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Uno degli esperimenti piu` audaci del rock texano degli anni '80
fu quello dei Glass Eye,
gruppo di Austin esordito nel 1985 con l'EP autoprodotto Marlo,
una raccolta
di ardue ballate elettro-jazz con il basso di Brian Beattie in bella vista,
i ritmi sghembi di Scott Marcus ad imporre tempi impossibili e le timbriche
"acide" della tastierista Stella Weir a deturpare quel poco di melodia cantata
da Kathy McCarty. Beattie e` responsabile delle armonie "fusion" e dei ritmi
spigolosi che innestano jazz e avanguardia sul vetusto pop.
Il primo album, Huge (Wrestler), del 1986 mantenne ampiamente quelle promesse,
mentre il successivo Bent By Nature (Bar/None) del 1988, con
Dave Cameron alla batteria e Sheri Lane alle tastiere, tento` una sintesi meno
estrema. L'idea e` comunque sempre quella di fare del rock un po' a sghimbescio,
con le parti strumentali singhiozzanti, i tempi irregolari, il canto piu` jazz
che folk, e una compostezza degna di un quartetto da camera
(ma Kicking The Dog scalpita funky). Beattie delira con
piglio da saloon in Comeback, innestando i chitarrismi rozzi della scuola
sudista in schemi armonici piu` "aperti", da improvvisazione libera,
fino a lambire i primi Soft Machine in Living With Reptiles. D'altro canto
le ballate di McCarty (come Whiskey e Oblivion) fanno pensare alla
Joni Mitchell di mezza eta`
o alla Grace Slick della Jefferson Starship (Christine).
E` un sound forse troppo cerebrale, piu` da new wave che da college-pop.
La qualita` sperimentale del loro sound viene amalgamata in maniera piu`
fantasiosa e meno concettuale su Hello Young Lovers del 1989,
che, con la formazione originale di nuovo insieme, vanta infatti
i loro brani meglio costruiti, piu` orecchiabili e piu` trascinanti.
Senza rinunciare alle loro acrobazie armoniche, e a una onnipresente base di
swing, i Glass Eye riescono a cesellare brani trascinanti all'interno dei quali
coesistono, si alternano e integrano linee ritmiche blues, country, jazz e funk,
continuamente rimescolate e frammentate.
Le loro variazioni sul bluegrass (Hoedown), l'honky-tonk (Land Of People),
la fanfara funk (Nothing Please), il boogie sudista (Charhead), il bluesrock
(White Walls) e il jazzrock (Penguin) diventano pertanto dei raffinati
capolavori di arrangiamento post-modernista: annacquano i codici di quei generi
in un groviglio di codici fuorvianti. McCarty dal canto suo supera Joni
Mitchell, proponendosi in una veste piu` calda e ruspante, scambiando
la ricercatezza canora per una comunicativita` piu` immediata pur senza
rinunciare a un fraseggio ancora molto jazzato (God Take All, Get Lost); ma
il suo nobile contralto acquista maschio vigore in Break The Black Line
e Endless Day, toccando l'apice di portamento canoro e di finezze
d'accompagnamento in The Crooked Place (e forse l'apice del disco).
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