|
Quando apparve sulle scene, Tom Waits era un tardo beatnik della più
autentica stravagante "Kerouac-iana" vena, eroe dei club fumosi in cui
trascinava la sua voce cancerogena, rauca e biascicata, accompagnato da
una mini-orchestra che proponeva un maldestro ibrido di jazz, rhythm and blues
e Broadway show-tunes.
Cresciuto in un istituto per l'infanzia, ex solista di fisarmonica in
orchestrine polka del quartiere chicano di Los Angeles, lavapiatti, gelataio,
pompiere,
portiere, intrattenitore notturno di cocktail jazz, cominciò a declamare le sue
composizioni in versi liberi al "Troubadour" negli intervalli fra un numero e
l'altro. Quando Herb Cohen lo scoprì, nel 1971, Waits aveva già sviluppato
uno stile molto originale, come documentato su Early Years vol 1 & 2 (Edsel, 1992),
che era sostanzialmente una versione eccentrica della lounge music.
I suoi primi sette dischi nacquero da questa mistura di musica e vita, in
qualche modo imparentata con la satira kitsch della "città di plastica"
che fu di Frank Zappa. Il suo forte erano ancora i testi,
infarciti di liriche beat, piscotici e logorroici, destando
curiosità più per gli eccessi "Bukowsky-ani" di vita vissuta randagia
che per il talento musicale.
Su Closing Time (Asylum, 1973) Waits si rivela un Randy Newman con meno
humour e più inflessioni "nere", il cui veicolo principale è la ballad
in chiave blues (Martha, Ol' 55).
La personalità artistica di Waits venne a galla semmai su
The Heart of Saturday Night (Asylum, 1974), grazie al produttore
Bones Howe, il quale preferì puntare sulle atmosfere notturne.
Nacquero così i suoi primi capolavori:
l'eponima accorata elegia, Diamonds On My Windshield,
San Diego Serenade, Shiver Me Timbers, Drunk On The Moon.
Il doppio
Nighthawks at the Diner (Asylum, 1975),
una serie di spiritosi talking blues
registrati dal vivo con accompagnamento di quartetto jazz, è l'ubriacatura che
condensa la sua personalità sballata, ed è anche una sorta di epopea della Los
Angeles sozza e malfamata, della sua suggestiva fauna notturna
(Spare Parts, Warm Beer And Cold Women).
A chiudere il periodo dei bozzetti melodrammatici su tessuto jazz sono
Small Change (Asylum, 1976),
album in cui il registro delle sue declamazioni si inasprisce e il pianismo
da music-hall scopre accenti lirici e disperati
(il walzer di Tom Traubert's Blues, il racconto surreale di
Small Change,
Invitation To The Blues, The Piano Has Been Drinking);
e
Foreign Affairs (Asylum, 1977),
opera in bilico fra easy-listening,
esistenzialismo e ironia macabra (Foreign Affairs, Barber Shop,
Muriel, Burma Shave,
e il duetto con Bette Midler di I Never Talk To Strangers).
Luoghi, personaggi e atmosfere sono quelli decadenti dei quartieri intellettuali.
La sua voce roca e sgraziata è il mezzo più indicato per fotografare quei
reperti di sotto-cultura metropolitana.
Blue Valentine (Asylum, 1978)
segna una svolta decisiva, perchè
i suoi mugugni e i suoi racconti da film-noir (la lunga $29.00 e
Blue Valentine su tutti, entrambi nel suo più ubriaco stile "notturno")
raggiungono esiti più musicali.
Nonostante le reboanti sceneggiate a ritmo jazz (Romeo Is Bleeding e
Wrong Side Of The Road) e le patetiche sonate da night-club
(Christmas Card) rimangano le sue maniere preferite, Waits pennella
alcuni rhythm'n'blues sanguinari cantati nel registro di Beefheart
(Whistling Past The Graveyard e soprattutto A Sweet Little Bullet)
che possono diventare veri e propri racconti dell'orrore, come dimostra il più
spettrale Red Shoes, immerso in inquietanti ritmi da palude.
La grande commedia sociale di Waits attinge in egual misura a umorismo e
patetismo.
L'epopea romantica dei suoi derelitti si trascina in un'atmosfera da
cocktail lounge che è l'esatta ambientazione del milieu rappresentato.
Lo stile assorbe rhythm'n'blues, Gershwin, vaudeville e Tin Pan Alley.
Heartattack and Vine (Asylum, 1980) è il satori del blues elettrico più
depresso del Dopoguerra (la sonnolenta title-track, lo shout melodrammatico
di Downtown, i tribalismi alla Willie Dixon di Til' The Money
Runs Out, l'ubriaca Mr. Siegal), ma con qualcuna delle sue gag
grottescamente sentimentali da banda del Salvation Army o da musical di
Broadway (Ruby's Arms e On The Nickel) e con la classica
Jersey Girl.
Waits indulge in arrangiamenti minimi, cadenze funeree, con un organo Hammond
in sordina e un canto che oscilla fra la raucedine di Louis Armstrong e quella
dei pianisti barrelhouse.
La seconda svolta è quella di
Swordfishtrombones (Island, 1983), sul quale arrangiamenti
più accurati e meno legati alla musica nera (fisarmonica, cornamusa, marimba,
organo Hammond, harmonium, trombone)
trasfigurano la forma ballata in una specie di cabaret poli-etnico.
Waits, shouter roco e viscerale nella trascinante e swingante epilessi di
Down Down Down e nel boogie sudista di Gin Soaked Boy, è in realtà un abile compositore di armonie surreali che sa servirsi
con naturalezza di spunti folkloristici. Nascono così
il sinistro noir esotico di Shoreleave, con un sottofondo quasi
puntillista di suoni sparsi caraibici e dissonanti,
il nonsense strumentale Dave The Butcher, per organetto stridulo/scordato e basso percussivo, e il delirio swamp di Troublès Braids,
recitato su un crescendo di percussioni da jungla.
Waits si rivela il maggior discepolo della musica totale di Zappa
(il bandismo eroico e marziale di In The Neighbourhood) e Beefheart
(Underground, psicotico funerale cantato nel tipico registro gutturale,
e 16 Shells From A 30-ought-six, con un altrettanto feroce fraseggo
licantropo su un percussionismo metallico che invita ad occulte danze tribali),
ma in una accezione più tetra, persino macabra, che non ha più nulla
dell'esuberanza goliardica dei freak e sprofonda invece nella stanchezza
esistenziale, nel pessimismo morale e nella disperata solitudine di tante vite
fallite. Così il vuoto spettrale di Town With No Cheer, piccolo requiem
classicheggiante, e i tanti affranti lied jazzati a lume di candela,
da Franks Wild Years, brano recitato su organo e basso da cocktail
lounge, allo strumentale Rainbirds in chiusura, versione sentimentale
e funerea, quasi a lutto, dell'America Drinks And Goes Home di Frank
Zappa.
Questo disco pregno di climi depressi, macabri e religiosi è la colonna sonora
di un funerale generale. Ad essere seppellito è il gran circo della città
di plastica.
Asylum Years (Asylum, 1984) è un doppio antologico.
Waits si trasferisce a New York, dove cura le sue sempre più numerose
attività cinematografiche, e pubblica Rain Dogs (Island, 1985),
un album ancor più curato che annovera
John Lurie,
Robert Quine,
Marc Ribot,
e Keith Richards,
ed è il logico coronamento del varietà etnico inaugurato
dall'album precedente.
Il compiacimento decadente e la goliardia bohemien si vestono dei
panni di un primitivismo rock che volge dalle parti del blues dadaista
di
Beefheart, più che di quelle dell'argot folk di Dylan ed
è distante
anni luce dal cocktail jazz degli esordi. I suoi nonsense rochi e
disarticolati sono più personali e concisi, e nell'insieme
formano
un mosaico assai stilizzato di musica popolare.
Sempre più prossimo ai climi decadenti e annoiati
dell'espressionismo è il music-hall delle sue filastrocche
demenziali, ciascuna arrangiata
con una gag etnica diversa (il tribalismo caraibico di Singapore,
il passo di trombone da parata di Cemetery Polka, la fisarmonica tzigana
di Rain Dogs). L'arte di Waits continua peraltro a distinguersi come
la più camaleontica del rock, capace di alternare gli incubi più sinistri
(Big Black Mariah, incrocio fra i rituali voodoo e le sincopi degli
Stones, e Clap Hands, paludoso swamp-rock per percussioni metalliche)
alle più maliziose rievocazioni d'epoca
(Jockey Full Of Bourbon e Tango Till They're Sore, che ritornano
alla litania da film noir).
Fra i due estremi fanno passerella
il blues arcaico del Delta (Gun Street Girl),
la serenata domestica (Blind Love),
la tenera ninnananna nel vuoto di Cohen (Time),
il boogie da balera (Union Square),
il bebop atmosferico (Walking Spanish),
persino la melodia flower-power del folk-rock (Hang Down Your Head),
persino la vibrante ballata populista di Springsteen (Downtown Train,
uno dei suoi capolavori drammatici).
Il finale è ancora all'insegna del funereo, con Waits che delira solitario
sul coro di trombe e tromboni; prima che l'allegria sbilenca di una banda da
parata sommerga tutto...
Il canto di Waits spazia su un vasto spettro di registri, talvolta simile a
un falsetto afono e talvolta feroce come l'ululato di Beefheart.
Le armonie si ispirano ora a trent'anni di rock,
dallo stile "baion" che fu dei Drifters fino alla musica di jungla
di John Hassell, passando per forme musicali anacronistiche come
polka, rumba, tango, big band.
Fantasmagorico e spaventoso, il carnevale di tipi incalza come un puzzle
indecifrabile.
Il paranoico viaggio/incubo di Waits nei meandri dei quartieri bassi ricorda
sempre più una moderna "Divina Commedia".
Franks Wild Years (Island, 1987),
derivato da una commedia musicale di cui Waits stesso è anche
protagonista, a sua volta derivata dal brano di quattro anni prima,
è una sorta di "opera buffa" che dà libero sfogo alla
cultura junk di cui
Waits è intriso. è anche uno spaccato dei misfits a cui
Waits ha dedicato
la sua carriera.
è anche, e soprattutto, un viaggio sonico che abbraccia generi, tecniche,
cliches, umori diversi.
Oltre a cantare attraverso un corno di bue, Waits utilizza
percussioni fatte in casa e vecchi strumenti comprati dal rigattiere.
Il primo atto si apre nella depressione più cupa con
Hang On St Christopher, fanfara da banda marciante, poliritmi africani e
stecche chitarristiche alla Beefheart.
Straight To The Top è un rauco deliquio beefheartiano al ritmo
frenetico di una rumba del dopolavoro,
Blow Wind Blow è addirittura a passo di funerale, un lamento disperato
per mandolino rag e organo spiritual sulle rovine morali dei quartieri poveri,
Yesterday Is Here si trascina con un motivetto western lugubre e scarno.
In Innocent When You Dream, uno dei suoi capolavori melodici,
un tenore rauco, e un po’ ubriaco,
accompagna un organetto da strada con una litania strappalacrime.
Please Wake Me Up condensa in una cacofonia gli elementi
sonori che Waits mescola e accumula per ricreare l'atmosfera della provincia
all'inizio del secolo:
organetti da strada, bande marcianti, le sonorità dei dischi a 78 giri,
balli sudamericani e tenori melodrammatici.
Il timbro struggente della fisarmonica trasforma alcuni dei brani più
sofferti (More Than Rain, Cold Cold Ground)
in chanson parigine grige e nostalgiche, e non a caso il secondo atto si
chiude con una di esse, Train Song, che piange sul fallimento di tutte
le speranze.
Il pessimismo apocalittico offre sprazzi di serenità soltanto nella goffa
polka tropicale di ìll Be Gone (per fisarmonica, marimba e trombone),
nella canzone jazz alla Frank Sinatra ubriaca e allucinata
di I'll Take New York
e nella stralunata serenata rag di Telephone Call. è il disco più duro e malinconico della sua carriera, quasi un punto di
non ritorno per il suo sfrenato nichilismo.
|