The spirit of the "blank generation" took hold of Manhattan when
Suicide (101) began spinning their tales of
unbearable neurosis.
The archetypical duo of keyboards (Martin Rev) and vocals (Alan Vega),
they reinvented the line-up of the rock band, with the electronic keyboards
replacing rhythm section and lead instrument.
Suicide (1977), one of the milestones of the new wave, grafted the
infinite modulations of minimalism onto a feverish rockabilly beat, thus
coining "psychobilly".
Vega's moribund vocals chased ghosts through an urban angst
that was a close relative of the Velvet Underground's.
Suicide sang about the individual and collective apocalypse, depicting lonely
aching souls in a gothic landscape overflowing with fear, paranoia and claustrophobia.
The pauses, the reverbs, the monotonous tones, the icy electronics were all
functional to bleak visions of the future.
Alan Vega Martin Rev (1980) used the same elements to
concoct cybernetic ballads for the discos.
The electronic shaman Alan Vega (2) continued
the futuristic and decadent program of Suicide on albums such as
Alan Vega (1980) and Collision Drive (1982)
that offer cadaveric angst at infernal pace. Singing in his
wavering voice, reminiscent of a Lou Reed devoid of any emotion, over a
robotic rockabilly cadence, Vega staged a formidable assault on the rocker's
stereotype.
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I Suicide vennero alla ribalta a New York durante gli anni caldi della new wave.
Il loro sound riusciva a innestare
le modulazioni infinite dei minimalisti su una solida base rockabilly.
Il canto spettrale pennellava poi un'angoscia metropolitana che era parente
stretta di quella dei Velvet Underground.
I Suicide erano un duo composto dal rocker maledetto Alan Vega, che
impersonava la tradizione selvaggia del rockabilly rurale, e dal
tastierista allucinato Martin Rev, che impersonava la rivoluzione
intellettuale della new wave urbana (in realta` Vega erano uno scultore
di luci e Rev suonava free jazz).
Esordirono nel 1971, eseguendo blues apocalittici nelle Gallerie d'Arte di
Manhattan, e poco a poco si lasciarono contaminare dal clima di
auto-distruzione che regnava nell'intellighenzia di Soho.
Suicide (Red Star, 1977) (riedito con inediti nel 1981) e` l'album
della rivelazione, e una delle pietre miliari della new wave.
I loro brani sono deliri di suicidi volontari nei labirinti metropolitani,
sono esercizi di auto-flagellazione che raggiungono un pathos paranoico
attraverso una monolitica catalessi esistenziale.
L'esiguo ma martellante tessuto sonoro e` trafitto all'improvviso da urla
disperate di uomini fantasmi che sorgono da un nulla amorfo e si avvinghiano
alle pareti infinite dei grattacieli, gemiti agghiaccianti che si propagano
attraverso effetti d'eco, evocando stati allucinati e preannunciando, bisbigli
nelle catacombe, la morte dell'umanita`. La loro opera e` un lamento che procede
ad impulsi nei silenzi glaciali delle grandi arterie del traffico cittadino:
la tenera, maestosa, commovente litania di Cherie,
un intreccio di frasi melodiche ossessive e di tintinni delicati,
il tribalismo cosmico di Rocket USA,
il sincopato maciullante di Ghost Rider,
il rockabilly psicotico di Johnny,
i gemiti lascivi di Girl,
l'incubo industriale di I Remember,
l'angosciato funereo requiem di Che.
Il canto cadaverico di Vega, fatto anche di lunghi silenzi, di ansimi, di
riverberi, e le gelide pulsazioni di Rev si complementano a vicenda producendo
atmosfere d'intensita` quasi religiosa.
Conteso fra storie "fatali" e arringhe politiche, il loro canzoniere non
concede tregua alla condizione umana.
Frankie Teardrop e` l'incubo per eccellenza, sorta di
Sister Ray del duemila, vertigine di ritmo indemoniato a picco nella
coscienza atrofizzata del sottoproletariato metropolitano, una luminosa e
maniacale proiezione dell'ego su uno schermo buio, una sequenza di suoni
che passa dai rumori "concreti" del traffico al tornado di echi e cacofonie
del finale, una carica di tritolo detonata al ralenti.
La recitazione-suspence di Vega, quasi casual eppure tesa e
fremente, fra pause infinite, i rumori del traffico sparsi a casaccio,
le urla sconnesse e la sequenza finale di echi e cacofonie,
lo rende ancor piu` raccapricciante.
E' uno dei brani piu` cupi ed angosciosi dell'intera storia del rock.
I Suicide rappresentano un atteggiamento tipico dei salotti intellettuali
di Manhattan al volgere del decennio, quell'andare alla deriva
in vortici di emozioni represse, di fitte dolorose
nascoste sotto un'apparente imperturbabilita`.
Il gruppo impose, prima dei Devo, il modo "devoluto" di interpretare generi
"standard", come appunto il rock and roll, tutto in sordina con l'incedere
meccanico pneumatico e con la tensione innaturale di un horror-show.
Il singolo Dream Baby Dream/ Radiation (Ze, 1979)
diede la misura della metamorfosi in corso,
dalla nevrosi catastrofica alla ballata cibernetica, che si completo` sul
secondo album.
A partire da Alan Vega Martin Rev (Ze, 1980 - Restless, 1990)
il sound declina sul fronte dell'elettro-rock discotecaro:
nenie trascendenti (Touch Me), tribalismi (Mr Ray)
danze industriali (Dance) sfruttano cinicamente i ritmi metronomici,
le tastiere stranianti di Rev e il canto riverberato di Vega per
tramutarsi in canzonette (Sweatheart) e disco music (Diamonds,
Shadazz).
Su tutto si staglia l'urbanesimo disperato di Harlem,
ultimo grande melodramma elettronico del duo, immerso in un'atmosfera
selvaggia ed apocalittica che il canto conversazionale di Vega e i ritmi
infernali di Rev sventrano in un crescendo di suspence.
Per il recupero della sperimentazione elettronica teautonica, per la poetica
della disumanizzazione e per la formula del duo di canto ed elettronica,
i Suicide si possono
considerare antesignani di diverse tendenze della new new wave a venire.
Nello stesso anno viene pubblicato il primo disco, per sole tastiere, di
Martin Rev (Infidelity, 1980), riedito come
Marvel (Daft, 1996) con inediti.
Tutti i brani sono eseguiti all'insegna della
ripetitivita` fluttuante dei minimalisti e si avvalgono del ritmo sintetizzato
tipico dei Suicide, ma il sound trascendente di Mari, l'esotismo
lussureggiante di Baby O Baby, la musica concreta di 1986 per campane ed effetti vari,
sono pallidi riflessi della nevrosi urbana di un tempo. Gli spunti piu`
originali si trovano nella disco music mantrica di Temptations,
nella musica cosmico-industriale di Jomo e nel rockabilly
cacofonico di Asia fra vortici elettronici e ritmi metallurgici.
Ancor piu` ambigue saranno le ballate atmosferiche di Clouds Of Glory
(New Rose, 1985).
Lo sciamano elettronico Alan Vega ha, di fatto, continuato da solo
l'elettro-rockabilly di consumo arrangiato in maniera spettrale dei Suicide.
Il primo hit fu Jukebox Baby, tratto da Alan Vega (Ze, 1980),
con la caratteristica scansione gelida e singhiozzante del canto, con
la robotica e febbricitante cadenza rockabilly, con i toni metallici della
chitarra, lievemente riverberati quasi come nel reggae.
Questo sarebbe rimasto il suo stile. Vega, come tutti gli "autori" che si
rispettino, ha un suo linguaggio espressivo, che plasma di volta in volta
a contenuti diversi. E il suo linguaggio rimarra` questo rockabilly futurista
e decadente.
Sullo stesso album le interpretazioni smaliziate e gli arrangiamenti surreali
di altri due rockabilly, Kung Foo Cowboy e Fireball,
nonche' il bluegrass epilettico di Speedway (praticamente un'anteprima
dei Gun Club), coronano la sua ricerca di una voce personale. Vega e`
un cantautore come Bob Dylan e Neil Young, ma ha bisogno di affidare le sue
storie maledette alla nevrastenia del ritmo.
Il lugubre rhythm and blues di Love Cry, a passo di funerale,
con il pianoforte e la chitarra che emettono accordi disadorni,
e soprattutto il monumentale, terrificante blues di piantagione di
Bye Bye Bayou, a ritmo di locomotiva, esaltano il fascino maliardo e
pessimista del suo personale revival in chiave futurista.
Il programma di Vega e` la naturale continuazione
del progetto Suicide, senza il sottofondo apocalittico dell'elettronica di
Rev, ma con la stessa enfasi de-umanizzante e lo stesso genio malato per
de-costruire il rock and roll.
Collision Drive (Celluloid, 1982) comincia con un altro classico
del suo rockabilly demoniaco, Magdalena 82, un nuovo spaccato di angoscia
cadaverica a ritmo infernale.
Raver, Rebel Rocker
e soprattutto l'heavy metal "sudista" di Outlaw, in chiave ZZ Top,
La sua voce, di vaga ascendenza "Reed-iana" per il freddo, annoiato e metallico
incedere (nonchalance piu` cinismo), si impose come una delle piu`
caratteristiche degli anni '80, un canto psicotico che accoppiava una flemma
ipnotizzante a raffiche corrosive di disperazione in performance psicologiche
d'alta classe. Vega si sublima nell'immane Viet Vet (tredici minuti),
uno psicodramma alla Jim Morrison che inveisce contro i valori Americani
dall'altro di un blues moribondo costellato di rumori e
distorsioni di chitarra.
Il terzo album, Saturn Strip (Ze, 1983), impiegando un'orchestrazione
di piu` ampio respiro, approda a una fusione di disco music e rockabilly
(Video Babe, Saturn Strip) con sovratoni alla Velvet Underground
(American Dreamer). L'album lo riconcilia con il pubblico, ma in
realta` perde la grinta luciferina che lo aveva contraddistinto.
Ermetico e gotico, il suo stile rimane il piu` autentico discendente
dei deliri dei Suicide.
Alan Vega e Martin Rev si riuniscono una prima volta per
A Way Of Life (Chapter 22, 1988) (Wax Trax, 1989), e riescono persino
a cesellare un inno degno del loro passato, Jukebox Baby 96.
Passano ancora tre anni prima che il duo ritorni con quello che e`, alla fine
dei conti, soltanto il quarto album in sedici anni di esistenza:
Why Be Blue (Enemy, 1992).
Pur senza l'abrasiva violenza dell'esordio, e con qualche caduta
nella discomusic, alcuni brani rinverdiscono il minimalismo maniacale
(soprattutto Pump It) e l'elettrizzante "talking blues" (la title-track,
con fare da imbonitore) dei loro esordi.
Divenuti maestri nel comporre (Cheat-Cheat) atmosfere grigie, depresse,
fatali, traboccanti di spleen, i Suicide non sfruttano pero` fino in fondo
quella
dote. Alan Vega conserva doti uniche di "storyteller" nevrotico e ironico,
suadente e sibillino (nel girotondo di Last Time), ma si accontenta della
parte di intrattenitore da nightclub.
Dopo l'antologia Vega (Celluloid, 1989),
la carriera solista di Alan Vega era intanto proseguita con
Deuce Avenue (Musidisc, 1990). Accompagnato soltanto da Liz Lamere
alle "macchine", Vega ripete testardamente i numeri che l'hanno reso celebre
cambiando loro titolo: Be Bop Jive,
Deuce Avenue e La La Bola.
Ma Vega era sempre piu` attratto da altre forme artistiche: nel 1990 era uscito
il suo primo libro di fotografia, "Deuce Avenue War" e l'anno dopo gli fece
seguito un libro di prosa e poesia, "Cripple Nation".
Distratto e demotivato, Vega registra poco e male.
Power On to Zero Hour (1991) e New Raceion (1995) sono
forse i suoi dischi peggiori.
Ci vogliono due anni prima che esca l'album registrato nel 1994
con Alex Chilton e Ben Vaughn,
Cubist Blues (Thirsty Ear, 1996).
Con Dujang Prang (1996) Vega rinasce di colpo. Ha scoperto
un sound terrificante e si e` buttato anima e corpo, come un vampiro,
sulle sue canzoni. Invece degli strumenti rock, Vega opta interamente per
l'elettronica moderna, ma lo fa con lo stesso spirito ribelle delle origini,
anzi con uno spirito che e` degno del punk-rock.
Hammered, Life Ain't Life, Big Daddy Stat's Livin' On Tron
e cosi` via non valgono molto come composizioni, ma l'esecuzione e` micidiale.
Quando e` in forma, Vega ha pochi rivali al mondo.
Rev intanto spreca il suo talento registrando un tributo al doo-wop e ai
girl-group, See Me Ridin' (ROIR, 1996).
Vega completa la sua rinascita artistica registrando con
Ilpo Vaisanen e Mike Vainio dei Pan Sonic due dischi a nome VVV:
Endless (Blast First, 1998) e
Resurrection River (Mego, 2005).
Per qualche ragione la critica ha sempre ritenuto che i Suicide non
dovessero fare un altro album e si e` risentita ogni volta che Vega e Rev
hanno violato quel tabu'. Eppure tutto si puo` dire di questo duo fuorche'
ci abbiano intasato gli scaffali di dischi. Tutto si puo` dire fuorche' si
siano svenduti alle major, come molti loro (ingrati) discepoli stanno facendo.
In realta` non e` cambiato nulla rispetto agli esordi. Oggi come allora i
Suicide esprimono tramite il rock elettronico l'angoscia di vivere,
l'alienazione e le nevrosi dell'uomo metropolitano. La loro opera rimane
fondamentale nella storia del rock per aver insegnato come usare l'elettronica
a fini non pittorici e non futuristi, ma interiori.
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