Soft Machine
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1 (1968), 6.5/10
2 (1969), 7/10
Spaced (1969), 6.5/10
3 (1970), 9/10
4 (1971), 7/10
5 (1972), 6/10
6 (1972), 7.5/10
7 (1973), 5/10
Bundles (1975), 6/10
Softs (1976), 5/10
Rubber Riff (1978), 5/10
Land of Cockayne (1981), 5/10
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The Canterbury school of British progressive-rock (one of the most significant movements in the history of rock music) was born when Hugh Hopper, Robert Wyatt, Richard Sinclair, Pye Hastings, Richard Coughlan, Kevin Ayers formed the Wilde Flowers. Sinclair, Hastings and Coughlan went on to form the Caravan, while Wyatt, Ayers, Hopper and their friend Daevid Allen formed the Soft Machine. Soft Machine's third album is one of rock's masterpieces, and their fourth and sixth album are not much less original. Their sound was ahead of their time, and ahead of everybody's time. One of Britain's leading magazine ("Q") called their fourth album "It really is unlistenable rubbish". Rubbish has rarely been more captivating and influential. While most "next big things" of the era have been long forgotten and buried, Soft Machine's masterpieces inspired generations of musicians. The Moon In June will remain in the essential canon of music well after rock music has disappeared.
The Canterbury school of British progressive-rock (one of the most significant movements in the history of rock music) was born in 1962 when Hugh Hopper, Robert Wyatt, Kevin Ayers, Richard Sinclair and others formed the Wilde Flowers. Wyatt, Ayers, Hopper and their new friends Daevid Allen and Mike Ratledge formed the Soft Machine (1966), whereas Sinclair and the others went on to form Caravan. Soft Machine, one of the greatest rock bands of all times, started out with albums such as Volume Two (1969) that were inspired by psychedelic-rock with a touch of Dadaistic (i.e., nonsensical) aesthetics; but, after losing Allen and Ayers, they veered towards a personal interpretation of Miles Davis' jazz-rock on Three (1970), their masterpiece and one of the essential jazz, rock and classical albums of the 1970s. Minimalistic keyboards a` la Terry Riley and jazz horns highlight three of the four jams (particularly, Hopper's Facelift). The other one, The Moon In June, is Wyatt's first monumental achievement, blending a delicate melody, a melancholy atmosphere and deep humanity. The Moon In June will remain in the essential canon of music well after rock music has disappeared. A vastly revised line-up, heavily influenced by Ian Carr's and Keith Tippett's jazz ensembles, that in october 1969 added a four-piece jazz horn section (notably Elton Dean), continued the experiment in a colder, brainy, austere manner, for example with the four-movement suite Virtually (1971), on their fourth album, and the futuristic 1983 (1972), on their sixth album.
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La leggenda di Canterbury ha inizio in una cantina. Robert Wyatt, nato nel 1944 a Bristol, emigrato a Dulwich (un quartiere di Londra) e stabilitosi nel 1956 a Canterbury, al principio dei '60 passa le giornate frequentando la locale "Simon Langston School" e le serate con i compagni di scuola Pye Hastings e Richard Coughlan a suonare nello scantinato di casa. Nascono cosi` i Wilde Flowers, gruppo dilettantistico che riflette la passione del leader per il rhythm and blues e il jazz.

La formazione si stabilizza nel 1962 con Wyatt, i fratelli Brian e Hugh Hopper e Richard Sinclair. Dall'Australia intanto e` arrivato Daevid Allen (classe 1938), gia` poeta e autore teatrale a Melbourn, nonche' studente d'arte, un folletto che vagabonda da un anno senza meta, fresco reduce da un'esperienza parigina in cui ha suonato jazz e ha composto musiche per William Burroughs. Trova una camera in affitto a casa dei Wyatt e al "Canterbury College of Art" e` compagno di camera di Ayers. Traviato dal piu` esperto e smaliziato Allen, l'adolescente Robert Wyatt decide di seguirlo in una delle sue puntate su Parigi, abbandonando i Wilde Flowers nelle mani di Ayers.

A 1963 date at the "Marquee" by the Daevid Allen Trio, i.e. Allen, Hopper and Wyatt, will surface on Live (Voiceprint, 1993).

I componenti del gruppo sono ora: Ayers, Sinclair (basso), suo cugino David (tastiere), Hastings (chitarra) e Coughlan (batteria). Ayers, nato nel 1944 in un paesino della zona, e` cresciuto in Malesia e soltanto a sedici anni ha fatto ritorno nel nativo Kent.

A Parigi nel frattempo Wyatt e Allen bazzicano l'underground degli espatriati beatniks. Allen e` il piu` intraprendente: organizza spettacoli multi-media, suona piano-bar con Terry Riley, si esibisce con big band di jazz, si innamora di una poetessa e giornalista di nome Gilly Smith. Non passa molto tempo prima che li raggiunga Hugh Hopper. Quando i tre parigini fanno ritorno in patria, travasano la loro esperienza nei Wilde Flowers, improntando lo stile verso l'improvvisazione e il dada-rock per intellettuali raffinati. Allen nel 1964 pubblica anche il suo primo libro di poesie.

The Wilde Flowers (Voiceprint, 1993) raccogliera` le registrazioni di questo gruppo (le composizioni sono prevalentemente dei due Hopper).

Nel 1965 torna da Oxford, dove ha frequentato la celeberrima universita`, Mike Ratledge, anch' egli compagno di scuola ai tempi della "Langston". La sua personalita` riesce a dividere il gruppo in due: da una parte i Soft Machine (nome derivato dal titolo di un libro di Burroughs), con Ratledge (tastiere), Wyatt (batteria), Allen (chitarra), Ayers (basso), e dall'altra i Caravan, con Hastings, Coughlan e i Sinclair.

I Soft Machine cominciano in sordina, con una formazione che somiglia a quella dei Nice. Nel 1966 vengono scritturati dall'UFO Club di Londra, insieme con gli imberbi Pink Floyd di Syd Barett. In questo locale li scopre lo sconosciuto (allora come oggi) pirata americano Kim Fowley, un eclettico dai mille travestimenti, qui nei panni della Provvidenza, che introduce i Soft Machine nell'industria discografica e (nel febbraio del 1967) produce il loro primo 45 giri: Feelin' Reeelin' Squeelin'/ Love Makes Sweet Music (registrato nello stesso studio dove un giovane di colore, certo Jimi Hendrix, sta allenandosi con la chitarra ritmica).

Jet Propelled Photographs (Charly, 1989) is a 1967 recording by the original line-up of Allen, Ratledge, Ayers and Wyatt.

Il quartetto torna presto in Francia, dove miete un discreto successo di pubblico e di critica.

Il rientro si tinge pero` di giallo: Daevid Allen non ha il passaporto in regola e deve rimanere in Francia, dove dara` vita ai Gong. I tre superstiti si aggregano a Jimi Hendrix (reduce dal trionfo del primo singolo) e ne seguono l'avventura in terra americana.

Apprezzati dal produttore Tom Wilson (lo stesso che aveva lavorato con Dylan e i Byrds), i Soft Machine registrano su suolo straniero il loro primo album, Soft Machine 1 (Probe, 1968). Di Allen non c'e` piu` nulla, domina Ayers e il piu` timido e` Wyatt. Le canzoni profumano di beat, ma anche di psichedelia, di Oriente, di jazz all'acqua di rose, e sotto sotto trapela un'ironia seriosa che deve qualcosa ai dada parigini. In embrione e` gia` una musica rivoluzionaria: le geometrie tastieristiche di Ratledge, il canto in sordina (sui registri alti) di Wyatt, il basso jazz di Ayers, i contrappunti psichedelici, le cantilene stralunate, la foresta percussiva con sterminati assoli di batteria e parti sturmentali che sono ubriacanti cocktail stilistici.
La prima facciata, piu` unitaria, contiene due suite: quella jazz-psichedelica di Hope For Happiness, con il canto quasi mantrico di Wyatt in apertura, una sarabanda elettrica guidata dai passaggi velocissimi di organo e dai cambi di ritmo marziani della batteria, con un lungo assolo di Ayers al basso elettrico che ricorda la hendrixiana Third Stone From The Sun; e quella classicheggiante di So Boot If At All (i Nice del Duemila, puntillisti, free e improvvisatori, con Ratledge nei panni di un Emerson tutto dissonante e Wyatt imbizzarrito in un assolo effervescente: uno dei duetti piu` geniali e creativi della musica improvvisata di sempre, con un finale cosmico- allucinogeno da brivido).
La seconda facciata, piu` frammentata, e` fatta di canzoni prevalentemente strumentali che prendono le melodie dal beat, e dal soul e dal folk esotico, ma degenerano sempre in parti improvvisate in cui il trio sfoga la propria gioiosa e caustica fantasia. Ratledge si comporta ormai apertamente come un Hendrix dell'organo e Wyatt si scatena alla batteria dando diversi numeri di velocita`, acrobazia e varieta` (mai batteria aveva cambiato e storpiato ritmi cosi` a catinelle).
Anche questa facciata e` comunque concepita come un continuum unico, dove le canzoni di Ayers (memorabili We Did It Again, il cui testo e` il titolo ripetuto all'infinito, e la psichedelica Why Are We Sleeping, parlata da Ayers e alternata a un coro mistico) fungono da ritorni di organicita'.

Prima che l'album esca, nel 1969, i Soft Machine hanno fatto in tempo a sciogliersi (Ayers disertando per Maiorca con Allen; Ratledge preso da nostalgia per l'Inghilterra; Wyatt affascinato dalla West-coast) e a ricostituirsi, senza Ayers e con Hugh Hopper al basso.

Il secondo album, 2 (Probe, 1969), e` appannaggio dei due membri fondatori superstiti, una facciata ciascuno: a Wyatt la prima, patafisicamente impalpabile, a Ratledge la seconda, ameno collage di trucchi e imitazioni. Il tutto nel nome di un rock, quello del 1969, che ha dimenticato beat e psichedelia, e si sta preparando al gran balzo (con relativo gran tonfo) degli anni '70. Come nella prima prova c'e` un fondo di immaturita`, quasi di goliardica scipitezza, che mette in guardia dal prendere troppo sul serio gli autori.
Quella di Wyatt e` ancora costruita sullo stile della lunga fantasia melodica, in cui i ritornelli delle melodie (come A Concise British Alphabet part 2, primo saggio di malinconia nonsense) sono separati da parti strumentali (anche un assolo di piatti) piu` o meno improvvisate ("Zappiana" piu` che dadaista la Pataphysical Introduction, soprattutto la ripresa, festival dei fiati di Hopper, con il finale allucinogeno di Out Of Tunes).
Quella di Ratledge e` uno spartito di idee a seguire: il realismo effettistico di Fire Engine Passing With Bells, e le prime concitate jam strumentali (Hibou Anemone and Bear), le prime applicazioni del minimalismo di Terry Riley (l'alto sax sull'assolo d'organo di Orange Skin Food e l'organo sull'assolo di basso di A Door Opens And Closes).
La grande varieta` di assoli e di improvvisazioni collettive pone gia' i Soft Machine nell'olimpo del rock mondiale, anche se loro stessi non lo sanno ancora.

Nel 1970, mentre Allen e Ayers scorazzano gia` per conto proprio, Wyatt e Ratledge sono ancora alle prese con la Soft Machine: il suono promettente dei dischi d'esordio non ha fruttato ne` soldi ne` fama, ma le esibizioni dal vivo dell'epoca, con un cast di sei-sette elementi, attirano l'attenzione del pubblico piu` emancipato e della critica. Nonostante la scarsa credibilita` presso i discografici, i Soft Machine riescono a registrare un album doppio, documento fedele della grande stagione creativa dei tre, a cui si sono aggiunti in tournee (a partire dall'ottobre 1969) personaggi come il sassofonista Elton Dean, il clarinettista Jimmy Hastings e il trombonista Nick Evans, membri dell'orchestra pseudo-jazz di Keith Tippett.
Fiati e tastiere prendono il ruolo dominante che era stato della batteria. I brani si allungano e si scrollano di dosso gli orpelli surreali. L'iniezione di serieta` s'intravede anche nell'assimilazione di certe tecniche ripetitive e improvvisate dell'avanguardia.

Third (CBS, 1970) e` organizzato, come il coevo Unnagumma dei compagni di gavetta Pink Floyd, in quattro lunghi brani, uno per facciata. Ratledge firma Slightly All The Time, bel tema jazz svolto con scalmanate galoppate e adagi boccheggianti di tastiere e cortei di sax sanguigni; e Out Bloody Rageous, brano di ispirazione minimalista strutturato come una serie di variazioni sul tema, con impeccabili cambi di guida fra tastiere e fiati, manifesto della fredda razionalita` elettronica dell'organista.
Hopper firma Facelift, un tema fortemente ritmato che si scioglie in nuvole di orientalismi, vivacizzato dagli intermezzi fiatistici: nella prima parte un disarticolato incrocio di sax soprano, sax alto e trombone, assonnati e miagolanti, nella seconda un flauto swing incantatore che vaneggia sul rombo in agguato del basso, una baraonda di sax alto alla fine.
Questi tre brani danno la misura del balzo tecnico compiuto dal complesso. L'organo vivace ed hendrixiano di Ratledge si e` trasformato in un freddo strumento jazz-rock, la batteria non ha piu` quegli accessi di follia patafisica, e un uso quasi estetico dei fiati li integra con classe nelle lunghe improvvisazioni collettive. Un grigio senso di maturita` aleggia sulla tecnica professionale messa in mostra in ogni solco dai musicisti. Il nuovo sound e` radicato nelle due grandi novita` dell'avanguardia americana dell'epoca: il minimalismo di Riley e il jazz-rock di Davis.
Wyatt e` autore ed esecutore (suona tutte le tastiere) della splendida Moon In June, uno dei massimi capolavori del rock inglese, il brano che lo rivela grande compositore e arrangiatore oltre che geniale batterista e cantante inimitabile, insomma musicista completo. La sua ispirazione non e` cosi` moderna come quella di Ratledge, poco jazz e meno ancora avanguardia; ma Wyatt e` dotato di una fantasia e una umanita' che suppliscono abbondantemente alle deficienze scolastiche. Lo spunto di Moon In June e` strettamente melodico, vicino al soul, ai mantra e alle canzoni ondeggianti della psichedelia, ma con un tono languido e dimesso che fa pensare a uno chansonnier anemico o trasognato. I cambi repentini di ritmo e gli estatici crescendo delle tastiere, i deliqui in fil di voce, le impennate solenni, conferiscono alla musica un tono quasi epico, ma soprattutto perdutamente malinconico. Qua e la` riaffiorano i divertimenti dada, un canticchiare nonsense sommesso e uno spezzettare il motivo con un ritmo irregolare. Moon In June e` un canto libero che tastiere e batteria si sforzano di seguire nelle sue magiche evoluzioni. La fine arriva dopo il concitato intermezzo strumentale, attraverso rumori tastieristici, linee di basso incalzanti, le note minimali di un piano stentoreo sugli ultimi agonizzanti fonemi in falsetto. Questo lungo finale strumentale riporta alla grazia seducente dei primi giorni patafisici, col tono surreale e umoristico che sara` sempre il tono fondamentale della musica di Wyatt.
Con questo brano i Soft Machine escono dalla storia dei generi per entrare in quello della musica totale. A filtrare il suono si possono trovare tracce di stili e modi fra i piu` abusati, ma, come nelle migliori opere della transavanguardia, tutto viene assimilato in una visione personale dell'arte.
Elton Dean, che diventa membro stabile, ha influenzato molto lo stile di questi Soft Machine. Tutti i brani, meno forse quello di Wyatt, risentono di un' ispirazione jazzistica piu` marcata rispetto ai dischi precedenti. Ratledge intanto ha preso il comando, esautorando in parte Wyatt. D'altronde il batterista e` in procinto di lasciare la "morbida macchina" in balia del freddo cerebro del tastierista e del sax invadente dell'ultimo arrivato.

The seven-movement Spaced (Cuneiform, 1996) was composed as the soundtrack to a 1969 multi-media event. Ratledge, Hopper and Wyatt (and guesting saxophonist Brian Hopper) re-designed and re-arranged music from the third album using tape loops and other studio devices. The less ambitious pieces (such as Spaced Two) are merely "remixes" of Soft Machine jams, but the music gets as abstract as musique concrete in the watery vibrations of Spaced One, devastated after seven minutes by an excoriating distortion, and especially in the 32-minute of Spaced Four, a colossal fresco of disjointed instrumental sounds bordering on pure cacophony but slowly revealing the perfectly organic jam from which it originated. More mayhem follows, but this time driven by frenzied drums, until it is again obliterated by electronic noise. Few albums of 1969 dared this much.

Noisette (Cuneiform, 2000) documents a 1970 performance by Ratledge, Hopper, Wyatt, Dean and temporary fifth member Lyn Dobson (soprano saxophone and flute) and includes a 12-minute version of Ratledge's Eamonn Andrews, a 14-minute version of Esther's Nose Job and an eleven-minute version of Hopper's 12/8 Theme that rank among the slickest jazz-rock jams of the era.

Soft Machine's Fourth (1971) was their first fully instrumental album. Collaborators included Mark Charig (cornet), Roy Babbington (double bass), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings (flute and clarinet), Alan Skidmore (tenor sax). Wyatt's contribution to the compositions was minimal. Needless to say, the jazz-rock elements were even stronger than on the third album. Ratledge's nine-minute Teeth displayed the dense, flawless amalgam of the instruments, that blended the jubilant reeds, Ratledge's alienated keyboards, Hopper's singing bass and Wyatt's unusually frantic and noisy drumming, and then launched into a shimmering melodic theme. The centerpiece is Hopper's four-movement suite Virtually: a subdued trombone-heavy first part, a vibrant Dean-driven second part, a dissonant free-form third part and a brief abstract keyboards-dominated fourth part.

Wyatt, last remaining of the founding members, left to form Matching Mole and was replaced by Nucleau' drummer, John Marshall. Thus Soft Machine's line-up for 5 (CBS, 1972) was a quartet with Ratledge on keyboards, Hopper on bass, Dean on reeds and (mostly) Marshall on drums. The compositions are mostly by Ratledge e di Dean. They reflect the fact that the psychedelic masters had left one by one, and their place had been taken by practitioners of jazz-rock. Ratledge's All White is the younger brother of the previous album's Teeth: a sprightly theme sustained by playful interplay. The atmospheric music of the Third album is, instead, evoked in Ratledge's Drop, divided between an overture of swirling oneiric keyboards notes upset by dripping electronic sounds and a vibrant alto-sax improvisation over a swinging rhythm section. Textures become even more important in the longer As If, still dominated for four minutes by Dean and then for four minutes by the cello-sounding bass, and lacking a precise leitmotiv. Dean's closing Bone would be the most experimental (or, at least, unreal) track, but it lasts only three minutes. As a conventional jazz-rock outfit, Soft Machine was far less engaging than as a progressive-rock project, but still maintained a high degree of musicianship.

Tra i collaboratori del Fourth (1971) album, che e` completamente strumentale, ci sono Mark Charig (tromba), Roy Babbington (basso), Nick Evans (trombone) e Jimmy Hastings (flauto). La fusione tra jazz e rock si e` compiuta in maniera indolore (soprattutto nella suite in quattro movimenti Virtually) e il sound che ne scaturisce, un po' spigoloso, e` certamente importante. Wyatt pero`, che ha appena inciso il primo disco in proprio, ha esaurito la propria missione in seno ai Soft Machine, e decide quindi di fondare un proprio complesso, i Matching Mole.

I Soft Machine, orfani dei tre geni fondatori, precipitano rapidamente nella routine di un jazz-rock di retroguardia, e poco a poco perdono completamente la voglia di far musica.

Wyatt viene sostituito con il batterista dei Nucleau, John Marshall, e la formazione si stabilizza con Ratledge, Hopper, Dean, Marshall. Il quinto disco, Soft Machine 5 (CBS, 1972), e` opera di Ratledge e di Dean, e segue senza molta fantasia le tracce del precedente (As If, All White, Drop).

Nel 1972 se ne va anche Dean, lasciando il posto al tastierista Karl Jenkins (ex-Nucleus), cosicche' il Sixth Album, (CBS, 1972) e` in gran parte di Ratledge, anche se le cose migliori le fa Hopper. L'album e` doppio, meta` dal vivo (Gesolreut , 37 1/2 ) e meta` in studio (The Soft Weed Factor di Jenkins, Chloe And The Pirates di Ratledge, 1983 di Hopper). Ratledge, Hopper, Jenkins, e Marshall si alternano a molti strumenti, alla ricerca del timbro trascendentale. Lo stile e` ormai evaso dal jazz-rock: assimilando un po' di avanguardia elettronica si e` trasformato in un virtuoso esercizio di freddo estetismo. Hugh Hopper ha pero` pronto il suo primo album solista e lascia i Soft Machine.

Non e` un caso che su Seven (CBS, 1973), con l'ingresso di Roy Babbington al basso, il complesso arrivi ad ospitare tre ex-Nucleus. Bundles (Harvest, 1975), con l'aggiunta del chitarrista Allan Holdsworth, contiene se non altro la suite in cinque parti Hazard Profile, ma il sound non e` piu` neppure parente dei vecchi Soft Machine.

In 1976 even Ratledge left Soft Machine. The line-up of Jenkins, Babbington, Marshall, guitarist John Etheridge and saxophonist Alan Wakeman that plays on Softs (Harvest, 1976) did not feature any of the original members. Jenkins leads the band through the austere scores of the seven-minute The Tale Of Taliesin and the nine-minute Ban-Ban Caliban.

Jenkins, Etheridge, Babbington, Marshall and keyboardist Carol Barratt released Rubber Riff (Music DeWolfe, 1978 - Voiceprint, 1995), that was not originally credited to the Soft Machine. Unusually for Soft Machine, it contains 14 brief compositions.

Jenkins and Marshall are the only full-time members on Land of Cockayne (EMI, 1981), which employs a revolving cast of friends (Allan Holdsworth, Jack Bruce, Dick Morrissey, etc). Jenkins signs all the pieces and his keyboards "are" the sound of the longer ones (Over 'n' Above, Panoramania, Hot-Biscuit Slim).

Triple Echo (Harvest, 1977) is a three-album box-set anthology. Several live albums (and especially rare ones from the early period) came out during the 1970s.

BBC Radio (HUx, 2003) is a terrible collection of rarities from the early days.

Out Bloody Rageous is a double-CD career retrospective.

The last studio album with Dean, Softworks (Abracadabra, 2003), was recorded by a quartet with Allan Holdsworth on guitar, Hopper and Marshall.

Grides (Cuneiform, 2006) documents a 1970 live performance.

The Soft Machine Legacy that debuted with Steam (2007) comprised only Marshall and Hopper of the old guard.

(Translation by/ Tradotto da Gianluca Mantovan)

Nel 1976 pure Ratledge abbandono' i Soft Machine. La line-up di Softs (Harvest, 1976), con Jenkins, Babbington, Marshall, il chitarrista John Etheridge e il sassofonista Alan Wakeman, non contiene alcun membro fondatore. Jenkins guida la band negli austeri sette minuti di The Tale Of Taliesin e nei nove minuti di Ban-Ban Caliban. Jenkins, Etheridge, Babbington, Marshall e il tastierista Carol Barratt pubblicarono Rubber Riff (Music DeWolfe, 1978 - Voiceprint, 1995), in origine non accreditata ai Soft Machine. Contiene 14 brevi composizioni, fatto per loro insolito. Jenkins e Marshall sono gli unici membri a tempo pieno su Land of Cockayne (EMI, 1981), che sfodera vari amici (Allan Holdsworth, Jack Bruce, Dick Morrissey, ecc). Jenkins firma ogni pezzo e le sue tastiere sono il suono di quelli piu' lunghi (Over 'n' Above, Panoramania, Hot-Biscuit Slim). Triple Echo (Harvest, 1977) e' un'antologia composta da un box-set di tre album. Vari live (e specialmente rarita' degli esordi) uscirono negli anni settanta.

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