The Canterbury school of British progressive-rock (one of the most significant
movements in the history of rock music) was born when
Hugh Hopper, Robert Wyatt, Richard Sinclair, Pye Hastings, Richard Coughlan,
Kevin Ayers formed the Wilde Flowers. Sinclair, Hastings and Coughlan went on
to form the Caravan, while Wyatt, Ayers, Hopper and
their friend Daevid Allen formed the Soft Machine. Soft Machine's third album is
one of rock's masterpieces, and their fourth and sixth album are not much less
original. Their sound was ahead of their time, and ahead of everybody's time.
One of Britain's leading magazine ("Q") called their fourth album "It really is
unlistenable rubbish". Rubbish has rarely been more captivating and influential.
While most "next big things" of the era have been long forgotten and buried,
Soft Machine's masterpieces inspired generations of musicians.
The Moon In June will remain in the essential canon of music well after
rock music has disappeared.
The Canterbury school of British progressive-rock (one of the most significant
movements in the history of rock music) was born in 1962 when
Hugh Hopper, Robert Wyatt, Kevin Ayers, Richard Sinclair and others
formed the Wilde Flowers.
Wyatt, Ayers, Hopper and their new friends Daevid Allen and
Mike Ratledge formed the
Soft Machine (1966), whereas Sinclair and the others went on to form Caravan.
Soft Machine, one of the greatest
rock bands of all times, started out with albums such as Volume Two (1969)
that were inspired by psychedelic-rock with a touch of Dadaistic
(i.e., nonsensical) aesthetics; but, after losing Allen and Ayers, they
veered towards a personal interpretation
of Miles Davis' jazz-rock on Three (1970), their masterpiece and one of the essential jazz, rock and classical albums of the 1970s.
Minimalistic keyboards a` la Terry Riley and jazz horns highlight three of
the four jams (particularly, Hopper's Facelift). The other one,
The Moon In June, is Wyatt's first monumental achievement, blending a
delicate melody, a melancholy atmosphere and deep humanity.
The Moon In June will remain in the essential canon of music well after
rock music has disappeared.
A vastly revised line-up,
heavily influenced by Ian Carr's and
Keith Tippett's jazz ensembles,
that in october 1969 added a four-piece jazz horn section (notably Elton Dean),
continued the experiment in a colder, brainy, austere manner,
for example with the
four-movement suite Virtually (1971), on their fourth album,
and the futuristic 1983 (1972), on their sixth album.
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La leggenda di Canterbury ha inizio in una cantina.
Robert Wyatt, nato nel 1944 a Bristol, emigrato a Dulwich (un quartiere
di Londra) e stabilitosi nel 1956 a Canterbury, al principio dei '60
passa le giornate frequentando la locale "Simon Langston School"
e le serate con i compagni
di scuola Pye Hastings e Richard Coughlan a suonare nello scantinato di
casa. Nascono cosi` i Wilde Flowers, gruppo dilettantistico che riflette
la passione del leader per il rhythm and blues e il jazz.
La formazione si stabilizza nel 1962 con Wyatt, i fratelli Brian e Hugh
Hopper e Richard
Sinclair. Dall'Australia intanto e` arrivato Daevid Allen (classe 1938),
gia` poeta e autore teatrale a Melbourn, nonche' studente d'arte,
un folletto che vagabonda da un anno senza meta,
fresco reduce da un'esperienza parigina in cui ha
suonato jazz e ha composto musiche per William Burroughs.
Trova una camera in affitto a casa dei Wyatt e
al "Canterbury College of Art" e` compagno di camera di Ayers.
Traviato dal piu` esperto e smaliziato Allen,
l'adolescente Robert Wyatt
decide di seguirlo in una delle sue puntate su Parigi, abbandonando i
Wilde Flowers nelle mani di Ayers.
A 1963 date at the "Marquee" by the Daevid Allen Trio, i.e. Allen, Hopper and
Wyatt, will surface on Live (Voiceprint, 1993).
I componenti del gruppo sono ora: Ayers, Sinclair (basso), suo cugino David
(tastiere), Hastings (chitarra) e Coughlan (batteria). Ayers, nato nel 1944 in
un paesino della zona, e` cresciuto in Malesia e soltanto a sedici anni ha fatto
ritorno nel nativo Kent.
A Parigi nel frattempo Wyatt e Allen bazzicano l'underground degli espatriati
beatniks.
Allen e` il piu` intraprendente: organizza spettacoli multi-media, suona
piano-bar con Terry Riley, si esibisce con big band di jazz, si innamora di una
poetessa e giornalista di nome Gilly Smith.
Non passa molto tempo prima che li raggiunga Hugh Hopper.
Quando i tre parigini fanno ritorno in patria, travasano la loro esperienza
nei Wilde Flowers, improntando
lo stile verso l'improvvisazione e il dada-rock per intellettuali raffinati.
Allen nel 1964 pubblica anche il suo primo libro di poesie.
The Wilde Flowers (Voiceprint, 1993) raccogliera` le registrazioni
di questo gruppo (le composizioni sono prevalentemente dei due Hopper).
Nel 1965 torna da Oxford, dove ha frequentato la celeberrima universita`,
Mike Ratledge, anch' egli compagno di scuola ai tempi della "Langston".
La sua personalita` riesce a dividere il gruppo
in due: da una parte i Soft Machine (nome derivato dal titolo di un libro di
Burroughs), con Ratledge (tastiere), Wyatt (batteria), Allen (chitarra),
Ayers (basso), e dall'altra i Caravan, con Hastings, Coughlan e i Sinclair.
I Soft Machine cominciano in sordina, con una formazione che somiglia a
quella dei Nice. Nel 1966 vengono scritturati dall'UFO Club di Londra,
insieme con gli imberbi Pink Floyd di Syd Barett. In questo locale li scopre lo
sconosciuto (allora come oggi) pirata americano Kim Fowley, un eclettico dai
mille travestimenti, qui nei panni della Provvidenza, che introduce i
Soft Machine nell'industria discografica e (nel febbraio del 1967)
produce il loro primo 45 giri:
Feelin' Reeelin' Squeelin'/ Love Makes Sweet Music (registrato nello stesso
studio dove un giovane di colore, certo Jimi Hendrix, sta allenandosi con la
chitarra ritmica).
Jet Propelled Photographs (Charly, 1989) is a 1967 recording by the original line-up of Allen, Ratledge, Ayers and Wyatt.
Il quartetto torna presto in Francia, dove miete un discreto successo di
pubblico e di critica.
Il rientro si tinge pero` di giallo:
Daevid Allen non ha il passaporto in regola e deve
rimanere in Francia, dove dara` vita ai Gong.
I tre superstiti si aggregano a Jimi Hendrix
(reduce dal trionfo del primo singolo) e ne seguono l'avventura in terra
americana.
Apprezzati dal produttore Tom Wilson (lo stesso che
aveva lavorato con Dylan e i Byrds), i Soft Machine
registrano su suolo straniero il loro primo album,
Soft Machine 1 (Probe, 1968).
Di Allen non c'e` piu` nulla, domina Ayers e il piu` timido
e` Wyatt. Le canzoni profumano di beat, ma anche di psichedelia, di Oriente,
di jazz all'acqua di rose, e sotto sotto trapela
un'ironia seriosa che deve qualcosa ai dada parigini. In embrione e` gia` una musica
rivoluzionaria: le geometrie tastieristiche di Ratledge, il canto in sordina (sui registri alti) di
Wyatt, il basso jazz di Ayers,
i contrappunti psichedelici, le cantilene stralunate, la foresta percussiva
con sterminati assoli di batteria e parti sturmentali
che sono ubriacanti cocktail stilistici.
La prima facciata, piu` unitaria,
contiene due suite: quella jazz-psichedelica di Hope For Happiness,
con il canto quasi mantrico di Wyatt in apertura, una sarabanda elettrica
guidata dai passaggi velocissimi di organo e dai cambi di ritmo marziani
della batteria, con un lungo assolo di Ayers al basso elettrico che ricorda
la hendrixiana Third Stone From The Sun;
e quella classicheggiante di So Boot If At All
(i Nice del Duemila, puntillisti, free e improvvisatori, con Ratledge nei panni di un
Emerson tutto dissonante e Wyatt imbizzarrito in un assolo effervescente:
uno dei duetti piu` geniali e creativi della musica improvvisata di sempre,
con un finale cosmico- allucinogeno da brivido).
La seconda facciata, piu` frammentata, e` fatta di
canzoni prevalentemente strumentali che prendono le melodie dal beat,
e dal soul e dal folk esotico, ma degenerano sempre in parti improvvisate
in cui il trio sfoga la propria gioiosa e caustica fantasia. Ratledge si
comporta ormai apertamente come un Hendrix dell'organo e Wyatt si scatena alla batteria dando
diversi numeri di velocita`, acrobazia e varieta` (mai batteria aveva cambiato
e storpiato ritmi cosi` a catinelle).
Anche questa facciata e` comunque concepita come un continuum unico, dove le
canzoni di Ayers (memorabili We Did It Again, il cui testo e` il titolo
ripetuto all'infinito, e la psichedelica Why Are We Sleeping, parlata da
Ayers e alternata a un coro mistico) fungono da ritorni di organicita'.
Prima che l'album esca, nel 1969, i Soft Machine hanno fatto in tempo a
sciogliersi (Ayers disertando per Maiorca con Allen; Ratledge preso da
nostalgia per l'Inghilterra; Wyatt affascinato dalla West-coast) e a
ricostituirsi, senza Ayers e con Hugh Hopper al basso.
Il secondo album, 2 (Probe, 1969),
e` appannaggio dei due membri fondatori
superstiti, una facciata ciascuno: a Wyatt la prima, patafisicamente
impalpabile, a Ratledge la seconda, ameno collage di trucchi e imitazioni.
Il tutto nel nome di un rock, quello del 1969, che ha dimenticato beat e
psichedelia, e si sta preparando al gran balzo (con relativo gran tonfo) degli
anni '70. Come nella prima prova c'e` un fondo di immaturita`, quasi di
goliardica scipitezza, che mette in guardia dal prendere troppo sul serio gli
autori.
Quella di Wyatt e` ancora costruita sullo stile della lunga fantasia
melodica, in cui i ritornelli delle melodie (come A Concise British Alphabet
part 2, primo saggio di malinconia nonsense) sono separati da parti strumentali
(anche un assolo di piatti) piu` o meno improvvisate ("Zappiana" piu` che
dadaista la Pataphysical Introduction, soprattutto la ripresa, festival dei
fiati di Hopper, con il finale allucinogeno di Out Of Tunes).
Quella di Ratledge e` uno spartito di idee a seguire:
il realismo effettistico di Fire Engine Passing With Bells,
e le prime concitate jam strumentali (Hibou Anemone and Bear),
le prime applicazioni del minimalismo di Terry Riley (l'alto sax sull'assolo
d'organo di Orange Skin Food e l'organo sull'assolo di basso di
A Door Opens And Closes).
La grande varieta` di assoli e di improvvisazioni collettive pone gia'
i Soft Machine nell'olimpo del rock mondiale, anche se loro stessi non
lo sanno ancora.
Nel 1970, mentre Allen e
Ayers scorazzano gia` per conto proprio, Wyatt
e Ratledge sono ancora alle prese con la Soft Machine: il suono promettente
dei dischi d'esordio non ha fruttato ne` soldi ne` fama, ma le esibizioni
dal vivo dell'epoca, con un cast di sei-sette elementi, attirano
l'attenzione del pubblico piu` emancipato e della critica. Nonostante la
scarsa credibilita` presso i discografici, i Soft Machine riescono a
registrare un album doppio, documento fedele della grande stagione creativa
dei tre, a cui si sono aggiunti in tournee (a partire dall'ottobre 1969)
personaggi come il sassofonista
Elton Dean, il clarinettista Jimmy Hastings e il trombonista Nick Evans,
membri dell'orchestra pseudo-jazz di Keith Tippett.
Fiati e tastiere prendono il ruolo dominante che era stato della batteria.
I brani si allungano e si scrollano di dosso gli orpelli surreali. L'iniezione
di serieta` s'intravede anche nell'assimilazione di certe tecniche ripetitive
e improvvisate dell'avanguardia.
Third (CBS, 1970)
e` organizzato, come il coevo Unnagumma dei compagni di gavetta
Pink Floyd, in quattro lunghi brani, uno per facciata. Ratledge firma
Slightly All The Time, bel tema jazz svolto con scalmanate galoppate e
adagi boccheggianti di tastiere e cortei di sax sanguigni;
e Out Bloody Rageous, brano di ispirazione minimalista strutturato come
una serie di variazioni sul tema, con impeccabili cambi di guida fra tastiere
e fiati, manifesto della fredda razionalita` elettronica dell'organista.
Hopper firma Facelift, un tema fortemente ritmato che si scioglie in nuvole di
orientalismi, vivacizzato dagli intermezzi fiatistici:
nella prima parte un disarticolato incrocio di sax soprano, sax alto e trombone,
assonnati e miagolanti, nella seconda un flauto swing incantatore che vaneggia
sul rombo in agguato del basso, una baraonda di sax alto alla fine.
Questi tre brani danno la misura del balzo tecnico compiuto dal complesso. L'organo
vivace ed hendrixiano di Ratledge si e` trasformato in un freddo strumento
jazz-rock, la batteria non ha piu` quegli accessi di follia patafisica,
e un uso quasi estetico dei fiati li integra con classe nelle lunghe
improvvisazioni collettive. Un grigio senso di maturita` aleggia sulla
tecnica professionale messa in mostra in ogni solco dai musicisti.
Il nuovo sound e` radicato nelle due grandi novita` dell'avanguardia
americana dell'epoca: il minimalismo di Riley e il jazz-rock di Davis.
Wyatt e` autore ed esecutore (suona tutte le tastiere) della splendida
Moon In June, uno dei massimi capolavori del rock inglese, il brano che lo
rivela grande compositore e arrangiatore oltre che geniale batterista e
cantante inimitabile, insomma musicista completo.
La sua ispirazione non e` cosi` moderna come quella di Ratledge, poco jazz e
meno ancora avanguardia; ma Wyatt e` dotato di una fantasia e una umanita'
che suppliscono abbondantemente alle deficienze scolastiche.
Lo spunto di Moon In June e` strettamente melodico, vicino al soul, ai
mantra e alle
canzoni ondeggianti della psichedelia, ma con un tono languido e dimesso
che fa pensare a uno chansonnier anemico o trasognato.
I cambi repentini di ritmo e gli estatici crescendo delle tastiere,
i deliqui in fil di voce,
le impennate solenni, conferiscono alla musica un tono quasi
epico, ma soprattutto perdutamente malinconico. Qua e la` riaffiorano i
divertimenti dada, un canticchiare nonsense sommesso e uno spezzettare il motivo con un ritmo
irregolare.
Moon In June e` un canto libero che tastiere e batteria si
sforzano di seguire nelle sue magiche evoluzioni.
La fine arriva dopo il concitato intermezzo strumentale, attraverso rumori
tastieristici, linee di basso incalzanti, le note minimali di un piano
stentoreo sugli ultimi agonizzanti fonemi in falsetto.
Questo lungo finale strumentale riporta alla grazia seducente dei primi
giorni patafisici, col tono surreale e umoristico
che sara` sempre il tono fondamentale della musica di Wyatt.
Con questo brano i Soft Machine escono dalla storia dei generi per entrare
in quello della musica totale. A filtrare il suono si possono trovare tracce
di stili e modi fra i piu` abusati, ma, come nelle migliori opere della
transavanguardia, tutto viene assimilato in una visione personale dell'arte.
Elton Dean, che diventa membro stabile, ha influenzato molto lo stile di questi
Soft Machine. Tutti i brani, meno forse quello di Wyatt, risentono di un'
ispirazione jazzistica piu` marcata rispetto ai dischi precedenti. Ratledge
intanto ha preso il comando, esautorando in parte Wyatt. D'altronde il
batterista e` in procinto di lasciare la "morbida macchina" in balia del
freddo cerebro del tastierista e del sax invadente dell'ultimo arrivato.
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The seven-movement Spaced (Cuneiform, 1996) was composed as the
soundtrack to a 1969 multi-media event.
Ratledge, Hopper and Wyatt (and guesting saxophonist Brian Hopper)
re-designed and re-arranged music from the third album using tape loops
and other studio devices.
The less ambitious pieces (such as Spaced Two) are merely
"remixes" of Soft Machine jams, but
the music gets as abstract as musique concrete in
the watery vibrations of Spaced One, devastated after seven minutes by an excoriating distortion,
and especially in the 32-minute of Spaced Four, a colossal fresco
of disjointed instrumental sounds bordering on pure cacophony
but slowly revealing the perfectly organic jam from which it originated.
More mayhem follows, but this time driven by frenzied drums, until it is
again obliterated by electronic noise.
Few albums of 1969 dared this much.
Noisette (Cuneiform, 2000) documents a 1970 performance by
Ratledge, Hopper, Wyatt, Dean and temporary fifth member Lyn Dobson
(soprano saxophone and flute) and includes a 12-minute version of Ratledge's
Eamonn Andrews, a 14-minute version of Esther's Nose Job and an eleven-minute version of Hopper's 12/8 Theme that rank among the
slickest jazz-rock jams of the era.
Soft Machine's Fourth (1971) was their first fully instrumental album.
Collaborators included Mark Charig (cornet), Roy
Babbington (double bass), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings (flute and clarinet), Alan Skidmore (tenor sax).
Wyatt's contribution to the compositions was minimal.
Needless to say, the jazz-rock elements were even stronger than on the third
album.
Ratledge's nine-minute Teeth displayed the dense, flawless amalgam of the
instruments, that blended the jubilant reeds,
Ratledge's alienated keyboards, Hopper's singing bass and
Wyatt's unusually frantic and noisy drumming,
and then launched into a shimmering melodic theme.
The centerpiece is Hopper's four-movement suite Virtually: a
subdued trombone-heavy first part, a vibrant Dean-driven second part,
a dissonant free-form third part and a brief abstract keyboards-dominated fourth part.
Wyatt, last remaining of the founding members, left
to form Matching Mole
and was replaced by Nucleau' drummer, John Marshall.
Thus Soft Machine's line-up for
5 (CBS, 1972) was a quartet with
Ratledge on keyboards, Hopper on bass, Dean on reeds and (mostly)
Marshall on drums.
The compositions are mostly by Ratledge e di Dean.
They reflect the fact that the psychedelic masters had left one by one,
and their place had been taken by practitioners of jazz-rock.
Ratledge's All White is the younger brother of the previous album's Teeth: a sprightly theme sustained by playful interplay.
The atmospheric music of the Third album is, instead, evoked in
Ratledge's Drop, divided between an overture of
swirling oneiric keyboards notes upset by dripping electronic sounds
and a vibrant alto-sax improvisation over a swinging rhythm section.
Textures become even more important in the longer As If, still
dominated for four minutes by Dean and then for four minutes by the
cello-sounding bass, and lacking a precise leitmotiv.
Dean's closing Bone would be the most experimental (or, at least,
unreal) track, but it lasts only three minutes.
As a conventional jazz-rock outfit, Soft Machine was far less engaging than
as a progressive-rock project, but still maintained a high degree of
musicianship.
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Tra i collaboratori del Fourth (1971)
album, che e` completamente strumentale,
ci sono Mark Charig (tromba), Roy
Babbington (basso), Nick Evans (trombone) e Jimmy Hastings (flauto).
La fusione tra jazz e rock si e` compiuta in maniera indolore
(soprattutto nella suite in quattro movimenti Virtually) e il sound che
ne scaturisce, un po' spigoloso, e` certamente importante. Wyatt pero`, che ha
appena inciso il primo disco in proprio, ha esaurito la propria missione
in seno ai Soft Machine, e decide quindi di fondare un proprio complesso,
i Matching Mole.
I Soft Machine, orfani dei tre geni fondatori, precipitano rapidamente nella
routine di un jazz-rock di retroguardia, e poco a poco perdono completamente
la voglia di far musica.
Wyatt viene sostituito con il batterista dei Nucleau, John Marshall,
e la formazione si stabilizza con Ratledge, Hopper, Dean, Marshall.
Il quinto disco, Soft Machine 5 (CBS, 1972), e` opera
di Ratledge e di Dean, e segue senza molta fantasia le tracce del precedente
(As If, All White, Drop).
Nel 1972 se ne va anche Dean, lasciando il posto al tastierista
Karl Jenkins (ex-Nucleus), cosicche' il Sixth Album, (CBS, 1972)
e` in gran parte di Ratledge, anche se le cose migliori le fa Hopper.
L'album e` doppio, meta` dal vivo (Gesolreut , 37 1/2 )
e meta` in studio (The Soft Weed Factor di Jenkins,
Chloe And The Pirates di Ratledge, 1983 di Hopper).
Ratledge, Hopper, Jenkins, e Marshall si alternano a molti strumenti,
alla ricerca del timbro trascendentale.
Lo stile e` ormai evaso dal jazz-rock: assimilando un po' di avanguardia
elettronica si e` trasformato in un virtuoso esercizio di freddo estetismo.
Hugh Hopper ha pero` pronto il suo primo
album solista e lascia i Soft Machine.
Non e` un caso che su Seven (CBS, 1973), con l'ingresso
di Roy Babbington al basso, il complesso arrivi ad ospitare tre ex-Nucleus.
Bundles (Harvest, 1975), con l'aggiunta del chitarrista
Allan Holdsworth, contiene se non altro
la suite in cinque parti Hazard Profile, ma il sound non e` piu` neppure
parente dei vecchi Soft Machine.
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In 1976 even Ratledge left Soft Machine. The line-up of
Jenkins, Babbington, Marshall, guitarist John Etheridge and
saxophonist Alan Wakeman that plays on
Softs (Harvest, 1976) did not feature any of the original members.
Jenkins leads the band through the austere scores of the
seven-minute The Tale Of Taliesin and the
nine-minute Ban-Ban Caliban.
Jenkins, Etheridge, Babbington, Marshall and keyboardist Carol Barratt released
Rubber Riff (Music DeWolfe, 1978 - Voiceprint, 1995), that was not
originally credited to the Soft Machine. Unusually for Soft Machine, it contains
14 brief compositions.
Jenkins and Marshall are the only full-time members on
Land of Cockayne (EMI, 1981), which employs a revolving cast of friends
(Allan Holdsworth, Jack Bruce, Dick Morrissey, etc).
Jenkins signs all the pieces and his keyboards "are" the sound of the longer
ones (Over 'n' Above, Panoramania, Hot-Biscuit Slim).
Triple Echo (Harvest, 1977) is a three-album box-set anthology.
Several live albums (and especially rare ones from the early period) came out
during the 1970s.
BBC Radio (HUx, 2003) is a terrible collection of rarities from the early days.
Out Bloody Rageous is a double-CD career retrospective.
The last studio album with Dean,
Softworks (Abracadabra, 2003), was recorded by a quartet with
Allan Holdsworth on guitar, Hopper and Marshall.
Grides (Cuneiform, 2006) documents a 1970 live performance.
The Soft Machine Legacy that debuted with Steam (2007) comprised only
Marshall and Hopper of the old guard.
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(Translation by/ Tradotto da Gianluca Mantovan)
Nel 1976 pure Ratledge abbandono' i Soft Machine. La line-up di Softs (Harvest,
1976), con Jenkins, Babbington, Marshall, il chitarrista John Etheridge
e il sassofonista Alan Wakeman, non contiene alcun membro fondatore. Jenkins
guida la band negli austeri sette minuti di The Tale Of Taliesin e nei nove
minuti di Ban-Ban Caliban.
Jenkins, Etheridge, Babbington, Marshall e il tastierista Carol Barratt
pubblicarono Rubber Riff (Music DeWolfe, 1978 - Voiceprint, 1995), in origine
non accreditata ai Soft Machine. Contiene 14 brevi composizioni, fatto per
loro insolito.
Jenkins e Marshall sono gli unici membri a tempo pieno su Land of Cockayne
(EMI, 1981), che sfodera vari amici (Allan Holdsworth, Jack Bruce, Dick
Morrissey, ecc). Jenkins firma ogni pezzo e le sue tastiere sono il suono
di quelli piu' lunghi (Over 'n' Above, Panoramania, Hot-Biscuit Slim).
Triple Echo (Harvest, 1977) e' un'antologia composta da un box-set di tre
album. Vari live (e specialmente rarita' degli esordi) uscirono negli anni
settanta.
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