano infatti per i temi ricorrenti dell'oltraggio e dell'umiliazione, per il tono romantico disperato, da ultima lettera d'addio di un suicida. Per l'incedere dimesso, soffuso, e intensamente personale.

Nel panorama dei singer-songwriters di New York era un'anomalia ancor prima di cominciare.

Leonard Cohen, nato a Montreal (Canada) da famiglia ebrea, dopo la laurea si trasferi` a New York, dove, ventiduenne, pubblico` la sua prima raccolta di poesie, "Let Us Compare Mythologies" (1956). Il suo primo romanzo, "The Favorite Game" (1963), usci` sette anni dopo. Cohen aveva appena pubblicato un'altra raccolta di poesie, "Parasites Of Heaven" (1966), e un altro romanzo, "Beautiful Losers" (1966), quando venne incoraggiato da Judy Collins a metterne in musica alcune.

Cohen aveva 33 anni e finalmente trovo` un contratto discografico, il cui risultato fu l'album Songs Of Leonard Cohen (CBS, jan 1968 - Columbia Legacy, 2007). In apparenza Cohen sembrava semplicemente un Donovan canadese. I due avevano in comune lo stile spoglio e una gentilezza da cantastorie medievale, ma il simbolismo dei testi di Cohen faceva concorrenza a quello di Bob Dylan. A differenza di Dylan, pero`, Cohen era apolitico e asociale: il suo era un pacifismo astorico. A Cohen non interessavano le tragedie sociali dell'America odierna, ma piuttosto le tragedie individuali di tutti i tempi, siano capricci d'amore o martirii di santi. Anche il linguaggio era diverso: Dylan aveva adottato lo slang, elevandolo a lingua colta, mentre Cohen conservava la purezza della lingua classica, abbassandola a gergo colloquiale.
Le sue ballate erano intrise d'una dolcezza infinita, per effetto sia dello stile di canto quasi sussurrato, sia di accorti arrangiamenti ad effetto. La tenerissima Suzanne, ritratto di una ragazza che e` l'antidoto contro la disperazione e diventa oggetto di fede quasi religiosa (una chitarra crepita sotto la voce narrante, i violini appena accarezzati e un coro femminile suscitano brividi celestiali), la minuscola, fragilissima Winter Lady per flauto e clavicembalo, il dondolio in crescendo di Sisters Of Mercy (dove tutto e` dosato: i campanelli di una sonagliera, i sospiri di una fisarmonica, i luccichii di uno xilofono, e un ritornello che e` una ninnananna senza tempo) sono squarci di paradiso che appaiono fra le nubi del giudizio universale.
L'ubriaca serenata tex-mex di So Long Marianne e lo struggente addio di Hey That Way To Say Goodbye sono le canzoni piu` vicine alle convenzioni del country e del folk-rock.
La stessa formula si ripete dal primo all'ultimo brano, tutti di una semplicita` esemplare, con il canto cristallino e virile in primo piano e gli arrangiamenti centellinati in sottofondo e talvolta del tutto assenti. Se le sue canzoni d'amore infondono soltanto tenerezza e malinconia, le altre storie, le apocalittiche Stories Of The Street (la sua cupa Desolation Row, epica sfilata di un'umanita` schiantata dal fato) e i soffusi ritratti-parabola di Master Song e Stranger Song, sono calate in atmosfere oniriche (i fugaci squilli di tromba e i riverberi elettrici in lontananza della prima, o il tintinnio ipnotico di chitarra della seconda). Nonostante la poverta` dell'arrangiamento la suggestione non potrebbe essere maggiore: la tristezza e` resa ancor piu` acuta e piu` tenera dal senso di vuoto cosmico che la strumentazione fantasma accoppia alle toccanti melodie.
Pochi folksinger potevano vantare la mediocrita` canora di Cohen (una voce monotona e poco duttile), eppure Cohen riusciva a trasformare uno strumento cosi` debole in una voce profetica, quasi biblica, che convogliava un'intensita` drammatica senza precedenti. A loro volta gli arrangiamenti, anemici fino alla follia, non potrebbero essere piu` efficaci per la sua poesia del pessimismo universale.

Il secondo disco, Songs From A Room (apr 1969 - Columbia Legacy, 2007), prosegue su quelle tracce. Mancano le intensita` da suicidio dei suoi vuoti esistenziali e il melodismo fiabesco lascia il posto a un canto piu` astratto e dilatato, meno elegiaco e piu` metafisico; ma sono intatte comunque le atmosfere: il canto in sottovoce, la chitarra acustica a sottolineare i punti salienti con minime impennate di tono, gli arrangiamenti scarni, il senso opprimente di fallimento.
Il lamento struggente di Seems So Long Ago Nancy, riporta agli incanti senza tempo dell'esordio, lenta, trepida e sconsolata nel nulla piu` abissale. La solenne digressione bellica di Story Of Isaac e l'epica commemorativa di The Partisan (una canzone francese) affrontano il disagio esistenziale dell'uomo di fronte agli orrori della guerra. Il nocciolo del disco si trova nelle tenui confessioni di Bird On A Wire (con accompagnamento di piccola orchestra) e You Know Who I Am, da cui trapela accanto al solito senso della solitudine anche un anelito di liberta` che contraddice l'anti-eroismo esistenzialista di tanti suoi testi. E forse non a caso il disco si chiude con la fiaba allegorica di Lady Midnight e con Tonight Will Be Fine, finalmente un momento di disincantata speranza.

Songs Of Love And Hate (1971 - Columbia Legacy, 2007) da` piu` rilievo all'accompagnamento e all'impianto drammaturgico. I brani, piu` lunghi del solito, raccontano piuttosto che meditare. Il clou e` rappresentato da ballate d'atmosfera come Dress Rehearsal Rag e soprattutto l'anemica Famous Blue Raincoat, che scolpisce nel grigio paesaggio invernale della citta` il ricordo di un amico tradito e svanito impennandosi in una delle sue melodie piu` commoventi. Soltanto questi brani riescono a compensare la perdita di semplicita`, quel modo di affondare le dita nel cuore e tirarlo fuori intatto, palpitante, che ne aveva fatto il paladino dello stile confessionale. Per il resto, alla parabola sconvolgente di una Joan Of Arc stanca della vita, fa riscontro l'allegria sbrindellata di Diamonds In The Mine, uno spiritual ubriaco, mentre Last Year's Man, parabola di sapore biblico, Avalanche e Love Calls You By Your Name tentano di imitare la nuda comunicativita` dell'esordio, ma, non ritrovando un pari genio melodico, sprofondano nella depressione piu` gelida.

Cohen could not maintain the very high standards of his early albums. New Skin For The Old Ceremony (aug 1974) marked a sharp artistic decline. Despite the nocturnal ballad Chelsea Hotel #2 (dedicated to Janis Joplin), the stately Take This Longing and the Celtic lullaby Who By Fire, the songs come mostly empty-handed. The magical feeling is gone. Cohen, in the process of relocating to Greece, is a diligent interpreter of diligent tunes, no longer a genius from another planet.

Death of a Ladies' Man (nov 1977), a collaboration with Phil Spector that Cohen later repudiated, contains True Love Leaves No Traces, Memories and the 9-minute epic Death of a Ladies' Man, but it was probably more representative of Spector than of Cohen.

Recent Songs (sep 1979) marks a modest improvement in style, but a further decline in compositional talent. The complex The Guests, with choir of mixed voices and weeping violin, and Ballad of the Absent Mare are the notable exceptions.

A resurrection of sort, facilitated by Jennifer Warnes, occurred with Various Positions (PVC, 1984), which includes only a few gems, but they rank with his best: If It Be Your Will, the swirling, passionate, Mediterranean Dance Me To The End Of Love, the singalong Night Comes On, the majestic waltz-like Hallelujah (a new classic that would become a hit in the interpretation of other artists), Cohen had returned to his spartan sound, and to his metaphysical imagery (which was now mutating into spiritual/religious concern).

Cohen benefited from a revival of his works, and finally found commercial success with I'm Your Man (Columbia, 1988), whose arrangements bridge German expressionism of the 1920s and dance-music of the 1980s. This album contains his most accomplished compositions in a long time, each one carefully crafted and relatively long. Cohen is only whispering, mostly in a hoarse voice that evokes a sober Tom Waits, but his supernatural calm is as unnerving as God's own voice coming out of the dark clouds of the last judgement. The bard careens through the modern ills of First We Take Manhattan (a stormy melodrama with techno beat and female soul vocals), Ain't No Cure For Love (a spiritual-love invocation) and Everybody Knows (the standout, a stark, menacing sermon set against staccato strings and Greek guitar), and then pauses in front of a mirror for Tower of Song (ticking drum-machine, doo-wop backup vocals), Take This Waltz (an orchestral waltz with Hispanic overtones)), and I'm Your Man (with a synthesizer solo reminiscent of Pink Floyd's Shine On). Cohen's transformation is quite shocking. The appeal of his songs used to be in their subtle drama and tenderly soaring melodies. Now he only sings in a monotonous conversational tone, with minimal melodic variations, and the musical effect relies on the arrangement.

And thus The Future (Columbia, nov 1992) became his best-selling album ever. This apocalyptic survey of society offers even longer pieces (the haunting and driving The Future, the middle-eastern and orchestral Waiting for the Miracle) that mix even stranger arrangements on even louder dance rhythms, and repositions Cohen as a conceptual entertainer (the martial Democracy, the Celtic Closing Time). Despite the romantic excursion of Light as the Breeze, this is his darkest album, best represented by the mourning and soaring spiritual-like Anthem, replete with neoclassical strings and requiem-like choir. It is also his most heavily arranged work (choirs, electronic beats, orchestras, folk instruments). Cohen is approaching the extroverted dance-folk style pioneered by Stan Ridgway ten years earlier, and occasionally the bombast of Jim Steinman. Quite a change for the most introverted of singer-songwriers.

It took almost a decade for Cohen to release another collection of songs, Ten New Songs (Columbia, 2001). The album is a collaboration with Sharon Robinson (who is mainly in charge of rhythms) and is influenced by zen meditation. The result evokes Stevie Wonder in his spiritual phase (In My Secret Life, Alexandra Leaving) and attains the romantic starkness that he is capable of only in A Thousand Kisses Deep and in the slow lounge dance of Love Itself, reminiscent of Hugo & Luigi's Can't Help Falling In Love, that lulls the album to its close.

The Essential (Columbia, 2002) is a two-disc anthology that covers adequately the later years.

At 70, Cohen still released Dear Heather (Sony, 2004) Sharon Robinson, Leanne Ungar and vocalist Anjani Thomas do their best (they arrange, sing and even write) to overcome the musical limits of the elderly singer who sounds much more interested in the words than in the music (Villanelle Of Out Time could have been a career highlight). The tone is idylliac and nostalgic, which is not surprising given the themes of most lyrics (tributes to friends who passed away, meditations on the September 11 terrorist attack, dedications to the women of his life, etc).

(Translation by/ Tradotto da Walter Romano)

Cohen non riuscì a mantenere gli altissimi livelli dei primi album. New skin for the old ceremony (agosto 1974) segnò un netto declino artistico. Nonostante la ballata notturna Chelsea hotel #2 (dedicata a Janis Joplin), la solenne Take this longing e la ninnananna celtica Who by fire, le canzoni sono per lo più vacue. Il feeling magico si è perso. Cohen, in procinto di trasferirsi in Grecia, è un interprete diligente di melodie diligenti, non più un genio venuto da un altro pianeta.

Death of a ladies' man (novembre 1977), una collaborazione con Phil Spector ripudiata in seguito da Cohen, contiene True love leaves no traces, Memories e l'epica Death of a ladies' man (9 minuti), ma è probabilmente più rappresentativo di Spector che di Cohen.

Recent songs (settembre 1979) denota un modesto progresso stilistico, ma anche un ulteriore declino compositivo. La complessa The guests, con cori misti e lamentosi violini, e Ballad of the absent mare, sono le (notevoli) eccezioni.

Con Various position (1984) ci fu un netto miglioramento, agevolato da Jennifer Warnes; l'album contiene poche gemme, che però sono da annoverarsi fra i suoi lavori migliori: con If it be your will, la vorticosa, passionale, mediterranea Dance me to the end of love, il lungo canto di Night comes on, il magistrale walzer Hallelujah, Cohen ritorna al suo suono spartano, e al suo immaginario metafisico (che sta ora mutando in concezione spiritual/religiosa).

Cohen beneficiò del revival dei suoi lavori, e ottenne infine il successo commerciale con I'm your man (1988), i cui arrangiamenti coniugano l'espressionismo tedesco degli anni '20 con la dance music degli '80. Quest'album contiene le sue composizioni lunghe più notevoli, ognuna realizzata con cura e mestiere. Cohen si limita a sussurrare, perlopiù con una voce roca che potrebbe evocare un Tom Waits sobrio, ma la sua calma soprannaturale è inquietante come lo sarebbe la voce di Dio che compare dalle nubi oscure di un Giudizio Universale. Il bardo spazia attraverso i drammi moderni con First we take Manhattan (un tempestoso melodramma con percussioni techno e voci soul femminili), Ain't no cure of love (una spirituale invocazione d'amore) ed Everybody knows (l’apice, un desolato, minaccioso sermone con contrappunto "staccato" di corde e chitarra greca), e poi si ferma come davanti a uno specchio per Tower of song (batteria ticchettante, voci doo-wop di supporto), Take this waltz (un walzer orchestrale con armoniche spagnole), e I'm your man (con un assolo di sintetizzatore che ricorda Shine on dei Pink Floyd).

La trasformazione di Cohen è piuttosto scioccante. L'appeal delle sue canzoni soleva essere nella loro delicata drammaticità e nella melodia che si librava teneramente. Ora canta esclusivamente in un tono monotono e colloquiale, con variazioni melodiche minime, e l’effetto musicale risiede nell’ arrangiamento.

Così The future (novembre 1992) diviene il suo album più venduto di sempre. Quest’apocalittica analisi della società contiene pezzi ancor più lunghi (l’ossessionante The future, la mediorientale ed orchestrale Waiting for the miracle) che mescolano arrangiamenti ancor più strani a ritmi dance ancor più forti, reinquadrando Cohen come un artista concettuale (la marziale Democracy, la celtica Closing time). Malgrado l'escursione romantica di Light as the breeze, è il suo album più dark, come ben s'intende nella luttuosa e spirituale Anthem, ricca di archi neoclassici e cori da requiem. E' anche il suo lavoro più massicciamente arrangiato (cori, percussioni elettroniche, orchestra, strumenti folk). Cohen approccia l'estroverso dance-folk coniato da Stan Ridgway dieci anni prima, e occasionalmente il bombast di Jim Steinman.

Un bel cambiamento per il più introverso dei cantautori.

A Cohen occorse quasi un decennio per realizzare una nuova raccolta di canzoni, Ten new songs (2001). L'album è una collaborazione con Sharon Robinson (che ha curato principalmente i ritmi), ed è influenzato dalla meditazione zen. Il risultato ricorda Stevie Wonder nella sua fase spirituale, (In my secret life, Alexandra Leaving) e raggiunge la romantica desolazione di cui l'artista è capace solo in A thousand kisses deep e nella lenta danza di Love itself, che ricorda Can't Help Falling In Love di Hugo & Luigi, e culla l'album fino alla sua conclusione.

The Essential (2002) è un doppio antologico che copre adeguatamente gli ultimi anni.

A settant'anni, Cohen realizza Dear Heather (2004). Sharon Robinson, Leanne Ungar e il vocalist Anjani Thomas fanno del loro meglio (arrangiando, cantando, persino scrivendo) per colmare i limiti musicali dell'anziano cantautore che sembra più interessato ai testi che alle musiche (Villanelle Of Out Time avrebbe potuto essere uno dei vertici della carriera). Il tono è idilliaco e nostalgico, e non è una sorpresa visti gli argomenti della maggior parte dei testi (tributi ad amici defunti, meditazioni sull'attacco terroristico dell'11 settembre, dediche alle donne della sua vita, etc.)

Despite being an observant Jew, Cohen retired to a Zen Buddhist monastery for five years before resuming his musical career in 2009.

Live in London (Sony, 2009) is a two-disc live album.

The monotonous Old Ideas (Columbia, 2012) seemed designed to simply speculate on Cohen's finally achieved guru status. The very magazines that had ignored his masterpieces for 30 years hailed it as a masterpiece. It isn't, and, in fact, it is probably the worst of his career. Cohen can't sing anymore and his poetry is trivial. De facto this is a slow spoken-word album. Musically speaking, the songs are really the work of the producer (no less than Madonna's producer Patrick Leonard), a different manner to create an atmosphere around the feeble vocals, a not so easy task when the singer sounds so funereal (Show Me the Place, Going Home, Darkness). The instruments carry the moving melodies, not the voice. The whole sometimes evokes the cabaret of the 1920s (Amen).

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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