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Green , 7/10
Elaine MacKenzie , 7/10 White Soul , 8/10 Pop Tarts , 6.5/10 Jesus Built A Ship, 6/10 | Links: |
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Jeff Lescher e` il cantautore di Chicago a cui si devono le canzoni dei Green.
L'EP omonimo (per la Gang Green) con cui esordirono nel 1984 (e in particolare
i ritornelli di Gotta Getta Record Out e Better Way) li fece considerare
alla stregua di tanti "cloni" del Mersey-beat e del garage-rock.
Il primo album, Green (Gang Green, 1986), usci` soltanto due anni dopo: il
sound non aveva perso nulla della sua freschezza beat, anzi aveva assimilato
le armonie vocali degli Hollies (She's Not A Little Girl),
i baccanali strumentali dei Rolling Stones (I Play The Records),
il piglio farfallone di Buddy Holly (Baby Why),
passi ska (If You Love Me) e accenti soul (I Don't Wanna Say No),
Svariando lungo un fronte immenso, dal ritmo scoppiettante di Technology
alla foga disperata di Better Way, dalla serenata sottovoce di For You al
garage-rock perverso di Hurt You, fino al rock and roll tutto d'un fiato
di Big In Japan, i Green davano un saggio di revival iperbolico e
spettacolare, ma non esaltato in quanto tale.
Lescher maturo' come arrangiatore sul successivo Elaine MacKenzie (Pravda,
1987). In brani come Up All Night, un boogie cantato in un falsetto
lascivo, o My Love's On Fire, un gospel assatanato strillato come un
Sioux sul sentiero di guerra, non e' trascurabile l'influenza della musica nera.
Ma a dominare i numeri piu' epici e' soprattutto la vetusta civilta' dei garage,
alla quale sono ispirati un inno fervente come Youth In Asia
e un lamento angosciato come Can't Seem To Get It Thru My Head.
Le armonie vocali, gli scampanellii di chitarra e le cadenze gioviali
degli anni Sessanta animano invece She's An Addiction e Fingerprints.
Vignette adolescenziali come Saturday Afternoon sono costruite prendendo a
prestito gesti musicali a Kinks e Hollies, e Radio Caroline rifa' persino il
verso ai Beach Boys.
Lescher entra nei cuori dei suoi fan con la tenerissima She Was My Girl e il
bisbiglio accorato di I Know I Know, coronando con queste confessioni
in punta di piedi un disco commovente dall'inizio alla fine.
Il successivo White Soul (Megadisc, 1989) (Widely Distributed, 1991) e' un album a tema che mette a frutto la definitiva maturita' del gruppo concentrandosi su un formato ben preciso, quello della "serenata". Ne risulta una spettacolare sfilata di canzoni romantiche che impiegano vigorose armonie powerpop e assoli sbrigliati alla Tom Petty (She's Heaven), quando non graffianti rock and roll (My Sister Jane) e boogie sgolati (I Don't Even Need Her), toccando forse il culmine emotivo nella Give Me Your Hands lanciata a frenesia da garage. Se in qualche canzone il gruppo imita i Beatles piu' sornioni (Monique, Monique), in altri fa invidia agli Stones piu' lascivi (I'm In Love With You); e se in certi riecheggia il Prince piu' sibillino e barocco (I Know), in altri ancora pennella uno stile acustico del tutto originale e fantasioso (I Love Her). Il canzoniere e' tanto toccante quanto avvincente: raramente la melodia sentimentale ha saputo comprimere emozioni cosi' forti in un ritornello. Dopo aver ulteriormente raffinato le loro produzioni sull'EP Bittersweet (Megadisc, 1991), soprattutto nel soul lambiccato della title-track, i Green (senza Kurson, passato ai Lilacs) registrano nel 1992 Pop Tarts (Futurist), che continua la metamorfosi con alcune delle loro migliori melodie, Hear What You Want Yo Hear (il Mersey-beat piu' spensierato) e Skirt Chaser (il pop piu' naif) su tutte. A dominare e' pero' soprattutto uno strano hard-rock, cantato su registri sempre "sbagliati": Long Distance Telephone e' vagita in un falsetto demenziale (su un rock and roll sporchissimo alla New York Dolls), Hot Lava Love e' strillata a squarciagola (su un non meno feroce rave-up), BITCH e' un corale sguaiato da "Rocky Horror" (su relativo boogie alla Meat Loaf) e la baraonda peggiore, Tough Cram Judy, e' un coacervo di urla sgraziate (su una cadenza di sabba). Questi cerimoniali sfrenati e perversi sembravano lanciare di fatto una nuova carriera per i Green. L'EP Pathetique (Widely Distributed, 1994) segno' invece la fine di una delle formazioni piu' sottovalutate di sempre. Lescher si uni` a Janet Bean (Eleventh Dream Day e Freakwater) per registrare l'incantevole Jesus Built A Ship To Sing A Song To (Kokopop, 1994), un disco tanto semplice quanto geniale nella sua semplicita`. La coppia sfiora il gospel nelle accorate Brand New Heartache e Return Of The Grevious Angel, mentre in duetti come Sin City, Love Hurts e Hearts On Fire sembra di ascoltare gli X in formato country. Lescher e' stato a lungo considerato un "clone" americano di Ray Davies, per le somiglianze (mai negate) fra tante canzoni dei Green e il repertorio dei Kinks; ma in realta' Lescher prometteva di diventare il Prince bianco, capace delle citazioni piu' audaci dal rock, di ritornelli demenziali e di arrangiamenti nonsense. In ogni caso appartiene alla gloriosa tradizione che da Tom Petty a Dave Pirner (Soul Asylum) ha rinnovato con vigore rock la ballata pop. |
Chicago's Green were among the great unsung
heroes of the 1980s. The quantity and quality of elements that concurred to
make Green (1986) a phantasmagoric song cycle had few rivals: one could
hear echoes of Buddy Holly, Ray Charles, Marvin Gaye, Kinks, Rolling Stones,
Hollies, Tom Petty and many others while virtuoso vocalist Jeff Lescher spun
his classic tales. Elaine MacKenzie (1987) toyed with musical
foundations that transfigured decades of rock'n'roll and soul,
and the mesmerizing variety of White Soul (1989) climbed new artistic
heights. Both powerful and romantic, Lescher's songs stood out becaused they
reached recesses of the heart that had been off-limits for his generation.
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