Babes In Toyland
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Spanking Machine , 7/10
To Mother , 6/10 (mini)
Fontanelle , 8.5/10
Painkillers , 5/10
Nemesisters , 5/10
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Le maggiori esponenti del foxcore sono probabilmente le Babes in Toyland, formate da Kat Bjelland (canto e chitarra) e Lori Barbero (batteria).

Bjelland, nata a Woodburn (Oregon), nei pressi di Portland, e` cresciuta in condizioni familiari disperate (soltanto a diciannove anni conobbe la vera madre) che le hanno procurato profondi traumi psicologici. Per fuggire da quell'ambiente ando` a vivere a San Francisco e, dopo un'altra serie di delusioni, decise di darsi alla musica (intorno al 1986): con Courtney Love (poi

  • Hole) e Jennifer Finch (poi L7) formo` le Sugar Baby Doll, che per qualche tempo fecero concorrenza alle concittadine Frightwig. Poi vennero le Pagan Babies e le Italian Whorenuns, con Janis Tanaka al basso (futura Stone Fox).

    Barbero, nata a Minneapolis ma cresciuta a New York, era reduce da un'adolescenza di eccessi (droghe, sesso, alcool). Tornata a rigenerarsi a Minneapolis, lavoro` come cameriera in ristoranti e nightclub prima di incontrare Bjelland nel 1986.

    Fu li` che nel 1987 nacquero le Babes In Toyland: nel maggio del 1987 tennero i primi concerti in Minnesota, con una formazione che comprendeva anche un bassista e una cantante. Soltanto in seguito Bjelland avrebbe scoperto il suo talento canoro.

    L'esordio discografico, il singolo Dust Cake Boy (Treehouse), un'arringa furibonda di Bjelland inveita su un frenetico galoppo di batteria di Battero, fece subito girare la testa a piu` di un critico: tanta violenza in un trio femminile era virtualmente sconosciuta all'epoca.

    Il primo album, Spanking Machine (Twin/Tone), uscito nel 1990 e in parte influenzato dalle UT, mise in mostra l'impatto spaventosamente violento di questa musica, di questo sfogo catartico, di questo esorcismo dello schifo della vita, con i tribalismi malvagi e dirompenti di Barbero e l'urlo di Bjelland a sfogare istinti primordiali.
    Swamp Pussy, un classico voodoobilly alla Cramps suonato pero` con la fantasia sinistra dei Gun Club, dimostra immediatamente un complesso di grande caratura, doppiato pochi secondi dopo, su una cadenza simile, da He's My Thing, nel quale Bjelland da` per la prima volta sfoggio della sua comunicativita` altamente emotiva, dei suoi fulminei e terribili cambiamenti d'umore, del suo chitarrismo ultra-isterico. Dal canto suo in questo disco Barbero re-inventa praticamente l'uso della batteria, riducendola a un assordante tam-tam tribale. Meno scalmanato, ma altrettanto inventivo, e` il blues "ferroviario" in versione Gun Club di Never, propulso da una cadenza epidermica.
    Non tutto il disco e` cosi` immediato, e infatti tracce di Sonic Youth affiorano in Vomit Heart. Ma la primadonna e` lei, Bjelland, che domina con la sua schizofrenia di tigre/pulcino l'invettiva tagliente, senza tregua, di You're Right e che tocca vertici commoventi di disperazione in Pain In My Heart, l'urlo di dolore piu` profondo, che lamenta l'ennesimo tradimento da parte di un uomo.
    Canzoni come Swamp Pussy, Never e Pain In My Heart pongono gia` il gruppo al di sopra della mischia, ma pochi se ne accorgono.
    Le liriche sono tutt'altro che femministe. Bjelland sembra anzi rimpiangere l'uomo piuttosto che deriderlo, sembra arrovellarsi per trovare una risposta alla domanda "perche' sono stata tradita?" piuttosto che giurare vendetta.

    Il mini-album To Mother dell'anno dopo conferma che non e` tanto la rabbia, quanto il dolore, a ispirare Bjelland. Catatonic e` cantata in modo psichedelico, con le vocali allungatissime e acuti vertiginosi; ma la vera forza del brano sta nelle cadenze da danza sabbatica che prendono forma poco alla volta, attraverso un ritmo incalzante in continua evoluzione, che cresce fino a diventare un frenetico tamburo. Il verso strozzato di Bjelland rende l'idea dei suoi contorti, sinistri, complessi freudiani nei confronti dell'uomo: "I see that you are me!"
    In Mad Pilot Bjelland alterna invece quei sospiri psichedelici a grida biascicate in un registro da strega, forsennato e gutturale, mentre attorno a lei impazza il caos di tutti gli strumenti. Ma e` a Ripe che spetta la palma di picco sperimentale: la chitarra si prende delle liberta`, il basso ripete all'infinito un riff galattico, la batteria incalza sincopata e fragorosa, il canto indulge di nuovo in lunghe frasi lisergiche e in scalmanate urla da folle.
    Laugh my head off e` il momento piu` concitato del disco, in cui Bjelland ha modo di mettere in luce le sue doti di "attrice" della musica con una serie di grida feroci e volgari; mentre sulla cadenza di un maestoso pow-wow pellerossa prende l'avvio Spit To See The Shine, sempre cantata in quel registro sarcastico fino al delirio.
    Il brano e` quasi sempre strutturato come un discorso, la musica riflette cio` che Bjelland "sta dicendo": c'e` il momento della denuncia e c'e` il momento della confessione, del pianto e della rabbia. Il canto e` una diretta espressione della sua dialettica di ragazza abusata e tradita.

    Cio` che manca ancora alle Babes per scrivere un capolavoro assoluto e` la chitarra: lo strumento guida del power-trio viene infatti tenuto in secondo piano, concedendo uno spazio eccessivo alla pur travolgente ritmica di Barbero. Fontanelle (Reprise, 1992) rimedia, con uno stile chitarristico affilato e violento.
    Bruise Violet, destinato a rimanere il loro capolavoro, e` un altro dei loro selvaggi pow-wow; ma quell'urlo viscerale che troneggia sul bailamme generale e quegli accordi di chitarra che tuonano dall'inizio alla fine suggellano non solo due anni di Babes In Toyland, ma quindici di punkrock. Quella stessa dinamite nucleare, scaricata a volumi assordanti contro pareti massicce di distorsioni, ritorna in Won't Tell, con Bjelland ancor piu` traumatico, capace di alternare il tono della ragazzina innocente a quello gutturale da strega, mentre intorno a lei succede il pandemonio.
    E` uno dei temi di fondo del disco, quello della coesistenza schizofrenica fra la "bambina", che non vorrebbe mai smettere di giocare, e l'"adulta" che deve invece fronteggiare le tragedie della vita. Nessuna delle due riesce a sopprimere l'altra.
    L'arte delle Babes e` cosi` sempre piu` un'arte di emozioni estreme, come insegna la folle sceneggiata di Blue Bell, strutturata di nuovo come un pow-wow, ma a ritmo ancor piu` forsennato, in crescendo, con gli alti e bassi di Bjelland a inveire contro il suo amato in versi quasi shakespeariani: "You know what you are, you are dead meat/ motherfucker, you don't try to rape a goddess!" E` uno degli apici emotivi dell'opera, al punto da commuovere quando la diva altezzosa prende un attimo il fiato e bisbiglia: "Everything I do is true", quasi ad implorare ed esigere rispetto per la propria integrita` morale.
    Bjelland palesa le sue doti come "attrice" della musica anche in Spun, che e` una lenta ballata psichedelica in cui il canto oscilla fra il bisbiglio in trance tipico del genere e le urla sconnesse da esorcizzata tipiche di lei (senza vergognarsi neppure di tentare due orrendi acuti da soprano). Il tutto in un contesto che nasconde dosi massicce di blues.
    Aperta da un poderoso riff di heavy metal in crescendo, che continuera` a imperversare senza pieta`, e da vocalizzi marziani e androgini (quasi Gilli Smyth dei Gong), prima di precipitare nel solito registro di disgusto, rabbia e disperazione, al ritmo di un forsennato voodoobilly, Mother (altra tappa freudiana della sua ossessione paranoica per la figura della madre) e` l'ennesima e suprema progressione di spasimi emotivi, con un finale allucinato che fa storia a se stante.
    In Real Eyes il canto-filastrocca di Bjelland indulge nel registro di vocina maniacale di Lydia Lunch, ma sa librarsi a tratti con l'enfasi della Grace Slick di White Rabbit.
    La sperimentazione sul genere non ha limiti: Jungle Train mescola un riff sincopato e travolgente con drumming africano, gargarismi subsonici e distorsioni perverse fino allo stordimento, e, dulcis in fundo, rumori, fratture e bombardamenti "industriali".
    Sintomatica di quanto queste ragazze abbiano assimilato e interiorizzato la storia del rock e` anche Magick Flute (scritta e cantata da Barbero), che alterna un ritmo da palude e languide, sinistre frasi di chitarra alla Gun Club, alle frenetiche scudisciate epilettico-mongoloidi dei primi Devo.
    Il disco e` attraversato da cima a fondo da una violenza spasmodica, che e` al tempo stesso autobiografica e metaforica (poiche' riflette quella di tante altre teenager). Bjelland, come ogni malato di mente, non aspetta altro che un pretesto per scatenare tutta la sua assordante disperazione. Cosi` Right Now oscilla fra bisbiglio sorridente e sputo in faccia a squarciagola, in una selva di dissonanze alla Sonic Youth e di ritmi folli; Blood non sa trattenere improvvise cariche di flamenco al galoppo; e nel massacro "grunge" di Handsome Gretel sfuma il ritratto di una Foxy Lady alla rovescia ("I got a crotch that talks/ it talks to all the cocks"), ambientato nel fetore e nella sporcizia dei bassifondi.
    Il disco finisce in cocci (letteralmente) con Gone: Bjelland biascica in tono annoiato una lenta filastrocca sui rumori di una ragazzina che sfascia oggetti.
    Almeno Bruise Violet, Mother e Won't tell rimangono negli annali del rock, e Jungle Train potrebbe rappresentare l'inizio di un nuovo genere.
    Bjelland si sta imponendo come la cantante-chitarrista per eccellenza del foxcore: a uno stile vocale che non guarda in faccia a nessuno (nel senso che dilaga per tutti i registri, lambendo Laurie Anderson, Diamanda Galas, Lydia Lunch e cento altre, e viola con disinvoltura tutte le leggi del belcanto) accoppia uno stile chitarristico che non e` particolarmente virtuoso, ma e` fra i piu` forti, personali e viscerali di sempre. Di Lunch e` forse l'influenza determinante: Lunch e` stata la mediatrice naturale fra il blues e il punk, e ha cosi` coniato una maniera moderna di esternare l'angoscia e la frustrazione (che sono poi l'essenza di tutto il foxcore). Bjelland riprende da dove Lunch era arrivata: il suo e` il blues del Duemila, il blues della Donna emancipata a parole (cosi` come lo erano, a parole, i grandi cantanti neri) nell'era del materialismo. Mutatis mutandis, ci sono tutti gli ingredienti che fecero grande Robert Johnson.

    Dopo Painkillers, che specula sulla popolarita` delle Babes offrendo alcuni scarti di Fontanelle (Laredo e Angel Hair) e una prova vocale di Bjelland lungo direttrici piu` sperimentali (Istigkeit), la storia si fa tormentata, essendo la cantante impegnata come bassista a suonare con il marito Stu Gray (Lubricated Goat) nei Crunt.

    Nemesisters (Reprise, 1995) non mantiene le promesse del rock duro e implacabile di Fontanelle, con i suoi riff micidiali e la sua grinta da terrorista terrorizzato. Invettive come Oh Yeah strillate a occhi chiusi ribadiscono che le ragazze sono arrabbiate e shockate per la violenza morale e fisica subita in una vita precedente (non certo adesso che sono delle star), ma musicalmente sono un po' banali. L'attacco panzer e il tribalismo di Drivin' valgono assai meno del macabro flamenco di 22, un brano che sembra capitato per caso in mezzo alla mischia. Bisogna aspettare Sweet '69 per ascoltare un riff e un ritornello da far girare la testa e per ritrovare la Bjelland schizofrenica, che alterna strilli da strega a girotondi da bambina.
    Oggi il talento del trio viene semmai a galla nella capacita` di scrivere canzoni che sono intrise di dolore e di realismo. I veri show di Bjelland sono quelli di Surd (e del suo campionario di urla) e di So Fucking What (e del suo campionario di boccacce), due saggi di recitazione in musica. Meglio ancora il voodoobilly strascicato di Memory, dove il gruppo imprime in ogni battuta l'angoscia piu` profonda e Bjelland si sfoga con alcuni dei suoi ululati piu` terrificanti.

    Le Babes sono forse i piu` grandi poeti del punkrock degli anni '90: tre ragazze assatanate che stanno facendo al rock cio` che in passato era stato fatto da gruppi come New York Dolls, Ramones e Devo; ovvero reinventarne le capacita` espressive senza bisogno di cambiarne la forma, semplicemente accentuando l'enfasi di tale forma.

  • Perhaps the most talented musicians of the entire "foxcore" scene were Minneapolis' Babes In Toyland, led by vocalist and guitarist Kat Bjelland. Spanking Machine (1990) was already an eruption of cathartic violence, but Fontanelle (1992) was a set of psychological traumas, a witchy pandemonium of voodoo/pow-wow rhythms, hysterical screams and massive distortions, from which Bjelland vomited harrowing lyrics, mad with rage, disenchantment, hoplessness and frustration. The trio managed to express the schizophrenic coexistence of the innocent, apprehensive, defenseless child with the experienced and corrupt slut, junkie and juvenile delinquent. The Babes In Toyland invented an art of extreme emotions: more than singing or playing theirs was "acting", and it was "acting" one's own life.
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