Bjelland, nata a Woodburn (Oregon), nei pressi di Portland, e` cresciuta in
condizioni familiari disperate (soltanto a diciannove anni conobbe la vera
madre) che le hanno procurato profondi traumi psicologici. Per fuggire da
quell'ambiente ando` a vivere a San Francisco e, dopo un'altra serie di
delusioni, decise di darsi alla musica (intorno al 1986): con Courtney Love
(poi
Hole) e Jennifer Finch
(poi L7) formo` le Sugar Baby Doll, che per qualche tempo
fecero concorrenza alle concittadine
Frightwig. Poi vennero le Pagan Babies e
le Italian Whorenuns, con Janis Tanaka al basso (futura
Stone Fox).
Barbero, nata a Minneapolis ma cresciuta a New York, era reduce da
un'adolescenza di eccessi (droghe, sesso, alcool). Tornata a rigenerarsi a
Minneapolis, lavoro` come cameriera in ristoranti e nightclub prima di
incontrare Bjelland nel 1986.
Fu li` che nel 1987 nacquero le Babes In Toyland: nel maggio del 1987 tennero i
primi concerti in Minnesota, con una formazione che comprendeva
anche un bassista e una cantante. Soltanto in seguito Bjelland avrebbe scoperto
il suo talento canoro.
L'esordio discografico, il singolo Dust Cake Boy (Treehouse), un'arringa
furibonda di Bjelland inveita su un frenetico galoppo di batteria di Battero,
fece subito girare la testa a piu` di un critico: tanta violenza in un trio
femminile era virtualmente sconosciuta all'epoca.
Il primo album, Spanking Machine (Twin/Tone), uscito nel 1990 e in parte
influenzato dalle UT, mise in mostra l'impatto spaventosamente violento di
questa musica, di questo sfogo catartico, di questo esorcismo dello schifo
della vita, con i tribalismi malvagi e dirompenti di Barbero e l'urlo di
Bjelland a sfogare istinti primordiali.
Swamp Pussy, un classico voodoobilly alla Cramps suonato pero` con la fantasia
sinistra dei Gun Club, dimostra immediatamente un complesso di grande caratura,
doppiato pochi secondi dopo, su una cadenza simile, da He's My Thing,
nel quale Bjelland da` per la prima volta sfoggio della sua comunicativita`
altamente emotiva, dei suoi fulminei e terribili cambiamenti d'umore, del suo
chitarrismo ultra-isterico. Dal canto suo in questo disco Barbero re-inventa
praticamente l'uso della batteria, riducendola a un assordante tam-tam
tribale. Meno scalmanato, ma altrettanto inventivo, e` il blues
"ferroviario" in versione Gun Club di Never, propulso da una cadenza
epidermica.
Non tutto il disco e` cosi` immediato, e infatti tracce di Sonic Youth affiorano
in Vomit Heart. Ma la primadonna e` lei, Bjelland, che domina con la sua
schizofrenia di tigre/pulcino l'invettiva tagliente, senza tregua, di
You're Right e che tocca vertici commoventi di disperazione in
Pain In My Heart, l'urlo di dolore piu` profondo, che lamenta
l'ennesimo tradimento da parte di un uomo.
Canzoni come Swamp Pussy, Never e Pain In My Heart pongono gia` il
gruppo al di sopra della mischia, ma pochi se ne accorgono.
Le liriche sono tutt'altro che femministe. Bjelland sembra anzi rimpiangere
l'uomo piuttosto che deriderlo, sembra arrovellarsi per trovare una
risposta alla domanda "perche' sono stata tradita?" piuttosto che
giurare vendetta.
Il mini-album To Mother dell'anno dopo conferma che non e` tanto la
rabbia, quanto il dolore, a ispirare Bjelland.
Catatonic e` cantata in modo psichedelico, con le vocali allungatissime
e acuti vertiginosi; ma la vera forza del brano sta nelle cadenze da danza
sabbatica che prendono forma poco alla volta, attraverso un ritmo incalzante
in continua evoluzione, che cresce fino a diventare un frenetico tamburo.
Il verso strozzato di Bjelland rende l'idea dei suoi contorti, sinistri,
complessi freudiani nei confronti dell'uomo: "I see that you are me!"
In Mad Pilot Bjelland alterna invece quei sospiri psichedelici a grida
biascicate in un registro da strega, forsennato e gutturale, mentre attorno
a lei impazza il caos di tutti gli strumenti.
Ma e` a Ripe che spetta la palma di picco sperimentale:
la chitarra si prende delle liberta`, il basso ripete all'infinito un riff
galattico, la batteria incalza sincopata e fragorosa, il canto indulge di
nuovo in lunghe frasi lisergiche e in scalmanate urla da folle.
Laugh my head off e` il momento piu` concitato del
disco, in cui Bjelland ha modo di mettere in luce le sue doti di "attrice"
della musica con una serie di grida feroci e volgari; mentre
sulla cadenza di un maestoso pow-wow pellerossa prende l'avvio Spit To See
The Shine, sempre cantata in quel registro sarcastico fino al delirio.
Il brano e` quasi sempre strutturato come un discorso, la musica riflette
cio` che Bjelland "sta dicendo": c'e` il momento della denuncia e c'e` il
momento della confessione, del pianto e della rabbia. Il canto e` una
diretta espressione della sua dialettica di ragazza abusata e tradita.
Cio` che manca ancora alle Babes per scrivere un capolavoro assoluto e` la
chitarra: lo strumento guida del power-trio viene infatti tenuto in secondo
piano, concedendo uno spazio eccessivo alla pur travolgente ritmica di Barbero.
Fontanelle (Reprise, 1992) rimedia, con uno stile chitarristico
affilato e violento.
Bruise Violet, destinato a rimanere il loro capolavoro, e` un altro dei loro
selvaggi pow-wow; ma quell'urlo viscerale che troneggia sul bailamme generale e
quegli accordi di chitarra che tuonano dall'inizio alla fine suggellano non
solo due anni di Babes In Toyland, ma quindici di punkrock.
Quella stessa dinamite nucleare, scaricata a volumi assordanti contro
pareti massicce di distorsioni, ritorna in Won't Tell, con Bjelland
ancor piu` traumatico, capace di alternare il tono della ragazzina innocente
a quello gutturale da strega, mentre intorno a lei succede il pandemonio.
E` uno dei temi di fondo del disco, quello della coesistenza schizofrenica
fra la "bambina", che non vorrebbe mai smettere di giocare, e l'"adulta" che
deve invece fronteggiare le tragedie della vita. Nessuna delle due riesce a
sopprimere l'altra.
L'arte delle Babes e` cosi` sempre piu` un'arte di emozioni estreme, come
insegna la folle sceneggiata di Blue Bell, strutturata di nuovo come un
pow-wow, ma a ritmo ancor piu` forsennato, in crescendo, con gli alti e bassi
di Bjelland a inveire contro il suo amato in versi quasi shakespeariani:
"You know what you are, you are dead meat/ motherfucker, you don't try to
rape a goddess!" E` uno degli apici emotivi dell'opera, al punto da commuovere
quando la diva altezzosa prende un attimo il fiato e bisbiglia:
"Everything I do is true", quasi ad implorare ed esigere rispetto per la
propria integrita` morale.
Bjelland palesa le sue doti come "attrice" della musica anche in Spun, che
e` una lenta ballata psichedelica in cui il canto oscilla fra il bisbiglio in
trance tipico del genere e le urla sconnesse da esorcizzata tipiche di lei
(senza vergognarsi neppure di tentare due orrendi acuti da soprano). Il tutto
in un contesto che nasconde dosi massicce di blues.
Aperta da un poderoso riff di heavy metal in crescendo, che continuera` a
imperversare senza pieta`, e da vocalizzi marziani e androgini (quasi
Gilli Smyth dei Gong), prima di precipitare nel solito registro di
disgusto, rabbia e disperazione, al ritmo di un forsennato voodoobilly,
Mother (altra tappa freudiana della sua ossessione paranoica per la figura
della madre) e` l'ennesima e suprema progressione di spasimi emotivi, con un
finale allucinato che fa storia a se stante.
In Real Eyes il canto-filastrocca di Bjelland indulge nel registro di vocina
maniacale di Lydia Lunch, ma sa librarsi a tratti con l'enfasi della Grace Slick
di White Rabbit.
La sperimentazione sul genere non ha limiti: Jungle Train mescola
un riff sincopato e travolgente con drumming africano, gargarismi subsonici
e distorsioni perverse fino allo stordimento,
e, dulcis in fundo, rumori, fratture e bombardamenti "industriali".
Sintomatica di quanto queste ragazze abbiano assimilato e interiorizzato
la storia del rock e` anche Magick Flute (scritta e cantata da Barbero),
che alterna un ritmo da palude e languide, sinistre frasi di chitarra alla Gun
Club, alle frenetiche scudisciate epilettico-mongoloidi dei primi Devo.
Il disco e` attraversato da cima a fondo da una violenza spasmodica, che
e` al tempo stesso autobiografica e metaforica (poiche' riflette quella
di tante altre teenager).
Bjelland, come ogni malato di mente, non aspetta altro che un pretesto
per scatenare tutta la sua assordante disperazione. Cosi`
Right Now oscilla fra bisbiglio sorridente e sputo in faccia a squarciagola,
in una selva di dissonanze alla Sonic Youth e di ritmi folli;
Blood non sa trattenere improvvise cariche di flamenco al galoppo;
e nel massacro "grunge" di Handsome Gretel
sfuma il ritratto di una Foxy Lady alla rovescia ("I got a crotch that talks/
it talks to all the cocks"), ambientato nel fetore e nella sporcizia dei
bassifondi.
Il disco finisce in cocci (letteralmente) con Gone: Bjelland biascica in tono
annoiato una lenta filastrocca sui rumori di una ragazzina che sfascia oggetti.
Almeno Bruise Violet, Mother e Won't tell rimangono negli annali del rock,
e Jungle Train potrebbe rappresentare l'inizio di un nuovo genere.
Bjelland si sta imponendo come la cantante-chitarrista per eccellenza del
foxcore: a uno stile vocale che non guarda in faccia a nessuno (nel
senso che dilaga per tutti i registri, lambendo Laurie Anderson, Diamanda
Galas, Lydia Lunch e cento altre, e viola con disinvoltura tutte le leggi
del belcanto) accoppia uno stile chitarristico che non e` particolarmente
virtuoso, ma e` fra i piu` forti, personali e viscerali di sempre.
Di Lunch e` forse l'influenza determinante: Lunch e` stata la mediatrice
naturale fra il blues e il punk, e ha cosi` coniato una maniera moderna di
esternare l'angoscia e la frustrazione (che sono poi l'essenza di tutto il
foxcore). Bjelland riprende da dove Lunch era arrivata: il suo e` il blues del
Duemila, il blues della Donna emancipata a parole (cosi` come lo erano, a
parole, i grandi cantanti neri) nell'era del materialismo. Mutatis mutandis,
ci sono tutti gli ingredienti che fecero grande Robert Johnson.
Dopo Painkillers, che specula sulla popolarita` delle
Babes offrendo alcuni scarti di Fontanelle (Laredo e Angel Hair) e
una prova vocale di Bjelland lungo direttrici piu` sperimentali
(Istigkeit), la storia si fa tormentata, essendo la cantante impegnata
come bassista a suonare con il marito Stu Gray (Lubricated Goat) nei Crunt.
Nemesisters (Reprise, 1995) non mantiene le promesse del
rock duro e implacabile di Fontanelle, con i suoi riff micidiali e la
sua grinta da terrorista terrorizzato.
Invettive come Oh Yeah strillate
a occhi chiusi ribadiscono che le ragazze sono arrabbiate e shockate per la
violenza morale e fisica subita in una vita precedente (non certo adesso che
sono delle star), ma musicalmente sono un po' banali.
L'attacco panzer e il tribalismo di Drivin' valgono assai meno del
macabro flamenco di 22, un
brano che sembra capitato per caso in mezzo alla mischia.
Bisogna aspettare Sweet '69 per ascoltare un riff e un ritornello da far
girare la testa e per ritrovare la Bjelland schizofrenica, che alterna
strilli da strega a girotondi da bambina.
Oggi il talento del trio viene semmai a galla nella capacita` di scrivere
canzoni che sono intrise di dolore e di realismo.
I veri show di Bjelland sono quelli di
Surd (e del suo campionario di urla) e di So Fucking What
(e del suo
campionario di boccacce), due saggi di recitazione in musica.
Meglio ancora il voodoobilly strascicato di Memory,
dove il gruppo imprime in ogni battuta l'angoscia piu` profonda e Bjelland si
sfoga con alcuni dei suoi ululati piu` terrificanti.
Le Babes sono forse i piu` grandi poeti del punkrock degli anni '90: tre ragazze
assatanate che stanno facendo al rock cio` che in passato era stato fatto da
gruppi come New York Dolls, Ramones e Devo; ovvero reinventarne le capacita`
espressive senza bisogno di cambiarne la forma, semplicemente accentuando
l'enfasi di tale forma.