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John Flansburgh (chitarra) e John Linnel
(fisarmonica, tastiere e sassofono) hanno dato vita con i
They Might Be Giants a una delle saghe piu` pittoresche della musica rock.
Le loro sono canzoncine come se ne fanno da secoli, ma condite da un humour
e una bizzarria che sposano l'operetta, la Bonzo Band e il bubblegum piu`
scipito. La loro arte e` una buffa incursione della
sotto-cultura dei teatrini off di Broadway nella cultura "alta" delle
soffitte del Greenwich Village, delle scenette di vita quotidiana
di Brooklyn (il quartiere dove sono cresciuti) nei classici di Mark Twain.
Ciascuno dei due impersona un'improbabile fusione fra
l'idiot savant del musichall di provincia
e l'intellettuale eccentrico della nobilta` britannica.
Alla fine degli anni '70 Flansburgh e Linnel scrivevano per lo stesso giornale
di Boston.
Linnell suono` poi a lungo nei Mundanes prima di trasferirsi nel Lower East
Side di New York, dove incontro` di nuovo il vecchio compagno di penna.
I due giovani cominciarono a esibirsi dal vivo e soprattutto a registrare
in privato su un registratore a 4 piste. Essendo soltanto in due, dovettero
inventare modi sempre piu` creativi di battere il tempo, impiegando
drum machine, tape loop, sintetizzatori e ogni sorta di percussioni.
La loro arte di collage e il loro piglio satirico furono direttamente
influenzati da quelli dei Residents,
benche' i risultati divergessero subito.
Le radici culturali di Flansburgh e Linnel erano nella musica di consumo, non in
quella d'avanguardia.
They Might Be Giants (Bar/None, 1986), che raccoglie materiale edito
su cassetta l'anno prima, e` una miniera di idee musicali
degna dei primi dischi di Frank Zappa e di Todd Rundgren, quando non di quelli
della Bonzo Band, ma suonate con il fiuto pop di Alex Chilton.
Ogni canzone e` innanzitutto una barzelletta, talvolta satirica nei confronti
dello stile di vita Americana e talaltra genericamente della condizione umana
(la grande quadriglia corale Hope That I Get Hold Before I Die,
parodia della filosofia di Townshend).
A corroborare l'ironia dei testi, le musiche sono arrangiate in maniera
paradossale, peraltro utilizzando mezzi ridottissimi:
un clavicembalo contrappunta la "cavatina" travolgente di
Everything Right Is Wrong Again,
trombone e tamburelli accompagnano la marcetta campagnola di
Number Three,
armonica e fisarmonica vivacizzano la novelty esotica 32 Footsteps.
Ritornelli orecchiabili, buffi registri canori, generi antiquati e cambi di
ritmo sottolineano la farsa.
Quando il gruppo prova addirittura a creare l'atmosfera
(Absolutely Bill's Mood, Alienation's For The Rich) ottiene
spassose parodie della musica country.
Gli sketch dal suono piu` moderno sono anche quelli ispirati piu` palesemente
ad artisti e generi contemporanei:
il frizzante soul-pop alla Prince (Put Your Head Inside The Puppet Head),
l'arringa arrabbiata alla Costello (Youth Culture Killed My Dog),
il boogie decadente di Gary Glitter (Hotel Detective),
il funky melodico dei Talking Heads (Don't Let's Start, uno dei loro
classici).
Ora solenni e marziali, ora giullari e pagliacci, i They Might Be Giants
rimescolano con bambinesca frenesia beat, doo-wop, ragtime, polka, hardrock...
vaudeville, ballata folk, soul ballad, country and western, blues, hip hop,
saccheggiando il repertorio di piu` d'una star. La loro musica nasce
all'incrocio fra lo humour dei Monty Python, i cartoni animati
e i dipinti surrealisti.
L'EP Don't Let's Start inauguro` nel 1987 la bislacca tradizione di mettere su EP
non gli scarti ma quasi il meglio del repertorio, dal
ritornello bubblegum in stile Monkees di We're The Replacements
al valzer sonnolento di When It Rains It Snows, trionfando nella
polka a rotta di collo di The Famous Polka, una delle piu` monumentali
scipitezze della storia del rock, destinata a rimanere uno dei cavalli di
battaglia dei loro show dal vivo.
Dall'EP The Hotel Detective del 1988 va salvata almeno
la parodia delle opere rock di Science.
Inedite rimarranno invece per anni il ritornello di Now That I Have Everything
e la ballata folk di Greek #3, piu` che degni dei loro album.
Lincoln (Restless, 1988) e` ancor piu` curato negli
arrangiamenti ed eclettico nella scelta del materiale, anche se forse
un po' meno
iconoclasta nella satira delle convenzioni borghesi.
Ai classici si aggiungono soprattutto una serie di filastrocche a tempo
marziale che si ispirano alla tradizione della musica country, come
Cowtown e la quadriglia incalzante di Ana Ng (destinata a
rimanere uno dei loro classici).
Suonano invece un po' forzati gli sketch per canzone pop,
They'll Need a Crane e Santa`s Beard, le cui musiche sono
troppo "normalizzate" per essere anche maliziose come i testi.
Il duo cita comunque
salsa (World's Address), zydeco (Piece Of Dirt),
yodel (Mr Me) per ampliare i propri orizzonti.
Il disco segna soprattutto la transizione del duo da geniali guitti
del musichall a professionisti dello studio di registrazione.
I ritornelli orecchiabili e cadenzati e una produzione squillante
trasformano canzoni nate per scherzo come Purple Toupee in potenziali
hit.
Del loro genio compositivo sono testamento anche miniature surreali come
Lie Still Little Bottle, cantata a cappella schioccando le dita,
Cage & Aquarium, per coro, scacciapensieri e tamburo,
Stand On Your Own Head, un comico ragtime al trotto.
La loro gioviale saga nonsense proseguira` con il mosaico
intricatissimo di Flood (Elektra, 1990), dal travolgente garage-rock di Twisting,
con apice melodico nel surf epico di Birdhouse In Your Soul
(uno dei loro capolavori) e
nella quadriglia ska di We Want A Room, sempre fra un country & western
(Lucky Ball And Chain) e un tex-mex (Your Racist Friend, un altro
dei loro classici), un
reggae scalcinato (Hearing Aid) e uno swing scatenato (Hot Cha),
un coraccio da pub (Women And Me) e uno short televisivo
(They Might Be Giants).
Il loro forte rimangono le novelty, lambiccate slapstick degne della comicita`
assurdista: il doo-wop a ritmo tzigano/greco/turco di Instanbul, con
tanto di violino, fisarmonica e ottoni, il sonnolento cajun a ritmo di palude
e con assolo di sassofono da balera di Particle Man, l'idiot-song
operatica a passo di banda paesana nella miglior tradizione zappiana di
Whistling In The Dark.
Le semplici ballate alla Jonathan Richman di It's Not My Birthday
e Hey Mr DJ,
rispettivamente sugli EP They'll Need A Crane e Purple Toupee,
valgono forse piu` dei brani dell'album.
I primi due album, l'album di remix Miscellaneous T, i lati B degli EP
e una ventina di tracce inedite sono stati antologizzati su
The Earlier Years (Restless, 1997).
Su Apollo 18 (Elektra, 1992) si avvertono i primi segni di stanchezza,
tanto nelle musiche quanto nei testi. Fatto curioso in quanto questo e` anche
il loro album piu` ambizioso dal punto di vista degli arrangiamenti.
Il gruppo e` sempre meno la versione americana della Bonzo Band, e sempre
piu` un astratto rielaboratore di icone della musica di consumo,
un po' come gli artisti della pop-art usavano le icone della societa` dei
consumi. Esattamente come questi ultimi finirono per focalizzarsi sulle
lattine di Coca Cola, i Giants finiscono per lavorare sulla novelty.
Il loro pop parodistico e cabarettistico rende omaggio alla tradizione di un
genere bistrattato da cui in realta` i musicisti rock hanno appreso tantissimo,
ma non aggiunge molto alla storia (giusto I Palindrome I e Dinner Bell);
anche se le venti tracce "nascoste", ciascuna un'idea musicale di pochi
secondi, costituiscono un'impressionante prova di forza da parte di questi
moderni Rodgers & Hammerstein.
Il duo e` invece al culmine delle sue potenzialita` quando
recupera la verve dei Blues Brothers per Dig My Grave
e la grinta dei Clash per See The Constellation.
Se il primo album era stata l'opera di un duo di musicisti di strada, se
Lincoln era stata una riflessione piu` filosofica sul proprio ruolo di
cantastorie in una societa` che di cantastorie non ha piu` bisogno, se
Flood era stato un puro divertimento di due virtuosi, Apollo 18
e` il loro primo disco professionale, dove le canzoni sono davvero quello e
non delle metafore di qualcos'altro.
Il singolo Why Does The Sun Shine e` il preludio al nuovo album,
John Henry (Elektra, 1994), molto meno creativo dei quattro precedenti
nonostante una formazione che di fatto comprende il bassista Tony Maimone
(Pere Ubu),
il batterista Brian Doherty (batteria) e il chitarrista Robert
Quine. L'ottica e` quella commerciale di Destination Moon e
Snail Shell, che conserva soltanto una patina dello
humour di un tempo. Gli scherzi di Subliminal e Thermostat sono
troppo seri, le bizzarrie degli arrangiamenti troppo regolari. Non basta qualche
ricostruzione d'epoca (Extra Savoir-Faire) e qualche parodia delle
colonne sonore (Spy) per redimere un disco che e` la negazione
dell'estro del duo.
I capolavori sono forse No One Knows My Plans, forte di una melodia
memorabile e di un arrangiamento demode` costruito attorno a un ritmo di
calypso, e Stomp Box, forte invece di una cadenza irresistibile.
Abbandonati gli ingombranti collaboratori, su
Factory Showroom (Elektra, 1996) il duo si cimenta anche con
funk e disco music (S-E-X-X-Y) e con il pop sintetico e cadenzato
dei Cars (Metal Detector). Un paio di ritornelli sfrecciano propulsi da
chitarre hard-rock (Till My Head Falls Off e soprattutto
New York City, contrappuntata da campane) e l'album annovera almeno un
ritornello degno del Merseybeat, How Can I Sing Like A Girl.
Il duo continua nella ricerca di un formato piu` serio, ma
senza rinunciare alle pantomime da musichall, che alla fine rubano la scena,
e non tanto XTC vs Adam Ant, quanto The Bells Are Ringing
(tema pomposo con controcanto di soprano d'opera) e
Spiraling Shape (un incrocio fra le sigle dei cartoni animati e la
sonata rinascimentale).
Sempre gioviale e scanzonato, il duo allarga gli orizzonti e
rivitalizza il proprio repertorio,
ma troppi riff e troppe melodie sono ripetizioni di sketch.
Le opere soliste di John Flansburgh, a nome Mono Puff, non valgono molto.
L'EP Mono Puff (Hello, 1995) e
l'album Unsupervised (Rykodisc, 1996) sono piu` che altro omaggi
agli idoli del leader.
It's Fun To Steal (Bar None, 1998), con il suo bizzarro melange di
synth-pop e power-pop, riesce meglio e tutto sommato prosegue il programma
di nonsense e kitsch dei TMBG.
Then (Restless, 1997) contiene 72 brani del primo periodo.
L'album dal vivo Severe Tire Damage (Restless, 1998) comprende il nuovo
singolo Doctor Worm.
La coppia Flansburgh e Linnel, due dei massimi geni melodici della storia del
rock, e` paragonabile sia a quella Stanshall/Innes della Bonzo Band sia a
quella Partridge/Moulding degli XTC. I Giants uniscono infatti il senso dello
humour del music hall piu` caustico al talento melodico del pop piu` classico.
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They Might Be Giants, i.e.
John Flansburgh and John Linnel,
retained the satirical, offbeat quality of the punk era.
The wit of They Might Be Giants (1986) actually
recalled the British operetta, the music-hall, the Bonzo Band,
Frank Zappa, Todd Rundgren, and the bubblegum novelties of the Sixties.
In fact, their early albums, particularly the effervescent and more
professional Lincoln (1988), sounded like Andy Warhol-ian collages
of pop cliches. Both albums feel like intricate mosaics. Both are the product
of abstract reprocessing of icons of commercial muzak.
Starting with Flood (1990), an epic survey of stylistic slapstick (surf, ska, country & western, tex-mex, reggae, swing, vaudeville, doo-wop, zydeco), the sophisticated arrangements of subsequent albums would not add but detract from the effectiveness of their faux-pop tunes.
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