Fleetwood Mac's guitarist Peter Green
released the all-instrumental The End Of The Game (1970) before
disappearing for almost a decade. Borrowing the format of the
jam session from jazz music, but the atmosphere from
Ernst's surrealistic paintings, horror soundtracks and voodoo rituals,
Green indulged in sheer sound-painting.
The hallucinated ramble of the guitar weaves colorful textures for
mantra-like psalms. It is
visceral, primordial music that echoes the eruption of volcanos, ocean tides
and the life-cycle of equatorial forest.
Green's expansion of consciousness is one of both folly and ecstay, one that
would be better defined as epic terror.
If English is your first language and you could translate this text, please contact me.
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Colto da una crisi mistica, il chitarrista Peter Green (all'anagrafe Greenbaum)
lascio` i
Fleetwood Mac
nel maggio 1970. Incise un
disco solista (pubblicato alla fine dell'anno) e poi scomparve dalle scene, dando origine a uno dei casi piu` singolari della musica rock: devoluti in beneficienza i proventi dei suoi dischi,
vago` fra Inghilterra e Israele, si impiego` come becchino, barista e infermiere.
Perse le tracce del leggendario chitarrista, il rock lo innalzo` a mito storico
dell'intransigenza contro i meccanismi del Sistema. In realta` era finito in
un ospedale psichiatrico, inebetito dagli stupefacenti. Quando ne usci`, si
trasferi` negli Stati Uniti, si sposo` e ricomincio` a suonare. Nel 1979 torno'
ad incidere, disilludendo la grande attesa di coloro che pensavano a lui come a
un genio incompreso.
Cio` non toglie che The End Of The Game (Reprise, 1970), album
puramente strumentale,
sia un capolavoro, probabilmente la naturale continuazione di un disco
che era rimasto interrotto dopo il brano
Supernatural su Hard Road: echi d'infinito che si
rincorrono per foreste equatoriali e deliri allucinati di chitarra, musica
primordiale che esala dalle viscere del mondo, un soliloquio che deflagra
lentamente, un'espansione della coscienza che trapassa dolcemente dalla follia all'estasi.
L'atmosfera, piu` che da session jazz, e` da rituale magico
propiziatorio.
La chitarra domina da un capo
all'altro del disco, ora stridula, ora feroce, ora sonnambula.
In Bottom's Up blatera petulante su un ritmo fortissimo, ossessivo, quasi
tribale, costruendo un clima di terrore che poi si placa in frasi dissonanti,
come in un farnetico di agonia, e riprende lentamente a salire in un crescendo
tempestoso.
La danza piu` tribale del disco e` pero` Burnt Food, forte di una delle
progressioni ritmiche piu` trascinanti della storia del blues, da togliere
letteralmente il fiato.
Nei brani meditativi la chitarra di Green e` piu` misurata, ma non meno
suggestiva.
In Timeless Time si sospende in una specie di mantra dilatatissimo,
accompagnata soltanto dai piatti.
Altrove, avvalendosi del contributo di Money, Green disegna uno dei jazz-rock
piu` geniali di sempre, tenendo presente le improvvisazioni "modali" dell'
acid-rock.
In Descending Scale, un esercizio in cui piano (Zoot Money) e chitarra si
divertono a polverizzare la scala musicale, un duetto di urla e gemiti, spasimi
atroci di dissonanze che si alternano a sprazzi di estasi psichedelica,
e folli corse orgasmiche su e giu' per quelle (metafisiche) scale.
In Hidden Depth l'atmosfera e` di nuovo diffratta e dilatata come nell'
acid-rock.
Il finale e`
The End Of The Game, con la chitarra che strilla impazzita, ubriaca,
lasciva, l'inno supremo alla paura, alla disperazione, alla solitudine,
l'ultimo respiro prima del nulla e dell'eterno.
Ogni brano e` l'evocazione del clima minaccioso e opprimente della jungla
e dei rituali occulti delle popolazioni primitive; e al tempo stesso e` una
preghiera orientale, o un viaggio lisergico. Ma, a qualunque livello metaforico,
rimangono come valori assoluti i suoi esperimenti alla chitarra: quei brani sono
anche dei mini-concerti di dissonanze, di tocchi atmosferici, di wah-wah
lancinanti. Green ha portato alle estreme conseguenze il concetto blues
della chitarra come "seconda voce". Quei brani
sono frammenti lirici e ipnotici che tracciano la rotta della sua crisi
esistenziale e della sua mistica conversione a una arcana
religione dell'infinito.
Dopo qualche singolo (ancora due nel 1972) e una leggendaria versione
di novanta minuti improvvisata dal vivo di Black Magic Woman,
di lui si persero le tracce.
Dopo una lunga assenza, Peter Green torno` sulle scene con
In The Skies (PVC, 1979), che non era malvagio ma non aveva nulla
del genio di End Of The Game. Gli fecero pero` seguito
album mediocri che gli appartenevano soltanto per ragioni marketing, ma
in realta` erano in gran parte composti da suo fratello Michael.
Nel 1985 le sue condizioni mentali peggiorarono di nuovo e per anni
il suo nome scomparve di nuovo (i tre dischi di questo periodo sono
antologie). Nel 1995 formo` lo Splinter Group, che due anni dopo pubblico`
il primo album, una specie di ritorno alle sue origini blues.
Il fatto che il gruppo abbia continuato a pubblicare almeno un album all'anno
prova che Green si e` finalmente liberato dei suoi fantasmi interiori.
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