Bruce Springsteen is the epitome of
"epic". After Bob Dylan and before the
Ramones, he was one of the few musicians
capable of transforming the mood of an entire generation into a "sound".
If the rules to judge the significance of an artist are that
a) he be indifferent to fads and trends;
b) that his lyrics dig deep into his era and resonate with the souls of millions of people;
c) that each record be, de facto, a concept album;
d) that each song send shivers down the spine even without a catchy melody;
then Springsteen is one of the greatest of all times.
Musically, Springsteen coined the model of the singer-songwriter of the 1980s,
bridging the gap between the bluesman of the 1930s, the black shouter of
the 1940s, the rocker of the 1950s, the folk-singer of the 1960s,
the punk of the 1970s.
In many ways, Springsteen was the true heir to Woody Guthrie (Bob Dylan
never was a true populist).
He sang about the dreams and the fears of ordinary white Americans.
But he was also the heir to the blues, in an era in which
the black nation was abandoning it for dance music.
Over the years, Springsteen grew up to become the eloquent spokesman of
middle-class and blue-collar America. His declamations combine
populist demagogy, patriotic passion and prophetic vision
in a way that is quintessentially American.
The alienated enthusiasm of his early days mutated first into a nostalgic
glorification of the past and eventually into resigned grief.
Dreams turned into memories, and exuberance turned into frustration.
As the promised land faded away, Springsteen led the
exodus from the international utopias to the virtues of ordinary people.
Springsteen conveyed all of this in energetic and intense performances
that changed the whole meaning of the word "concert". His concert is a
collective sacrificial ceremony that pours naked life into artistic form.
Whether shouting or whispering, Springsteen "was" the voice of millions of
American for which the American dream never materialized.
His songs are the national anthems of that submerged nation.
The stylistic fusion of
The Wild The Innocent And The E Street Shuffle (1973),
recalled both Van Morrison and Taj Mahal, while Born To Run (1975)
introduced his torrential "wall of sound".
The River (1980) summed everything up: pathos, epos and eros.
Populist lyrics, granitic group sound, tender confessions, catchy refrains,
hard-rock riffs, massive boogie grooves, rock'n'roll spasms, acoustic ballads:
Springsteen and his band were the ultimate manufacturers of good vibrations.
Sorrow and pessimism prevailed on subsequent albums (on which Springsteen
frequently preferred the acoustic format), with the notable exception of
Born In The USA (1984), another super-charged set of anthemic songs.
If English is your first language and you could translate this text, please contact me.
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Bruce Springsteen e` uno dei pochi musicisti rock per i quali vale davvero il
termine "epico". Dopo Dylan e prima dei Ramones, e` stato uno dei pochi a
trasformare l'umore di un'intera generazione in un "sound".
Se le regole per giudicare la grandezza di un musicista rock sono
a) che sia indifferente alle mode,
b) che le sue liriche scavino a fondo nella sua era
e risuonino con l'animo di milioni di persone,
c) che ogni suo disco sia di fatto un concept,
d) che una sua canzone possa dare i brividi anche senza
una melodia orecchiabile; allora Springsteen e` uno dei massimi musicisti rock
di tutti i tempi.
Musicalmente,
Springsteen ha coniato il modello di singer/songwriter degli anni '80,
assimilando le esperienze piu` svariate del canto popolare, dal folk-singer allo
shouter nero, dal rocker al bluesman.
Per molti versi, Springsteen e` il vero erede di Woody Guthrie (Bob Dylan era
tutt'altro). Ma Guthrie era un'icona culturale soltanto per l'America bianca,
mentre Springsteen e` anche il vero erede del blues. In quegli anni la musica
nera stava perdendo lo spirito "apostolico" del blues e identificandosi sempre
piu` con uno stile di ballo. Springsteen continuo` la missione di Blind Lemon
Jefferson quando gli stessi musicisti neri l'abbandonavano. In tal modo
Springsteen e` davvero il cantore universale dell'Americano medio (bianco,
nero, ispanico o altro).
L'opera di Springsteen si e` sviluppata lungo tre direttive: quella del
politico (New York Serenade, Promised Land, Jungleland,
State Trooper, Born In The USA),
quella del nostalgico (Glory Days, Going Down, l'American
Graffiti di tutto River)
e quella dell'erotico (Rosalita, Night, Sherry Darling),
esplorate sempre attraverso l'introspezione nell'animo dell'everyman,
ed evitando invece i proclami messianici.
Ma, con il passare del tempo, Springsteen e` soprattutto diventato un
eloquente portavoce dell'americano medio.
Le sue declamazioni hanno quel tanto di demagogia populista, di passionalita'
patriottica e di visionarismo profetico
che da sempre fa delirare l'America. Springsteen e` l'erede moderno
dei tanti politicanti d'effetto e dei tanti predicatori invasati che
hanno battuto le strade della Frontiera.
I suoi personaggi non sono pero` eroi, banditi o giustizieri:
sono uomini comuni presi dalla catena di montaggio, dall'
officina di riparazione, dalla folla della strada. Sono gente vera, con i loro
sogni, le loro paure, i loro complessi.
I vagabondi alienati ma entusiasti
di Born To Run sono invecchiati a poco a poco; sono diventati tristi e
rassegnati, e devono ora confrontarsi con la dura realta` di tutti i giorni
e con i relitti dei sogni di un tempo, dei loro "glory days".
E in parallelo la sua prosa si e` fatta sempre piu` letterata ed esistenziale,
fino a farne un Woody Guthrie moderno: laddove Guthrie piangeva le sofferenze
della popolazione contadina della Dust Bowl, Springsteen osserva amaramente
le pene dei lavoratori dell'America industriale.
Springsteen epitomizza il giovane cresciuto nell'era del boom economico
e della contro-cultura, rivitalizzato da queste due grandi speranze che si sono
arenate miseramente sugli scogli della crisi e del "re-alignment" ("riflusso")
degli anni '70.
I suoi dischi
hanno semplicemente registrato il lento e mesto trasformarsi di
quei sogni in ricordi. L'esuberanza dei giorni di scuola si e` ridotta a un
profondo senso di frustrazione. Persa la "terra promessa", e` iniziato
un esodo quasi biblico dalle utopie internazionali
verso le virtu' dell'uomo della strada.
Ne e` risultato un performer energico e intenso che in ogni numero deve dare
tutto cio` che ha in un inesauribile cerimoniale di sacrificio che ha come fine
supremo quello storico di calare la vita nuda e pulsante nella forma.
Proprio nella veste di interprete e` piu` saliente il suo contributo alla
storia del rock: tutti dovranno misurarsi con il suo modo dirompente e
passionale di tenere la scena.
Al populismo di Guthrie e di Frank Capra Springsteen ha dato la voce degli
shouter da bordello. Se Guthrie era ancora l'intellettuale che vive dall'esterno
le tragedie dei diseredati, e le canta con voce dimessa e funerea, Springsteen
e` "uno di loro" e usa il tono dei rioni bassi. E i suoi sono allora gli
inni nazionali di quella nazione sommersa, inni che, come tutti gli inni,
possono anche essere musichette di quarta mano, ma fanno accapponare la pelle
se cantati sull'attenti a squarciagola, e valgono allora piu` di intere sinfonie.
Bruce Springsteen (classe 1949) crebbe nel New Jersey, a due passi da
Ashbury Park, scimmiottando fin dagli inizi la carriera di Bob Dylan.
Ma si trattava semplicemente di un rocker esuberante,
dotato di talento lirico e per nulla politicizzato,
un cantautore urbano che si affidava al rock and roll e al rhythm and blues
dei bar di periferia.
Prendendo spunti vocali da Van Morrison (animale da concerto per
eccellenza, vocalist possente e arrangiatore sapiente come lui),
dal soul-rock "degli occhi azzurri" (Gary U.S. Bonds), dal tenore romantico
di Roy Orbison, sul primo album, Greetings From Ashbury Park (1973),
Springsteen snocciola senza soluzione di continuita` ballate dylaniane che
riprendono con sincera partecipazione la vita di strada (Spirit In The Night),
i drammi sentimentali
della piccola borghesia (For You), i monologhi interiori della gioventu' suburbana (Growin' Up).
Con il secondo album,
The Wild, The Innocent And The E Street Shuffle (CBS, 1973),
Springsteen si mette alla ricerca di uno stile originale con una raccolta tematicamente
unitaria di canzoni piu` complesse che (come liriche) approfondiscono
in senso drammatico tanto i personaggi quanto la narrazione e (come musica)
miscelano Stax-soul, serenate messicane e bande paesane, in una varieta'
assai eterogenea di arrangiamenti.
Kitty's Back (jump-blues bandistico, swing orchestrale, assoli
blues-jazz di organo e chitarra)
e` un esempio di questa fusion integrale. Brano esteso e variegato,
ricorda il pop-jazz di Moondance e persino i pastiche dei Colosseum.
L'epico tex-mex a ritmo di tuba Wild Billy's Circus Story sembra
addirittura uscire da un disco di Taj Mahal.
La seconda facciata, poi, e` praticamente una suite, tema la fauna giovanile
urbana, povera e romantica:
Incident On 57th Street, storia fatale di un piccolo ladro, ha
l'incedere di Desolation Row e un andamento ipnotico da Blonde On Blonde;
Rosalita, novella d'amore e tradimento, e` un Van Morrison esuberante
e viscerale del periodo soul fiatistico;
e New York Serenade, che si apre su un arioso assolo jazz di piano e si
svolge per rintocchi di flamenco in un diluvio di violini,
e` un sofferto brano di soul da camera immerso in un'atmosfera cupamente
apocalittica.
Queste lunghe canzoni narrative dipingono la metropoli
a toni scuri con una struttura metrica e corale nella linea creativa di
Van Morrison, sostenuta da una gamma vocale impressionante, dall'urlo piu` feroce
allo spasimo piu` soffocato, e da arrangiamenti d'avanguardia.
Il quintetto che lo accompagna consta di due neri, due bianchi e un messicano.
Cio` che lo distingue dai ensemble folk-jazz di Morrison sono le inflessioni
chicane, che danno a tutta l'opera un connotato piu` soffertamente latino.
Springsteen non e` piu` il troubadour alla Dylan, ma piuttosto la versione
romantica di Lou Reed, capace anche lui di immergersi anima e corpo nei
rumori e nelle immagini dei quartieri poveri e di assorbirli nella rozza
energia del suo sound. Le sue composizioni non sono piu` ballate folk, ma
piuttosto quelle "piccole sinfonie per adolescenti" che Spector aveva
teorizzato.
Born To Run (CBS, 1975),
per effetto di una colossale campagna promozionale, di
un certosino lavoro di produzione ("wall of sound" spectoriano piu` spezie di
Blonde On Blonde) e di un'ottimo combo di accompagnamento in stile
hard-soul divenne un best-seller, al tempo stesso acuendo i pregi/difetti del
cantautore, come la melodrammaticita`, l'enfasi, la visceralita` "a tutto
volume tutto d'un fiato" che servono a mascherare la pochezza di molte
composizioni ma che producono anche le vibrazioni piu` emotive.
Lo sperimentalismo dell'opera precedente viene abbandonato per ritornare
alla classica forma canzone, e il soul da camera alla Van Morrison viene
irrobustito di possenti sincopi rock and roll. Springsteen il rocker viscerale
non e` in realta` all'altezza di Springsteen il poeta soul, e le due figure
non si fondono ancora adeguatamente.
Night, una lirica e travolgente serenata in crescendo,
il potente rock and roll sincopato di She`s The One,
la sofferta novella urbana di Backstreets,
Born To Run, anthem solenne ed eroico,
il finale drammatico di Jungleland, ringhioso, epico e appassionato canto
di vita scandito dal piano in un tripudio strumentale, che fa il paio con l'iniziale
Thunder Road, l'ouverture programmatica al milieu dei ceti bassi,
compongono un'opera fortemente tematica, compatta, rocciosa e rabbiosa,
un nostalgico affresco dei quartieri di periferia rigurgitante di personaggi,
quasi una rock opera autobiografica, una Tommy del New England.
Pomposo e marziale, lo stile di Springsteen si e` lasciato alle spalle
la tradizione ascetica dei folk-singer e ha adottato
un atteggiamento a meta` strada fra il piu` accorato e tragico tenore d'opera
e il tono di sfida del rocker piu` spavaldo e ribelle.
A creare la suggestione e`, pero`, di nuovo l'arrangiamento, soprattutto
il sax struggente e festoso di Clarence Clemons e il piano tintinnante
"natalizio" di Roy Bittan.
Nei tre anni di silenzio che seguono (dovuti a beghe legali) il mercato viene
sommerso di bootleg che riportano le sue esibizioni dal vivo, presto assurte a
leggenda. Questi album sono
talvolta migliori di quelli ufficiali fin qui pubblicati, grazie alle furibonde
scorribande, chitarristiche e vocali, del leader (degno erede di Hendrix e di
Burdon) e al fenomenale supporto della sua E-Street Band, che ora annovera
anche la chitarra ritmica di Steve Van Zandt.
Alcuni dei suoi classici vengono alla luce grazie alle cover fatte da altri:
The Fever (Southside Johnny), Sandy (Hollies),
Blinded By The Light (Manfred Mann), Fire (Pointer Sisters),
Because The Night (Patti Smith).
Darkness On The Edge Of Town (1978) consegna le versioni ufficiali di
uno dei suoi rhythm'n'blues piu` trascinanti, Badlands (doppiato dall'inferiore Prove It All Night),
di una delle sue migliori imitazioni del Bob Dylan di Blonde On Blonde,
The Promised Land,
e della ruggente elegia filosofica Adam Raised A Cain,
ed opera una decisa trasformazione abbandonando gli abbellimenti spectoriani
di Born To Run per il suono duro e mordente anticipato dai bootleg, dove
irrompono fragorosamente
il sassofono di Clarence Clemons
e una coppia di tastiere (piano, organo) tempestose, oltre alle chitarre
di Steve Van Zandt e di Springsteen stesso.
Benche' inferiore ai due precedenti (alcuni brani sembrano scarti, altri
sono insolitamente sottotono), e` questo il disco che
segna il passaggio alla fase maggiore di Springsteen: le liriche penetrano
nella vita quotidiana della gente comune e la trasformano in poesia
universale, santificano la cupa realta` sociale in atmosfere di un'intensita'
quasi religiosa.
Springsteen, che fin qui era stato soltanto l'ennesimo bardo romantico
della strada, dei grandi sogni e delle grandi speranze,
diventa la coscienza dell'America di provincia.
E` questo anche il disco in cui Springsteen comincia a confrontarsi con il
passato, che gli ispirera` alcuni dei melodrammi piu` intensi: facendo leva
sul potere della nostalgia e del rimpianto, aggiunge altri strati di
pathos al suo affresco sociale.
La stagione classica di Springsteen ha origine dalla sintesi fra il sound
effettistico di Born To Run e l'anelito filosofico di Darkness.
Nel 1980 compensa la ormai leggendaria parsimonia discografica con il doppio
River (CBS, 1980).
E` un album che, musicalmente, vive ormai soltanto sulla
carica spaventosa del cantante e sul baccano della sua banda di scalmanati, e,
tematicamente, ripete per l'ennesima volta il trucco del ribelle selvaggio,
dell'eroe solitario, della vita di strada, in assenza di una reale forza lirica.
Springsteen e` comunque abile a mischiare testi impegnati, emozioni struggenti
e sound elettrico, e molte canzoni, costruite su una valanga di citazioni,
sono dei classici della sua arte di sintesi.
Lo spettro e` ormai sterminato, a riprova di come lo stile di Springsteen
sia equivalente al moto perpetuo nella musica rock.
Ad un estremo si situano le scarne ballate ascetiche nella piu` classica
tradizione degli hobo, rese piu` sofferte dal suo ruggente crooning:
River, amara parabola di tanti giovani iniziati prematuramente alla vita,
Point Blank, ballata dylaniana di denuncia,
Independence Day, pregna di nostalgia,
e Stolen Car, sospesa in un clima di fantasmi.
Le piu` emotive sono le elegie cantate con
quella foga disperata che incrocia la ferocia criminale dello shouter e
la spavalderia "maledetta" del rocker:
Two Hearts, un epico anelito d'amore,
Jackson Cage, grido di liberta` per i condannati all'ergastolo,
e soprattutto Out On The Streets, altro forsennato soul che viene
cadenzato con violenza brada e urlato con rabbia a squarciagola.
All'estremo opposto ci sono le canzoni addirittura spigliate,
Sherry Darling, una serenata esuberante che e` la quintessenza
dello "Spector-sound" (con piano kooperiano, clapping, vociare di sottofondo
e sax appassionato),
o Hungry Heart, una serenata rhythm and blues (e il suo primo vero hit),
o I Wanna Marry You, tenera e nostalgica ballad sentimentale,
fino al trittico indemoniato di
I Got A Crush On You, un feroce numero da shouter licantropo a ritmo
mozzafiato,
You Can Look, il rock and roll piu` epilettico della sua carriera,
e Cadillac Ranch, un country boogie incalzante e truculento,
baccanali di energia primitiva che celebrano il "fun" adolescenziale
degli scalmanati bravi ragazzi di provincia.
E` qui che lo Spector-sound raggiunge la sua apoteosi, rompendo gli argini
con furia incontenibile.
I rock and roll piu` tradizionali, Rocker e
Ramrod (altro capolavoro di arrangiamento, un ralenti rockabilly con una
cadenza pulsante di organo e un rovente sassofono boogie)
esaltano il macho narcisista.
Il rimando alla civilta` degli anni '50 e` piu` marcato di quanto
sembri, e le stesse musiche sono un omagio al passato, dal folk ai Sixties.
River e` un disco di revival, ideologicamente conservatore e nostalgico.
Le tre composizioni che chiudono il disco,
The Price You Pay, Drive All Night e Wreck On The Highway,
sono proprio le piu` pessimista:
sono tre finali di storia, immersi in un senso di vuoto deprimente, che svelano
dove siano finiti tutti gli eroi della mitologia springsteeniana, un po' come
il finale di "Monsieur Verdoux" (l'esecuzione alla ghigliottina) svelo` dove
finisse la strada lunga e diritta per cui si
incamminava ogni volta l'omino buono e sorridente delle comiche di Chaplin.
A differenza dei dischi precedenti, nei quali Springsteen era il bardo che
cantava le vite dei personaggi esemplari del suo novelliere, in River
i testi sono tutti in prima persona, e il protagonista e` sempre lui,
che colloquia filosofico e fatalista con la sua ragazza. Grazie a questa
tecnica l'osservazione si e` fatta piu` profonda, riuscendo a penetrare dentro
le vite dei personaggi, al limite del monologo interiore.
Le tastiere, sempre in primissimo piano (ora organo da chiesa e ora Farfisa
da spiaggia, ora tintinnante pianola e ora pianoforte da camera), sono
tanto importanti quanto la voce
nel dare il tono ai brani, e Roy Bittan si affianca a Nicky Hopkins e Al Kooper
fra i grandi pianisti d'accompagnamento del rock.
Qualunque sia il tema (idillio, disperazione, sogno, requisitoria), la musica
della E Street Band e` sempre coinvolgente ed emotivamente vicina allo spirito
del "good-time", pur non essendo mai semplice "fun": e` questo il segreto
del compromesso storico raggiunto da Springsteen negli anni.
E cosi`, su questi drammi accorati, la voce piu` vibrante del rock bianco
puo` incidere le sue note di pathos quotidiano e tragedia urbana senza nulla
togliere al piacere dell'ascolto.
River sancisce la definitiva consacrazione di Springsteen a eroe
popolare.
Ma due anni dopo Springsteen si rimangia tutto e incide Nebraska, nel
piu` ascetico stile folk
(chitarra e armonica), omaggio alle sue origini e occasione per disintossicare
le corde vocali. Le sue dure ballate di strada cantate quasi in sordina
(Highway Patrolman) profumano di Guthrie, di polvere e di sudore,
di American Graffiti e di beat generation.
Nostalgia e retorica si propagano di storia in storia, pathos, desolazione e
denuncia (Nebraska) si avvicendano con la sofferta grinta e l'entusiasmo che
hanno segnato tutte le fatiche dell'eroe.
Il tema unitario e` la dura lotta per sopravvivere nell'era della Reagonomics.
Le ballate piu` avvincenti sono quelle
(Johnny 99, State Trooper, il capolavoro, Open All Night)
scandite da un ritmo accentuato che rende ancor pu' allucinato e nevrotico
il paesaggio morale di queste storie di falliti.
Nebraska e` un disco cupo e spettrale, che presenta il punto di vista
della classe lavoratrice, vittima impotente di un oltraggio morale.
Per colmo di schizofrenia il 1984 e` invece l'anno del boom commerciale:
l'album Born In The USA (CBS, 1984) gli conquista
il primo posto sia nelle charts dei 45 giri sia in
quelle dei 33 giri (18 milioni di copie vendute nel giro di sei anni).
L'album esalta pregi e difetti del rock conservatore di Springsteen.
Fra reminescenze di gioventu' (i giorni ribelli della high school) e
impegno sociale (la disoccupazione, i veterani del Vietnam) l'ennesimo
atto della drammaturgia springsteeniana dispiega di nuovo il calore umano,
l'incalzante sound elettrico e la foga disperata,
che l'atto di contrizione di Nebraska avevano offuscato, ma con quanta
nuova malinconia.
L'anthem Born In The USA
(originariamente composto per Nebraska in una toccante versione blues)
e` un catalogo di tutto cio` che di negativo
e` accaduto all'America nell'ultimo decennio: i suoi rintocchi marziali sembrano
voler chiamare a raccolta la nazione dei diseredati.
Tutta la tremenda
forza d'urto dell'epica springsteeniana sembra messa al servizio soltanto del
pessimismo piu` scorato, tanto che proprio le canzoni piu` ritmate e veloci
(come il rockabilly Working On The Highway) sono le piu` negative.
Il requiem marziale di Downbound Train, No Surrender e l'incalzante
Going Down (con l'ossessivo ritornello che rende il senso della decadenza)
toccano i vertici negativi dell'epos proletario.
Glory Days, la piu` epica, e al tempo stesso tetra, delle sue
rivisitazioni nostalgiche degli anni della sua gioventu', e la desolata
My Hometown ripiegano nella piu` autentica vena del rimpianto.
Gli hit, Dancing In The Dark, Cover Me, I'm On Fire, non fanno
invece che confermare l'abilita` di Springsteen nel nascondere carenze melodiche
con una intensa carica emotiva.
Pink Cadillac e` un classico del suo genio nel fondere il ritmo e
il tono di tre archetipi sonici della provincia come il
rock'n'roll, il rhythm'n'blues e l'honky-tonk.
Born In The USA rappresenta l'apice di una poetica che ha come referente
la memoria collettiva dell'America, e che sottende un senso di colpa per
tutti gli sbagli su cui gli americani non hanno mai avuto il coraggio di
riflettere. Springsteen incarna l'altra America, opposta a quella ufficiale,
un'America che non si esalta per la propria grandeur e che non indulge
nel fanatismo intollerante dei bigotti. Di fatto Springsteen si propone
come l'ultimo dei "padri fondatori" della Nazione.
Le briciole di saggezza raggranellate in tante storie
dolorose compongono una morale di rassegnazione e umilta` davanti
all'atroce realta` dell'esistenza. Il suo popolo di umiliati e offesi e` una
delle tante carovane della civilta` della Frontiera, in marcia verso l'utopia
in un paesaggio ostile e spietato, che prendera` molte di quelle vite e lascera'
le altre sole a lottare nel deserto.
Il quintuplo Live del 1986, subito proiettato in testa alle classifiche di
vendita, ne consacra il mito, ormai senza eguali, e dimostra una volta di piu`
come si tratti soprattutto di un grande interprete (per esempio, in
War, il vecchio successo di Edwin Starr).
Tunnel Of Love (1987), una raccolta di canzoni d'amore (che in realta`
racconta le vicende della separazione da sua moglie), limita l'enfasi
retorica e paternalistica e sprofonda invece in atmosfere crepuscolari e
autunnali. Springsteen tenta di forgiare lo spleen
dell'era moderna, non quello dei bohemien decadenti, e non quello dei bluesman
emarginati, e neppure quello del ribelle di strada, ma quello dei giovani
piccolo-borghesi integrati alle prese con le
illusioni e le delusioni della vita. E` un corollario a Nebraska,
un altro
album profondamente personale e fondamentalmente mitologico che ha il suo
momento maggiore in Brillant Disguise (un tipico brano "baion" nella tradizione di Leiber/Stoller). Musicalmente la regressione che lo aveva portato
al "wall of sound" di Spector approda ora al pop del Brill Building, con
reminescenze del phrasing di Gene Pitney e degli arrangiamenti di Burt
Bacharach (anche se eseguiti al sintetizzatore, come in
Tunnel Of Love).
Lo Springsteen introspettivo e` meno agghiacciante di quello sociale, ma
non meno profondo
(Spare Parts, One Step Up).
Anche cambiando tema e stile, Springsteen e` unico nel modo in cui riesce
a conservare la sua identita`. Bastano due secondi per capire che questo
e` lo stesso Springsteen dei primi anni. Il cantautore della mezza eta`
riesce a collegare con naturalezza le esperienze piu` intime della sua vita
privata alle esperienze piu` globali della vita pubblica.
E` uno dei pochi rockers che ha rifiutato il motto fondamentale del
rock and roll ("live fast die young") e ha invece trasformato il rock and
roll in un'arte della crescita individuale.
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After disposing of the venerable E Street Band,
Springsteen broke a five-year drought of new material with the
twin albums
Human Touch (Columbia, 1992)
and
Lucky Town (1992).
The former is a collection of old-fashioned pop ballads
that sound more like stylistic experiments
(Soul Driver)
than full-fledged songs. The rock and roll numbers
(Roll Of The Dice, All Or Nothin', Real Man)
suffer from the departure of the E Street Band.
The one notable exception is the spectral gospel of 57 Channels,
with swampy, tribal drums and sinister electronic ambience, one of his
masterpieces.
Lucky Town displays his depressed, pessimistic mood.
It is not a coincidence that it is also his most "bluesy" album ever
(The Big Muddy, Souls of the Departed).
With The Ghost Of Tom Joad (Columbia, dedicated to the protagonist
of John Steinbeck's epic novel, and therefore, indirectly, to the North America
that Woody Guthrie sang,
Springsteen turns again to the desperate endeavors of ordinary Americans.
The problem is that this time around he doesn't have any good song for them.
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(Translation by/ Tradotto da Paolo Latini)
Dopo essersi disfatto della venerabile E Street Band, Springsteen rompe la siccita' di nuovo materiale che durava ormai da cinque anni, e lo fa con i due album gemelli Human
Touch (Columbia, 1992) e Lucky Town (1992). Il primo chiama a raccolta un pugno di canzoni pop "vecchia maniera", che hanno le sembianze di esperimenti stilistici (Soul Driver) piu' che di canzoni compiute. I numeri rock'n'roll (Roll Of The Dice, All Or Nothin', Real Man) soffrono la mancanza della E Street Band. L'unica eccezione degna di nota e' il gospel spettrale di 57 Channels, con il suo drumming tribale e pastoso, e l'ambientazione elettronica, uno dei suoi capolavori.
Lucky Town mostra il suo tono depresso e pessimistico, e non a caso e' il suo disco piu' bluesato di sempre (The Big Muddy, Souls of the Departed).
Con The Ghost Of Tom Joad (Columbia, dedicato al protagonista di Furore, l'epica novella di John Steinbeck, e quindi, indirettamente, all'America che fu cantata da Woody Guthrie), Springsteen torna alle imprese disperate degli americani piu' umili. Il problema e' che, a questo giro, Springsteen non ha nessuna buona canzone per loro.
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Following the terrorist attack of September 11, 2001, Springsteen began writing
a new collection of songs, which eventually became
The Rising (Columbia, 2002).
The album aimed to be a faithful
reproduction of the mood of middle-class Americans in the wake of that tragedy,
but instead seemed to forgo the sense of loss and focus on rebuilding the
American spirit. It sounds more like a national anthem than a requiem.
Lonesome Day, a bit over-produced with symphonic orchestra
and gospel choir, sets the epic tone (although it sounds more Mellencamp than
Springsteen).
The trivial melody of Waitin' On A Sunny Day (that echoes
Born to Run), and its loud rhythm and blues pace,
or the party rave-up of Mary's Place (so replete with instruments
and voices in the classic River sound),
or the heavy guitar sound and pounding rhythm of Countin' on a Miracle
and Further On hardly belong to a mournful time.
Let's Be Friends is totally gospel, The Fuse is almost trip-hop
The production is not only too intrusive, but also very old-fashioned, dejavu,
involuntarily self-mocking.
Too much sound ruins even the best reportages:
the rousing blues of Into the Fire ("The sky was falling and streaked with blood/ I heard you calling me/ then you disappeared into the dust") and
the solemn prayer of My City of Ruins.
In his attempt to reach out to other cultures, Springsteen is no Peter Gabriel.
The world-music of Worlds Apart sounds cliche` and not very sincere.
The winners are on the opposite front:
the desolate lament of Nothing Man,
the apocalyptic vision of Empty Sky,
the romantic farewell of the dying in Paradise.
Springsteen needs little more than his voice to connect with the soul of
America.
The lyrics read like a summary of tv news, talk shows and interviews with
survivors of the World Trade Center.
The Rising is more a social artifact than a musical one.
|
(Translation by/ Tradotto da Dario Ferraro)
In seguito all'attacco terroristico dell' 11 settembre, Springsteen comincia a scrivere una nuova serie di canzoni, che sarebbero poi diventate The Rising (Columbia, 2002).
L'album punta ad essere una credibile riproduzione dei sentimenti della middle-class Americana al risveglio dalla tragedia,
ma piu' che sul senso di perdita si concentra sulla ricostruzione dello spirito Americano. Sembra piu' un inno nazionale che un requiem.
Lonesome Day, leggermente sovra-prodotta con l'orchestra sinfonica e il coro gospel pone il tono epico (anche se ricorda piu'
Mellencamp che Springsteen).
La chiassosa melodia di Waitin' On A Sunny Day (che echeggia Born to Run), e la sua rumorosa andatura rythm and blues,
o il rave-up da party di Mary's Place (cosi' piena di suoni e voci seguendo il suono classico di River),
o il pesante suono di chitarra e il ritmo martellante di Countin' on a Miracle
e Further On difficilmente possono essere chiamati canti di lutto.
Let's Be Friends e' totalmente gospel, The Fuse e' praticamente trip-hop.
La produzione non solo e' troppo intrusiva, ma e' anche troppo old-fashioned, dejavu, involontariamente autoironica.
Il troppo suono rovina anche i momenti migliori:
lo stimolante blues di Into the Fire ("The sky was falling and streaked with blood/ I heard you calling me/ then you disappeared into the dust") e la solenne preghiera di My City of Ruins.
Nel suo tentativo di raggiungere altre culture Springsteen non e' Peter Gabriel e la world-music di Worlds Apart suona stereotipata e non molto sincera.
I veri vincitori sono sull'altro fronte: l desolato lamento di Nothing Man,
la visione apocalittica di Empty Sky,
il romantoco addio ai morenti di Paradise.
Springsteen ha bisogno di poco piu' della sua voce per toccare l'anima dell'America.
I testi sono una summa dei telegiornali, talk-shows e interviste con i sopravvissuti del World Trade Center.
The Risinge' piu' un artefatto sociale che musicale.
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The simple, relaxed late-night ballads of Devils & Dust (Sony, 2005),
third of the acoustic
trilogy with Nebraska and The Ghost Of Tom Joad,
marked a significant change in tone.
Springsteen sounds more resigned than compassionate, more contemplative
than angry. His powerful machine of sounds and words is reluctant to charge.
Having lost his historical role as the soul of the American working class,
Springsteen sounds a bit erratic. At times, he speaks (for the first time)
as a spiritual person tormented by the thoughts of redemption and salvation,
making the most of the
historically incorrect Jesus Was an Only Son (Jesus did have brothers).
At times, he toys with the theme of "homecoming" without quite confronting it
from the nostalgic or romantic angle.
Clearly, the heroic phase is over. The new phase is still a strange limbo of
brooding emotions where history and heart still have to find a common ground.
Mary's Place, Reno and Matamoros Banks are perhaps the
best manifestations of this transitional art.
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(Translation by/ Tradotto da stefanopertile@libero.it)
Le ballate semplici e rilassate di Devils & Dust (Sony, 2005), terzo nella trilogia acustica con Nebraska e The Ghost Of Tom Joad, segnano un cambiamento significativo nel tono. Springsteen suona più rassegnato che compassionevole, più contemplativo che arrabbiato. La sua potente macchina di suoni e parole è riluttante a caricarsi. Avendo perduto il suo ruolo storico di anima della classe operaia, Springsteen suona un pò erratico. A volte, parla (per la prima volta) da persona spirituale tormentata da pensieri di redenzione e salvezza, tirando fuori il massimo da Jesus Was an Only Son ,storicamente errata (Gesù aveva fratelli). Altre volte, gioca con il tema del ritorno a casa, senza affrontarlo da un punto di vista nostalgico o romantico. Chiaramente, la fase eroica è passata. La nuova fase è ancora uno strano limbo di emozioni che covano, dove il passato e il cuore devono ancora trovare un terreno comune.Mary's Place, Reno e Matamoros Banks sono probabilmente le migliori manifestazioni di questa arte in transizione.
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Compared with the previous albums, Magic (2007) is a relatively
relaxed and homely affair. It is also meticulously arranged, giving he music
more relevance than the lyrics.
Springsteen employs the E Street Band
(backup vocalist Patti Scialfa, guitarists Steve Van Zandt and Nils Lofgren, saxophonist Clarence Clemons, pianist Roy Bittan, drummer Max Weinberg)
to sing and play simple songs that do not attempt to construct an epic concept
or a doleful tragedy. They are just the songs that he had ready.
Some of them dangerously lean towards the pop-muzak sentimental end of the
spectrum, such as Devil's Arcade and Your Own Worst Enemy,
songs that are hijacked by baroque harpsichords, violins and timpani.
Others, luckily, echo the Born To Run wall of sound:
the anthemic Radio Nowhere with pounding drums and stentorian hard-rock
riff (but reminiscent of Tommy Tutone's 867-5309),
the vibrant jangling folk-rock lament Gypsy Biker
(with echoes of Bob Dylan and Tom Petty),
the solemn and fatalistic aria I'll Work For You Love (possibly the best melody),
the nostalgic, Phil Spector-ian singalong Girls in Their Summer Clothes,
and the slow syncopated rhythm'n'blues shout Livin' in the Future.
The melancholy bard of small-town America intones the triptych of
Magic (an anemic elegy sung in the voice of an old man against velvety orchestral touches),
Last To Die (a powerful hymn over melodramatic guitar chords) and
the pulsating heroic Long Walk Home, the ideological pillar of the album.
The album marked a return to the angry passionate populist bard of
Born In The USA.
Continuing the pattern of the last two albums,
Working On A Dream (Columbia, 2009), featuring the E Street Band again,
is another spirited run through the canon of Springsteen's classic style.
The album opens in a mood of renewal with
the Western-tinged eight-minute epic Outlaw Pete,
ssomething that Stan Ridgway could have done.
His passionate and forceful rhythm'n'blues numbers (My Lucky Day)
and his solemn elegies
(Queen of the Supermarket, actually a sarcastic parody a` la Frank Zappa) that sounds like Jim Steinman orchestrating a hit of country music,
Kingdom Of Days)
are sprinkled parsimoniously around the album.
Whether intended or not, the bulk of the album is instead a nostalgic tribute
to the music of Springsteen's childhood:
Surprise Surprise is a jangling Byrds-ian
(with the most memorable melody of the album),
Working On A Dream harks back to the vocal harmonies of the 1950s,
This Life contains echoes of easy-listening melodies of the 1960s,
Tomorrow Never Knows is a breeze folkish singalong,
and Good Eye is a bar-band blues stomp.
All in all, it's probably the most confused and ambiguous of his collections,
with some truly awful material.
The Promise (2010)
collects leftovers from the sessions of
Darkness On The Edge Of Town, including
his own version of Because The Night.
Some of the songs beat most of what Springsteen did in the 2000s
(Outside Looking In,
Wrong Side Of The Street), others belong to the genre of the
lukewarm ballad that has always been a mixed blessing
(Racing in the Street, Ain't Good Enough For You).
Only Springsteen, the unstoppable and unbribable bard of the everyman, could
acutely link the Great Recession of the late 2000s with the
Great Depression of the 1930s, as he did on
Wrecking Ball (Columbia, 2012). His populist tones, adapted to
the epos of The Rising, bestowed a transcendent meaning on
We Take Care of Our Own,
Jack of All Trades,
Wrecking Ball and the
seven-minute Land of Hope and Dreams (originally written in 1999).
The depression folk-singer nonetheless acknowledge the age of loops and samples
(notably in Rocky Ground).
The drawback was that the music flowed slow and ponderous. The
Irish-tinged Shackled And Drawn, and the
country singalong We Are Alive (a dead ringer for the perennial anthem Ring of Fire)
are a case of too little too late.
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(Translation by/ Tradotto da Maurizio F)
Paragonato ai
precedenti, Magic (Columbia, 2007) è un album relativamente rilassato,
ma anche meticolosamente arrangiato, in cui alla musica viene data più
importanza rispetto ai testi. Springsteen si avvale della E Street Band (la
corista Patti Scialfa, i chitarristi Steve Van Zandt e Nils Lofgren, il
sassofonista Clarence Clemons, il pianista Roy Bittan e il batterista Max
Weinberg) per cantare e suonare canzoni semplici, quelle che aveva già pronte,
senza sforzarsi di assemblare un concept epico o un melodramma. Alcune tendono
alla muzak, come Devil’s Arcade e Your Own Worst Enemy, sviate da
clavicembali barocchi, violini e timpani; altre, fortunatamente, riecheggiano
il wall of sound di Born To Run: la palpitante Radio Nowhere, forte
di battito martellante e riff hard-rock stentoreo (memore di 867-5309 di
Tommy Tutone), il folk-rock scampanellante Gypsy Biker (con rimandi a Bob Dylan e Tom Petty), l’aria solenne e
fatalista I’ll Work For Your Love (l’apice melodico), la nostalgica e
spectoriana Girls in Their Summer Clothes e l’urlo rhythm’n’blues Livin’
In The Future. Il bardo malinconico della provincia americana intona il
trittico di Magic (elegia anemica in tono dimesso, orchestrazione
vellutata), Last To Die (sostenuta da energici accordi di chitarra) e Long
Walk Home, pilastro ideologico di un lavoro che segna il ritorno al
populismo arrabbiato e appassionato di Born In The USA.
Proseguendo sul modello
degli ultimi due album, Working On A Dream (Columbia, 2009), ancora con
la E Street Band, è un ulteriore passaggio vivace nel canone stilistico di
Springsteen. L’apertura, in aria di rinnovamento, è affidata a Outlaw Pete, otto minuti di epiche sfumature
western, qualcosa che avrebbe potuto fare Stan Ridgway. Le canzoni
rhythm’n’blues (My Lucky Day) e le elegie solenni (Kingdom Of Days e
Queen Of The Supermarket, parodia sarcastica à la Zappa che suona come
se Jim Steinman stesse orchestrando una hit country)
sono sparse con parsimonia nei solchi dell’album. Forse intenzionalmente, la
maggior parte del disco è un tributo alla musica dell’infanzia di Springsteen:
il tintinnio Byrds-iano
di Surprise, Surprise (la melodia migliore); Working On A Dream,
reminiscenza delle armonie vocali degli anni ’50; This Life, con echi
delle melodie easy-listening degli anni ’60; la brezza folk di Tomorrow
Never Knows e il blues da bar Good Eye. Nel complesso, è
probabilmente la più confusa e ambigua delle sue collezioni, con del materiale
davvero pessimo.
The Promise (Columbia, 2010) raccoglie
scarti dalle sessioni di Darkness On The Edge Of Town, compresa la sua versione di Because
The Night. Alcune canzoni superano la maggior parte di ciò che ha composto
nei Duemila (Outside Looking In, Wrong Side Of The Street), altre
appartengono al genere della ballata tiepida, da sempre croce e delizia (Racing
In The Street, Ain’t Good Enough For You).
Soltanto Springsteen,
inarrestabile e incorruttibile vate dell’uomo comune, avrebbe potuto collegare
la Grande Recessione dei tardi Duemila con la Grande Depressione degli anni
Trenta. I toni populisti di Wrecking Ball (Columbia, 2012),
adattati all’epopea di The Rising, conferiscono un significato
trascendente a We Take Care Of Our Own, Jack Of All Trades, Wrecking
Ball e ai sette minuti di Land Of Hope And Dreams, risalente al
1999. Il folk singer della depressione apprezza anche loop e campionamenti (specialmente in Rocky
Ground), con lo
svantaggio che la musica scorre lenta e pesante. Shackled And Drawn, venata d’Irlanda, e il singalong
country We Are Alive (sosia dell’imperituro Ring of Fire) sono un
caso di “troppo poco, troppo tardi”.
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