Van Morrison
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Blowin' Your Mind (1967), 6/10
Astral Weeks (1968), 9/10
Moondance (1970), 8.5/10
His Band And the Street Choir (1970), 5/10
Tupelo Honey (1971), 5/10
St Dominic's Preview (1972), 6/10
Hard Nose The Highway (1973), 5/10
Veedon Fleece (1974), 7/10
Period Of Transition (1977), 5/10
Wavelength (1978), 6/10
Into The Music (1979), 7/10
A Common One (1980), 7/10
A Beautiful Vision (1982), 7/10
Inarticulate Speech Of The Heart (1983), 7/10
Sense Of Wonder (1984), 6/10
No Guru No Method No Teacher (1986), 6/10
Poetic Champions Compose (1987), 6/10
Avalon Sunset (1989), 5/10
Enlightenment (1990), 5/10
Hymns To The Silence (1991), 5/10
Too Long In Exile (1993), 4/10
Days Like This (1995), 5/10
How Long Has This Been Going Home (1996), 4/10
The Healing Game (1997), 5/10
Back On Top (1999), 5/10
Down The Road (2002), 4/10
What's Wrong With This Picture? (2003), 5/10
Magic Time (2005), 5/10
Pay The Devil (2006), 5/10
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The most erudite contribution to reforming folk-rock came from the former vocalist of the Them, Van Morrison (115), who quickly established himself as the most significant musician of his generation. The lengthy, complex, hypnotic, dreamy jams of Astral Weeks (1968) coined an abstract, free-form song format that blended soul, jazz, folk and psychedelia and was performed with the austere intensity of chamber music. The psychedelic and jazz elements came to the foreground on Moondance (1970), which boasted lush, baroque arrangements. Perhaps sensing the end of an era, for a few years Morrison abandoned those bold experiments and retreated to bland rhythm'n'blues songs, with the notable exception of Listen To The Lion, off St Dominic's Preview (1972). Then Veedon Fleece (1974) applied the same treatment to a pastoral, nostalgic and elegiac mood. Morrison's vocal style continued to develop towards a unique form of warbling that bridged Celtic bards and soul singers. On albums such as Into The Music (1979), A Common One (1980), A Beautiful Vision (1982) and Inarticulate Speech Of The Heart (1983) Morrison employed disparate musical elements to mold compositions that are profoundly personal and even philosophical, that are both arduous meditations and elaborate constructions, that are, ultimately, more similar to classical "suites" than to pop songs. His stately odes displayed an increasing affectation, often sounding like pretentious sermons, but born out of a painful convergence of spiritual self-flagellation, tortured confession, shamanic trance, James Joyce's stream of consciousness, John Donne's metaphysical poetry and and William Blake's visionary symbolism.


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Forse troppo colto e introverso per appartenere alla musica rock, Van Morrison e` uno degli artisti piu` significativi degli anni '70.

Prendendo lo spunto dalle canzoni piu` astratte di Bob Dylan e Tim Buckley, dal rock psichedelico e dal progressive-rock, dai bardi celtici e dai soul singer, Van Morrison invento` una nuova figura di singer-songwriter, che usava le due componenti fondamentali del folk, del country, del jazz e del rhythm and blues per comporre canzoni profondamente personali e financo filosofiche, composizioni forbite e complesse che assomigliano piu` a "suite" classiche che a canzoni pop.

Partito dal soul dilatato di Astral Weeks, e approdato subito al barocco jazz-psichedelico di Moondance, Morrison si e` poi avventurato in territori al confine fra questi due mondi, alla ricerca di una forma espressiva che fosse al tempo stesso tragica ed elegante. Lo stile maturo di queste ardue confessioni morali oscilla fra diversi modi di comunicare sensazioni. A volte Morrison e` confuso e disordinato, segno di un acuto tormento interiore. A volte il suo canto e` trasognato, e fluttua sull'improvvisazione libera degli strumenti come quello di uno sciamano in trance. Altre volte e` sanguigno, teso, reboante, nella migliore tradizione soul. In tutti i casi lo stimolo e` il bisogno urgente di comunicare un messaggio: quello della ricerca di una nuova forma di saggezza, radicata nelle tradizioni e nella comunione con la Natura.

Le radici di Van Morrison affondano nel folk mistico delle leggende celtiche. Una severa preparazione gli permette di utilizzare al meglio poesia e jazz nei suoi pezzi, per fabbricare le atmosfere pregne di mistero e i flussi di coscienza che la sua duttile voce sa dominare magistralmente. Il canto, l'orchestrazione e il modo professionale di tenere la scena, sono diventati lo standard per i cantautori americani piu` seri.

Van Morrison e` anche l'artista che e` andato piu` vicino a fondere il lamento gutturale del blues e la prosa libera di James Joyce, due manifestazioni artistiche del flusso di coscienza di William James.

Pur restando sempre al confine fra musica d'intrattenimento e opera d'arte, Van Morrison, cesellando a dismisura arrangiamenti sofisticati, versi intensi e vocalizzi spericolati, ha dato sovente l'impressione di cercare testardamente il capolavoro, l'opera complessa e profonda che lo consegni definitivamente ai posteri, a costo di sembrare auto-indulgente e pretenzioso.

Van Morrison era stato il cantante dei Them a Belfast (Northern Ireland) dal 1964 al 1966, uno dei tanti complessi di rhythm and blues bianco dell'epoca. Prima dei Them aveva suonato chitarra, sassofono e armonica in combo di jazz e rhythm and blues.

Nel 1967 si trasferi` a New York e trovo` subito un successo di classifica con la sognante e latineggiante Brown Eyed Girl (scritta da Bert Berns). L'album Blowin' Your Mind (Bang, 1967) venne pubblicato senza il suo consenso e mostra un artista ancora impacciato. Il suo modello pare essere un Ray Charles appena piu` "arrabbiato", piu` proletario. Il suo primo flusso di coscienza, T.B. Sheets, rivela che Morrison vuole spingersi oltre il rhyhm and blues, che si tratta soprattutto di un compositore introverso, ma al tempo stesso di un vocalist di gran classe e di un arrangiatore smaliziato. Queste qualita` non sono ancora amalgamate, come se Morrison non fosse ancora riuscito a dimostrare il teorema, ma soltanto a enunciare i postulati.

Nell'estate successiva, trasferitosi a Boston, Van Morrison trovo` la soluzione del puzzle in modo quasi magico. Aiutato da un pugno di musicisti jazz, incise un album acustico a tema, diviso in due parti, Astral Weeks (Warner, 1968). Romantico, mistico e impressionista, il disco fa ampio uso di elementi folk e jazz. Gli otto pezzi sono canzoni-poesie, al tempo stesso sofferte e sofisticate, intense e cromatiche. La raccolta costituisce di fatto un diario intimo, un esperimento ambizioso di musica meditativa e introspettiva. Ogni brano e` un magma di emozioni tormentate, un flusso di immagini personali. I comprimari sono tutti esperti jazzisti che tessono un tappeto vellutato e contorto di suoni (flauto, vibrafono, contrabbasso, violino) e Morrison nobilita la tradizione soul con le sue discontinue scorribande vocali.
La title-track e` una cascata di suoni interiori: la voce che racconta quasi senza cantare, ora rabbiosa e malata, ora sognante e malinconica, il contrabbasso che scandisce un ritmo fitto e ossessivo, il flauto petulante e il violino languido che saettano a turno; con un finale che si dissolve in un tenue respiro. In embrione potrebbe essere un tipico "latin soul" di Berns, ma troppi elementi sono fuori posto: il tribalismo caraibico viene placato in un dimesso shuffle, l'anelito gospel si sposa alle invettive dei teppisti di strada, l' accompagnamento swingante si adegua al free-jazz, e il ritornello non ha fine, si ripete all'infinito.
Beside You e` un incubo scarno e solitario nello stile di Tim Buckley, un lamento urlato, teso e deforme, paranoico: gli strumenti vibrano liberi e discreti, e la voce fluttua impazzita nel loro caos, ma con un' isteria che e` ignota a Buckley. Il clavicembalo malinconico di Cyprus Avenue strania un crescendo onirico di lievi magie evanescenti, colora un paesaggio fiabesco che appare e scompare dietro i vapori di una nebbia pigra e seducente, impasto vellutato di flauto, violino e contrabbasso; la musica galoppa incontro a miraggi, con il clavicembalo che incalza, il canto che si contorce, il violino che imita la viola lisergica di Cale.
Ballerina e` tipica della tecnica armonica quasi minimalista del disco: il vibrafono ripete all'infinito una frase romantica, intorno alla quale Morrison declama la sua storia; poco a poco si insinuano il violino, il trombone, il flauto, e ciascuno entra in contrappunto al vibrafono; la polifonia spinge il vibrafono a complicare il suo pattern, ei suoi interlocutori si adeguano a loro volta al nuovo pattern; si genera cosi` un crescendo quasi impercettibile, che presto dovrasta pero` il canto stesso; e proprio allora ha inizio la dissolvenza del finale.
Madame George e` il momento piu` rilassato e tenero del disco, e ne riassume la dimensione onirica e romantica, il linguaggio articolato e luminoso, cullato in duetti eterei di flauto e violino, dilatato da una forma di ralenti` psichedelico fino a una sorta di stasi mistica. Il brano piu` rarefatto, con splendide evoluzioni jazz al flauto nel vuoto, e` pero` il breve aforisma finale, Slim Slow Slider.

Il successivo Moondance (Warner, 1970) ribadi` l'eccellente stagione creativa di Van Morrison. Rispetto a Astral Weeks i brani sono piu` brevi e rilassati, e l'accompagnamento e` piu` organico, compatto e lineare. Le dilatazioni dovute al free-jazz e alla psichedelia sono state bandite a favore di un arrangiamento soul lambiccato e manieristico. L'ensemble di dodici unita` e` meno classicheggiante e piu` rhythm and blues (una "horn section" predomina sulla "string section").
E` certamente il disco piu` melodico di Morrison, grazie ai ritornelli immortali di And It Stoned Me (cadenza epica di piano, contrappunto romantico di sax), Caravan (un solido boogie sincopato) e Glad Tidings (in cui e` il sax a fare il controcanto melodico). Ed e` anche il piu` jazz, con le atmosfere swinganti di Moondance (per piano liquido, flauto etereo e sax graffiante) e Crazy Love, carezza delicata da night.
Ma il soul "totale" di Morrison si spinge ben oltre e compone capolavori anche in altri contesti armonici, vedi il rhythm and blues nervoso e cadenzato di Into The Mystic, il gospel ritmato e festoso di Come Running, il blues strascicato di These Dreams Of You (con armonica e clavinette, e un assolo jazz di sassofono), la danza classicheggiante di Everyone (clavicembalo barocco e flauto medievale).
A completare queste armonie sospese nello spazio incantato che e` il margine di tutti i generi e di nessuno, fatte di tocchi e di pause, e di struggenti deliri vocali, e` un ritorno di sogno astrale, Brand New Day, schizzo impressionista paradisiaco con soffice nevicata di note.
Piu' calma ed introversa, l'atmosfera di Moondance non ha nulla dell'incubo soprannaturale di Astral Weeks, e` un fatto tutto sommato piu` musicale e meno personale.
In tutte le canzoni della raccolta l'arrangiamento e` rifinito con cura maniacale, facendo ricorso a una strumentazione estesa, senza lesinare i sostegni vocali del coro femminile, e facendo leva su una sezione ritmica da combo di rhythm and blues. Le composizioni sono sintetiche e concise, quasi lapidarie se si tiene conto della loro complessita' armonica. Lo stile del cantante e` fluido, sempre intenso e appassionato, teso su un filo emozionale il cui equilibrio non viene mai compromesso ne` da scatti nervosi ne` da deliqui depressi. La canzone progressiva inglese trova qui il suo punto di massima raffinatezza. E Morrison si qualifica come massimo esteta del soul.
Lo stile "perfetto" di Moondance aveva scoperto un compromesso suggestivo fra la musica pop e la musica progressiva. Morrison, adesso residente in California, non era pero` abbastanza acrobata da mantenere l'equilibrio, e negli anni seguenti, almeno fino al 1974, gli esperimenti che si susseguirono furono deludenti. A salvarsi sono alcune canzoni: Domino (uno dei suoi classici numeri rhythm and blues), da His Band And the Street Choir (1970), Tupelo Honey, I Wanna Roo You e Wild Night da Tupelo Honey (1971), album che strizza l'occhio al country e al pop. St Dominic's Preview (1972), che vantava Bernie Krause al sintetizzatore, fu un lavoro piu` serio, grazie a Jackie Wilson Said (altro classico rhythm and blues) e alle lunghe Listen To The Lion (degna di Astral Weeks) e Almost Independence Day. La cupa Snow In San Anselmo e la lunga Autumn Song non bastano invece a redimere Hard Nose The Highway (1973). Morrison, ora titolare della Caledonia Soul Orchestra, oscillava fra il levigato falsetto di Curtis Mayfield e il rauco shout di Wilson Pickett, unico bianco a poter competere con tali vocalist neri, ma sembrava aver abbandonato il progetto del folk-jazz astratto di Astral Weeks.

Finalmente, tornato nella nativa Irlanda, Morrison ritrovo` l'ispirazione "pastorale" del suo capolavoro e registro` un altro lavoro introverso, Veedon Fleece (Warner, 1974). Benche' non raggiunga i livelli lirici del capolavoro, quest'album contiene deliziose serenate astrali come l'appassionata Country Fair e la lunga e vibrante You Don't Pull No Punches. L'umore e` sereno e rurale, come se Morrison cercasse rifugio dall'alienazione urbana. Il flauto esotico di Streets Of Arlow e i giochi di piano di Linden Arden sembrano librarsi verso il Paradiso.

Morrison torna pero` subito in california e, dopo qualche anno di riposo, riprende a suonare jazz e rhythm and blues da cocktail lounge. Period Of Transition (1977) ritorna con gran pompa alle canzoni brevi di rhythm and blues fiatistico (The Eternal Kansas City, Heavy Connection, It Feels You Up, Famingos Fly). Soltanto Cold Wind In August tesse ragnatele emotive visionarie.

La rinascita artistica e` comunque alle porte. Gli album successivi tratteggiano l'onesto e qualche volta geniale artigianato di Van Morrison affrontando con fervore quasi biblico tematiche via via piu` impegnative. Della sporca ruggente foga giovanile non rimane traccia.

Wavelength (1978), album rilassato e un po' dispersivo, impiega una big band con persino synth (Peter Bardens dei Camel) e fisarmonica, e ritrova un po' della perfezione formale di Moondance nel soul festoso di Kingdom Hall, nel reggae spiritato di Venice USA, nella marziale e commossa invocazione di Take It Where You Find It, nei brividi da discoteca di Wavelength.

Morrison ritrova fiducia e ispirazione (in senso religioso) su Into The Music (Warner, 1979), un ciclo di canzoni erotiche e mistiche. Con quella che e` ormai una mini-orchestra folk-jazz (Toni Marcus agli archi, Mark Isham alle trombe, ogni sorta di fiati e voci femminili), l'irlandese compone complesse e mature policromie armoniche in parte contaminate dall'honky-tonk (Bright Side Of The Road), dal rhythm and blues commerciale (Full Force Gale e Stepping Out Queen), dall'elegia folk (Rolling Hills e Troubadours).
Le quattro lunghe ballate della seconda facciata rappresentano uno dei picchi "trascendentali" della sua musica. Queste canzoni free-form ricordano i brani liberi di Buckley: la voce di Morrison svaria su un fronte molto ampio di registri, mentre il complesso improvvisa un tappeto sonoro fitto ma dimesso. Il principio e` quello di tanta musica da night-club, ma Morrison ne fa una forma severa di "soul da camera".
In Angelou cesella, sulle ali di un'intensa emotivita`, una delle sue gemme vocali, fatta di bisbigli e lamenti innamorati che si alternano con fluidita` cristallina. And The Healing Begun, dall'incedere epico, mette invece in mostra il lato piu` grintoso del suo vocalismo, capace di infondere la carica di un fervore gospel. Chiude il disco You Know What They Are Writing, la ballata piu` funerea.

Da questo momento i suoi dischi non saranno mai piu` semplici raccolte di canzoni, ma diarii spirituali in cui l'animo e` lacerato dai temi universali della vita e della morte. La musica si fara` di pari passo sempre piu` spericolata.

A Common One (1980), tutt'altro che radioso come il precedente, si tuffa nel misticismo piu` rarefatto. La sofferta e chilometrica When Heart Is Open puo` stare al fianco dei deliri di Tim Buckley, essendo forse il suo brano piu` tormentato e introverso. I quindici minuti di Summertime In England sembrano una confessione da ultimo spasimo prima della morte.

Beautiful Vision (1982) e` fin troppo pastorale negli intenti, verboso quanto un libro di sermoni spirituali, ma e` anche il meglio arrangiato (e jazzato) dai tempi di Moondance. Morrison puo` comporre a occhi chiusi ballad eleganti come Van Lose Stairway, Beautiful Vision, She Gives Me Religion e Dweller On The Threshold.

Inarticulate Speech Of The Heart (1983) e` forse il suo disco piu` cerebrale di sempre, ispirato alla teosofia scientologica. Prevalentemente strumentale, conteso fra fusion jazz e celtic folk, si libra maestoso in Wonderful Remark e nella cantilena gospel eponima, che ripete all'infinto il verso-manifesto "I am a soul in wonder...". William Blake e John Donne (Rave On John Donne) sono i suoi poeti preferiti e vengono citati per lungo e per largo.

Sense Of Wonder (Mercury, 1984), ancora pervaso dal simbolismo visionario dell'album precedente, ritorna alla materia prediletta dei suoi onirici blues celtici: lo stupore appassionato di fronte ai complessi misteri dell'animo umano e della natura. Sense Of Wonder, con contrappunti vocali gospel e dosi di rhythm and blues alla Tupelo Honey, incide un'altra pagina del suo sofferto diario esistenziale, e Tore Down A La Rimbaud continua il suo pellegrinaggio fra la poesia simbolista, ma i numeri piu` suggestivi sono gli strumentali (Bollyflow And Spike e Evening Meditation), legati al folklore magico dell'antichita` celtica.

No Guru No Method No Teacher (1986), che segna un nuovo ritorno alle sue radici celtiche, raffina la prassi di uno spiritualismo popolare che si libra in calibrati arrangiamenti pop-jazz, in elegie sempre piu` intense e profonde, (In The Garden) senza peraltro rinunciare alla foga rhythm and blues (Ivory Tower).

Poetic Champions Compose (1987) spinge la sua ossessiva odissea personale nei meandri di un misticismo panteistico attraverso un catalogo di intense frasi folk espanse in trance emotive permanenti, incapaci di raggiungere un climax di pathos e volte ad estinguersi lentamente nel silenzio, spesso nella quiete bucolica (The Mystery). Le sue liriche sempre piu` enigmatiche ne facevano ormai l'equivalente Cristiano di un guru Tibetano. Lo spirito trascendentale di questo periodo si sublima negli strumentali Spanish Steps e Celtic Excavations.

Morrison si e` allontanato all'estremo opposto delle radici "nere" da cui ebbe origine la sua carriera, ed e` pervenuto al folk bianco della vecchia Europa.

Live At The Grand Opera House (Mercury, 1985)

Van Morrison's artistic career plunged again with Avalon Sunset (1989), a lushly arranged collection of gospel hymns (Whenever God Shines His Light On Me), tender pop ballads (Have I Told You Lately That I Love You) and depressed soliloquies (I'm Tired Joey Boy), and Enlightenment (1990), a nostalgic collection that downplays the spiritual component in a manner reminiscent of Al Green (Real Real Gone) and emphasizes the personal component (In The Days Before Rock 'N' Roll).

Nostalgia is also the supporting beam of the double album Hymns To The Silence (Polydor, 1991), whose sermons are musically eclectic but lyrically self-indulgent (and plain verbose). His singing is as creative as ever, but it is beginning to border on whining and the songs are full of Van Morrison-ian cliches (Professional Jealousy, So Complicated, By His Grace). Morrison is looking back (to his past) and forward (to the afterlife), but he seems to be always sinking in endless reminiscences even when his vocal acrobatics is close to grasping a dimension or two of eternity (the nine-minute title-track, the ten-minute Take Me Back) or his instrumental setting borders on chamber music (Pagan Streams, On Hyndford Street).

His senile nostalgia peaked with Too Long In Exile (Polydor, 1993), an album of favorite covers. Days Like This (Polydor, 1995) harks back to his more conventional cocktail-lounge ballads (Melancholia, No Religion), despite the nine dreamy minutes of Ancient Highway.

After the collection of jazz standards How Long Has This Been Going Home (Verve, 1996), The Healing Game (Polydor, 1997) returned him to his usual themes and sounds (even an excursion into doo-wop, It Once Was My Life).

The Philosopher's Stone (Polydor, 1998) compiles unreleased tracks and rarities, including two of his most exuberant numbers, Naked In The Jungle and Laughing In The Wind.

Back On Top (1999) is a better version of The Healing Game, but still that kind of generic fluff, a superficial sampling of his career's styles. Goin Down Geneva and Precious Time frame the album into a nostalgic tribute to the vintage sounds of boogie woogie, rhythm'n'blues and rockabilly. Two relatively upbeat and catchy numbers (Back on Top, New Biography) seem to invite to have a good time, while The Philosopher's Stone (an allegory for the artist's quest for inspiration) rehashes his melodramatic pop/gospel/soul technique and Golden Autumn Day is the extended philosophical poem "du jour". The album's best and worst can be found in the three ornate pop serenades of In the Moonlight, When the Leaves Come Falling Down and Reminds Me of You, which bring back nightmares of 1960s' crooners but do, admittedly, innovate the genre. Morrison recycles themes of personal nostalgy, indictments of the music business and confessions of existential insecurity.

Down The Road (2002) is very light fare. There are no "deep" compositions and the sound is often as engaging as lounge-music. One is reminded of Louis Jordan's good-hearted shuffles. Except for the funky Down the Road, the album cruises in that low gear (Talk Is Cheap, Whatever Happened To PJ Proby, All Work And No Play) that ultimately sounds as intense as supermarket muzak. Morrison displays his skills at arranging in the way he employs Jazzy rhythms and horns in Evening Shadows and Hey Mr DJ, and Steal My Heart Away is one of his trademark vocal miracles; but these few moments of lucidity are not enough to justify such repeated nonchalance.

What's Wrong With This Picture? (Blue Note, 2003) is a little redundant after so many years of ruminations, but still offers moment of true enlightenment, but his autobiographical paranoia, that obsessively analyzes the life of a celebrity, leads to a ponderous concept album within the album (Too Many Myths, Get On With The Show, Goldfish Bowl, Fame) that is hardly interesting to anyone outside the Morrison family.
What's Wrong With This picture is typical of the mature Van Morrison, an impeccable juxtaposition of soaring chamber orchestration (driven by the warm buzzing of a bass clarinet and culminating in a swirl of violins) and soulful melody (reminiscent of countless Broadway show tunes, and sung with the tone of the veteran Las Vegas entertainer). It is more about elegance than passion, and aging gracefully (as a vocalist and arranger). Evening In June echoes the Latin-tinged pop of the Drifters enhanced with bebop solos of the horns.
One waits in vain for this mood to crystallize into Moondance-style melodic abstractions. The closest Morrison gets to his magnetic masterpiece is Once In A Blue Moon, a sprightly piano tune punctuated by lively saxophones and propelled by an almost frantic cha-cha rhythm. Astral Weeks is evoked by the intriguing combination of fast syncopated rhythm, paradisiac violins and elegiac mandolin in The Little Village.
But the lazy, bluesy slow-stomping Too Many Myths and the languishing Frame, instead, confirms that this is Morrison at his least spiritual and most material, earthly, bourgeois; a professional of Smoky, nocturnal atmospheres. Which is more of a distraction than an attraction: one ends up appreciating more the fervent surges of gospel-y organ that sweep the jazzy mediocrity of Gold Fish Bowl, the Al Kooper-ian organ flourishes and horn fanfares that sustain Get On With The Show, the "hard" sound (sounding almost like Colosseum) of the swinging, dancehall-oriented Whinin' Boy Moon, etc. In fact, one does not appreciate the atmosphere as much as one appreciates the details. This is carefully scored and performed music, and, in a sense, musicians' music: music for connoisseurs only.

Magic Time (Geffen, 2005) does not introduce any new element in Morrison's astral introspective folk-jazz. His paradigm is unlikely to ever change, and his metaphysical ballads (Magic Time, the waltzing Stranded) seem destined to reenact his personal calvary till the end.

Pay The Devil (Lost Highway, 2006) continues to struggle within the fundamental contradiction of his mid-life crisis: music that aims at being so profound but ends up being perceived as pleasant background.

(Translation by/ Tradotto da Gianluca Mantovan)

La carriera di Van Morrison precipito' di nuovo prima con Avalon Sunset (1989), contenente inni gospel (Whenever God Shines His Light On Me), tenere ballate pop (Have I Told You Lately That I Love You) e soliloqui da depressione (I'm Tired Joey Boy), il tutto all'insegna di un arrangiamento stucchevole, e poi con Enlightenment (1990), una nostalgica collezione che sminuisce la componente spirituale come fece Al Green (Real Real Gone) a favore di quella personale (In The Days Before Rock 'N' Roll). La nostalgia domina pure il doppio album Hymns To The Silence (Polydor, 1991) i cui sermoni sono musicalmente eclettici ma liricamente auto-indulgenti (e chiaramente verbosi). Il canto e' come sempre creativo ma comincia a divenire lamentevole e le canzoni sono piene di clich‚' personali (Professional Jealousy, So Complicated, By His Grace). Morrison guarda indietro (al passato) e avanti (all'aldila') ma sembra sempre sprofondare in infinite reminiscenze pure quando le acrobazie vocali afferrano o quasi una dimensione o due dell'eternita' (i nove minuti della title-track, i dieci minuti di Take Me Back). La senile nostalgia raggiunge l'apice in Too Long In Exile (Polydor, 1993), un album di cover. Days Like This (Polydor, 1995) torna sulle piu' convenzionali ballate cocktail-lounge (Melancholia, No Religion) a dispetto dei nove sognanti minuti di Ancient Highway. Dopo la raccolta di standard jazz How Long Has This Been Going Home (Verve, 1996), The Healing Game (Polydor, 1997) restitui' i consueti temi e suoni.

The Philosopher's Stone (Polydor, 1998) comprende inediti e rarita' inclusi due dei suoi numeri piu' esuberanti, Naked In The Jungle e Laughing In The Wind.

Back On Top (1999), versione migliore di The Healing Game, rimane generico e superficiale nel campionamento degli stili. Goin Down Geneva e Precious Time rendono l'album un nostalgico tributo vintage con boogie woogie, rhythm'n'blues e rockabilly. Due numeri relativamente coinvolgenti (Back on Top, New Biography) paiono portare divertimento, mentre The Philosopher's Stone (allegoria dell'artista in cerca d'ispirazione) ripropone il melodrammatico pop/gospel/soul e Golden Autumn Day e' l'esteso e filosofico poem "du jour". Il meglio e il peggio dell'album sono le tre serenate pop In the Moonlight, When the Leaves Come Falling Down e Reminds Me of You, con gli incubi dei crooners anni sessanta ma pure innovazione. Morrison ricicla temi come nostalgia personale, attacchi al music business e confessioni di insicurezza esistenziale. Down The Road (2002) e' molto leggero. Non ci sono "profonde" composizioni e spesso il suono e' poco coinvolgente al punto da ricordare Louis Jordan e i suoi shuffle. Eccezion fatta per la funky Down the Road, l'album viaggia a marcia ridotta (Talk Is Cheap, Whatever Happened To PJ Proby, All Work And No Play) con intensita' pari alla muzak da supermarket. Morrison e' abile nell'arrangiamento di pezzi con ritmi jazz e corna in Evening Shadows e Hey Mr DJ, e Steal My Heart Away e' uno dei suoi miracoli vocali; questi pochi momenti lucidi non sono tuttavia sufficienti a giustificare tanta nonchalance.

What's Wrong With This Picture? (Blue Note, 2003) Š un poco ridondante dopo cosŤ tanti anni di elucubrazioni, sebbene offra momenti illuminanti. Tuttavia, la sua paranoia autobiografica, che analizza con ossessione la vita di una celebrit…, crea un elefantiaco concept-album dentro l'album (Too Many Myths, Get On With The Show, Goldfish Bowl, Fame), poco interessante per coloro che non appartengono alla famiglia Morrison. What's Wrong With This picture Š caratteristico del Van Morrison senile, impeccabile giustapposizione di eccelsa orchestrazione da camera (condotta dal caloroso ronzio di un basso clarinetto e culminante in un mulinello di violini) e briosa melodia (reminiscente di innumerevoli show di Broadway, e cantata col tono di un animatore veterano di Las Vegas). E' pi— eleganza che passione, e rappresenta invecchiamento con grazia (sia del vocalist che dell'arrangiatore). Evening In June ricorda il pop latineggiante dei Drifters, alleviato dai solo bebop della tromba. Ci si attende invano che questo umore si cristallizzi in astrazioni melodiche in stile Moondance. Morrison vi si avvicina in Once In A Blue Moon, con un brioso piano e vivaci sax uniti ad un quasi spaventevole ritmo cha-cha. Astral Weeks Š evocato dall'intrigante combinazione di ritmi quasi sincopati, violini paradisiaci e mandolino elegiaco in The Little Village. Per contro, sia lo stomp pigro e blueseggiante in Too Many Myths che la languidit… in Frame confermano la poca spiritualit… dell'attuale Morrison, pi— materiale, terreno e borghese; un professionista di atmosfere fumose, notturne. Il che Š pi— distrazione che attrazione: si finisce per apprezzare maggiormente l'emergere fervente dell'organo gospel che spazza la mediocrit… jazz di Gold Fish Bowl, che non l'organo alla Al Kooper e le trombe che sostengono Get On With The Show, e il suono "hard" (quasi alla Colosseum) di Whinin' Boy Moon (orientata a swing e dancehall) ecc. In effetti, i dettagli sono pi— apprezzabili delle atmosfere. Questa musica Š scritta ed eseguita con attenzione e, in un certo senso, musica per musicisti: musica per soli conoscitori. Magic Time (Geffen, 2005) non porta alcun nuovo elemento nell'astrale folk-jazz introspettivo di Morrison. Il suo paradigma rimane pressoch‚ immutato, e le sue ballate metafisiche (Magic Time, the waltzing Stranded) appaiono destinate a ravvivare ulteriormente il suo calvario personale.

Pay The Devil (Lost Highway, 2006) continua nella lotta interna alla basilare contraddizione della sua crisi di mezz'eta`: musica che vorrebbe essere profonda, ma che finisce per risultare non pi— di un sottofondo piacevole.

Keep It Simple (2008) became Morrison's first album ever to enter the Billboard's Top 10. (Translation by/ Tradotto da xxx)

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