Feelies
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Crazy Rhythms (1980), 8/10
Good Earth (1986), 7.5/10
Only Life (1988), 7/10
Time For A Witness (1991), 6.5/10
Wake Ooloo: Hear No Evil, 6/10
Wild Carnation: Tricycle, 5/10
Wake Ooloo: What About It, 5/10
Wake Ooloo: Stop The Ride , 5/10
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The Feelies were among the bands that focused on translating the emotional tension of the "blank generation" into a new song format. Formed in New Jersey by Glenn Mercer and Bill Million, they were a quiet and shy outfit, that rarely behaved like a rock band, thus predating the snobby attitude of college-pop. Crazy Rhythms (1980), featuring Anton Fier on drums, was a unique album, imbued with a controlled frenzy that employed psychedelic guitars, trance-like vocals, repetition of patterns and hypnotic beats. The resulting sound was hermetic, almost extraterrestrial, despite being rock music all right. Songs shared an ascetic and a geometric quality that recalled Zen meditation rather than punk-rock. The mood was halfway between ecstatic transcendence and detached decadence. Even the laid-back folk-rock and country-rock of Good Earth (1986), now featuring Stan Demeski on drums, had an hallucinated feeling, as if the band was performing traditional Earth music on the Moon. The eclectic Only Life (1988) failed to clarify their true substance: it merely increased the sophistication of the game.
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Fin dagli esordi al Max's di New York nel 1976, i Feelies di Glenn Mercer e Bill Million (entrambi studenti nel vicino New Jersey, ed entrambi cantanti, chitarristi e compositori), con Anton Fier (ex Electric Eels) alla batteria, occupano un posto d'onore nelle file della canzone sperimentale della new wave. Fin dall'inizio il gruppo si mantenne sempre ai margini del circuito commerciale, tant' e` che la prima incisione (il 45 giri Fa Ce La) avvenne soltanto nel 1979. Come se non bastasse, suonavano in pubblico molto raramente, per lo piu` durante le feste.

Il folkrock di Crazy Rhythms (Stiff), lo storico album del 1980, registrato con Andy Fisher alla batteria e Keith Clayton al basso, e` glaciale e straniante, come un clone androide dei Byrds. Lo strimpellio frenetico delle chitarre, per lo piu` "trattate" elettronicamente, su melodie pop con testi nonsense e a ritmi nevrotici, li avvicinano ai deliri decadenti dei Velvet Underground e alla trance minimalista. Sul brio e sulla spigliatezza di generi tradizionali come il vaudeville e il country & western i Feelies iniettano dosi letali di elementi moderni: scariche di chitarre psichedeliche, ripetizioni ossessive di pattern, vocalizzi ipnotici, percussivita` esasperate; fino a perdere il senso di cio` che stanno suonando.
Gli accordi ipnotici di Moscow Nights, il boogie "ferroviario" di Forces At Work, l'epico pow-wow di Boy With The Perpetual Nervousness (con lo sfrenato tribalismo di Fier in primo piano), il gospel epilettico di Everybody's Got Something To Hide, la novelty Fa Ce La, la jam "acida" della title-track abbinano una qualita` demoniaca ad arrangiamenti ermetici e spartani, oscillano fra trascendenza estatica e decadenza distaccata, alieni a ogni drammaticita`, incapaci di raggiungere climax o termine. Le armonie vocali sono umili e dimesse fino all'anemia; il sound tanto ascetico da essere talvolta piu` simile al canone gregoriano che al rock and roll. Alcuni brani (Loveless Love) esibiscono una struttura talmente geometrica che sembrano piu` esercizi di meditazione orientale che canzoni popolari; e nonostante la loro ispirazione sia palesemente psichedelica, ovvero irrazionale al massimo. Eppure ogni canzone riesce a calare questa infrastruttura minimale, di carattere pastorale e religioso, in una frenesia d'indole urbana e laica. Cosi` la timidezza si sposa all'aggressivita`, la semplicita` alla profondita` e la contemplazione al ballo. Da questa prassi di contrasti e incastri ha origine la colonna sonora meglio assortita per rappresentare le nevrosi dell'era.

A questo punto sembro` che il gruppo morisse gia`. Se n'erano andati, com'erano venuti, nella penombra dell'underground, tornando al circuito amatoriale.

Soltanto nel 1984 il duo compositivo si rifece vivo, con un EP a bassa tiratura di psichedelia soffice, Explorers Hold (Coyote, 1984), registrato da una formazione di sette elementi, i Trypes, che sarebbe poi evoluta negli Speed The Plough e nei Wild Carnation.

I Feelies resuscitarono con Good Earth (Coyote, 1986) e una nuova formazione, un quintetto che annovera il prodigioso Stan Demeski (batteria), Dave Weckerman (percussioni) e Brenda Sauter (basso e violino). Il sound si e` fatto piu` melodico e rilassato, al limite del country-rock piu` vellutato (On The Roof) e del folk-rock piu` cristallino (High Road), con partiture strumentali sempre piu` allucinate, accelerazioni ossessive di chitarrismo percussivo e un insistito ricorso ai tremelo ripetitivi alla Branca. Pastiche surreali come Two Rooms, che rinnova i fasti del primo album, hoe-down nevrotici come Last Roundup, trenodie alla Velvet come Slipping, raga distorti e ossessivi come Tomorrow Today e ballad angosciose come Good Earth portano alla memoria immagini di una "wasteland", un paesaggio estremamente degradato.

Only Life (Coyote, 1988) sara` cosi` l'apice manieristico del loro art-rock, capace di cucinare insieme spunti presi da Eno (For Awhile), dal raga-rock (Too Much), dal folk (l'epica Higher Ground), dal country and western (Away), dall'hard rock (Deep Fascination), dal minimalismo (Too Far Gone), dalla psichedelia (Only Life). Il quintetto e` perfettamente affiatato. Demeski, in particolare, si conquista la palma di uno dei massimi batteristi della sua generazione.

Complesso che ha sempre tenuto il pubblico con il fiato sospeso, i Feelies ritornano dopo tre anni di silenzio nel 1991 con il loro quarto album in quindici anni. Time For A Witness (A&M) e` un disco assordante, quasi heavymetal, paragonato alle prove quasi acustiche degli anni '80, e la trasformazione, pur conservando le caratteristiche del passato (i frenetici accordi di chitarra, gli assoli troncati, i ritmi stratificati di due percussionisti, i vocalizzi gelidi e distaccati) esalta ancor piu` l'affinita` con lo stile di Lou Reed (soprattutto su Decide e What She Said), con il garage-rock degli anni Sessanta (Waiting) e con le composizioni piu` astratte dell'acidrock (vedi il lungo delirio di Find A Way, in un tripudio di percussioni leggere e accordi chitarristici che da luogo a una lunga coda di jamming strumentale).
Ma il marchio di fabbrica dei Feelies, quell'accelerare o sincopare il ritmo per entrare in un modo al tempo stesso frenetico e controllato, e` ormai un clich e` artificiale: il problema, come ha fatto notare lo stesso Million, e` che i ritmi di Crazy Rhythm erano "pazzi" perche' il gruppo non sapeva suonare (e non ebbe comunque il tempo di provare a sufficienza prima di registrare il disco), mentre adesso si tratta di reinventare il ritmo pur sapendolo suonare correttamente. E poi di usarlo come "supporto" su cui innestare brani di bluegrass (Time For A Witness), ballate dylaniane (Sooner Or Later) o semplicemente delle belle melodie pop (Invitation). In quest'arte "cubista" i nuovi Feelies raggiungono una perfezione stilistica che rasenta il manierismo.

Peccato che proprio a quel punto si sciolgano.

Mercer e Weckerman torneranno alla testa dei Wake Ooloo, con Russ Gambino alle tastiere e John Dean al basso. Hear No Evil (Pravda, 1994), l'album d'esordio, scorre in maniera molto piu` tradizionale, senza grandi scossoni creativi, con canzoni "regolari" come Nobody Heard, Forty Days, Another Song. Mercer prova un suono piu` libero e fastidioso (Anything e Too Long GOne sembrano ballate dei Television), ma sembrano mancare soprattutto le idee (Rise e` praticamente una cover di You Really Got Me) e alla fine si rifugia nel vecchio sound dei Feelies (Don't Look Now).
Su What About It (Pravda, 1995) i due cantautori amplificano la musica e riducono gli orpelli ritmici. Se a questo aggiungiamo l'inevitabile pacatezza dei quarant'anni, il risultato e` una tipica bar-band americana senza fronzoli, molto legata alle tradizioni country e blues, e ancorata attorno a un riff molto intrigante. Quel riff "e`" i Feelies. Lo si riconosce subito. Ma il lascito dei Feelies finisce li`. A seconda dei gusti questo puo` essere uno dei grandi dischi di roots-rock (Don't Look Now), o una pallida copia dei Feelies. Stop The Ride (Konkurrel, 1996) continua la discesa nel roots-rock per attempati ex-punk con canzoni sempre meno creative (Too Many Times, Stiff).

Insieme con i Television, i Feelies sono stati i maggiori innovatori della canzone di pop chitarristico. La loro forma base e` costituita da brevi vocalizzi melodici in bilico fra diversi generi, seguiti da una lunga coda-jam strumentale nella quale i linguaggi si confondono del tutto, fra i riff duri di Million, gli strimpelli "lisergici" di Mercer, le cadenze marziali del basso di Brenda Sauter, i tribalismi maniacali della batteria di Dave Weckerman.

The Feelies (guitarists Glenn Mercer and Bill Million, bassist Brenda Sauter, drummer Stanley Demeski, and percussionist Dave Weckerman) reunited for Here Before (Bar None, 2011), a diligent sequel to their masterpieces.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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